NEL CIELO
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
Link al video:
https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
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YouTube
FIGLI CHIAMATI PER NOME
Figlio è la prima parola:
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
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SALVIAMO LO STUPORE
Ed erano stupiti
del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
Ed erano stupiti
del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
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MANO NELLA MANO
A CUI AGGRAPPARMI FORTE
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
A CUI AGGRAPPARMI FORTE
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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GESÙ TI HA PRESO
PER MANO,
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente,
ma può bastare
a sollevare una vita.
Link al video:
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
PER MANO,
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente,
ma può bastare
a sollevare una vita.
Link al video:
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
YouTube
I gesti di Gesù
Il miracolo dimesso e senza parole della suocera di Pietro
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
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AVERE, COME IL PADRE,
VISCERE DI MISERICORDIA
Il lebbroso porterà
vesti strappate,
sarà velato
fino al labbro superiore,
starà solo e fuori
(Levitico 13,46).
Dalla bocca velata,
dal volto nascosto del rifiutato,
esce un’espressione bellissima:
«Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione
di cui è capace:
«Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa,
una domanda che può cambiare il corso della storia,
come è successo a Natale,
poche settimane fa:
tu puoi guarire
il disamore del mondo.
Di quell’uomo che si sta decomponendo da vivo
non conosciamo
né il volto né il nome,
perché è ogni uomo,
sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire
e di gridare.
Si avvicina al giovane rabbi,
andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto.
Ma Gesù rimane.
Non scappa, non si scansa,
non lo manda via.
Gli sta in piedi davanti
e lo ascolta.
E riafferma così che
nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi
il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio
da questa carne sfatta,
da questo corpo piagato?
Che cosa vuole
dall’immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto:
io non bevo il sangue,
non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio,
come tutti i lebbrosi,
come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice
delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio
delle sue creature;
che sia il dolore, accettato,
a dare gloria a Dio.
Ho un dubbio,
perché tanti fatti oggi insinuano,
alludono
che il corpo di lebbra o di dolore
è ancora e sempre
volontà di Dio.
Se vuoi…
Il lebbroso si appella
al desiderio di Dio,
alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima,
la pietra d’angolo
su cui poggia
la nuova immagine di Padre:
«lo voglio!»
Un verbo totale, assoluto.
Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento
solo per me.
Ciò che è scritto qui
non è una fiaba.
Funziona davvero.
Funziona così.
Persone piene di Gesù
oggi riescono a fare
le stesse cose di Gesù:
fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi
della porta accanto,
barboni, tossici, prostitute.
Li toccano con un gesto di affetto,
un sorriso,
con la conseguenza
che molti di loro
guariscono letteralmente
dal loro male,
diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno,
in ogni invisibile parte del mondo.
Prendere il Vangelo sul serio
ha dentro una potenza
che cambia la vita.
Gesù tocca,
e l’uomo è restituito alla famiglia,
torna alle carezze.
Gesù ci chiede
di partecipare al desiderio di Dio,
alle carezze restituite
e non ai miracoli.
O forse sì.
Ci chiede di partecipare
ad un solo miracolo:
avere, come il Padre,
viscere di misericordia,
che è la perfezione di Dio,
che sarà la perfezione dell’uomo.
VISCERE DI MISERICORDIA
Il lebbroso porterà
vesti strappate,
sarà velato
fino al labbro superiore,
starà solo e fuori
(Levitico 13,46).
Dalla bocca velata,
dal volto nascosto del rifiutato,
esce un’espressione bellissima:
«Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione
di cui è capace:
«Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa,
una domanda che può cambiare il corso della storia,
come è successo a Natale,
poche settimane fa:
tu puoi guarire
il disamore del mondo.
Di quell’uomo che si sta decomponendo da vivo
non conosciamo
né il volto né il nome,
perché è ogni uomo,
sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire
e di gridare.
Si avvicina al giovane rabbi,
andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto.
Ma Gesù rimane.
Non scappa, non si scansa,
non lo manda via.
Gli sta in piedi davanti
e lo ascolta.
E riafferma così che
nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi
il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio
da questa carne sfatta,
da questo corpo piagato?
Che cosa vuole
dall’immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto:
io non bevo il sangue,
non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio,
come tutti i lebbrosi,
come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice
delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio
delle sue creature;
che sia il dolore, accettato,
a dare gloria a Dio.
Ho un dubbio,
perché tanti fatti oggi insinuano,
alludono
che il corpo di lebbra o di dolore
è ancora e sempre
volontà di Dio.
Se vuoi…
Il lebbroso si appella
al desiderio di Dio,
alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima,
la pietra d’angolo
su cui poggia
la nuova immagine di Padre:
«lo voglio!»
Un verbo totale, assoluto.
Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento
solo per me.
Ciò che è scritto qui
non è una fiaba.
Funziona davvero.
Funziona così.
Persone piene di Gesù
oggi riescono a fare
le stesse cose di Gesù:
fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi
della porta accanto,
barboni, tossici, prostitute.
Li toccano con un gesto di affetto,
un sorriso,
con la conseguenza
che molti di loro
guariscono letteralmente
dal loro male,
diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno,
in ogni invisibile parte del mondo.
Prendere il Vangelo sul serio
ha dentro una potenza
che cambia la vita.
Gesù tocca,
e l’uomo è restituito alla famiglia,
torna alle carezze.
Gesù ci chiede
di partecipare al desiderio di Dio,
alle carezze restituite
e non ai miracoli.
O forse sì.
