ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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UN CIELO STRAPPATO

Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera
ed ecco il cielo si aprì.

Il Battesimo è raccontato
come un inciso;
il centro è riservato
all’aprirsi del cielo.
Come si apre
una breccia nelle mura,
una porta al sole,
come si aprono le braccia
agli amici, all’amato,
ai figli, ai poveri.

Il cielo si apre
perché vita esca,
perché vita entri:
figlio mio, amato
sono le parole più vitali
che conosciamo.

Il cielo si apre sotto l’urgenza
dell’amore di Dio,
sotto l’assedio impaziente
di Adamo, e nessuno
lo richiuderà mai più.

E venne dal cielo una voce
che diceva:
questi è il figlio mio, l’amato,
in lui ho posto
il mio compiacimento.

Tre affermazioni,
dentro le quali
sento pulsare il cuore vivo
della mia fede, insieme
al mio nome più vero.

Figlio è la prima parola.

Dio genera figli.
E i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.  

Nel DNA umano alligna, invitto,
il cromosoma divino:
“l’uomo è l’unico animale
che ha Dio nel sangue”
(
G. Vannucci).

Amato è la seconda parola.

Prima che tu agisca,
prima della tua risposta,
che tu lo sappia o no,
ogni giorno, ad ogni risveglio,
il tuo nome per Dio è “amato”.

Di un amore immeritato,
che ti previene,
che ti anticipa,
che ti avvolge e ti penetra.

Ogni volta che penso:
“se oggi sono buono,
Dio mi amerà”,
non sono davanti al Dio di Gesù,
ma alla proiezione delle mie paure!

Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”.

Frase straordinaria:
Dio ama ciascuno di noi
come ha amato Gesù,
con la stessa intensità,
la stessa emozione,
lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante
tutte le delusioni
che io gli ho dato.

La terza parola:
mio compiacimento.

Termine inconsueto
eppure bellissimo,
che nella sua etimologia significa:
con te condivido gioia e piacere.

La Voce grida dall’alto del cielo,
grida sul mondo
e in mezzo al cuore,
la gioia di Dio:
è bello stare con te.
Tu mi piaci.
E quanta gioia sai darmi!

Io che non l’ho ascoltato,
io che me ne sono andato,
io che l’ho anche tradito
sento dirmi:
tu mi piaci.

Ma che gioia può venire
a Dio da me,
da questo stoppino
dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io?
Per fortuna,
non dipende da me,
ma da Lui.

La scena grandiosa
del battesimo di Gesù,
con il cielo squarciato,
strappato,
con il volo ad ali aperte
dello Spirito,
con la dichiarazione d’amore
di Dio sulle acque,
è anche la scena
del mio battesimo quotidiano.

Ad ogni alba la sua voce ripete
le tre parole del Giordano,
e più forte ancora in quelle
più ricche di tenebra:
figlio mio, mio amore,
mia gioia.

Riserva di coraggio
che apre le ali
sopra ciascuno di noi,
che ci aiuta a spingere
verso fuori,
con tutta la forza,
qualsiasi cielo nero
che incontriamo
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IL PRIMO NUCLEO DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE: DUE COPPIE DI FRATELLI SILENZIOSI

Passando lungo il mare di Galilea
(il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.

Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.

Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo,
allo straordinario il piccolo.

Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,

Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano
nell’amorosa fatica
.

E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin)
.

Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).

Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?

Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?


Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?

Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza
:
cos’è la vita?

Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?

Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo
.

Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.

Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.

Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.

Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto
.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).

Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale,
il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari,
che ha sperimentato
così belle e generatrici:
tutti figli, “fratelli tutti”.
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NEL CIELO
c’è una tua personale
fessura d’infinito
,

un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.

C’è il tuo individuale
cammino celeste

e la feritoia
attraverso la quale passare.

Si apre per te il cielo!
Link al video:

https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
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SALVIAMO LO STUPORE

Ed erano stupiti
del suo insegnamento
.

Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.

La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.

Gesù insegnava come uno che ha autorità.

Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.

Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.

La sua persona è il messaggio.

L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:

C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.

E Gesù interviene
: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).

Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.

I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?


Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.

A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.

Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.

Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.

Esci dalle costellazioni del suo cielo.

Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.

Perla della creazione è un uomo libero e amante.

Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.

Allora scopriròCristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
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MANO NELLA MANO
A CUI AGGRAPPARMI FORTE

Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)

Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.

Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.

La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.

La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.

Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.

Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.

È il verbo della risurrezione.

Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.

E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.

Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!

Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.

E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.

Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
Dio, che cosa fai per lui?
E una voce risponde:
io, per lui, ho fatto te!

Solidarietà è l’inizio della guarigione.

Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.

Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.

Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.

Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”

E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.

Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,

a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.

Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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AVERE, COME IL PADRE,
VISCERE DI MISERICORDIA

Il lebbroso porterà
vesti strappate,
sarà velato
fino al labbro superiore,
starà solo e fuori
(Levitico 13,46).

Dalla bocca velata,
dal volto nascosto del rifiutato,
esce un’espressione bellissima:
«Se vuoi, puoi guarirmi».

Con tutta la discrezione
di cui è capace:
«Se vuoi».

E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa,
una domanda che può cambiare il corso della storia,
come è successo a Natale,
poche settimane fa:
tu puoi guarire
il disamore del mondo
.

Di quell’uomo che si sta decomponendo da vivo
non conosciamo
né il volto né il nome,
perché è ogni uomo,
sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo
.

Il rifiutato è stanco di fuggire
e di gridare.
Si avvicina al giovane rabbi,
andando contro la legge.

Attorno a lui il vuoto.
Ma Gesù rimane
.
Non scappa, non si scansa,
non lo manda via.
Gli sta in piedi davanti
e lo ascolta.

E riafferma così che
nulla vale quanto la vita.

A nome di tutti noi
il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?

Che cosa vuole veramente Dio
da questa carne sfatta,
da questo corpo piagato?

Che cosa vuole
dall’immenso pianto del mondo?


Il profeta, bocca di Dio, ha detto:
io non bevo il sangue,
non mangio la carne dei vostri sacrifici
.

Ma ho un dubbio,
come tutti i lebbrosi,
come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice
delle nostre lacrime
;
che voglia ancora il sacrificio
delle sue creature;
che sia il dolore, accettato,
a dare gloria a Dio.

Ho un dubbio,
perché tanti fatti oggi insinuano,
alludono
che il corpo di lebbra o di dolore
è ancora e sempre
volontà di Dio
.

Se vuoi…

Il lebbroso si appella
al desiderio di Dio,
alla sua volontà
.

E riceve la risposta bellissima,
la pietra d’angolo
su cui poggia
la nuova immagine di Padre:

«lo voglio!»

Un verbo totale, assoluto.
Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento
solo per me
.

Ciò che è scritto qui
non è una fiaba.
Funziona davvero.
Funziona così.

Persone piene di Gesù
oggi riescono a fare
le stesse cose di Gesù:

fanno miracoli.

Vanno dai nostri lebbrosi
della porta accanto
,
barboni, tossici, prostitute.
Li toccano con un gesto di affetto,
un sorriso,
con la conseguenza
che molti di loro
guariscono letteralmente
dal loro male
,
diventando a loro volta guaritori.

Succede ogni giorno,
in ogni invisibile parte del mondo.

Prendere il Vangelo sul serio
ha dentro una potenza
che cambia la vita
.

Gesù tocca,
e l’uomo è restituito alla famiglia,
torna alle carezze.

Gesù ci chiede
di partecipare al desiderio di Dio
,
alle carezze restituite
e non ai miracoli.
O forse sì.

Ci chiede di partecipare
ad un solo miracolo:


avere, come il Padre,
viscere di misericordia
,

che è la perfezione di Dio,
che sarà la perfezione dell’uomo
.
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LA FORZA DELL’AMICIZIA RIDONA ALI INFRANTE

Si recarono da lui
portando un paralitico,
sorretto da quattro persone
.

