Dopo aver attraversato
universi,
capitali,
deserti,
i magi si fermano
davanti a un bambino.
La scoperta è enorme:
un Bambino è
il centro del mondo!
Link al video:
https://youtu.be/Awmb96CjaUg?si=q5Nlnrj4YwjAo9O3
universi,
capitali,
deserti,
i magi si fermano
davanti a un bambino.
La scoperta è enorme:
un Bambino è
il centro del mondo!
Link al video:
https://youtu.be/Awmb96CjaUg?si=q5Nlnrj4YwjAo9O3
❤35🔥1🥰1
GIRATEVI VERSO LA LUCE
PERCHÉ LA LUCE É GIÀ QUI
Giovanni è stato arrestato,
tace la grande voce del Giordano,
ma si alza una voce libera
sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto,
senza paura,
un imprudente giovane rabbi,
solo, e va ad affrontare confini,
nella meticcia Galilea,
crogiolo delle genti,
quasi Siria, quasi Libano,
regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire:
convertitevi perché
il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti
al messaggio generativo
del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi»,
la parola nuova e potente
sta in quel piccolo termine
«è vicino»:
il regno è vicino, e non lontano;
il cielo è vicino e non perduto;
Dio è vicino, è qui,
e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo.
Ci sei immerso.
Dio è venuto,
forza di vicinanza dei cuori,
“forza di coesione degli atomi,
forza di attrazione delle costellazioni”. (Turoldo)
Cos'è questa passione
di vicinanza nuova e antica
che corre nel mondo?
Altro non è che l'amore,
che si esprime in tutta la potenza
e varietà del suo fuoco.
«L'amore è passione
di unirsi all'amato»
(Tommaso d'Aquino)
passione di vicinanza,
passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità,
di Adamo con Eva,
della madre verso il figlio,
dell'amico verso l'amico,
delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa:
accorgetevi!
Giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
La notizia bellissima è questa:
Dio è all'opera,
qui tra le colline e il lago,
per le strade di Cafarnao
e di Betsaida, per guarire
la tristezza e il disamore
del mondo.
E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti
e calpestiamo tesori,
passiamo accanto a gioielli
e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo
parla di «regno dei cieli»,
che è come dire «regno di Dio»:
ed è la terra come Dio lo sogna;
il progetto di una nuova architettura del mondo
e dei rapporti umani;
una storia finalmente libera
da inganno e da violenza;
una luce dentro,
una forza che penetra
la trama segreta della storia,
che circola nelle cose,
che non sta ferma,
che sospinge verso l'alto,
come il lievito, come il seme.
La vita che riparte.
E Dio dentro.
PERCHÉ LA LUCE É GIÀ QUI
Giovanni è stato arrestato,
tace la grande voce del Giordano,
ma si alza una voce libera
sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto,
senza paura,
un imprudente giovane rabbi,
solo, e va ad affrontare confini,
nella meticcia Galilea,
crogiolo delle genti,
quasi Siria, quasi Libano,
regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire:
convertitevi perché
il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti
al messaggio generativo
del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi»,
la parola nuova e potente
sta in quel piccolo termine
«è vicino»:
il regno è vicino, e non lontano;
il cielo è vicino e non perduto;
Dio è vicino, è qui,
e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo.
Ci sei immerso.
Dio è venuto,
forza di vicinanza dei cuori,
“forza di coesione degli atomi,
forza di attrazione delle costellazioni”. (Turoldo)
Cos'è questa passione
di vicinanza nuova e antica
che corre nel mondo?
Altro non è che l'amore,
che si esprime in tutta la potenza
e varietà del suo fuoco.
«L'amore è passione
di unirsi all'amato»
(Tommaso d'Aquino)
passione di vicinanza,
passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità,
di Adamo con Eva,
della madre verso il figlio,
dell'amico verso l'amico,
delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa:
accorgetevi!
Giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
La notizia bellissima è questa:
Dio è all'opera,
qui tra le colline e il lago,
per le strade di Cafarnao
e di Betsaida, per guarire
la tristezza e il disamore
del mondo.
E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti
e calpestiamo tesori,
passiamo accanto a gioielli
e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo
parla di «regno dei cieli»,
che è come dire «regno di Dio»:
ed è la terra come Dio lo sogna;
il progetto di una nuova architettura del mondo
e dei rapporti umani;
una storia finalmente libera
da inganno e da violenza;
una luce dentro,
una forza che penetra
la trama segreta della storia,
che circola nelle cose,
che non sta ferma,
che sospinge verso l'alto,
come il lievito, come il seme.
