DIO ABBRACCIA L’IMPERFEZIONE DEL CAMPO
Il seminatore è la prima
di circa trenta parabole uscite
dall’immaginazione di Gesù
ed è l’unica che riportano
tutti e tre i Vangeli sinottici, l’unica con la spiegazione aggiunta.
Le parabole sono una meraviglia:
sono la caratteristica
della comunicazione di Gesù,
non un ripiego ma
la punta più alta e rifinita, geniale del suo linguaggio.
Prende storie di vita e
le fa diventare storie di cielo.
Ora, da quel pulpito galleggiante sul lago racconta
del Regno di Dio come
di un processo paziente
ma sicuro, che sarà
come un pane di frumento,
che era ai tempi un cibo di festa.
I poveri mangiavano
cereali minori:
miglio, farro, orzo.
Il frumento era il cibo della festa.
Chi ascoltava Gesù sentiva
in quelle parole
una benedizione,
una profezia di abbondanza,
però anche fatica e rischi e crisi.
E tuttavia ricordiamo che
nelle parabole il punto
determinante e sorprendente
è sempre la finale:
e davano frutto.
Davano:
lo dice all’imperfetto,
come un’azione lunga,
protratta,
che continua ancora.
Una fruttificazione
che non si è più esaurita.
Il trenta, il sessanta e
il cento per uno.
E qui ascolto queste immagini
di Gesù e vedo che
ne emerge una visione
del mondo emozionante:
la positività del mondo
e della Parola,
la fiducia di Gesù
in ciò che lui è venuto a portare
e in ciò che è il nostro terreno.
Questa nostra storia non è finita così com’è.
Deve ancora crescere.
La terra è un immenso grembo.
E anche il cuore
è un immenso grembo.
E intorno è tutto un seminare, germogliare, spuntare, crescere, granire, maturare.
Il Regno è visto come una spirale di vita crescente.
E allora quel seminatore che è Dio:
che diresti distratto o sprovveduto,
che spreca il seme.
E invece è il nostro Dio
che vuole abbracciare
l’imperfezione del campo.
Sassi, spine,
tratturi del gregge.
E niente é escluso.
Noi tutti siamo
da qualche parte feriti,
opachi, duri, spinosi, non finiti. Tutti!
Ma lui abbraccia
la nostra imperfezione
perché vede noi oltre noi:
ci vede
come storia incamminata,
vede primavere
nei nostri inverni
e spighe future,
contempla in noi le stelle
prima che nascano.
Noi fissiamo lo sguardo
sulle tre parti del terreno
che non producono
e abbiamo paura.
Gesù invece fissa
il suo sguardo sull’ultimo quarto,
sulla danza futura della messe.
E la danza mette in fuga la paura.
Con padre Giovanni Vannucci diciamo:
“Ogni cuore è
un pugno di terra atto,
adatto, pronto a dare vita
ai tuoi semi di vita, Signore.”
Il seminatore è la prima
di circa trenta parabole uscite
dall’immaginazione di Gesù
ed è l’unica che riportano
tutti e tre i Vangeli sinottici, l’unica con la spiegazione aggiunta.
Le parabole sono una meraviglia:
sono la caratteristica
della comunicazione di Gesù,
non un ripiego ma
la punta più alta e rifinita, geniale del suo linguaggio.
Prende storie di vita e
le fa diventare storie di cielo.
Ora, da quel pulpito galleggiante sul lago racconta
del Regno di Dio come
di un processo paziente
ma sicuro, che sarà
come un pane di frumento,
che era ai tempi un cibo di festa.
I poveri mangiavano
cereali minori:
miglio, farro, orzo.
Il frumento era il cibo della festa.
Chi ascoltava Gesù sentiva
in quelle parole
una benedizione,
una profezia di abbondanza,
però anche fatica e rischi e crisi.
E tuttavia ricordiamo che
nelle parabole il punto
determinante e sorprendente
è sempre la finale:
e davano frutto.
Davano:
lo dice all’imperfetto,
come un’azione lunga,
protratta,
che continua ancora.
Una fruttificazione
che non si è più esaurita.
Il trenta, il sessanta e
il cento per uno.
E qui ascolto queste immagini
di Gesù e vedo che
ne emerge una visione
del mondo emozionante:
la positività del mondo
e della Parola,
la fiducia di Gesù
in ciò che lui è venuto a portare
e in ciò che è il nostro terreno.
Questa nostra storia non è finita così com’è.
Deve ancora crescere.
La terra è un immenso grembo.
E anche il cuore
è un immenso grembo.
E intorno è tutto un seminare, germogliare, spuntare, crescere, granire, maturare.
Il Regno è visto come una spirale di vita crescente.
E allora quel seminatore che è Dio:
che diresti distratto o sprovveduto,
che spreca il seme.
E invece è il nostro Dio
che vuole abbracciare
l’imperfezione del campo.
Sassi, spine,
tratturi del gregge.
E niente é escluso.
Noi tutti siamo
da qualche parte feriti,
opachi, duri, spinosi, non finiti. Tutti!
Ma lui abbraccia
la nostra imperfezione
perché vede noi oltre noi:
ci vede
come storia incamminata,
vede primavere
nei nostri inverni
e spighe future,
contempla in noi le stelle
prima che nascano.
Noi fissiamo lo sguardo
sulle tre parti del terreno
che non producono
e abbiamo paura.
Gesù invece fissa
il suo sguardo sull’ultimo quarto,
sulla danza futura della messe.
E la danza mette in fuga la paura.
Con padre Giovanni Vannucci diciamo:
“Ogni cuore è
un pugno di terra atto,
adatto, pronto a dare vita
ai tuoi semi di vita, Signore.”
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Noi tutti siamo
da qualche parte feriti,
opachi, duri, spinosi,
non finiti. Tutti!
Ma Lui abbraccia
la nostra imperfezione
perché vede noi
oltre noi.
Ci vede
come storia incamminata,
vede primavere
nei nostri inverni
e spighe future,
contempla in noi le stelle
prima che nascano.
Link al video:
https://youtu.be/nR7xHPVbWfc?si=FdEpuqsgs3Wxq65n
da qualche parte feriti,
opachi, duri, spinosi,
non finiti. Tutti!
Ma Lui abbraccia
la nostra imperfezione
perché vede noi
oltre noi.
Ci vede
come storia incamminata,
vede primavere
nei nostri inverni
e spighe future,
contempla in noi le stelle
prima che nascano.
Link al video:
https://youtu.be/nR7xHPVbWfc?si=FdEpuqsgs3Wxq65n
YouTube
DIO ABBRACCIA L'IMPERFEZIONE DEL CAMPO
Quel seminatore che è Dio:
che diresti distratto o sprovveduto,
che spreca il seme.
Invece è il nostro Dio,
che vuole abbracciare
l’imperfezione del campo.
Sassi, spine, tratturi del gregge.
E niente escluso.
che diresti distratto o sprovveduto,
che spreca il seme.
Invece è il nostro Dio,
che vuole abbracciare
l’imperfezione del campo.
Sassi, spine, tratturi del gregge.
E niente escluso.
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LA LUCE VIENE ATTRAVERSO IL PANE CONDIVISO
Come mettere la lampada
sul candelabro?