L’hanno sollevato
quattro amici
;

sulle loro spalle gli pareva
di volare
,
lui che neppure camminava;

per le strade,
poi in alto sul tetto,
poi giù nella stanza:

nella forza della loro amicizia
aveva ritrovato le sue ali infrante
.

Gesù, veduta la loro fede, disse:
i tuoi peccati ti sono rimessi.


Veduta la loro fede,
non quella del paralitico
,
ma quella di coloro che lo portano,
che scavalcano la folla,
inventano una strada
che non c’è
,
danneggiano una casa d’altri,
pieni dell’incoscienza
e della forza
di chi ama e ha fiducia
.

Perdonato per la fede d’altri.

Questa comunione di fede,
questa catena di fiducia
solleva e dà coraggio
.

Una fede che
non si fa carico d’altri
non è vera fede
,
insegnano i quattro sconosciuti
portatori dell’uomo.

Essere come loro,
con questo peso d’umano
sul cuore e sulle mani
:

Chiesa che non proclama
verità astratte

sopra il dolore delle persone,
ma le solleva;

che porta il peso
e il rischio della loro speranza
,
invece di ribadire concetti.

Ti sono rimessi i peccati.

L’uomo è rimasto senza parole,
forse deluso:
ma non è questo il mio problema.

Dammi le mie gambe!

Tutto qui è un gioco di simboli:
il perdono e
la guarigione del paralitico,

il peccato allontanato
e il lettuccio sollevato
come un fuscello,
non sono due fatti in successione,
ma un unico evento
.

Il peccato è raccontato
come una paralisi
,
un fallimento che ti blocca,
uno sbaglio che
ti pesa addosso
.

Il perdono è detto
con un verbo di moto

che annuncia partenze,
il salpare della nave,
l’avviarsi della carovana,
che porta scritto ‘più in là’.

Strano perdono,
che non è domandato
.

Ma è la carne immobile
che domanda cammini
,
estasi,
sentieri nel sole.

Non c’è accusa dei peccati,
ma la supplica silenziosa
contro un peso che aderisce a te
e ti paralizza.

Non c’è espiazione della colpa,
non penitenza,
ma prendere su il lettuccio,
quella prigione odiata,
e andarsene libero nel sole.

Non c’è merito alcuno,
solo saper accogliere il dono;

nessuna condizione,
solo la gioia

di chi ritrova la strada della vita.

E questo scandalizza
i benpensanti di sempre
.

Se basta così poco
per essere perdonati
,
se il perdono è dato gratuitamente,
sempre,
allora come si fa
a ritenere importanti le regole?


Ma le regole non sono
un debito da pagare a Dio
,

sono ciò che permette all’uomo
di camminare verso la pienezza:


via della vita
per muovere verso il proprio fine
.

Ritrovarle é ritrovare
una vita verticale

e una strada nel sole,
la strada di Dio.
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FESTA DEL PECCATORE
CHE HA SCOPERTO UN DIO
PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE


Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena
deve essere di Cristo
:

Segui Me.

E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo
.

È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo
.

È Lui il nome della forza
che fa partire
.

E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.

Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere
dell’essere discepolo,
del piacere del credere.

Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa,
di volti,
di amici,
molti

si premura di dirmi,
e peccatori,
chiamati ben prima
di essere convertiti
.

Convertiti
perché chiamati
.

Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio:
guarisce la vita,
la fa risplendere
;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio,
ma la vita piena, forte, vibrante.

Gesù mangia con me
e mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.

Ci guarisce fermandosi
con noi
:
la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.

Solo la comunione dà
la felicità
,
così nel matrimonio,
così nella fede.

Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.

Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori
.

Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!


Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore
.
Dio non si merita,
si accoglie.

Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me
.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.

Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi
.

Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia
,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi
.

Quando sono debole
è allora che sono forte
.
Nessun lassismo però.

Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1)
.

Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore
.

Solo questo
mi converte ancora.
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TI SEGUIRÒ

La tua voce, Signore,
mi ripete:
Seguimi!”

Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.
Se tardo ad aprirti,
non stancarti di me
.

Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia
allargarmi il cuore
.

Ti seguirò,
purché Tu sia più forte
delle mie paure.


Ti seguirò,
Cristo,
che sei nell’ultimo di tutti
come nel tuo vero tabernacolo
.

Cristo dei pubblicani
e degli uomini liberi,
donami un cuore capace
di condannare il peccato
e di abbracciare il peccatore
.

Che io sappia perdere tempo
con gli sbandati

anziché gratificarmi
con i devoti.

Donami uno sguardo dolce,
perché chi ha lo sguardo dolce
sarà perdonato
.

Donami di contemplare
i tuoi occhi che mi contemplano:
con tutti i miei problemi
mi contempli, lo so,
e mi ami.


I tuoi occhi sono la sorgente,
il pozzo dell’acqua viva
,
il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.

Allora rinunciare per te
sarà uguale a fiorire
.

Ermes Ronchi
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UN DIO DA PRENDERE
IN BRACCIO


Ecco l’agnello che toglie
il peccato del mondo
.

Un agnellino,
un Dio che viene
non come leone ruggente,
ma come uno
che non si impone,
che chiede di essere
preso in braccio
.

Ecco l’agnello,
uno dei piccoli del gregge
che riempivano di belati
e di sangue il cortile
del santuario.

Anche l’agnello Gesù
è stato ucciso
.

Chi è il mandante?
Forse il Dio
che sta nei cieli?
Tristissima idea di Dio!


Sarebbe fare mercimonio
del suo amore,
e un amore mercenario,
che si paga,
che si compra,
è negazione d’amore.

Gesù non è venuto
a portare il perdono,
ha fatto molto di più:

è venuto
a portare se stesso,
a mettere la sua vita
dentro la vita dell’uomo
,
cuore dentro il cuore,
respiro dentro il respiro,
per sempre
.

Dio ha guardato l’umanità
e l’ha trovata smarrita
,
malata, sperduta
come agnellini
in mezzo ai lupi,
e non l’ha più sopportato.

E si è fatto uomo.
Ecco l’agnello,
ecco l’amore di Dio
mescolato a me
,
la grazia mischiata
alla mia disgrazia,
per togliere via
“quel” peccato al singolare
,

non i mille gesti sbagliati
con cui continuamente
laceriamo il tessuto del mondo,
sfilacciando la bellezza
delle persone.

Ma il peccato profondo,
la radice malata
che inquina tutto.

In una parola: il disamore.

Che è indifferenza, violenza, menzogna,
vite lacerate,
amori tossici,
grembo e matrice
di tutto il male del mondo.

Il mondo ci prova,
ma non riesce a splendere;

la terra ha tentato,
ma non ce la fa a fiorire
secondo il sogno di Dio
; gli uomini non arrivano
ad afferrare la felicità.

Allora Gesù viene,
portando la rivoluzione
della tenerezza,
mettendosi contro
una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio.

L’agnello è un “no!” gridato
al “così stanno le cose”
.

Ecco l’agnello
che toglie il disamore
.

Giovanni usa il verbo al presente,
non un verbo al futuro.

Cristo lavora adesso in me,
dentro i miei sbagli,
dentro le mie ferite di oggi.

E in che modo?
Nello stesso in cui opera
nella creazione,
come linfa di vite nei tralci.

Per vincere il buio della notte
Dio incomincia a soffiare
la luce del giorno;

per vincere il gelo
accende il suo sole,
per vincere la steppa
semina milioni di semi;

per vincere la zizzania
del campo
si prende cura della spiga.

E ci chiede di passare liberi, disarmati,
amorevoli fra le persone
.

Come lui.
Noi siamo inviati al mondo
come braccia aperte,
come fessura e feritoia
di una rivoluzione,
quella della tenerezza
e della bellezza di Dio.

Vorrei sottrarmi,
ma il mio compito è
provarci e riprovarci,
con molte cadute
e infinite riprese.
Il resto non ci compete.