La vita che riparte.
E Dio dentro.
❤56🔥2🥰1
DI CIÒ CHE HAI
PUOI FARE UN SACRAMENTO
DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
PUOI FARE UN SACRAMENTO
DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
❤69🔥4🙏3❤🔥2🥰2
La generosità di quel ragazzo mi interroga.
Tutti abbiamo
qualcosa da dare,
anche se piccolo.
E il nostro dono
non è mai insignificante.
Perché il nostro compito è
far circolare il bene
nel corpo di Cristo.
Far circolare il bene
nelle vene del mondo.
Link al video:
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
Tutti abbiamo
qualcosa da dare,
anche se piccolo.
E il nostro dono
non è mai insignificante.
Perché il nostro compito è
far circolare il bene
nel corpo di Cristo.
Far circolare il bene
nelle vene del mondo.
Link al video:
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
YouTube
La legge della generosità
La moltiplicazione dei pani.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
❤28
MAI SOLI NELLA TEMPESTA
“Subito dopo”,
dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste,
“costrinse i discepoli”,
che vorrebbero star lì
a godersi il successo,
“a salire sulla barca e
a precederlo sull’altra riva”.
Li deve costringere,
non vogliono andarci
sull’altra riva,
è terra pagana,
c’è il rischio di essere rifiutati,
è già successo.
Infatti: la barca
era sbattuta dalle onde,
perché il vento era contrario.
Un vento che non soffia da fuori,
ma da dentro i Dodici,
come resistenza a quel viaggio
verso gli stranieri.
“Sul finire della notte
egli andò verso di loro
camminando sul mare”.
Non ha fretta Gesù:
tre giorni ha atteso per Lazzaro,
attende quasi una notte intera
di tempesta,
tre giorni aspetterà per risorgere.
Ha sempre fretta invece,
quando in vista c’è
una esaltazione,
una ovazione.
Fretta di andarsene
e di portar via i discepoli.
Perché il posto vero dei credenti
non è nei successi
e nei risultati trionfali,
ma in una barca in mare,
mare aperto, dove prima o poi,
durante la navigazione della vita, verranno acque agitate
e vento contrario.
Ma non saranno lasciati soli.
“Coraggio, sono io,
non abbiate paura!”
“Subito dopo”,
dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste,
“costrinse i discepoli”,
che vorrebbero star lì
a godersi il successo,
“a salire sulla barca e
a precederlo sull’altra riva”.
Li deve costringere,
non vogliono andarci
sull’altra riva,
è terra pagana,
c’è il rischio di essere rifiutati,
è già successo.
Infatti: la barca
era sbattuta dalle onde,
perché il vento era contrario.
Un vento che non soffia da fuori,
ma da dentro i Dodici,
come resistenza a quel viaggio
verso gli stranieri.
“Sul finire della notte
egli andò verso di loro
camminando sul mare”.
Non ha fretta Gesù:
tre giorni ha atteso per Lazzaro,
attende quasi una notte intera
di tempesta,
tre giorni aspetterà per risorgere.
Ha sempre fretta invece,
quando in vista c’è
una esaltazione,
una ovazione.
Fretta di andarsene
e di portar via i discepoli.
Perché il posto vero dei credenti
non è nei successi
e nei risultati trionfali,
ma in una barca in mare,
mare aperto, dove prima o poi,
durante la navigazione della vita, verranno acque agitate
e vento contrario.
Ma non saranno lasciati soli.
“Coraggio, sono io,
non abbiate paura!”
❤70🔥7👍3🥰3
SOLE SULLE FERITE DELL’UOMO
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete
che danzano nel sole.
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete
che danzano nel sole.
❤70🥰2🔥1
UN CIELO STRAPPATO
Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera
ed ecco il cielo si aprì.
Il Battesimo è raccontato
come un inciso;
il centro è riservato
all’aprirsi del cielo.
Come si apre
una breccia nelle mura,
una porta al sole,
come si aprono le braccia
agli amici, all’amato,
ai figli, ai poveri.
Il cielo si apre
perché vita esca,
perché vita entri:
“figlio mio, amato”
sono le parole più vitali
che conosciamo.
Il cielo si apre sotto l’urgenza
dell’amore di Dio,
sotto l’assedio impaziente
di Adamo, e nessuno
lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce
che diceva:
questi è il figlio mio, l’amato,
in lui ho posto
il mio compiacimento.