Isaia suggerisce
meno parole e più gesti:
«Spezza il tuo pane»,
verbo asciutto,
concreto, fattivo.
E poi è un incalzare di gesti: «accogli in casa,
vesti il nudo,
non distogliere gli occhi.
Allora la tua luce sorgerà
come l'aurora,
la tua ferita
si rimarginerà in fretta».
E senti l'impazienza di Dio
e dell'aurora che sorge,
della fame che grida;
senti l'urgenza
dell'uomo sofferente che
ha fretta di pane e di salute.
La luce viene
attraverso il mio pane
quando diventa pane nostro, condiviso,
e non possesso geloso.
Ma se la luce è messa
sotto al tavolo,
a che cosa serve?
A nulla.
Così noi,
se perdiamo il vangelo,
se smussiamo la Parola,
se abbiamo occhi senza luce,
allora corriamo il rischio mortale dell'insignificanza,
di non significare più nulla
per nessuno.
Io sono luce spenta quando
non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio
dei loro difetti:
allora sto spegnendo
la fiamma delle cose,
sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo),
un trombone di latta.
Ma “chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce in faccia al mondo” (Gigi Verdi).
Tu puoi compiere
opere di luce!
E sono quelle semplici
dei miti, dei puri,
dei giusti, dei poveri,
le opere alternative
alle scelte del mondo,
la differenza evangelica
offerta alla fioritura della vita.
Quando tu segui
come unica regola l'amore,
allora sei Luce
per chi ti incontra.
Quando due sulla terra si amano
diventano luce nel buio,
lampada ai passi di molti.
La luce non illumina se stessa,
Così ogni credente
deve ripetersi:
a partire da me, ma non per me.
Perché una religione che serva
solo a salvarsi l'anima
non è quella del Vangelo.
La luce non è un dovere,
ma il frutto naturale
in chi ha respirato Dio.
Allora sarai lucerna
sul lucerniere, ma
secondo le modalità
proprie della luce,
che non fa rumore
e non violenta le cose.
Le accarezza e
fa emergere il bello che è in loro.
Così «noi del Vangelo»
siamo gente che ogni giorno
accarezza la vita e
ne rivela la bellezza nascosta.
Come mettere la lampada
sul candelabro?
Isaia suggerisce
meno parole e più gesti:
«Spezza il tuo pane»,
verbo asciutto,
concreto, fattivo.
E poi è un incalzare di gesti: «accogli in casa,
vesti il nudo,
non distogliere gli occhi.
Allora la tua luce sorgerà
come l'aurora,
la tua ferita
si rimarginerà in fretta».
E senti l'impazienza di Dio
e dell'aurora che sorge,
della fame che grida;
senti l'urgenza
dell'uomo sofferente che
ha fretta di pane e di salute.
La luce viene
attraverso il mio pane
quando diventa pane nostro, condiviso,
e non possesso geloso.
Ma se la luce è messa
sotto al tavolo,
a che cosa serve?
A nulla.
Così noi,
se perdiamo il vangelo,
se smussiamo la Parola,
se abbiamo occhi senza luce,
allora corriamo il rischio mortale dell'insignificanza,
di non significare più nulla
per nessuno.
Io sono luce spenta quando
non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio
dei loro difetti:
allora sto spegnendo
la fiamma delle cose,
sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo),
un trombone di latta.
Ma “chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce in faccia al mondo” (Gigi Verdi).
Tu puoi compiere
opere di luce!
E sono quelle semplici
dei miti, dei puri,
dei giusti, dei poveri,
le opere alternative
alle scelte del mondo,
la differenza evangelica
offerta alla fioritura della vita.
Quando tu segui
come unica regola l'amore,
allora sei Luce
per chi ti incontra.
Quando due sulla terra si amano
diventano luce nel buio,
lampada ai passi di molti.
La luce non illumina se stessa,
Così ogni credente
deve ripetersi:
a partire da me, ma non per me.
Perché una religione che serva
solo a salvarsi l'anima
non è quella del Vangelo.
La luce non è un dovere,
ma il frutto naturale
in chi ha respirato Dio.
Allora sarai lucerna
sul lucerniere, ma
secondo le modalità
proprie della luce,
che non fa rumore
e non violenta le cose.
Le accarezza e
fa emergere il bello che è in loro.
Così «noi del Vangelo»
siamo gente che ogni giorno
accarezza la vita e
ne rivela la bellezza nascosta.
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L’ECONOMIA DELLA PICCOLEZZA
Quante volte non troviamo
le parole adatte per dire Dio!
E Gesù ci risponde
con le parabole.
Lo fa con parole laiche,
di casa, di orto,
di lago, di strada,
per raccontarci storie di vita.
Il vangelo di Marco riassume
il suo insegnamento
con immagini di contadini
che si affaticano
nell'arte di far nascere,
fiorire, fruttificare.
Il contadino nel vangelo è
l'anello mancante
tra l'uomo e Dio,
dove le parabole non sono semplici pretesti
per insegnare teologia e morale.
Un albero, le foglioline del fico,
il granello di senape diventano
una continua rivelazione
del divino (Laudato si'),
una sillaba del suo messaggio.
Le cose del mondo
non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta,
ma sono degne di riceverla
perché già benedette, santificate, e noi
camminiamo in mezzo a loro
come dentro un santuario.
Ezechiele aveva parlato
della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta
un cedro del Libano.
Gesù va oltre:
parla di un semino di senape
con una novità tutta sua:
sceglie una pianta mai nominata
nel Primo Testamento,
nonostante fosse
di uso comune.
Gesù sceglie
l'economia della piccolezza:
mette la senape
al posto del cedro del Libano;
l'orto al posto del monte;
parlerà di Dio con l'immagine
di una chioccia con i suoi pulcini:
è il linguaggio teologico portato
al registro più umile,
a sovvertire le gerarchie.
Gli ascoltatori di Gesù
saranno rimasti sconvolti
all'idea che il Regno di Dio
ha inizi così piccoli, ma
Gesù si concentra
sulla crescita
dal minuscolo al grande,
dai più piccoli germogli
alla maturazione in pienezza.
Le sue parole contengono anche
un appello alla meraviglia:
il Regno diventa un mistero
davanti al quale stupirsi.
Prendere sul serio
l'economia della piccolezza
ci fa guardare il mondo
in un altro modo.
Ci fa cercare i re di domani
tra gli scartati di oggi,
ci fa prendere sul serio
i giovani e i bambini,
e trovare meriti là dove
l'economia della grandezza
vede solo demeriti.
Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme,
perché le leggi che reggono
il venire del Regno di Dio
e quelle che alimentano
la vita naturale sono
in fondo le stesse.
Spirito e realtà si abbracciano.
Il terreno produce da sé,
per energia e armonia proprie:
è nella natura della natura
essere dono e crescita.
È nella natura di Dio
essere eccedenza gratuita.
E anche in quella dell'uomo.
Dio agisce in modo positivo,
fiducioso, solare;
e non per sottrazione,
ma sempre per addizione,
per aggiunta e incremento,
con incrollabile fiducia
nei germogli.
Dalle sue parabole sboccia
una visione profetica del mondo:
la nostra storia è tutto
un seminare, germinare,
spuntare, accestire,
maturare: tutto è
fiducia incamminata.