Mi basterebbe riuscire,
come Giovanni l’immergitore,
a indicare,
di tanto in tanto,
una direzione,
un orizzonte,
una fessura
da cui traspaia
un barlume della bellezza
e della tenerezza di Dio,

le due sole forze
che salveranno il mondo.
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DIO INTERVIENE:
non se ne sta in cielo
a farsi gli affari suoi,
ma viene sulla terra
con il Figlio, con lo Spirito,
che sono
la sua presenza tra noi.

E toglie il peccato.
 
Gesù viene come
il guaritore dell’unico peccato,
che è il disamore
.

Non da leone, o da aquila,
ma da agnello.
Inerme, è più forte
di tutti gli Erode della terra.

Viene e toglie il peccato.
 
Guardiamo bene le parole:
non è venuto ad espiare
il peccato,
ma a toglierlo, a dissolverlo
,

ad annullarlo,
a prenderlo su di sé,
a farsi carico.

Non è espiato,
ma è estirpato,

strappato via il peccato.

Link al video:
https://youtu.be/6RvA0fiNQW0?si=_LJcl38oram85XuM
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CON TUTTO IL CUORE

Nulla vi è
di autenticamente umano
che non trovi
eco nel cuore di Dio.

Amerai, dice Gesù,
usando un verbo al futuro,
come una azione
mai conclusa
.

Amare non è un dovere, ma
una necessità per vivere.

Cosa devo fare, domani,
per essere ancora vivo?
Tu amerai.

Cosa farò
anno dopo anno?
Tu amerai.

E l'umanità,
il suo destino,
la sua storia?
Solo questo:
l'uomo amerà.
Ed è detto tutto.

Qui gettiamo uno sguardo
sulla fede ultima di Gesù:
lui crede nell’amore,
si fida dell'amore,
fonda il mondo su di esso.

Amerai Dio con tutto il cuore.

Non significa ama Dio esclusivamente e nessun altro,
ma amalo senza mezze misure.

E vedrai che resta del cuore,
anzi cresce e si dilata,
per amare

il marito,
il figlio, la moglie,
l'amico, il povero.

Dio non è geloso,
non ruba il cuore,
lo dilata.
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CI PORTA IN SPALLA

Lui prende per mano
ciascuno di noi
,
ci solleva,
ci accompagna,
addirittura,
ci porta in spalla,
se vede la debolezza
del nostro incedere.

Ognuno di noi
interessa a Dio
quanto un figlio
.

Ogni volta
che siamo deboli,
stanchi, vinti dal peccato,
diventiamo
punto d'interesse
,
luogo di convergenza
per Dio che
ci vuole incontrare

per farci risuscitare,

per darci quella mano
che ci solleva e
riaccendere i motori
che si sono spenti

perché il nostro cammino
possa essere spedito,
gioioso, rinnovato.

Con Dio
pur passando per l'inverno
è sempre primavera,
sempre tempo
di fioriture nuove
,
di cammini inediti,
di progetti inesplorati,
di vita rinnovata.

Ermes Ronchi
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GESÙ, FUORI DAGLI SCHEMI ANCHE PER I SUOI PARENTI

Da sud, dalla Giudea,
arriva una commissione d'inchiesta di teologi.

Dalle colline di Galilea
scendono invece i suoi,
per portarselo via.

Sembra una manovra a tenaglia contro quel sovversivo,
quel maestro fuori regola,
fuorilegge, che ha fatto
di Cafarnao
il suo quartier generale
,

di dodici ragazzi
che sentono ancora di pesce
il suo esercito,

di una parola che guarisce
la sua arma
.

È la seconda volta
che il clan di Gesù
scende da Nazaret al lago,

questa volta hanno portato
anche la madre;
vengono a prenderselo:


È fuori di sé, è impazzito.

Sta dicendo e facendo
cose sopra le righe
,
contro il senso comune,
contro la logica semplice
di Nazaret
:
sinagoga,
bottega e famiglia.
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