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Esce precisa precisa il giorno di San Lorenzo, per felice caso o sottile scelta redazionale, dunque poche ore prima della notte collettivamente dedicata alle stelle cadenti, la bella e a mio parere centratissima recensione di Lorenzo Mari a Perché non si vedono più le stelle. Potete leggerla al link qui di seguito, sulle pagine di Pulp, prima di cercare il buio o qualcosa che vi assomigli (sì, qualche stella cadente potete vederla anche se c'è la luna quasi piena): https://www.pulplibri.it/wolf-bukowski-e-uscimmo-a-riveder-i-led/
Un dialogo via mail iniziato nell'ottobre 2020 e durato fino a pochi giorni fa: l'intervista più diluita e meditativa in cui mi sia capitato di aver parte. Ho avuto persino il tempo di cambiare leggermente opinione o "accento" su alcune questioni, e mi sono quindi trovato a osservarmi da fuori, come se a dialogare con Giulia Damiano ci fossero stati dei mestessi sfasati, diversi l'uno dal precedente, e tutti dall'attuale.

Ecco un sommario: Gli occhi sulla città; (Vittime del) decoro e digitalizzazione dell’esistente; “Questa mano può essere ferro e può essere piuma” [ovvero la messa a reddito della notte].

Il titolo, come ricorda Giulia, è semplicemente quello delle nostre mail: "Dialogo, il più informale possibile". Buona lettura al link che segue; e grazie ad Altre Velocità. https://www.altrevelocita.it/dialogo-il-piu-informale-possibile-con-wolf-bukowski/
È uscito per Terra Nuova Edizioni il volume Antropologia di una pandemia, libro collettivo di ricercatori/ricercatrici che fanno parte del progetto Tutta un'altra storia (Tuas). Il titolo è poco accattivante, e fa credere di trovarsi davanti a un testo per addetti a lavori antropologici, quindi preferisco copincollare qui di seguito l'indice, che al contrario è piuttosto eloquente:

"Green pass, vaccino e rapporti di classe" di Osvaldo Costantini
"Eliminare il virus, schermare i corpi. L’illusione di onnipotenza tecnica e i suoi rischi" di Stefano Boni
"Le alternative infernali. Cosa siamo stati costretti ad accettare" di Stefano Portelli
"Atmosfear" di Stefania Consigliere
"Complottismo o critica? Prospettive subalterne per gestire la crisi" di Cecilia Vergnano
"Il potere delle parole. Politicamente corretto, vergogna, morale" di Maddalena Gretel Cammelli
"La vita non è una bolla: dinieghi e desideri di relazioni ambientali" di Mauro Van Aken
"Evviva, sono positivo! Diario di un antropologo poco influenzabile" di Duccio Canestrini

La prefazione è mia, porta il titolo di "Diario intimo e travaglio collettivo della pandemia", e si apre con l'immagine del quaderno (anzi, del "grasso quaderno") che in tanti e tante avremmo voluto scrivere per non perdere la memoria di neppure un momento di quel tempo fin lì impensabile, ma che alla fine nessuno è riuscito a compilare nella misura desiderata e necessaria. Nei saggi di questo libro, che pure è breve, ho trovato pezzi di quel diario incompiuto, incastri di un puzzle che ancora rompe il capo, una dimensione collettiva che prova a mettersi al lavoro. Il volume è in libreria, negli altri punti vendita della rete distributiva di Terra Nuova (che comprende botteghe del commercio equo, negozi, ecc ecc) nonché sul sito:

https://www.terranuovalibri.it/libro/dettaglio/tutta-unaltra-storia-tuas/antropologia-di-una-pandemia-9788866817390-236628.html
Forwarded from MONiTOR
Coste e spiagge prima del diluvio
un articolo di wolf bukowski
disegno di otarebill
È in uscita sull'inserto Extraterrestre de Il manifesto la recensione di Giuditta Pellegrini al mio Perché non si vedono più le stelle, oggi sul sito e, se non fraintendo la programmazione, domani 8 dicembre sul cartaceo in edicola. https://ilmanifesto.it/niente-piu-buio-nelle-nostre-citta-decoro-e-capitale-vogliono-luce
Su Terra Nuova di marzo c'è un'intervista ad ampio spettro su digitalizzazione, conformismo, consumo del tempo e dei luoghi... A condurla è stato Gabriele Bindi. La foto è di Michele Massetani (grazie Michele!) ed è scattata al circolo Radeche Fonne di Belforte del Chienti.Terra Nuova si trova in edicola in un sacco di altri posti. Buona lettura https://www.terranuova.it/Il-Mensile/L-ultimo-numero
È uscito su Malanova il mio Nel mondo ma non del capitalismondo: militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione. Si tratta di un testo piuttosto articolato sulla sussunzione fuori e dentro di noi. Ne propongo una sorta di sommario:

1) "it’s easier to imagine an end to the world than an end to capitalism”: il successo di una formula e il confusismo teorico;

2) la coincidenza tra il mondo e il capitalismo, coincidenza raggiunta per mezzo della tecnica propria del capitalismo (tecnica di calcolo, finanziaria, estrattiva, disciplinare, mediatica…);

3) critica "radicale" e narrazioni distopiche;

4) autocritica sulla questione dei "comportamenti personali che non cambiano il mondo";

5) la pandemia e l'illusione di una "fine del mondo" che si sarebbe spontaneamente risolta in una "fine del capitalismo";

6) spossessamento tramite "comodità" digitale, e dove deve incidere il bisturi;

7) Pinocchio e la cittadinanza del Paese dei Balocchi.

Questo il link: https://www.malanova.info/?p=10271

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Ripropongo qui per esteso l’intervista condotta da Gabriele Bindi e già uscita sul numero di marzo 2023 del mensile Terra Nuova. Inizio con il paragrafo introduttivo (ometto la mia presentazione); di seguito le domande di Bindi e le mie risposte. Ringrazio la testata per l'autorizzazione alla riproduzione. Buona lettura!

[…] Con questa intervista ci interroghiamo sulle difficili sfide del nostro tempo, dalla digitalizzazione al conformismo sociale, confrontandoci con un punto di vista scomodo, che non lascia spazio a scorciatoie e a soluzioni rabberciate. Secondo l’analisi di Bukowski, non saranno le nostre singole azioni virtuose a cambiare il mondo, anche se in un certo senso ci aiutano a comprenderne le contraddizioni.

La prima domanda è sulla gestione della pandemia. Se volessimo trarne qualche conclusione, che cosa ci ha insegnato questo periodo? Credi che avrà delle conseguenze a lungo termine?

Nel periodo in cui la censura era più forte mi sono attestato e in parte arrestato, come altri, alla critica della "gestione della pandemia". Ma non si tratta solo della gestione, quanto della definizione di pandemia, della definizione di cosa siano malattia e di salute, nonché del socialmente possibile, e che di lì in avanti include anche il chiudere in casa intere popolazioni. Non c'è dubbio che il potere economico e politico, con la sua duplice volontà di controllo e di profitto illimitati, saprà spremere ogni vantaggio dalla posizione taumaturgica che, del tutto immeritatamente, è riuscito a conquistare. Questa è la tragica eredità del tempo pandemico, contro la quale stentano gli anticorpi - anche se, quasi miracolosamente, non sono del tutto assenti.

Libertà e sicurezza sembrano due concetti diventati inconciliabili. Stiamo andando in una società sempre più irrigimentata e quindi meno libera?

Stiamo andando verso una società, anzi già vi siamo, in cui vigono sistemi normativi diversi da quello precedente, nei quali si perdono garanzie che davamo fin qui per scontate. I reati di opinione, per esempio, ovvero le opinioni difformi su temi sensibili come salute, sessualità, identità, religione, eutanasia... sono spesso puniti da un mobbing spietato, pur essendo formalmente estranei al diritto penale. Questo è indice dell'emergere di un sistema normativo retto, piuttosto che dallo Stato, dai meccanismi e dagli algoritmi dei social. Da parte suo lo Stato, pur concedendo qualcosa sul piano operativo e propagandistico a questo nuovo conformismo sociale, si concentra soprattutto su obiettivi capitalistici e digitali (le due cose, in questa fase storica, coincidono). La grande novità è che neppure lo Stato legifera in modo diretto su questi temi, ma agisce piuttosto con pressioni comportamentali, il cosiddetto nudging (tecnica volta a indurre verso azioni e comportamenti senza un’imposizione diretta, ndr). C'è un sorta di rispecchiamento tra alto e basso, in questo: nudging e mobbing si completano a vicenda. Lo Stato non ti dice, per esempio: "è obbligatorio" questo o quel dispositivo di comunicazione, oppure "è vietato" non avere un'identità digitale. Semplicemente lo Stato ti impedisce di vivere senza, ma senza neppure iscriverlo nei suoi codici. Di fronte a una trasformazione di tale portata parole come "libertà" e "sicurezza", che erano invece legate al diritto positivo, non hanno più il valore che davamo loro ieri.
Quali sono i veri rischi a cui andiamo incontro con la progressiva digitalizzazione?