Quante volte non troviamo
le parole adatte per dire Dio!
E Gesù ci risponde
con le parabole.
Lo fa con parole laiche,
di casa, di orto,
di lago, di strada,
per raccontarci storie di vita.
Il vangelo di Marco riassume
il suo insegnamento
con immagini di contadini
che si affaticano
nell'arte di far nascere,
fiorire, fruttificare.
Il contadino nel vangelo è
l'anello mancante
tra l'uomo e Dio,
dove le parabole non sono semplici pretesti
per insegnare teologia e morale.
Un albero, le foglioline del fico,
il granello di senape diventano
una continua rivelazione
del divino (Laudato si'),
una sillaba del suo messaggio.
Le cose del mondo
non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta,
ma sono degne di riceverla
perché già benedette, santificate, e noi
camminiamo in mezzo a loro
come dentro un santuario.
Ezechiele aveva parlato
della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta
un cedro del Libano.
Gesù va oltre:
parla di un semino di senape
con una novità tutta sua:
sceglie una pianta mai nominata
nel Primo Testamento,
nonostante fosse
di uso comune.
Gesù sceglie
l'economia della piccolezza:
mette la senape
al posto del cedro del Libano;
l'orto al posto del monte;
parlerà di Dio con l'immagine
di una chioccia con i suoi pulcini:
è il linguaggio teologico portato
al registro più umile,
a sovvertire le gerarchie.
Gli ascoltatori di Gesù
saranno rimasti sconvolti
all'idea che il Regno di Dio
ha inizi così piccoli, ma
Gesù si concentra
sulla crescita
dal minuscolo al grande,
dai più piccoli germogli
alla maturazione in pienezza.
Le sue parole contengono anche
un appello alla meraviglia:
il Regno diventa un mistero
davanti al quale stupirsi.
Prendere sul serio
l'economia della piccolezza
ci fa guardare il mondo
in un altro modo.
Ci fa cercare i re di domani
tra gli scartati di oggi,
ci fa prendere sul serio
i giovani e i bambini,
e trovare meriti là dove
l'economia della grandezza
vede solo demeriti.
Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme,
perché le leggi che reggono
il venire del Regno di Dio
e quelle che alimentano
la vita naturale sono
in fondo le stesse.
Spirito e realtà si abbracciano.
Il terreno produce da sé,
per energia e armonia proprie:
è nella natura della natura
essere dono e crescita.
È nella natura di Dio
essere eccedenza gratuita.
E anche in quella dell'uomo.
Dio agisce in modo positivo,
fiducioso, solare;
e non per sottrazione,
ma sempre per addizione,
per aggiunta e incremento,
con incrollabile fiducia
nei germogli.
Dalle sue parabole sboccia
una visione profetica del mondo:
la nostra storia è tutto
un seminare, germinare,
spuntare, accestire,
maturare: tutto è
fiducia incamminata.
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Per la prima volta
in tutta
la letteratura mondiale,
l’umile, il piccolo diventa protagonista del discorso
e del racconto.
Prima, nei testi classici
i poveri erano evocati
solo per essere derisi.
La rivoluzione di Gesù
è culturale: rivoluzione
nella letteratura mondiale,
introducendo per primo
il piccolo e il povero come soggetto del discorso.
Prima si parlava solo di dei,
di eroi, di imperatori, di re.
Loro erano i protagonisti.
Il Vangelo ha
protagonisti rivoluzionari
per la cultura mondiale.
Mai prima.
E dopo è stato necessario aspettare il X secolo,
nel nostro Medioevo,
perché il povero tornasse come argomento del discorso.
E questa è
l’economia della piccolezza,
l’anima profonda
del pensiero biblico.
Link al video:
https://youtu.be/qiCOazDSWTM
in tutta
la letteratura mondiale,
l’umile, il piccolo diventa protagonista del discorso
e del racconto.
Prima, nei testi classici
i poveri erano evocati
solo per essere derisi.
La rivoluzione di Gesù
è culturale: rivoluzione
nella letteratura mondiale,
introducendo per primo
il piccolo e il povero come soggetto del discorso.
Prima si parlava solo di dei,
di eroi, di imperatori, di re.
Loro erano i protagonisti.
Il Vangelo ha
protagonisti rivoluzionari
per la cultura mondiale.
Mai prima.
E dopo è stato necessario aspettare il X secolo,
nel nostro Medioevo,
perché il povero tornasse come argomento del discorso.
E questa è
l’economia della piccolezza,
l’anima profonda
del pensiero biblico.
Link al video:
https://youtu.be/qiCOazDSWTM
YouTube
DIO ABITA L'INVISIBILE
Questa piccola parabola della senape
porta in primo piano
una delle strutture determinanti del Vangelo:
la preferenza del piccolo, l’economia della piccolezza.
Il Signore scommette su coloro
sui quali la storia non scommette.
Pensate alle beatitudini.…
porta in primo piano
una delle strutture determinanti del Vangelo:
la preferenza del piccolo, l’economia della piccolezza.
Il Signore scommette su coloro
sui quali la storia non scommette.
Pensate alle beatitudini.…
❤32🔥1
MI IMPORTA DI TE!
La nostra vita è
come il mare di Galilea,
a volte calmo e
a volte in tempesta,
ma le nostre instabili
e piccole barche
sono state costruite
non per restare
ancorate in porto,
ma per prendere il largo.
Siamo tutti naviganti,
non possiamo fare
a meno di attraversare
il lago.
Passiamo all’altra riva
dice Gesù,
e i discepoli accolgono
il suo invito e si mettono
in barca:
e lo presero con sé,
così com’era.
Gesù è talmente stanco
che nella traversata
si addormenta.
Improvvisa sul lago
si scatena la tempesta.
E Gesù dorme,
affidandosi ai suoi ragazzi,
loro sì esperti di lago.
Non ti importa
che moriamo?
La risposta, senza parole,
è raccontata dai gesti
minacciò il vento,
parlò al mare,
che assicurano a ciascuno:
mi importa di te,
mi importa la tua vita,
tu sei importante!
Mi importano
i passeri del cielo
e tu vali più
di molti passeri,
mi importano
i gigli del campo
e tu sei più bello di loro.
Tu mi importi
al punto che
ti ho contato
i capelli in capo
e tutta la paura
che porti nel cuore.
E sono qui.
A farmi argine e confine
alla tua paura.
Sono qui nel riflesso
più profondo
delle tue lacrime.
La fede non è
una assicurazione contro
le burrasche della vita;
le tempeste non si evitano
e non si fuggono,
si attraversano.
Perché avete
così tanta paura?
Dio non è altrove
e non dorme.
È già qui,
sta nelle braccia
degli uomini,
forti sui remi;
sta nella presa sicura
del timoniere;
è nelle mani che
svuotano l’acqua
che allaga la barca;
negli occhi
che scrutano la riva,
nell’ansia che anticipa
la luce dell’aurora.
Il Signore salva
attraverso persone.
(R. Guardini).
Dio è presente,
ma a modo suo;
vuole salvarmi,
ma lo fa chiedendomi
di mettere in campo
tutte le mie capacità,
tutta la forza del cuore
e dell’intelligenza.