Ci chiede di partecipare
ad un solo miracolo:
avere, come il Padre,
viscere di misericordia,
che è la perfezione di Dio,
che sarà la perfezione dell’uomo.
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LA FORZA DELL’AMICIZIA RIDONA ALI INFRANTE
Si recarono da lui
portando un paralitico,
sorretto da quattro persone.
L’hanno sollevato
quattro amici;
sulle loro spalle gli pareva
di volare,
lui che neppure camminava;
per le strade,
poi in alto sul tetto,
poi giù nella stanza:
nella forza della loro amicizia
aveva ritrovato le sue ali infrante.
Gesù, veduta la loro fede, disse:
i tuoi peccati ti sono rimessi.
Veduta la loro fede,
non quella del paralitico,
ma quella di coloro che lo portano,
che scavalcano la folla,
inventano una strada
che non c’è,
danneggiano una casa d’altri,
pieni dell’incoscienza
e della forza
di chi ama e ha fiducia.
Perdonato per la fede d’altri.
Questa comunione di fede,
questa catena di fiducia
solleva e dà coraggio.
Una fede che
non si fa carico d’altri
non è vera fede,
insegnano i quattro sconosciuti
portatori dell’uomo.
Essere come loro,
con questo peso d’umano
sul cuore e sulle mani:
Chiesa che non proclama
verità astratte
sopra il dolore delle persone,
ma le solleva;
che porta il peso
e il rischio della loro speranza,
invece di ribadire concetti.
Ti sono rimessi i peccati.
L’uomo è rimasto senza parole,
forse deluso:
ma non è questo il mio problema.
Dammi le mie gambe!
Tutto qui è un gioco di simboli:
il perdono e
la guarigione del paralitico,
il peccato allontanato
e il lettuccio sollevato
come un fuscello,
non sono due fatti in successione,
ma un unico evento.
Il peccato è raccontato
come una paralisi,
un fallimento che ti blocca,
uno sbaglio che
ti pesa addosso.
Il perdono è detto
con un verbo di moto
che annuncia partenze,
il salpare della nave,
l’avviarsi della carovana,
che porta scritto ‘più in là’.
Strano perdono,
che non è domandato.
Ma è la carne immobile
che domanda cammini,
estasi,
sentieri nel sole.
Non c’è accusa dei peccati,
ma la supplica silenziosa
contro un peso che aderisce a te
e ti paralizza.
Non c’è espiazione della colpa,
non penitenza,
ma prendere su il lettuccio,
quella prigione odiata,
e andarsene libero nel sole.
Non c’è merito alcuno,
solo saper accogliere il dono;
nessuna condizione,
solo la gioia
di chi ritrova la strada della vita.
E questo scandalizza
i benpensanti di sempre.
Se basta così poco
per essere perdonati,
se il perdono è dato gratuitamente,
sempre,
allora come si fa
a ritenere importanti le regole?
Ma le regole non sono
un debito da pagare a Dio,
sono ciò che permette all’uomo
di camminare verso la pienezza:
via della vita
per muovere verso il proprio fine.
Ritrovarle é ritrovare
una vita verticale
e una strada nel sole,
la strada di Dio.
Si recarono da lui
portando un paralitico,
sorretto da quattro persone.
L’hanno sollevato
quattro amici;
sulle loro spalle gli pareva
di volare,
lui che neppure camminava;
per le strade,
poi in alto sul tetto,
poi giù nella stanza:
nella forza della loro amicizia
aveva ritrovato le sue ali infrante.
Gesù, veduta la loro fede, disse:
i tuoi peccati ti sono rimessi.
Veduta la loro fede,
non quella del paralitico,
ma quella di coloro che lo portano,
che scavalcano la folla,
inventano una strada
che non c’è,
danneggiano una casa d’altri,
pieni dell’incoscienza
e della forza
di chi ama e ha fiducia.
Perdonato per la fede d’altri.
Questa comunione di fede,
questa catena di fiducia
solleva e dà coraggio.
Una fede che
non si fa carico d’altri
non è vera fede,
insegnano i quattro sconosciuti
portatori dell’uomo.
Essere come loro,
con questo peso d’umano
sul cuore e sulle mani:
Chiesa che non proclama
verità astratte
sopra il dolore delle persone,
ma le solleva;
che porta il peso
e il rischio della loro speranza,
invece di ribadire concetti.
Ti sono rimessi i peccati.
L’uomo è rimasto senza parole,
forse deluso:
ma non è questo il mio problema.
Dammi le mie gambe!
Tutto qui è un gioco di simboli:
il perdono e
la guarigione del paralitico,
il peccato allontanato
e il lettuccio sollevato
come un fuscello,
non sono due fatti in successione,
ma un unico evento.
Il peccato è raccontato
come una paralisi,
un fallimento che ti blocca,
uno sbaglio che
ti pesa addosso.
Il perdono è detto
con un verbo di moto
che annuncia partenze,
il salpare della nave,
l’avviarsi della carovana,
che porta scritto ‘più in là’.
Strano perdono,
che non è domandato.
Ma è la carne immobile
che domanda cammini,
estasi,
sentieri nel sole.
Non c’è accusa dei peccati,
ma la supplica silenziosa
contro un peso che aderisce a te
e ti paralizza.
Non c’è espiazione della colpa,
non penitenza,
ma prendere su il lettuccio,
quella prigione odiata,
e andarsene libero nel sole.
Non c’è merito alcuno,
solo saper accogliere il dono;
nessuna condizione,
solo la gioia
di chi ritrova la strada della vita.
E questo scandalizza
i benpensanti di sempre.