Pensiamo tanto a questi rischi, ma sempre ponendoli nel futuro. Così previsioni e paure sono finite per assomigliare a distopie letterarie: città distopiche, vite distopiche, scenari orwelliani o huxleyiani. Queste proiezioni hanno sempre un grado di ambiguità. Servono infatti a denunciare, avvertire, ma anche a consolare, perché forniscono una sorta di messaggio implicito che più o meno suona così: se siamo qui a parlarne e a preoccuparcene vuol dire che abbiamo la capacità di prevederli, quindi il peggio non si avvererà, sapremo fermarci prima. Dopo la pandemia mi viene invece da dire: forse dovremmo riconoscere, e contrastare, la digitalizzazione delle esistenze per quello che ci fa già ora. Per quello che fa a bambini e giovani, sottratti al gioco o all'entusiasmo della scoperta, dell'inventarsi una vita, resi dipendenti dagli schermi non solo dalle merci capitalistiche, ma persino dalle istituzioni formative, che nei modi più vari ve li inchiodano. Dovremmo contrastarla per quello che fa a chi lavora o deve fruire di servizi essenziali, che viene costretto a un'ansia perenne perché il momento dell'ordine e della burocrazia digitalizzata non è più solo quello del novecentesco "sportello" ma è sempre, 24 ore al giorno per sette giorni.

Hai scritto a più riprese articoli che riflettono sulla sottrazione degli spazi pubblici e sullo sfruttamento turistico e commerciale delle nostre città. Saremo ancora capaci di difendere i nostri alberi, le panchine, i nostri luoghi di ritrovo? La gentrificazione delle nostre città, del resto, assomiglia ad un’epidemia contagiosa. C’è modo di reagire a questa forma di omologazione?

Mi piace quest'idea di gentrificazione come epidemia. Straordinariamente contagiosa perché riesce a utilizzare persino le iniziative di contrasto per affermarsi: un esempio plateale sono le scritte "Tourists go home!", che diventano uno sfondo ideale davanti al quale i turisti si fanno le foto. Ci sono due fenomeni, anche qui, che si completano a vicenda. Uno procede dal basso, con una forte spinta dai social, ed è l'uso turistico della propria città, il vivere "come se si fosse turisti", e quindi sempre in cerca di stimoli, in preda al "fomo" (acronimo per l’espressione inglese Fear of missing out, letteralmente: “Paura di essere tagliati fuori”, ndr), quotidianamente in situazioni da aperitivo-in-strada. Pur difendendo il diritto di fare "movida" senza subire le aggressioni "decorose" delle istituzioni, sarebbe sciocco non vedere come la movida stessa sia uno svilimento dello spazio pubblico, che diventa divertimentificio alcolico, facendo rientrare così dalla porta di servizio i processi di gentrificazione e turistificazione, che proprio di divertimentifici hanno bisogno (cosa che spesso i politici anti-movida sono troppo stupidi per vedere). Dall'altra parte c'è un processo dall'alto, dalle istituzioni, che inonda di fondi indirizzati allo sviluppo turistico non solo le città, ma ogni angolo del territorio. Ovviamente si tratta di uno sviluppo anche in chiave digitale, per quanto detto sopra.
Pensi che possa esistere una qualche forma di turismo sostenibile? O dovremmo ripensare in toto alla nozione di tempo libero?

Il turismo assunto come "volano economico" è un crimine ambientale e sociale. C'è un problema elementare di gigantismo, e finché persiste questo problema il parlare di "diversi turismi possibili" è solo speculazione, è un discorso diversivo. Bisogna abbattere il totem del turismo, affinché possa riassumere senso il visitare posti. E ci si dovrebbe riappropriare della possibiltà di amare almeno un poco la propria quotidianità, per non sentire sempre il bisogno di fuggirne. Ovviamente ciò dipende in gran parte dalle condizioni materiali in cui si vive, anche se gli elementi ideologici giocano il loro grosso ruolo. Se la fuga, cioè il turismo compulsivo, diviene valore in sé, allora è difficile emozionarsi nel conoscere i sassi, i vicoli, le piante attorno a casa. Non se ne trova neppure il tempo. Vanno, anche qui, considerati entrambi gli aspetti: il capitalismo urbano attorno a noi, ma anche il capitalismo che abbiamo deglutivo, assimilato, che è diventato parte di noi.