I discepoli vogliono
un Dio che spazzi via
le tempeste, e subito!
E invece Dio
si fida di loro
e li accompagna
nel mezzo della burrasca.
Non agisce al posto mio,
ma insieme a me;
non mi esenta
dalla traversata,
ma mi accompagna
nell’oscurità.
Non mi custodisce
dalla paura,
ma nella paura.
Così come
non ha salvato
Gesù dalla croce,
ma nella croce.
Perché avete paura?
Non avete ancora fede?
I discepoli hanno fede sì,
ma nel Dio
che risolve i problemi,
che tappa i buchi
della nostra fragilità,
lui invece scava pozzi
di coraggio e dignità.
Non avete fede?
Credere nel miracolo
non è vera fede;
troppo facile,
troppo comodo.
Quanta gente ha più fede
nei miracoli che in Dio!
“No, credere a Pasqua
non è vera fede.
Troppo bello sei
a Pasqua.
Fede vera è
al venerdì santo…”
(D. M. Turoldo).
Fede è perseverare
nella burrasca.
E dopo che ha fatto
tutto ciò che poteva
al cristiano si apre
lo spazio di un di più,
un qualcosa
che Lui solo ha,
una pace sul mare,
il miracolo imprevisto,
il vento che tace,
lo scintillio della fiducia
negli altri.
Il di più di Dio,
che non sta
in riva al lago
ad osservare,
ma è presente nel buio,
come granello di luce
nella notte,
granello di quiete,
di fiducia, di bonaccia.
Che inonda di pace
perfino le nostre tempeste.
La nostra vita è
come il mare di Galilea,
a volte calmo e
a volte in tempesta,
ma le nostre instabili
e piccole barche
sono state costruite
non per restare
ancorate in porto,
ma per prendere il largo.
Siamo tutti naviganti,
non possiamo fare
a meno di attraversare
il lago.
Passiamo all’altra riva
dice Gesù,
e i discepoli accolgono
il suo invito e si mettono
in barca:
e lo presero con sé,
così com’era.
Gesù è talmente stanco
che nella traversata
si addormenta.
Improvvisa sul lago
si scatena la tempesta.
E Gesù dorme,
affidandosi ai suoi ragazzi,
loro sì esperti di lago.
Non ti importa
che moriamo?
La risposta, senza parole,
è raccontata dai gesti
minacciò il vento,
parlò al mare,
che assicurano a ciascuno:
mi importa di te,
mi importa la tua vita,
tu sei importante!
Mi importano
i passeri del cielo
e tu vali più
di molti passeri,
mi importano
i gigli del campo
e tu sei più bello di loro.
Tu mi importi
al punto che
ti ho contato
i capelli in capo
e tutta la paura
che porti nel cuore.
E sono qui.
A farmi argine e confine
alla tua paura.
Sono qui nel riflesso
più profondo
delle tue lacrime.
La fede non è
una assicurazione contro
le burrasche della vita;
le tempeste non si evitano
e non si fuggono,
si attraversano.
Perché avete
così tanta paura?
Dio non è altrove
e non dorme.
È già qui,
sta nelle braccia
degli uomini,
forti sui remi;
sta nella presa sicura
del timoniere;
è nelle mani che
svuotano l’acqua
che allaga la barca;
negli occhi
che scrutano la riva,
nell’ansia che anticipa
la luce dell’aurora.
Il Signore salva
attraverso persone.
(R. Guardini).
Dio è presente,
ma a modo suo;
vuole salvarmi,
ma lo fa chiedendomi
di mettere in campo
tutte le mie capacità,
tutta la forza del cuore
e dell’intelligenza.
I discepoli vogliono
un Dio che spazzi via
le tempeste, e subito!
E invece Dio
si fida di loro
e li accompagna
nel mezzo della burrasca.
Non agisce al posto mio,
ma insieme a me;
non mi esenta
dalla traversata,
ma mi accompagna
nell’oscurità.
Non mi custodisce
dalla paura,
ma nella paura.
Così come
non ha salvato
Gesù dalla croce,
ma nella croce.
Perché avete paura?
Non avete ancora fede?
I discepoli hanno fede sì,
ma nel Dio
che risolve i problemi,
che tappa i buchi
della nostra fragilità,
lui invece scava pozzi
di coraggio e dignità.
Non avete fede?
Credere nel miracolo
non è vera fede;
troppo facile,
troppo comodo.
Quanta gente ha più fede
nei miracoli che in Dio!
“No, credere a Pasqua
non è vera fede.
Troppo bello sei
a Pasqua.
Fede vera è
al venerdì santo…”
(D. M. Turoldo).
Fede è perseverare
nella burrasca.
E dopo che ha fatto
tutto ciò che poteva
al cristiano si apre
lo spazio di un di più,
un qualcosa
che Lui solo ha,
una pace sul mare,
il miracolo imprevisto,
il vento che tace,
lo scintillio della fiducia
negli altri.
Il di più di Dio,
che non sta
in riva al lago
ad osservare,
ma è presente nel buio,
come granello di luce
nella notte,
granello di quiete,
di fiducia, di bonaccia.
Che inonda di pace
perfino le nostre tempeste.
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Testo omelia di oggi
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Ermes Ronchi
Vai dal link sottostante:
⬇️
http://youtube.com/post/Ugkxj7OJVRhq9QJt0igmvfxbGrluLrIymRCv?si=OxAKXOYKyA5DWx7U
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Ermes Ronchi
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❤17
SAPORI BEATI DI VITA
Mt 5,1-12
Davanti a questo vangelo
provo sempre il desiderio
del silenzio.
Vangelo stravolgente,
che continua a sfuggirmi,
un contromano totale
rispetto alla logica
del mondo.
In chiesa ci crediamo,
ma appena usciti
ci accorgiamo
che è il manifesto
più stordente
che si possa immaginare.
Eppure le beatitudini
sono nostre amiche,
perché non dettano
nuovi comandamenti,
ma propongono
la bella notizia che
se uno si fa carico
della felicità di altri,
il Padre si prende
sulle spalle la sua.
Ci sento dentro
un sapore di vita,
il segreto per stare bene.
La prima cosa
che mi colpisce è: Beati.
Dio si allea
con la gioia degli uomini,
e con una proposta spiazzante
srotola otto sentieri
che lasciano senza fiato:
felici i poveri,
gli ostinati
a proporsi giustizia,
i costruttori di pace,
quelli che hanno
gli occhi bambini,
i disarmati,
quelli che sono
coraggiosi perché inermi.
Ma il punto di svolta,
lo snodo sintattico
delle frasi è quel ‘perché’;
perché è loro il regno e possederanno la terra,
perché vedranno Dio.
I poveri non sono beati
perché poveri,
ma perché
solo guardando il mondo
con gli occhi degli ultimi
trovi la strada
per un futuro
buono comune.
Beati i poveri in spirito
dice Matteo:
beato chi ha scelto
per un motivo grande
di spezzare il suo pane
con gli altri;
chi ha scelto,
in nome dell’umano,
la vita sobria e solidale,
perché tutti abbiano
il necessario.
Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.
‘Beati’ è la parola
che apre l’intero salterio:
Beato l’uomo che non resta
nella via dei peccatori,
che cammina sulla via giusta.