Se basta così poco
per essere perdonati,
se il perdono è dato gratuitamente,
sempre,
allora come si fa
a ritenere importanti le regole?
Ma le regole non sono
un debito da pagare a Dio,
sono ciò che permette all’uomo
di camminare verso la pienezza:
via della vita
per muovere verso il proprio fine.
Ritrovarle é ritrovare
una vita verticale
e una strada nel sole,
la strada di Dio.
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FESTA DEL PECCATORE
CHE HA SCOPERTO UN DIO
PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena
deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere
dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa,
di volti,
di amici,
molti
si premura di dirmi,
e peccatori,
chiamati ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio:
guarisce la vita,
la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio,
ma la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me
e mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi:
la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
CHE HA SCOPERTO UN DIO
PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena
deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere
dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa,
di volti,
di amici,
molti
si premura di dirmi,
e peccatori,
chiamati ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio:
guarisce la vita,
la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio,
ma la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me
e mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi:
la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
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TI SEGUIRÒ
La tua voce, Signore,
mi ripete:
“Seguimi!”
Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.
Se tardo ad aprirti,
non stancarti di me.
Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia
allargarmi il cuore.
Ti seguirò,
purché Tu sia più forte
delle mie paure.
Ti seguirò,
Cristo,
che sei nell’ultimo di tutti
come nel tuo vero tabernacolo.
Cristo dei pubblicani
e degli uomini liberi,
donami un cuore capace
di condannare il peccato
e di abbracciare il peccatore.
Che io sappia perdere tempo
con gli sbandati
anziché gratificarmi
con i devoti.
Donami uno sguardo dolce,
perché chi ha lo sguardo dolce
sarà perdonato.
Donami di contemplare
i tuoi occhi che mi contemplano:
con tutti i miei problemi
mi contempli, lo so,
e mi ami.
I tuoi occhi sono la sorgente,
il pozzo dell’acqua viva,
il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.
Allora rinunciare per te
sarà uguale a fiorire.
Ermes Ronchi
La tua voce, Signore,
mi ripete:
“Seguimi!”
Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.
Se tardo ad aprirti,
non stancarti di me.
Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia
allargarmi il cuore.
Ti seguirò,
purché Tu sia più forte
delle mie paure.
Ti seguirò,
Cristo,
che sei nell’ultimo di tutti
come nel tuo vero tabernacolo.
Cristo dei pubblicani
e degli uomini liberi,
donami un cuore capace
di condannare il peccato
e di abbracciare il peccatore.
Che io sappia perdere tempo
con gli sbandati
anziché gratificarmi
con i devoti.
Donami uno sguardo dolce,
perché chi ha lo sguardo dolce
sarà perdonato.
Donami di contemplare
i tuoi occhi che mi contemplano:
con tutti i miei problemi
mi contempli, lo so,
e mi ami.
I tuoi occhi sono la sorgente,
il pozzo dell’acqua viva,
il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.
Allora rinunciare per te
sarà uguale a fiorire.
Ermes Ronchi
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UN DIO DA PRENDERE
IN BRACCIO
Ecco l’agnello che toglie
il peccato del mondo.
Un agnellino,
un Dio che viene
non come leone ruggente,
ma come uno
che non si impone,
che chiede di essere
preso in braccio.
Ecco l’agnello,
uno dei piccoli del gregge
che riempivano di belati
e di sangue il cortile
del santuario.
Anche l’agnello Gesù
è stato ucciso.
Chi è il mandante?
Forse il Dio
che sta nei cieli?
Tristissima idea di Dio!
Sarebbe fare mercimonio
del suo amore,
e un amore mercenario,
che si paga,
che si compra,
è negazione d’amore.
Gesù non è venuto
a portare il perdono,
ha fatto molto di più:
è venuto
a portare se stesso,
a mettere la sua vita
dentro la vita dell’uomo,
cuore dentro il cuore,
respiro dentro il respiro,
per sempre.
Dio ha guardato l’umanità
e l’ha trovata smarrita,
malata, sperduta
come agnellini
in mezzo ai lupi,
e non l’ha più sopportato.
E si è fatto uomo.
Ecco l’agnello,
ecco l’amore di Dio
mescolato a me,
la grazia mischiata
alla mia disgrazia,
per togliere via
“quel” peccato al singolare,
non i mille gesti sbagliati
con cui continuamente
laceriamo il tessuto del mondo,
sfilacciando la bellezza
delle persone.
Ma il peccato profondo,
la radice malata
che inquina tutto.
In una parola: il disamore.
Che è indifferenza, violenza, menzogna,
vite lacerate,
amori tossici,
grembo e matrice
di tutto il male del mondo.
Il mondo ci prova,
ma non riesce a splendere;
la terra ha tentato,
ma non ce la fa a fiorire
secondo il sogno di Dio; gli uomini non arrivano
ad afferrare la felicità.
Allora Gesù viene,
portando la rivoluzione
della tenerezza,
mettendosi contro
una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio.
L’agnello è un “no!” gridato
al “così stanno le cose”.
Ecco l’agnello
che toglie il disamore.
Giovanni usa il verbo al presente,
non un verbo al futuro.
Cristo lavora adesso in me,
dentro i miei sbagli,
dentro le mie ferite di oggi.
E in che modo?
Nello stesso in cui opera
nella creazione,
come linfa di vite nei tralci.
Per vincere il buio della notte
Dio incomincia a soffiare
la luce del giorno;
per vincere il gelo
accende il suo sole,
per vincere la steppa
semina milioni di semi;
per vincere la zizzania
del campo
si prende cura della spiga.