Biologico, sostenibilità, resilienza: queste parole oggi risultano spesso retoriche e svuotate di senso. Al di là del greenwashing di turno cosa possiamo fare per l’ambiente? Non pensi che i comportamenti individuali siano importanti?

Non si può salvare con i propri gesti un mondo che è condannato da scelte che ci passano chilometri sopra la testa. Vado in bici, per esempio, poi però sono assediato da oggetti che percorrono il globo per consumarsi come una meteora in una breve vita. Vado a piedi al lavoro, ma per conoscere il menù del ristorante, disponibile solo con QR code, io come ogni singolo cliente nella sala devo far rimbalzare una pletora di dati dal mio telefono fino al chissà-dove del server, e ritorno, consumando fiotti di energia elettrica in modo idiota. Chiunque può trovare infiniti esempi di questo tipo, e quindi di fronte a tutto ciò l'andare in bici impallidisce. Oltretutto le pratiche "sostenibili", spesso, sono fatte esattamente come le vuole il mercato, e cioè sono rese accattivanti, e soprattutto circondate di comodità tecnologiche - si pensi per esempio a quel finto "andare in bici" che è il muoversi con la bici elettrica. Il lato positivo della vicenda è che però quegli stessi gesti, ovviamente mondati da ciò che li rende "facili" e accattivanti, possono non certo "cambiare il mondo" ma almeno un po' il modo in cui ci si vive. Andare in bici, o a piedi, senza ammeniccoli e anche, ciò che risulta di primo acchito un po' difficile, senza avere una perenne colonna sonora nelle orecchie, può riconciliare con la distanza, il tempo, rintuzzare la frenesia di fare tutto e di più; aiutare a fare silenzio fuori e dentro di sé. E dunque renderci immuni a un bel pezzo delle seduzioni e dei consumi che condannano il mondo. I gesti che "salvano il mondo" dunque non lo salvano affatto ma, se intesi in modo un po' più radicale, aiutano a capire cosa non va nel mondo. E questo non è un bene trascurabile.
Il 4 luglio scorso l'editore Alegre ha comunicato che "dopo quattro anni dall’uscita, La buona educazione degli oppressi continua a essere richiesto in ogni libreria, ed è arrivato alla sua quarta ristampa." https://archive.is/TBuzS (il link non è a FB, ma a una copia esterna del post FB)

Non tutto quello che c'è nel libro lo riscriverei uguale, soprattutto le parti ancora segnate da residui di decostruzionismo di cui mi sono in seguito, sperabilmente, del tutto mondato. Ma non è questo che importa. Ciò che mi colpisce, e che in qualche presentazione recente (anche di altri miei libri) è emerso, è che tutto quel parlare di decoro, e contro il decoro, è stato in fondo un parlarsi tra intimi, senza alcuna capacità di intercettare il discorso della generalità delle persone; e che persino tra questi "intimi" si è imposto di frequente uno slittamento e un confusismo teorico che ha impedito di vedere come quel discorso sul decoro, i cui assunti si criticavano, sia stato pari pari trasposto in quei luoghi comuni pandemici cui molti e molte, anche di ambienti sedicenti radicali, hanno aderito.

E non solo: lo stesso discorso sulla sicurezza, i cui presupposti altresì si criticavano, e che costituisce il gigante che sta alle spalle del più modesto e transeunte "decoro", è riproposto ora in forma traslata, fantasiosa ma alla lunga stereotipata, negli stessi ambienti sempre più sedicenti radicali, e si presenta come puritanesimo woke e censorio; quando persino non si giunge a invocare iniezioni di paura da parte delle autorità per i motivi più vari, e talvolta persino validi, ma senza capire che la paura non è strumento né di comprensione né di trasformazione sociale, ma solo di governo autoritario delle emozioni e delle società. Non è con la paura e la sicurezza, che le è gemella inseparabile, che si contrasterà la devastazione ambientale, ma solo con una piena e radicale messa in questione di tutto ciò che fin qui diamo per scontato, e che solo per sintesi potrei indicare come il capitalismo attorno a noi e il capitalismo dentro di noi (il discorso, se interessasse, è in qualche modo sviluppato nel pezzo per Malanova il cui link si trova qualche "post" più sopra).