Dio conosce solo uomini
in cammino.
Beati: non arrendetevi,
voi i poveri,
i vostri diritti
non sono diritti poveri,
i diritti dei deboli
non sono diritti deboli.
Il mondo appartiene
a chi lo rende migliore
e non a chi lo compra
o lo conquista.
I potenti non sono beati
semplicemente perché
non hanno sentieri divini
nel cuore.
Mi azzardo a immaginare
gli occhi e le mani
di Gesù oggi, la sua voce.
Lui, che era
il vento della storia,
verso dove ci spingerebbe?
Siamo come
una barca in rada,
con le vele afflosciate,
annusiamo il vento.
E in queste pagine
senti alzarsi
il vento dello spirito,
senti un richiamo,
un grido, un urlo,
che giunge a noi,
compagni a riva,
perché diventiamo
soci di sconfinamenti,
vivendo il sogno dell’azzardo.
Non è ora di tirare
i remi in barca.
È ora che si ricominci.
Con piccole cose,
e molta convinzione.
Dio non è imparziale,
la sua logica
ha un debole per i deboli,
ha scelto ciò che
nel mondo
è povero e malato
per cambiarlo radicalmente,
per fare una storia
che avanzi
non per le vittorie
della forza,
ma per seminagioni
di giustizia,
e raccolti di pace.
Mt 5,1-12
Davanti a questo vangelo
provo sempre il desiderio
del silenzio.
Vangelo stravolgente,
che continua a sfuggirmi,
un contromano totale
rispetto alla logica
del mondo.
In chiesa ci crediamo,
ma appena usciti
ci accorgiamo
che è il manifesto
più stordente
che si possa immaginare.
Eppure le beatitudini
sono nostre amiche,
perché non dettano
nuovi comandamenti,
ma propongono
la bella notizia che
se uno si fa carico
della felicità di altri,
il Padre si prende
sulle spalle la sua.
Ci sento dentro
un sapore di vita,
il segreto per stare bene.
La prima cosa
che mi colpisce è: Beati.
Dio si allea
con la gioia degli uomini,
e con una proposta spiazzante
srotola otto sentieri
che lasciano senza fiato:
felici i poveri,
gli ostinati
a proporsi giustizia,
i costruttori di pace,
quelli che hanno
gli occhi bambini,
i disarmati,
quelli che sono
coraggiosi perché inermi.
Ma il punto di svolta,
lo snodo sintattico
delle frasi è quel ‘perché’;
perché è loro il regno e possederanno la terra,
perché vedranno Dio.
I poveri non sono beati
perché poveri,
ma perché
solo guardando il mondo
con gli occhi degli ultimi
trovi la strada
per un futuro
buono comune.
Beati i poveri in spirito
dice Matteo:
beato chi ha scelto
per un motivo grande
di spezzare il suo pane
con gli altri;
chi ha scelto,
in nome dell’umano,
la vita sobria e solidale,
perché tutti abbiano
il necessario.
Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.
‘Beati’ è la parola
che apre l’intero salterio:
Beato l’uomo che non resta
nella via dei peccatori,
che cammina sulla via giusta.
Dio conosce solo uomini
in cammino.
Beati: non arrendetevi,
voi i poveri,
i vostri diritti
non sono diritti poveri,
i diritti dei deboli
non sono diritti deboli.
Il mondo appartiene
a chi lo rende migliore
e non a chi lo compra
o lo conquista.
I potenti non sono beati
semplicemente perché
non hanno sentieri divini
nel cuore.
Mi azzardo a immaginare
gli occhi e le mani
di Gesù oggi, la sua voce.
Lui, che era
il vento della storia,
verso dove ci spingerebbe?
Siamo come
una barca in rada,
con le vele afflosciate,
annusiamo il vento.
E in queste pagine
senti alzarsi
il vento dello spirito,
senti un richiamo,
un grido, un urlo,
che giunge a noi,
compagni a riva,
perché diventiamo
soci di sconfinamenti,
vivendo il sogno dell’azzardo.
Non è ora di tirare
i remi in barca.
È ora che si ricominci.
Con piccole cose,
e molta convinzione.
Dio non è imparziale,
la sua logica
ha un debole per i deboli,
ha scelto ciò che
nel mondo
è povero e malato
per cambiarlo radicalmente,
per fare una storia
che avanzi
non per le vittorie
della forza,
ma per seminagioni
di giustizia,
e raccolti di pace.
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FESSURA SULL’INFINITO
Lc 2,22-40
Maria e Giuseppe portarono il Bambino al tempio, per presentarlo al Signore.
Una giovane coppia
col suo primo bambino porta la povera offerta dei poveri, due tortore, ma anche
il più prezioso dono
del mondo: un bambino.
Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna: “Che attendevano”, dice Luca, cioè che avevano speranza: perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese (S. Weil).
Quando il discepolo è pronto, il maestro arriva.
Non sono le gerarchie religiose ad accogliere il bambino, ma due laici innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio, il passato che tiene fra le braccia il futuro del mondo.
Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei preti ma dell’umanità.
É Dio che si incarna nelle creature e tracima dovunque, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.
É nostro,
di tutti gli uomini
e di tutte le donne. Appartiene agli assetati,
ai sognatori,
come Simeone.
A quelli che sanno vedere oltre, come Anna;
a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato.
Dio lo incontri attraverso la tua umanità.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che “non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia”. Sono parole che la Bibbia conserva perché le stampiamo nel cuore: anch’io, come Simeone, non morirò senza aver visto il Signore.
Il viaggio non finirà nel nulla, ma in un abbraccio.
Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva della luce,
che è già in atto dovunque.
L’offensiva del bene che, anche se invisibile,
lievita e fermenta nelle vene del mondo.
“Simeone aspettava la consolazione di Israele”. Lui sapeva aspettare, come fa chi ha speranza.
Se attendi, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili. E vedono: “ho visto la luce, da te preparata per tutti!”
Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra, un neonato che sa solo piangere e succhiare il latte?
Il sapiente d’Israele ha colto l'essenziale:
la luce di Dio è Gesù,
è carne illuminata,
storia fecondata,
innesto del cielo nella terra.
La salvezza non è un’opera particolare,
un fatto preciso,
ma è Dio che è venuto,
si è perso nel mondo,
è naufragato negli amori,
si è impigliato nei sorrisi e nelle croci dello sterminato accampamento umano,
si è nutrito anche lui dei nostri nutrimenti umani.
E non se ne andrà più.
“Egli è qui per la risurrezione”:
per lui nessuno è perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare da capo e ripartire ad ogni alba.
È qui come una mano che ti prende per mano e ti tira su, sussurrando:
“talità kum”,
bambina alzati!
Sorgi, rivivi, risplendi, riprendi la danza della vita.
“Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui”.
Tornarono alla santità,
alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quello del tempio;
alla casa dove arde in appartata fiamma la vita;
alla famiglia che è santa perché l'amore vi celebra la sua festa, e ne fa la più viva fessura sull'infinito.
❤52🔥2🥰2🙏1
Gesù martella
per nove volte
un termine tipico
della Scrittura:
BEATI
Parola ripetuta
110 volte nella Bibbia.