E ci chiede di passare liberi, disarmati,
amorevoli fra le persone.
Come lui.
Noi siamo inviati al mondo
come braccia aperte,
come fessura e feritoia
di una rivoluzione,
quella della tenerezza
e della bellezza di Dio.
Vorrei sottrarmi,
ma il mio compito è
provarci e riprovarci,
con molte cadute
e infinite riprese.
Il resto non ci compete.
Mi basterebbe riuscire,
come Giovanni l’immergitore,
a indicare,
di tanto in tanto,
una direzione,
un orizzonte,
una fessura
da cui traspaia
un barlume della bellezza
e della tenerezza di Dio,
le due sole forze
che salveranno il mondo.
IN BRACCIO
Ecco l’agnello che toglie
il peccato del mondo.
Un agnellino,
un Dio che viene
non come leone ruggente,
ma come uno
che non si impone,
che chiede di essere
preso in braccio.
Ecco l’agnello,
uno dei piccoli del gregge
che riempivano di belati
e di sangue il cortile
del santuario.
Anche l’agnello Gesù
è stato ucciso.
Chi è il mandante?
Forse il Dio
che sta nei cieli?
Tristissima idea di Dio!
Sarebbe fare mercimonio
del suo amore,
e un amore mercenario,
che si paga,
che si compra,
è negazione d’amore.
Gesù non è venuto
a portare il perdono,
ha fatto molto di più:
è venuto
a portare se stesso,
a mettere la sua vita
dentro la vita dell’uomo,
cuore dentro il cuore,
respiro dentro il respiro,
per sempre.
Dio ha guardato l’umanità
e l’ha trovata smarrita,
malata, sperduta
come agnellini
in mezzo ai lupi,
e non l’ha più sopportato.
E si è fatto uomo.
Ecco l’agnello,
ecco l’amore di Dio
mescolato a me,
la grazia mischiata
alla mia disgrazia,
per togliere via
“quel” peccato al singolare,
non i mille gesti sbagliati
con cui continuamente
laceriamo il tessuto del mondo,
sfilacciando la bellezza
delle persone.
Ma il peccato profondo,
la radice malata
che inquina tutto.
In una parola: il disamore.
Che è indifferenza, violenza, menzogna,
vite lacerate,
amori tossici,
grembo e matrice
di tutto il male del mondo.
Il mondo ci prova,
ma non riesce a splendere;
la terra ha tentato,
ma non ce la fa a fiorire
secondo il sogno di Dio; gli uomini non arrivano
ad afferrare la felicità.
Allora Gesù viene,
portando la rivoluzione
della tenerezza,
mettendosi contro
una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio.
L’agnello è un “no!” gridato
al “così stanno le cose”.
Ecco l’agnello
che toglie il disamore.
Giovanni usa il verbo al presente,
non un verbo al futuro.
Cristo lavora adesso in me,
dentro i miei sbagli,
dentro le mie ferite di oggi.
E in che modo?
Nello stesso in cui opera
nella creazione,
come linfa di vite nei tralci.
Per vincere il buio della notte
Dio incomincia a soffiare
la luce del giorno;
per vincere il gelo
accende il suo sole,
per vincere la steppa
semina milioni di semi;
per vincere la zizzania
del campo
si prende cura della spiga.
E ci chiede di passare liberi, disarmati,
amorevoli fra le persone.
Come lui.
Noi siamo inviati al mondo
come braccia aperte,
come fessura e feritoia
di una rivoluzione,
quella della tenerezza
e della bellezza di Dio.
Vorrei sottrarmi,
ma il mio compito è
provarci e riprovarci,
con molte cadute
e infinite riprese.
Il resto non ci compete.
Mi basterebbe riuscire,
come Giovanni l’immergitore,
a indicare,
di tanto in tanto,
una direzione,
un orizzonte,
una fessura
da cui traspaia
un barlume della bellezza
e della tenerezza di Dio,
le due sole forze
che salveranno il mondo.
❤64🔥6🥰1
DIO INTERVIENE:
non se ne sta in cielo
a farsi gli affari suoi,
ma viene sulla terra
con il Figlio, con lo Spirito,
che sono
la sua presenza tra noi.
E toglie il peccato.
Gesù viene come
il guaritore dell’unico peccato,
che è il disamore.
Non da leone, o da aquila,
ma da agnello.
Inerme, è più forte
di tutti gli Erode della terra.
Viene e toglie il peccato.
Guardiamo bene le parole:
non è venuto ad espiare
il peccato,
ma a toglierlo, a dissolverlo,
ad annullarlo,
a prenderlo su di sé,
a farsi carico.
Non è espiato,
ma è estirpato,
strappato via il peccato.
Link al video:
https://youtu.be/6RvA0fiNQW0?si=_LJcl38oram85XuM
non se ne sta in cielo
a farsi gli affari suoi,
ma viene sulla terra
con il Figlio, con lo Spirito,
che sono
la sua presenza tra noi.
E toglie il peccato.
Gesù viene come
il guaritore dell’unico peccato,
che è il disamore.
Non da leone, o da aquila,
ma da agnello.
Inerme, è più forte
di tutti gli Erode della terra.
Viene e toglie il peccato.
Guardiamo bene le parole:
non è venuto ad espiare
il peccato,
ma a toglierlo, a dissolverlo,
ad annullarlo,
a prenderlo su di sé,
a farsi carico.
Non è espiato,
ma è estirpato,
strappato via il peccato.
Link al video:
https://youtu.be/6RvA0fiNQW0?si=_LJcl38oram85XuM
YouTube
IL DISAMORE: IL VERO PECCATO, NON “I PECCATI”, DEL MONDO
“Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.”