Tre affermazioni,
dentro le quali
sento pulsare il cuore vivo
della mia fede, insieme
al mio nome più vero.
Figlio è la prima parola.
Dio genera figli.
E i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel DNA umano alligna, invitto,
il cromosoma divino:
“l’uomo è l’unico animale
che ha Dio nel sangue”
(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola.
Prima che tu agisca,
prima della tua risposta,
che tu lo sappia o no,
ogni giorno, ad ogni risveglio,
il tuo nome per Dio è “amato”.
Di un amore immeritato,
che ti previene,
che ti anticipa,
che ti avvolge e ti penetra.
Ogni volta che penso:
“se oggi sono buono,
Dio mi amerà”,
non sono davanti al Dio di Gesù,
ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”.
Frase straordinaria:
Dio ama ciascuno di noi
come ha amato Gesù,
con la stessa intensità,
la stessa emozione,
lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante
tutte le delusioni
che io gli ho dato.
La terza parola:
mio compiacimento.
Termine inconsueto
eppure bellissimo,
che nella sua etimologia significa:
con te condivido gioia e piacere.
La Voce grida dall’alto del cielo,
grida sul mondo
e in mezzo al cuore,
la gioia di Dio:
è bello stare con te.
Tu mi piaci.
E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato,
io che me ne sono andato,
io che l’ho anche tradito
sento dirmi:
tu mi piaci.
Ma che gioia può venire
a Dio da me,
da questo stoppino
dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io?
Per fortuna,
non dipende da me,
ma da Lui.
La scena grandiosa
del battesimo di Gesù,
con il cielo squarciato,
strappato,
con il volo ad ali aperte
dello Spirito,
con la dichiarazione d’amore
di Dio sulle acque,
è anche la scena
del mio battesimo quotidiano.
Ad ogni alba la sua voce ripete
le tre parole del Giordano,
e più forte ancora in quelle
più ricche di tenebra:
figlio mio, mio amore,
mia gioia.
Riserva di coraggio
che apre le ali
sopra ciascuno di noi,
che ci aiuta a spingere
verso fuori,
con tutta la forza,
qualsiasi cielo nero
che incontriamo
Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera
ed ecco il cielo si aprì.
Il Battesimo è raccontato
come un inciso;
il centro è riservato
all’aprirsi del cielo.
Come si apre
una breccia nelle mura,
una porta al sole,
come si aprono le braccia
agli amici, all’amato,
ai figli, ai poveri.
Il cielo si apre
perché vita esca,
perché vita entri:
“figlio mio, amato”
sono le parole più vitali
che conosciamo.
Il cielo si apre sotto l’urgenza
dell’amore di Dio,
sotto l’assedio impaziente
di Adamo, e nessuno
lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce
che diceva:
questi è il figlio mio, l’amato,
in lui ho posto
il mio compiacimento.
Tre affermazioni,
dentro le quali
sento pulsare il cuore vivo
della mia fede, insieme
al mio nome più vero.
Figlio è la prima parola.
Dio genera figli.
E i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel DNA umano alligna, invitto,
il cromosoma divino:
“l’uomo è l’unico animale
che ha Dio nel sangue”
(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola.
Prima che tu agisca,
prima della tua risposta,
che tu lo sappia o no,
ogni giorno, ad ogni risveglio,
il tuo nome per Dio è “amato”.
Di un amore immeritato,
che ti previene,
che ti anticipa,
che ti avvolge e ti penetra.
Ogni volta che penso:
“se oggi sono buono,
Dio mi amerà”,
non sono davanti al Dio di Gesù,
ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”.
Frase straordinaria:
Dio ama ciascuno di noi
come ha amato Gesù,
con la stessa intensità,
la stessa emozione,
lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante
tutte le delusioni
che io gli ho dato.
La terza parola:
mio compiacimento.
Termine inconsueto
eppure bellissimo,
che nella sua etimologia significa:
con te condivido gioia e piacere.
La Voce grida dall’alto del cielo,
grida sul mondo
e in mezzo al cuore,
la gioia di Dio:
è bello stare con te.
Tu mi piaci.
E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato,
io che me ne sono andato,
io che l’ho anche tradito
sento dirmi:
tu mi piaci.
Ma che gioia può venire
a Dio da me,
da questo stoppino
dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io?
Per fortuna,
non dipende da me,
ma da Lui.