Non è un’emozione,
non è un brivido:
É UN PIANETA NUOVO
CHE TENTA DI NASCERE.
Link al video:
https://youtu.be/iQZ8Co55Chs
per nove volte
un termine tipico
della Scrittura:
BEATI
Parola ripetuta
110 volte nella Bibbia.
Non è un’emozione,
non è un brivido:
É UN PIANETA NUOVO
CHE TENTA DI NASCERE.
Link al video:
https://youtu.be/iQZ8Co55Chs
YouTube
PRIMA LEZIONE DI GESÙ — FELICITÀ CONTROCORRENTE
La prima lezione del Maestro Gesù
all’aperto sulla collina
ha come primo argomento la felicità.
Per nove volte ripete “beati”,
l’aggettivo che è la cosa che più ci manca
e che tutti cerchiamo.
Dice che Dio vuole figli felici,
che si allea con la…
all’aperto sulla collina
ha come primo argomento la felicità.
Per nove volte ripete “beati”,
l’aggettivo che è la cosa che più ci manca
e che tutti cerchiamo.
Dice che Dio vuole figli felici,
che si allea con la…
❤34🥰1
DOVUNQUE E SU TUTTI
LUCE SENZA CONFINI
Ecco il significato
della CANDELORA:
FESTA DELLA LUCE.
La piccola fiamma accesa è questo:
L’AMORE UNIVERSALE
DI DIO.
Link al video:
https://youtu.be/WMHsoT1DhXQ
LUCE SENZA CONFINI
Ecco il significato
della CANDELORA:
FESTA DELLA LUCE.
La piccola fiamma accesa è questo:
L’AMORE UNIVERSALE
DI DIO.
Link al video:
https://youtu.be/WMHsoT1DhXQ
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GESÙ É
una mano che
ti prende per mano.
Bellissimo:
la sua mano
nella mia mano,
dolce e forte,
che intreccia
le sue dita con le mie,
il suo respiro con il mio.
E le dice:
“Bambina, alzati!”
Lui può aiutarla,
sostenerla.
Ma è lei, solo lei,
che può risollevarsi.
Alzati
sulle tue gambe,
usa le tue risorse.
E lei si alza e
si mette a camminare.
Link al video:
https://youtu.be/esWZMhdlRHs?si=uvjZuKFloza-8pz1
una mano che
ti prende per mano.
Bellissimo:
la sua mano
nella mia mano,
dolce e forte,
che intreccia
le sue dita con le mie,
il suo respiro con il mio.
E le dice:
“Bambina, alzati!”
Lui può aiutarla,
sostenerla.
Ma è lei, solo lei,
che può risollevarsi.
Alzati
sulle tue gambe,
usa le tue risorse.
E lei si alza e
si mette a camminare.
Link al video:
https://youtu.be/esWZMhdlRHs?si=uvjZuKFloza-8pz1
YouTube
Talità kum
Là dove ci siamo fermati,
Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere
la benedizione delle antiche parole:
Talità kum, giovane vita,
alzati, rivivi, risplendi!
Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere
la benedizione delle antiche parole:
Talità kum, giovane vita,
alzati, rivivi, risplendi!
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UNA MANO CHE TI PRENDE PER MANO
C’è una casa a Cafarnao,
dove la morte ha messo il nido.
Una dimora importante,
quella del capo della sinagoga, eppure impotente a garantire
la vita di una bambina.
Giairo ha preso il mantello
ed è uscito,
ha camminato in cerca
di Gesù, e Gesù interrompe
ciò che sta facendo e
si mette a camminare con lui.
Sulle frontiere tra la vita
e la morte.
Stare con il dolore degli altri diventa uno dei gesti cristiani più rivoluzionari.
Perché il dolore,
il dolore innocente?
I figli di tanti Giairo muoiono in un’età in cui invece è d’obbligo fiorire, non soccombere.
Eppure Gesù non dà
una risposta, dà altro:
il dolore non domanda spiegazioni, ma condivisione: “e andò con lui”.
“Non temere, soltanto continua ad aver fede”,
quella che ti ha fatto
uscire di casa in cerca
di aiuto e di ascolto.
Ma come è possibile non temere, non essere nella paura quando la morte si è portata via il mio sole?
Il contrario della paura
non è il coraggio, è la fede,
atto umanissimo
che tende alla vita!
Che dice: ho bisogno, mi fido, mi affido. Sulla tua parola getterò le reti, anzi:
nelle tue mani getto la vita!
Giunsero alla casa e vide gente che piangeva e gridava.
Disse loro:
“Perché piangete?
Non è morta, ma dorme”.
Coloro che noi chiamiamo ‘morti’ dormono a questa vita nostra, ma in realtà sono stati presi per mano e si sono alzati, come la bimba di Giairo.
Lo deridono.
Con quella derisione con cui dicono anche a noi: ma tu credi alla resurrezione?
Ti illudi, non c’è niente
dopo la morte.
Ma la fede assicura che Dio è dei vivi e non dei morti, che dire Dio è dire risurrezione.
Gesù cacciò tutti fuori di casa. Caccia via quelli che non credono che Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Gesù prende con sé il padre e la madre.
Li prende con sé perché il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.
La vita finisce ma l’amore no. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Ogni bambino, dice alla mamma: tu non morirai mai!
Ed entrò dove era la bambina.
E non è solo la stanzetta interna della casa, è la stanza più oscura del mondo, quella senza luce:
l’esperienza della morte, dove anche Gesù entrerà, per essere come noi.
Poi la prende per mano. Dio non è un dito puntato, ma una mano che ti prende per mano.
E mostra che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare.
Toccare le loro lacrime.
E le disse: “Talità kum. Bambina alzati”.
Tocca a te farlo:
rimettiti in piedi,
sulle tue gambe,
con le tue risorse.
Qualunque sia il dolore che portiamo dentro, qualunque sia la morte che ci assedia, il Signore ripete: alzati!
E subito la bambina si alzò e camminava.
Restituita all’abbraccio dei suoi,
a una vita incamminata e verticale.
Là dove ci siamo fermati, Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere la benedizione delle antiche parole: Talità kum, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi.
E aggiunge:
datele da mangiare,
nutrite di sogni,
di carezze e di fiducia
il suo rinato cuore bambino.
E ci rialzerà tutti, trascinandoci su,
in alto,
dentro la sua risurrezione.
C’è una casa a Cafarnao,
dove la morte ha messo il nido.
Una dimora importante,
quella del capo della sinagoga, eppure impotente a garantire
la vita di una bambina.
Giairo ha preso il mantello
ed è uscito,
ha camminato in cerca
di Gesù, e Gesù interrompe
ciò che sta facendo e
si mette a camminare con lui.
Sulle frontiere tra la vita
e la morte.
Stare con il dolore degli altri diventa uno dei gesti cristiani più rivoluzionari.
Perché il dolore,
il dolore innocente?
I figli di tanti Giairo muoiono in un’età in cui invece è d’obbligo fiorire, non soccombere.
Eppure Gesù non dà
una risposta, dà altro:
il dolore non domanda spiegazioni, ma condivisione: “e andò con lui”.