Una frase che ascoltiamo e ripetiamo da sempre.
Ma cosa significa davvero?
Giovanni non dice "i peccati" al plurale:
dice "il peccato", al singolare.
La radice. La ferita. La frattura.
Il disamore.…
Una frase che ascoltiamo e ripetiamo da sempre.
Ma cosa significa davvero?
Giovanni non dice "i peccati" al plurale:
dice "il peccato", al singolare.
La radice. La ferita. La frattura.
Il disamore.…
❤40🔥4🥰1
CON TUTTO IL CUORE
Nulla vi è
di autenticamente umano
che non trovi
eco nel cuore di Dio.
Amerai, dice Gesù,
usando un verbo al futuro,
come una azione
mai conclusa.
Amare non è un dovere, ma
una necessità per vivere.
Cosa devo fare, domani,
per essere ancora vivo?
Tu amerai.
Cosa farò
anno dopo anno?
Tu amerai.
E l'umanità,
il suo destino,
la sua storia?
Solo questo:
l'uomo amerà.
Ed è detto tutto.
Qui gettiamo uno sguardo
sulla fede ultima di Gesù:
lui crede nell’amore,
si fida dell'amore,
fonda il mondo su di esso.
Amerai Dio con tutto il cuore.
Non significa ama Dio esclusivamente e nessun altro,
ma amalo senza mezze misure.
E vedrai che resta del cuore,
anzi cresce e si dilata,
per amare
il marito,
il figlio, la moglie,
l'amico, il povero.
Dio non è geloso,
non ruba il cuore,
lo dilata.
Nulla vi è
di autenticamente umano
che non trovi
eco nel cuore di Dio.
Amerai, dice Gesù,
usando un verbo al futuro,
come una azione
mai conclusa.
Amare non è un dovere, ma
una necessità per vivere.
Cosa devo fare, domani,
per essere ancora vivo?
Tu amerai.
Cosa farò
anno dopo anno?
Tu amerai.
E l'umanità,
il suo destino,
la sua storia?
Solo questo:
l'uomo amerà.
Ed è detto tutto.
Qui gettiamo uno sguardo
sulla fede ultima di Gesù:
lui crede nell’amore,
si fida dell'amore,
fonda il mondo su di esso.
Amerai Dio con tutto il cuore.
Non significa ama Dio esclusivamente e nessun altro,
ma amalo senza mezze misure.
E vedrai che resta del cuore,
anzi cresce e si dilata,
per amare
il marito,
il figlio, la moglie,
l'amico, il povero.
Dio non è geloso,
non ruba il cuore,
lo dilata.
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CI PORTA IN SPALLA
Lui prende per mano
ciascuno di noi,
ci solleva,
ci accompagna,
addirittura,
ci porta in spalla,
se vede la debolezza
del nostro incedere.
Ognuno di noi
interessa a Dio
quanto un figlio.
Ogni volta
che siamo deboli,
stanchi, vinti dal peccato,
diventiamo
punto d'interesse,
luogo di convergenza
per Dio che
ci vuole incontrare
per farci risuscitare,
per darci quella mano
che ci solleva e
riaccendere i motori
che si sono spenti
perché il nostro cammino
possa essere spedito,
gioioso, rinnovato.
Con Dio
pur passando per l'inverno
è sempre primavera,
sempre tempo
di fioriture nuove,
di cammini inediti,
di progetti inesplorati,
di vita rinnovata.
Ermes Ronchi
Lui prende per mano
ciascuno di noi,
ci solleva,
ci accompagna,
addirittura,
ci porta in spalla,
se vede la debolezza
del nostro incedere.
Ognuno di noi
interessa a Dio
quanto un figlio.
Ogni volta
che siamo deboli,
stanchi, vinti dal peccato,
diventiamo
punto d'interesse,
luogo di convergenza
per Dio che
ci vuole incontrare
per farci risuscitare,
per darci quella mano
che ci solleva e
riaccendere i motori
che si sono spenti
perché il nostro cammino
possa essere spedito,
gioioso, rinnovato.
Con Dio
pur passando per l'inverno
è sempre primavera,
sempre tempo
di fioriture nuove,
di cammini inediti,
di progetti inesplorati,
di vita rinnovata.
Ermes Ronchi
❤76🔥3🥰2👏2
GESÙ, FUORI DAGLI SCHEMI ANCHE PER I SUOI PARENTI
Da sud, dalla Giudea,
arriva una commissione d'inchiesta di teologi.
Dalle colline di Galilea
scendono invece i suoi,
per portarselo via.
Sembra una manovra a tenaglia contro quel sovversivo,
quel maestro fuori regola,
fuorilegge, che ha fatto
di Cafarnao
il suo quartier generale,
di dodici ragazzi
che sentono ancora di pesce
il suo esercito,
di una parola che guarisce
la sua arma.
È la seconda volta
che il clan di Gesù
scende da Nazaret al lago,
questa volta hanno portato
anche la madre;
vengono a prenderselo:
È fuori di sé, è impazzito.
Sta dicendo e facendo
cose sopra le righe,
contro il senso comune,
contro la logica semplice
di Nazaret:
sinagoga,
bottega e famiglia.
Da sud, dalla Giudea,
arriva una commissione d'inchiesta di teologi.
Dalle colline di Galilea
scendono invece i suoi,
per portarselo via.