La scena grandiosa
del battesimo di Gesù,
con il cielo squarciato,
strappato,
con il volo ad ali aperte
dello Spirito,
con la dichiarazione d’amore
di Dio sulle acque,
è anche la scena
del mio battesimo quotidiano.
Ad ogni alba la sua voce ripete
le tre parole del Giordano,
e più forte ancora in quelle
più ricche di tenebra:
figlio mio, mio amore,
mia gioia.
Riserva di coraggio
che apre le ali
sopra ciascuno di noi,
che ci aiuta a spingere
verso fuori,
con tutta la forza,
qualsiasi cielo nero
che incontriamo
❤55🔥3🥰2🙏1
IL PRIMO NUCLEO DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE: DUE COPPIE DI FRATELLI SILENZIOSI
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo,
allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano
nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale,
il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari,
che ha sperimentato
così belle e generatrici:
tutti figli, “fratelli tutti”.
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo,
allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano
nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale,
il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari,
che ha sperimentato
così belle e generatrici:
tutti figli, “fratelli tutti”.
❤60🙏4❤🔥2🥰2
NEL CIELO
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
Link al video:
https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
Link al video:
https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
YouTube
FIGLI CHIAMATI PER NOME
Figlio è la prima parola:
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
❤24🔥4
SALVIAMO LO STUPORE
Ed erano stupiti
del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
Ed erano stupiti
del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
❤51🔥4❤🔥1🥰1🙏1
MANO NELLA MANO
A CUI AGGRAPPARMI FORTE
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
A CUI AGGRAPPARMI FORTE
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
❤58🔥4🥰1🙏1
GESÙ TI HA PRESO
PER MANO,
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente,
ma può bastare
a sollevare una vita.
Link al video:
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
PER MANO,
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente,
ma può bastare
a sollevare una vita.
Link al video:
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
YouTube
I gesti di Gesù
Il miracolo dimesso e senza parole della suocera di Pietro
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
❤39🥰5🔥2🙏1
AVERE, COME IL PADRE,
VISCERE DI MISERICORDIA
Il lebbroso porterà
vesti strappate,
sarà velato
fino al labbro superiore,
starà solo e fuori
(Levitico 13,46).
Dalla bocca velata,
dal volto nascosto del rifiutato,
esce un’espressione bellissima:
«Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione
di cui è capace:
«Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa,
una domanda che può cambiare il corso della storia,
come è successo a Natale,
poche settimane fa:
tu puoi guarire
il disamore del mondo.
Di quell’uomo che si sta decomponendo da vivo
non conosciamo
né il volto né il nome,
perché è ogni uomo,
sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire
e di gridare.
Si avvicina al giovane rabbi,
andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto.
Ma Gesù rimane.
Non scappa, non si scansa,
non lo manda via.
Gli sta in piedi davanti
e lo ascolta.
E riafferma così che
nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi
il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio
da questa carne sfatta,
da questo corpo piagato?
Che cosa vuole
dall’immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto:
io non bevo il sangue,
non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio,
come tutti i lebbrosi,
come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice
delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio
delle sue creature;
che sia il dolore, accettato,
a dare gloria a Dio.
Ho un dubbio,
perché tanti fatti oggi insinuano,
alludono
che il corpo di lebbra o di dolore
è ancora e sempre
volontà di Dio.
Se vuoi…
Il lebbroso si appella
al desiderio di Dio,
alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima,
la pietra d’angolo
su cui poggia
la nuova immagine di Padre:
«lo voglio!»
Un verbo totale, assoluto.
Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento
solo per me.
Ciò che è scritto qui
non è una fiaba.
Funziona davvero.
Funziona così.
Persone piene di Gesù
oggi riescono a fare
le stesse cose di Gesù:
fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi
della porta accanto,
barboni, tossici, prostitute.
Li toccano con un gesto di affetto,
un sorriso,
con la conseguenza
che molti di loro
guariscono letteralmente
dal loro male,
diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno,
in ogni invisibile parte del mondo.
Prendere il Vangelo sul serio
ha dentro una potenza
che cambia la vita.
Gesù tocca,
e l’uomo è restituito alla famiglia,
torna alle carezze.
Gesù ci chiede
di partecipare al desiderio di Dio,
alle carezze restituite
e non ai miracoli.
O forse sì.
Ci chiede di partecipare
ad un solo miracolo:
avere, come il Padre,
viscere di misericordia,
che è la perfezione di Dio,
che sarà la perfezione dell’uomo.