“Non temere, soltanto continua ad aver fede”,
quella che ti ha fatto
uscire di casa in cerca
di aiuto e di ascolto.
Ma come è possibile non temere, non essere nella paura quando la morte si è portata via il mio sole?
Il contrario della paura
non è il coraggio, è la fede,
atto umanissimo
che tende alla vita!
Che dice: ho bisogno, mi fido, mi affido. Sulla tua parola getterò le reti, anzi:
nelle tue mani getto la vita!
Giunsero alla casa e vide gente che piangeva e gridava.
Disse loro:
“Perché piangete?
Non è morta, ma dorme”.
Coloro che noi chiamiamo ‘morti’ dormono a questa vita nostra, ma in realtà sono stati presi per mano e si sono alzati, come la bimba di Giairo.
Lo deridono.
Con quella derisione con cui dicono anche a noi: ma tu credi alla resurrezione?
Ti illudi, non c’è niente
dopo la morte.
Ma la fede assicura che Dio è dei vivi e non dei morti, che dire Dio è dire risurrezione.
Gesù cacciò tutti fuori di casa. Caccia via quelli che non credono che Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Gesù prende con sé il padre e la madre.
Li prende con sé perché il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.
La vita finisce ma l’amore no. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Ogni bambino, dice alla mamma: tu non morirai mai!
Ed entrò dove era la bambina.
E non è solo la stanzetta interna della casa, è la stanza più oscura del mondo, quella senza luce:
l’esperienza della morte, dove anche Gesù entrerà, per essere come noi.
Poi la prende per mano. Dio non è un dito puntato, ma una mano che ti prende per mano.
E mostra che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare.
Toccare le loro lacrime.
E le disse: “Talità kum. Bambina alzati”.
Tocca a te farlo:
rimettiti in piedi,
sulle tue gambe,
con le tue risorse.
Qualunque sia il dolore che portiamo dentro, qualunque sia la morte che ci assedia, il Signore ripete: alzati!
E subito la bambina si alzò e camminava.
Restituita all’abbraccio dei suoi,
a una vita incamminata e verticale.
Là dove ci siamo fermati, Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere la benedizione delle antiche parole: Talità kum, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi.
E aggiunge:
datele da mangiare,
nutrite di sogni,
di carezze e di fiducia
il suo rinato cuore bambino.
E ci rialzerà tutti, trascinandoci su,
in alto,
dentro la sua risurrezione.
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TUTTI SILLABE DI DIO
“Ma non è il falegname?
Ma che cos’ha
da mettersi a fare
il maestro?”
E cosa ha da toccare i malati con quelle mani,
che sanno solo riconoscere i nodi
del legno?
E si scandalizzavano
di lui.
Di lui, andato a vivere
come un senza fissa dimora,
un vagabondo che non sa neanche mantenersi.
Gesù, rabbi senza titoli
e con i calli alle mani,
si è messo a raccontare
Dio con parabole nuove,
che sanno di casa e di terra,
dove un grano di senape diventa rivelazione.
Ma che cosa li scandalizza?
L’umiltà di Dio.
Non può essere questo
il nostro Dio.
Dov’è la gloria e lo splendore dell’Altissimo
che tuonava sul Sinai?
Questo Dio
che viene a tavola
con noi.
Anzi di più,
siede in mezzo a malati
e peccatori, pubblicani
e indemoniate.
Lo scandalo
della misericordia.
E Gesù lo sa:
un profeta
non è disprezzato
che in casa sua.
Non disprezziamo mai
quelli di casa!
C’è il cromosoma di Dio,
in tutte le nostre case.
Ascoltiamoci!
Link al video:
https://youtu.be/YYqHiTa1V7U?si=fYbv9gnk_aQWTYKH
“Ma non è il falegname?
Ma che cos’ha
da mettersi a fare
il maestro?”
E cosa ha da toccare i malati con quelle mani,
che sanno solo riconoscere i nodi
del legno?
E si scandalizzavano
di lui.
Di lui, andato a vivere
come un senza fissa dimora,
un vagabondo che non sa neanche mantenersi.
Gesù, rabbi senza titoli
e con i calli alle mani,
si è messo a raccontare
Dio con parabole nuove,
che sanno di casa e di terra,
dove un grano di senape diventa rivelazione.
Ma che cosa li scandalizza?
L’umiltà di Dio.
Non può essere questo
il nostro Dio.
Dov’è la gloria e lo splendore dell’Altissimo
che tuonava sul Sinai?
Questo Dio
che viene a tavola
con noi.
Anzi di più,
siede in mezzo a malati
e peccatori, pubblicani
e indemoniate.
Lo scandalo
della misericordia.
E Gesù lo sa:
un profeta
non è disprezzato
che in casa sua.
Non disprezziamo mai
quelli di casa!
C’è il cromosoma di Dio,
in tutte le nostre case.
Ascoltiamoci!
Link al video:
https://youtu.be/YYqHiTa1V7U?si=fYbv9gnk_aQWTYKH
YouTube
Tutti sillabe di Dio
C'è il cromosoma di Dio in tutte le nostre case. Ascoltiamoci!
Non mancano i profeti, manca l'ascolto!
Mc 6,1-6
Non mancano i profeti, manca l'ascolto!
Mc 6,1-6
❤38🔥1🙏1
UNA BELLA NOTIZIA
A TUTTI:
chi ama se stesso,
Dio,
il prossimo,
chi ama,
ha in dono
una vita indistruttibile.
Allora, tutto il Vangelo,
per me, racconta
il sogno di rendere
più umana,
più affettuosa,
più bella la vita.
L'umanizzazione è
il grande segno che
la spiritualità è autentica.
Link al video:
https://youtu.be/GhDfz-GjNC4?si=HxopKmu1IdRiKT0-
A TUTTI:
chi ama se stesso,
Dio,
il prossimo,
chi ama,
ha in dono
una vita indistruttibile.
Allora, tutto il Vangelo,
per me, racconta
il sogno di rendere
più umana,
più affettuosa,
più bella la vita.
L'umanizzazione è
il grande segno che
la spiritualità è autentica.
Link al video:
https://youtu.be/GhDfz-GjNC4?si=HxopKmu1IdRiKT0-
YouTube
RITROVARE L'ESSENZIALE - L'arte di diventare umani
L'essenziale da ritrovare è l'umanità,
e nella nostra umanità la felicità.
Lo scopo di tutta la storia sacra,
del millenario dialogo tra cielo e terra,
dei 73 libri della Bibbia, lo scopo è:
uomini gioiosi, liberi, amanti,
che non si privano,
come dice…
e nella nostra umanità la felicità.
Lo scopo di tutta la storia sacra,
del millenario dialogo tra cielo e terra,
dei 73 libri della Bibbia, lo scopo è:
uomini gioiosi, liberi, amanti,
che non si privano,
come dice…
❤23🥰1
GESÙ CI VUOLE TUTTI NOMADI D’AMORE
"Chiamò a sé i Dodici
e prese a mandarli
ad annunciare il regno di Dio
e a guarire gli infermi".
Ogni volta che Dio ti chiama,
ti mette in viaggio.
L'ha fatto con Abramo
da Ur dei Caldei
(alzati e va');
con il popolo in Egitto
(lo condurrai fuori, nel deserto...);
con il profeta Giona
(alzati e va' a Ninive);
con Israele
ormai installato al sicuro
nella terra promessa.