Ciò detto, viva la quarta ristampa, e grazie ad Alegre!
È uscito «La merce che ci mangia»

Ne La danza delle mozzarelle, del 2015 e cioè del tempo di Expo, il cibo nei suoi aspetti contingenti era usato per illustrare i processi del capitalismo. Per il libretto disponibile da oggi (in digitale, formato epub), ho seguito in qualche modo il percorso opposto, andando diritto alla natura della merce cibo, richiamando le contingenze come esemplificazione di quella.

Naturalmente il cibo ha proprietà tutte sue, è merce (o talvolta non è merce) in modo del tutto peculiare, e questo lo rende qualcosa di assai diverso da un oggetto qualsiasi posto sul mercato. Inoltre il cibo, diversamente da tante altre merci, è indispensabile; quotidianamente indispensabile.

Il libretto, per quanto breve, è stato di scrittura travagliata, dai tanti ripensamenti e altrettanti risposizionamenti - primo tutti quello sull’interpretazione da dare al noto passaggio sul feticismo delle merci di Marx; nonché sugli strumenti dell’analisi di classe e sulla loro capacità, o meno, di dare conto del trionfo della merce. Nonostante questi aspetti indubbiamente teorici, credo resti di lettura vivace e colorita. Come la copertina attraenturtante, in effetti, efficacemente annuncia.

A fatica conclusa e finalmente lanciata nel mondo (e nel mercato, che è quasi la stessa cosa), voglio ringraziare la redazione dei Quanti Einaudi per la proposta che è all’origine di questo testo, e che mi ha fatto tornare sul tema del cibo, costringendomi a scoprire di poterlo (doverlo) guardare da una prospettiva completamente diversa.

Ma ho già detto troppo: il testo è breve e ormai lo sto riraccontantando tutto. Incollo qui di nuovo l’indirizzo a cui chi desidera potrà trovarlo: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-merce-che-ci-mangia-bukowski-wolf-9788858444504/
Precisazione: non è necessario sottoscrivere la lista, si può leggere la nota cliccando su "vai al contenuto". Naturalmente, volendo, la si può anche sottoscrivere.
Segnalo la recensione di Lorenzo Mari su Pulp Magazine del mio La merce che si mangia (Einaudi, 2023), che Mari considera «tanto una summa del lavoro di ricerca dell’autore nell’ultimo decennio […] quanto un affondo necessario per poter inquadrare il tema in modo teoricamente fondato e politicamente consapevole.»

«In effetti il cibo è davvero ciò che ci mangia», scrive Mari, «in virtù della sua doppia e paradossale natura di merce»; e le conseguenze della consegna del cibo al paradigma di merce dovrebbero apparire chiare, in particolare in questi giorni. Anche per riflettere sulle forme di «resistenza e antagonismo al capitalismo», evocate infine da Mari, auspicate da tanti e – aggiungo io - leggibili anche in filigrana nelle proteste di un pezzo di mondo agricolo, è bene partire dalla consapevolezza che la sussunzione, il moto di sussunzione alle ragioni della merce, non frena mai spontaneamente le sue mascelle.

Trovate l’intera recensione qui: https://www.pulplibri.it/wolf-bukowski-le-grandi-sussunzioni/
Segnalo una minuziosa recensione de La merce che ci mangia scritta da Afshin Kaveh e pubblicata su L’Anatra di Vaucanson. Di certo merita una riflessione più articolata da parte mia: a Kaveh non sfugge neppure uno dei punti deboli (ma a mio parere in gran parte necessari) del mio testo; e proprio in virtù di questo il suo giudizio complessivo risulta ancor più lusinghiero: «un punto di partenza ricco, stimolante e imprescindibile per iniziare a comprendere l’irrazionalità di un mondo che sotto l’egida capitalistica, proprio come Saturno, divora i suoi figli». Buona lettura! https://anatradivaucanson.it/recensioni/per-la-critica-del-cibo-in-forma-di-merce
L'intervista su La merce che ci mangia uscita su Malamente, una presentazione a Bologna e altre notizie. Ricordo che se nella schermata si dovesse presentare l'opzione "sottoscrivi" la si può evitare cliccando su "vai al contenuto". Naturalmente, volendo si può anche sottoscrivere la lista. https://open.substack.com/pub/wolfbukowski/p/indietro-come-le-nespole