VISCERE DI MISERICORDIA
Il lebbroso porterà
vesti strappate,
sarà velato
fino al labbro superiore,
starà solo e fuori
(Levitico 13,46).
Dalla bocca velata,
dal volto nascosto del rifiutato,
esce un’espressione bellissima:
«Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione
di cui è capace:
«Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa,
una domanda che può cambiare il corso della storia,
come è successo a Natale,
poche settimane fa:
tu puoi guarire
il disamore del mondo.
Di quell’uomo che si sta decomponendo da vivo
non conosciamo
né il volto né il nome,
perché è ogni uomo,
sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire
e di gridare.
Si avvicina al giovane rabbi,
andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto.
Ma Gesù rimane.
Non scappa, non si scansa,
non lo manda via.
Gli sta in piedi davanti
e lo ascolta.
E riafferma così che
nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi
il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio
da questa carne sfatta,
da questo corpo piagato?
Che cosa vuole
dall’immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto:
io non bevo il sangue,
non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio,
come tutti i lebbrosi,
come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice
delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio
delle sue creature;
che sia il dolore, accettato,
a dare gloria a Dio.
Ho un dubbio,
perché tanti fatti oggi insinuano,
alludono
che il corpo di lebbra o di dolore
è ancora e sempre
volontà di Dio.
Se vuoi…
Il lebbroso si appella
al desiderio di Dio,
alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima,
la pietra d’angolo
su cui poggia
la nuova immagine di Padre:
«lo voglio!»
Un verbo totale, assoluto.
Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento
solo per me.
Ciò che è scritto qui
non è una fiaba.
Funziona davvero.
Funziona così.
Persone piene di Gesù
oggi riescono a fare
le stesse cose di Gesù:
fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi
della porta accanto,
barboni, tossici, prostitute.
Li toccano con un gesto di affetto,
un sorriso,
con la conseguenza
che molti di loro
guariscono letteralmente
dal loro male,
diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno,
in ogni invisibile parte del mondo.
Prendere il Vangelo sul serio
ha dentro una potenza
che cambia la vita.
Gesù tocca,
e l’uomo è restituito alla famiglia,
torna alle carezze.
Gesù ci chiede
di partecipare al desiderio di Dio,
alle carezze restituite
e non ai miracoli.
O forse sì.
Ci chiede di partecipare
ad un solo miracolo:
avere, come il Padre,
viscere di misericordia,
che è la perfezione di Dio,
che sarà la perfezione dell’uomo.
❤61🙏6🥰1
LA FORZA DELL’AMICIZIA RIDONA ALI INFRANTE
Si recarono da lui
portando un paralitico,
sorretto da quattro persone.
L’hanno sollevato
quattro amici;
sulle loro spalle gli pareva
di volare,
lui che neppure camminava;
per le strade,
poi in alto sul tetto,
poi giù nella stanza:
nella forza della loro amicizia
aveva ritrovato le sue ali infrante.
Gesù, veduta la loro fede, disse:
i tuoi peccati ti sono rimessi.
Veduta la loro fede,
non quella del paralitico,
ma quella di coloro che lo portano,
che scavalcano la folla,
inventano una strada
che non c’è,
danneggiano una casa d’altri,
pieni dell’incoscienza
e della forza
di chi ama e ha fiducia.
Perdonato per la fede d’altri.
Questa comunione di fede,
questa catena di fiducia
solleva e dà coraggio.
Una fede che
non si fa carico d’altri
non è vera fede,
insegnano i quattro sconosciuti
portatori dell’uomo.
Essere come loro,
con questo peso d’umano
sul cuore e sulle mani:
Chiesa che non proclama
verità astratte
sopra il dolore delle persone,
ma le solleva;
che porta il peso
e il rischio della loro speranza,
invece di ribadire concetti.
Ti sono rimessi i peccati.
L’uomo è rimasto senza parole,
forse deluso:
ma non è questo il mio problema.
Dammi le mie gambe!
Tutto qui è un gioco di simboli:
il perdono e
la guarigione del paralitico,
il peccato allontanato
e il lettuccio sollevato
come un fuscello,
non sono due fatti in successione,
ma un unico evento.
Il peccato è raccontato
come una paralisi,
un fallimento che ti blocca,
uno sbaglio che
ti pesa addosso.
Il perdono è detto
con un verbo di moto
che annuncia partenze,
il salpare della nave,
l’avviarsi della carovana,
che porta scritto ‘più in là’.
Strano perdono,
che non è domandato.