Dio viene a snidarti
dalla vita stanca,
dalla vita seduta;
mette in moto
pensieri nuovi,
ti fa scoprire orizzonti
che non conoscevi.
Dio mette in cammino.
E camminare è un atto
di libertà e di creazione,
un atto di speranza
e di conoscenza:
è andare incontro
a se stessi,
scoprirsi mentre
si scopre il mondo,
un viaggio verso
un altro mondo possibile.
Partono i discepoli a due a due.
E non ad uno ad uno.
Il loro primo annuncio
non è trasmesso da parole,
ma dall'eloquenza
del camminare insieme,
per la stessa meta.
E ordinò loro
di non prendere nient'altro
che un bastone.
Solo un bastone
a sorreggere il passo
e un amico a sorreggere il cuore.
Un elogio della leggerezza
quanto mai attuale:
per camminare bisogna eliminare il superfluo
e andare leggeri.
Né pane né sacca né denaro,
senza cose,
senza neppure il necessario,
solo pura umanità,
contestando radicalmente
il mondo delle cose e del denaro,
dell'accumulo e dell'apparire.
Per annunciare un mondo altro,
in cui la forza risiede nella creatività dell'umano:
«l'annunciatore deve essere infinitamente piccolo,
solo così l'annuncio sarà infinitamente grande»
(G. Vannucci).
Entrati in una casa lì rimanete.
Il punto di approdo è la casa,
il luogo dove
la vita nasce ed è più vera.
Il Vangelo deve essere significativo nella casa,
nei giorni delle lacrime
e in quelli della festa,
quando il figlio se ne va,
quando l'anziano
perde il senno o la salute...
Entrare in casa altrui comporta
percepire il mondo
con altri colori,
profumi, sapori,
mettersi nei panni
degli altri,
mettere al centro
non le idee ma le persone,
il vivo dei volti,
lasciarsi raggiungere
dal dolore e dalla gioia contagiosa della carne.
Se in qualche luogo
non vi ascoltassero,
andatevene.
Al rifiuto i discepoli
non oppongono risentimenti,
solo un po' di polvere
scossa dai sandali:
c'è un'altra casa
poco più avanti,
un altro villaggio,
un altro cuore.
All'angolo di ogni strada,
l'infinito.
Gesù ci vuole tutti
nomadi d'amore,
gente che non confida
nel conto in banca
o nel mattone,
ma nel tesoro disseminato
in tutti i paesi e città:
mani e sorrisi
che aprono porte
e ristorano cuori.
Ed essi, partiti,
proclamarono che
la gente si convertisse,
scacciavano molti demoni,
ungevano con olio molti infermi
e li guarivano.
Dio chiama e mette in viaggio per guarire la vita,
per farti guaritore del disamore,
laboratorio di nuova umanità.
"Chiamò a sé i Dodici
e prese a mandarli
ad annunciare il regno di Dio
e a guarire gli infermi".
Ogni volta che Dio ti chiama,
ti mette in viaggio.
L'ha fatto con Abramo
da Ur dei Caldei
(alzati e va');
con il popolo in Egitto
(lo condurrai fuori, nel deserto...);
con il profeta Giona
(alzati e va' a Ninive);
con Israele
ormai installato al sicuro
nella terra promessa.
Dio viene a snidarti
dalla vita stanca,
dalla vita seduta;
mette in moto
pensieri nuovi,
ti fa scoprire orizzonti
che non conoscevi.
Dio mette in cammino.
E camminare è un atto
di libertà e di creazione,
un atto di speranza
e di conoscenza:
è andare incontro
a se stessi,
scoprirsi mentre
si scopre il mondo,
un viaggio verso
un altro mondo possibile.
Partono i discepoli a due a due.
E non ad uno ad uno.
Il loro primo annuncio
non è trasmesso da parole,
ma dall'eloquenza
del camminare insieme,
per la stessa meta.
E ordinò loro
di non prendere nient'altro
che un bastone.
Solo un bastone
a sorreggere il passo
e un amico a sorreggere il cuore.
Un elogio della leggerezza
quanto mai attuale:
per camminare bisogna eliminare il superfluo
e andare leggeri.
Né pane né sacca né denaro,
senza cose,
senza neppure il necessario,
solo pura umanità,
contestando radicalmente
il mondo delle cose e del denaro,
dell'accumulo e dell'apparire.
Per annunciare un mondo altro,
in cui la forza risiede nella creatività dell'umano:
«l'annunciatore deve essere infinitamente piccolo,
solo così l'annuncio sarà infinitamente grande»
(G. Vannucci).
Entrati in una casa lì rimanete.
Il punto di approdo è la casa,
il luogo dove
la vita nasce ed è più vera.
Il Vangelo deve essere significativo nella casa,
nei giorni delle lacrime
e in quelli della festa,
quando il figlio se ne va,
quando l'anziano
perde il senno o la salute...
Entrare in casa altrui comporta
percepire il mondo
con altri colori,
profumi, sapori,
mettersi nei panni
degli altri,
mettere al centro
non le idee ma le persone,
il vivo dei volti,
lasciarsi raggiungere
dal dolore e dalla gioia contagiosa della carne.
Se in qualche luogo
non vi ascoltassero,
andatevene.
Al rifiuto i discepoli
non oppongono risentimenti,
solo un po' di polvere
scossa dai sandali:
c'è un'altra casa
poco più avanti,
un altro villaggio,
un altro cuore.
All'angolo di ogni strada,
l'infinito.
Gesù ci vuole tutti
nomadi d'amore,
gente che non confida
nel conto in banca
o nel mattone,
ma nel tesoro disseminato
in tutti i paesi e città:
mani e sorrisi
che aprono porte
e ristorano cuori.
Ed essi, partiti,
proclamarono che
la gente si convertisse,
scacciavano molti demoni,
ungevano con olio molti infermi
e li guarivano.
Dio chiama e mette in viaggio per guarire la vita,
per farti guaritore del disamore,
laboratorio di nuova umanità.
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GIOVANNI É IL MARTIRE DELLA LUCE
Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza
alla luce.
A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce
che per ore e ore
accarezza le cose,
e non si stanca.
Non quella infinita,
lontana luce che abita
nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.
Giovanni è il martire
della luce,
testimone che
l'avvicinarsi di Dio
trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo,
non per abbagliare,
ma per risvegliare
le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.
Testimone che
la pietra angolare
su cui poggia la storia
non è il peccato
ma la grazia,
non il fango
ma un raggio di sole,
che non cede mai.
Ad ogni credente
è affidata la stessa profezia
del Battista:
annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza
alla luce.
A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce
che per ore e ore
accarezza le cose,
e non si stanca.
Non quella infinita,
lontana luce che abita
nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.
Giovanni è il martire
della luce,
testimone che
l'avvicinarsi di Dio
trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo,
non per abbagliare,
ma per risvegliare
le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.
Testimone che
la pietra angolare
su cui poggia la storia
non è il peccato
ma la grazia,
non il fango
ma un raggio di sole,
che non cede mai.
Ad ogni credente
è affidata la stessa profezia
del Battista:
annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
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