Sembra una manovra a tenaglia contro quel sovversivo,
quel maestro fuori regola,
fuorilegge, che ha fatto
di Cafarnao
il suo quartier generale,
di dodici ragazzi
che sentono ancora di pesce
il suo esercito,
di una parola che guarisce
la sua arma.
È la seconda volta
che il clan di Gesù
scende da Nazaret al lago,
questa volta hanno portato
anche la madre;
vengono a prenderselo:
È fuori di sé, è impazzito.
Sta dicendo e facendo
cose sopra le righe,
contro il senso comune,
contro la logica semplice
di Nazaret:
sinagoga,
bottega e famiglia.
❤53🔥4🙏4
É QUI.
IN ALTO SILENZIO
E CON PICCOLE COSE
Mt 4, 12-23
Due luoghi opposti fanno
da fondale a questo Vangelo:
il deserto aspro di Macheronte
e il lago sereno della verde Galilea.
Giovanni è in carcere
ma la Parola non è imprigionata,
e vola sulle frontiere.
“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.
Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito,
questo orizzonte d’acqua
ispira in Lui scelte,
parabole, miracoli, riti,
parole come nascere
dall’acqua e dallo Spirito;
metafore:
“vi farò pescatori di uomini”.
L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare
nella Galilea delle genti,
terra di frontiera,
attraversata da ogni esercito
e da tutti i mercanti,
ponte naturale verso il mondo.
Inizia dalla periferia d’Israele
e non da Gerusalemme,
perché per una legge
sociologica universale
il centro conserva e
i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera,
là dove ci sono improvvisi soffi
di Spirito che aprono strade,
dove c’è bisogno di innalzare
le bandiere della pace.
La Chiesa nasce lì,
sulla prima luce che spunta,
diventando, per tutti,
per ogni naufrago,
terra di approdo,
pontile dove attraccare.
Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù:
Convertitevi.
Invito che inaugura
un Vangelo di movimento:
giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
Non un’imposizione,
ma un’opportunità
per tutti di vivere meglio.
Regno di Dio significa che
un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato
di una lunga marcia,
invece è Lui che viene. Gratuitamente.
Prima che io faccia qualcosa,
prima che io sia buono e degno,
io sono già amato,
così come sono,
per quello che sono.
La realtà non è solo
questo che si vede,
nel mondo c’è
una incandescenza divina
che scorre e che prima o poi
si accende ed esplode.
Un Dio diramato
dentro le vene della storia;
un Dio che è qui,
con le mani impigliate
nel folto della mia vita,
non per giudicarla ma
per farla fiorire in ogni sua forma.
“Il Regno si è fatto vicino”.
Il Regno è il mondo
come Dio lo sogna,
sintesi delle speranze
e fine delle paure.
Il Regno è qui.
É qui come lievito dentro la pasta,
come primavera
dentro i nostri inverni,
come polline fecondo
dentro il nostro eden appassito.
“É qui”
significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi
e crisi, arsenali nucleari
e inquinamento,
le guerre e il degrado
che ci assedia.
E se io lo credo,
non è per i segni
che riesco a scorgere
dentro il groviglio dolente
dei nostri giorni,
ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui.
Energia immensa
a cui mi abbandono,
che è sempre a mia disposizione
e a cui posso attingere
ad ogni istante.
Il Regno è qui!
Vale a dire:
Dio è all’opera
per seppellire tesori
nei campi dei cuori,
per seminare perle nel mare,
in alto silenzio
e con piccole cose.
IN ALTO SILENZIO
E CON PICCOLE COSE
Mt 4, 12-23
Due luoghi opposti fanno
da fondale a questo Vangelo:
il deserto aspro di Macheronte
e il lago sereno della verde Galilea.
Giovanni è in carcere
ma la Parola non è imprigionata,
e vola sulle frontiere.
“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.
Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito,
questo orizzonte d’acqua
ispira in Lui scelte,
parabole, miracoli, riti,
parole come nascere
dall’acqua e dallo Spirito;
metafore:
“vi farò pescatori di uomini”.
L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare
nella Galilea delle genti,
terra di frontiera,
attraversata da ogni esercito
e da tutti i mercanti,
ponte naturale verso il mondo.
Inizia dalla periferia d’Israele
e non da Gerusalemme,
perché per una legge
sociologica universale
il centro conserva e
i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera,
là dove ci sono improvvisi soffi
di Spirito che aprono strade,
dove c’è bisogno di innalzare
le bandiere della pace.
La Chiesa nasce lì,
sulla prima luce che spunta,
diventando, per tutti,
per ogni naufrago,
terra di approdo,
pontile dove attraccare.
Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù:
Convertitevi.
Invito che inaugura
un Vangelo di movimento:
giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
Non un’imposizione,
ma un’opportunità
per tutti di vivere meglio.
Regno di Dio significa che
un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato
di una lunga marcia,
invece è Lui che viene. Gratuitamente.
Prima che io faccia qualcosa,
prima che io sia buono e degno,
io sono già amato,
così come sono,
per quello che sono.
La realtà non è solo
questo che si vede,
nel mondo c’è
una incandescenza divina
che scorre e che prima o poi
si accende ed esplode.
Un Dio diramato
dentro le vene della storia;
un Dio che è qui,
con le mani impigliate
nel folto della mia vita,
non per giudicarla ma
per farla fiorire in ogni sua forma.
“Il Regno si è fatto vicino”.
Il Regno è il mondo
come Dio lo sogna,
sintesi delle speranze
e fine delle paure.
Il Regno è qui.
É qui come lievito dentro la pasta,
come primavera
dentro i nostri inverni,
come polline fecondo
dentro il nostro eden appassito.
“É qui”
significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi
e crisi, arsenali nucleari
e inquinamento,
le guerre e il degrado
che ci assedia.
E se io lo credo,
non è per i segni
che riesco a scorgere
dentro il groviglio dolente
dei nostri giorni,
ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui.
Energia immensa
a cui mi abbandono,
che è sempre a mia disposizione
e a cui posso attingere
ad ogni istante.
Il Regno è qui!
Vale a dire:
Dio è all’opera
per seppellire tesori
nei campi dei cuori,
per seminare perle nel mare,
in alto silenzio
e con piccole cose.
❤74🔥3🥰1🙏1
1+1= COMUNITÀ
Le nostre comunità vivono
una stagione di stanchezze
e di sconcerto per i numeri
che calano.
Gesù no, lui custodiva
e incoraggiava
quel germoglio nascente:
designò altri 72 e li inviò.
É il cristianesimo
ad essere in crisi? No,
è in crisi un certo modo di
intendere il cristianesimo.
Ricominciamo dal vangelo:
1. La prima parola oggi:
la messe è molta, ma
sono pochi quelli che
vi lavorano.
Lo sguardo di Gesù
vede gente bella e
dal cuore aperto.
Persone che si prodigano ovunque senza rumore, guardando dritto.
Ma gli operai sono pochi...
forse abbiamo capito male.
Non è il numero
il problema,
il numero è un criterio
anti-evangelico;
la vera domanda è se
noi lavoriamo a questa messe o se stiamo
alla finestra a guardare.
Siamo noi quei settantadue inviati. Tutti.
Laici, frati, donne e uomini;
ma siamo capaci
di dire Dio?
Di dire pace?
In casa mia, nel lavoro,
con i miei amici o
in famiglia,
nelle associazioni?
Gesù non dà i dettagli dell’anno catechistico o a che orari mettere le messe; lui ci dice l’essenziale,
ci indica la consegna amorosa e contagiosa
del vangelo,
dove la passione è
la grande assente.
2. A due a due;
neanche il parroco o
il priore fa da solo;
ha bisogno dell’altro come
stimolo e come limite.
A due a due,
un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore.
Il numero due non indica
la somma di uno più uno,
ma è l’inizio della comunione,
l’avvio della comunità e
del cerchio grande, filo
doppio che non si spezza.
3. Le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche:
pace a questa casa,
Dio è vicino.
Parole dirette.
Non si tratta di una pace generica, ma pace
a questa casa,
a questa tavola,
a questi volti.
Pace è una parola
da riempire di gesti,
di muri da abbattere,
di perdoni chiesti e donati,
di fiducia concessa
di nuovo,
di ascolti e abbracci.
Ripudiate l’odio. Amatevi, altrimenti vi distruggerete.
È tutto qui il vangelo.
4. Vi mando come agnelli
fra i lupi.
Senza zanne o artigli, ma
non allo sbaraglio, bensì
a mostrare il mondo
in altra luce.
Vi mando come
presenza disarmata,
ad opporvi al male
con un "di più" di bontà.
5. Vi mando
senza, senza, senza.
Non è l’abbondanza
dei mezzi a rendere efficace l’annuncio.
Non sei un buon parroco
perché hai tanti soldi,
neanche un buon padre
di famiglia per tanto
denaro, ma perché
sei credibile,
come credente
o come padre.
6. Non salutate nessuno
per strada, che
non vuol dire: girate a
muso duro fra la gente.
Non disperdetevi, dice Gesù, restate concentrati sulla missione, andate diritti al vostro scopo.
I settantadue vanno,
più piccoli dei piccoli,
più poveri di un povero.
Li ha messi sulla strada
che è di tutti, che non
si ferma mai e ti porta via.
Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo
finalmente in pace.
Un sogno in cui
dobbiamo credere ancora, nonostante
tutte le smentite.
Le nostre comunità vivono
una stagione di stanchezze
e di sconcerto per i numeri
che calano.
Gesù no, lui custodiva
e incoraggiava
quel germoglio nascente:
designò altri 72 e li inviò.
É il cristianesimo
ad essere in crisi? No,
è in crisi un certo modo di
intendere il cristianesimo.
Ricominciamo dal vangelo:
1. La prima parola oggi:
la messe è molta, ma
sono pochi quelli che
vi lavorano.
Lo sguardo di Gesù
vede gente bella e
dal cuore aperto.
Persone che si prodigano ovunque senza rumore, guardando dritto.
Ma gli operai sono pochi...
forse abbiamo capito male.
Non è il numero
il problema,
il numero è un criterio
anti-evangelico;
la vera domanda è se
noi lavoriamo a questa messe o se stiamo
alla finestra a guardare.
Siamo noi quei settantadue inviati. Tutti.
Laici, frati, donne e uomini;
ma siamo capaci
di dire Dio?
Di dire pace?
In casa mia, nel lavoro,
con i miei amici o
in famiglia,
nelle associazioni?
Gesù non dà i dettagli dell’anno catechistico o a che orari mettere le messe; lui ci dice l’essenziale,
ci indica la consegna amorosa e contagiosa
del vangelo,
dove la passione è
la grande assente.
2. A due a due;
neanche il parroco o
il priore fa da solo;
ha bisogno dell’altro come
stimolo e come limite.
A due a due,
un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore.
Il numero due non indica
la somma di uno più uno,
ma è l’inizio della comunione,
l’avvio della comunità e
del cerchio grande, filo
doppio che non si spezza.
3. Le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche:
pace a questa casa,
Dio è vicino.
Parole dirette.
Non si tratta di una pace generica, ma pace
a questa casa,
a questa tavola,
a questi volti.
Pace è una parola
da riempire di gesti,
di muri da abbattere,
di perdoni chiesti e donati,
di fiducia concessa
di nuovo,
di ascolti e abbracci.
Ripudiate l’odio. Amatevi, altrimenti vi distruggerete.
È tutto qui il vangelo.
4. Vi mando come agnelli
fra i lupi.
Senza zanne o artigli, ma
non allo sbaraglio, bensì
a mostrare il mondo
in altra luce.
Vi mando come
presenza disarmata,
ad opporvi al male
con un "di più" di bontà.
5. Vi mando
senza, senza, senza.
Non è l’abbondanza
dei mezzi a rendere efficace l’annuncio.
Non sei un buon parroco
perché hai tanti soldi,
neanche un buon padre
di famiglia per tanto
denaro, ma perché
sei credibile,
come credente
o come padre.
6. Non salutate nessuno
per strada, che
non vuol dire: girate a
muso duro fra la gente.
Non disperdetevi, dice Gesù, restate concentrati sulla missione, andate diritti al vostro scopo.
I settantadue vanno,
più piccoli dei piccoli,
più poveri di un povero.
Li ha messi sulla strada
che è di tutti, che non
si ferma mai e ti porta via.
Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo
finalmente in pace.
Un sogno in cui
dobbiamo credere ancora, nonostante
tutte le smentite.
❤62🙏6🔥2🥰2❤🔥1
DIO É VICINO
Una buona notizia apre
il Vangelo di Gesù:
Dio è all’opera qui,
tra le colline e il lago,
guaritore del male del mondo,
di questa infinita tristezza
che si cura soltanto
con un infinito amore.
La sua parola è
un invito a liberarci,
un invito che illumina,
libera, sorride,
che ci muove dal di dentro,
che ci mette voglia
di libertà e di bellezza.
Un invito a girarci
verso la luce, perché
la luce è già arrivata,
è già qui.
Link al video:
https://youtu.be/Ng7FP1crsUA?si=wWmJVo5NX63UKVOL
Una buona notizia apre
il Vangelo di Gesù:
Dio è all’opera qui,
tra le colline e il lago,
guaritore del male del mondo,
di questa infinita tristezza
che si cura soltanto
con un infinito amore.
La sua parola è
un invito a liberarci,
un invito che illumina,
libera, sorride,
che ci muove dal di dentro,
che ci mette voglia
di libertà e di bellezza.
Un invito a girarci
verso la luce, perché
la luce è già arrivata,
è già qui.
Link al video:
https://youtu.be/Ng7FP1crsUA?si=wWmJVo5NX63UKVOL
YouTube
TOCCATI DALL'ALLEGRIA DI UNA LUCE NUOVA
La conversione accade
quando la mia mente,
la mia notte è toccata
dall’allegria della luce.
Gesù è il segreto della vita migliore:
dona ali e non paletti,
libera dalle reti che intrappolano,
aggiunge vita alla vita.
quando la mia mente,
la mia notte è toccata
dall’allegria della luce.
Gesù è il segreto della vita migliore:
dona ali e non paletti,
libera dalle reti che intrappolano,
aggiunge vita alla vita.
❤31🔥1🥰1🤔1
UN SOGNO DI MATERNITÀ
E FRATERNITÀ
Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti.
Il Vangelo riparte dalla casa,
dal basso: non nasconde,
con molta onestà,
che durante
il ministero pubblico di Gesù,
le relazioni con la madre
e tutta la famiglia
sono segnate da
contrapposizioni e distanza.
Riferisce anzi uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria:
Chi è mia madre?
Parole dure che feriscono
il cuore, quasi
un disconoscimento:
donna, non ti riconosco più come mia madre...
Lei che poté generare Dio,
non riuscì a capirlo totalmente.
La maggior familiarità
non le risparmiò
le maggiori incomprensioni.
Contare sul Messia
come su uno della famiglia,
averlo a tavola,
conoscere i suoi gusti,
non le rese meno difficile
la via della fede.
Anche lei, come noi,
pellegrina nella fede.
Gesù non contesta la famiglia,
anzi vorrebbe estendere
a livello di massa
le relazioni calde e buone
della casa,
moltiplicarle all'infinito,
offrire una casa a tutti,
accasare tutti i figli dispersi:
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello…
Un sogno di maternità, sorellanza e fraternità
al quale non può abdicare.
E FRATERNITÀ
Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti.
Il Vangelo riparte dalla casa,
dal basso: non nasconde,
con molta onestà,
che durante
il ministero pubblico di Gesù,
le relazioni con la madre
e tutta la famiglia
sono segnate da
contrapposizioni e distanza.
Riferisce anzi uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria:
Chi è mia madre?
Parole dure che feriscono
il cuore, quasi
un disconoscimento:
donna, non ti riconosco più come mia madre...
Lei che poté generare Dio,
non riuscì a capirlo totalmente.
La maggior familiarità
non le risparmiò
le maggiori incomprensioni.
Contare sul Messia
come su uno della famiglia,
averlo a tavola,
conoscere i suoi gusti,
non le rese meno difficile
la via della fede.
Anche lei, come noi,
pellegrina nella fede.
Gesù non contesta la famiglia,
anzi vorrebbe estendere
a livello di massa
le relazioni calde e buone
della casa,
moltiplicarle all'infinito,
offrire una casa a tutti,
accasare tutti i figli dispersi:
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello…
Un sogno di maternità, sorellanza e fraternità
al quale non può abdicare.
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