Ma è la carne immobile
che domanda cammini,
estasi,
sentieri nel sole.
Non c’è accusa dei peccati,
ma la supplica silenziosa
contro un peso che aderisce a te
e ti paralizza.
Non c’è espiazione della colpa,
non penitenza,
ma prendere su il lettuccio,
quella prigione odiata,
e andarsene libero nel sole.
Non c’è merito alcuno,
solo saper accogliere il dono;
nessuna condizione,
solo la gioia
di chi ritrova la strada della vita.
E questo scandalizza
i benpensanti di sempre.
Se basta così poco
per essere perdonati,
se il perdono è dato gratuitamente,
sempre,
allora come si fa
a ritenere importanti le regole?
Ma le regole non sono
un debito da pagare a Dio,
sono ciò che permette all’uomo
di camminare verso la pienezza:
via della vita
per muovere verso il proprio fine.
Ritrovarle é ritrovare
una vita verticale
e una strada nel sole,
la strada di Dio.
Si recarono da lui
portando un paralitico,
sorretto da quattro persone.
L’hanno sollevato
quattro amici;
sulle loro spalle gli pareva
di volare,
lui che neppure camminava;
per le strade,
poi in alto sul tetto,
poi giù nella stanza:
nella forza della loro amicizia
aveva ritrovato le sue ali infrante.
Gesù, veduta la loro fede, disse:
i tuoi peccati ti sono rimessi.
Veduta la loro fede,
non quella del paralitico,
ma quella di coloro che lo portano,
che scavalcano la folla,
inventano una strada
che non c’è,
danneggiano una casa d’altri,
pieni dell’incoscienza
e della forza
di chi ama e ha fiducia.
Perdonato per la fede d’altri.
Questa comunione di fede,
questa catena di fiducia
solleva e dà coraggio.
Una fede che
non si fa carico d’altri
non è vera fede,
insegnano i quattro sconosciuti
portatori dell’uomo.
Essere come loro,
con questo peso d’umano
sul cuore e sulle mani:
Chiesa che non proclama
verità astratte
sopra il dolore delle persone,
ma le solleva;
che porta il peso
e il rischio della loro speranza,
invece di ribadire concetti.
Ti sono rimessi i peccati.
L’uomo è rimasto senza parole,
forse deluso:
ma non è questo il mio problema.
Dammi le mie gambe!
Tutto qui è un gioco di simboli:
il perdono e
la guarigione del paralitico,
il peccato allontanato
e il lettuccio sollevato
come un fuscello,
non sono due fatti in successione,
ma un unico evento.
Il peccato è raccontato
come una paralisi,
un fallimento che ti blocca,
uno sbaglio che
ti pesa addosso.
Il perdono è detto
con un verbo di moto
che annuncia partenze,
il salpare della nave,
l’avviarsi della carovana,
che porta scritto ‘più in là’.
Strano perdono,
che non è domandato.
Ma è la carne immobile
che domanda cammini,
estasi,
sentieri nel sole.
Non c’è accusa dei peccati,
ma la supplica silenziosa
contro un peso che aderisce a te
e ti paralizza.
Non c’è espiazione della colpa,
non penitenza,
ma prendere su il lettuccio,
quella prigione odiata,
e andarsene libero nel sole.
Non c’è merito alcuno,
solo saper accogliere il dono;
nessuna condizione,
solo la gioia
di chi ritrova la strada della vita.
E questo scandalizza
i benpensanti di sempre.
Se basta così poco
per essere perdonati,
se il perdono è dato gratuitamente,
sempre,
allora come si fa
a ritenere importanti le regole?
Ma le regole non sono
un debito da pagare a Dio,
sono ciò che permette all’uomo
di camminare verso la pienezza:
via della vita
per muovere verso il proprio fine.
Ritrovarle é ritrovare
una vita verticale
e una strada nel sole,
la strada di Dio.
❤62🔥3🥰2🙏1
FESTA DEL PECCATORE
CHE HA SCOPERTO UN DIO
PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena
deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere
dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa,
di volti,
di amici,
molti
si premura di dirmi,
e peccatori,
chiamati ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio:
guarisce la vita,
la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio,
ma la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me
e mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi:
la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
CHE HA SCOPERTO UN DIO
PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena
deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere
dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa,
di volti,
di amici,
molti
si premura di dirmi,
e peccatori,
chiamati ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio:
guarisce la vita,
la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio,
ma la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me
e mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi:
la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
❤60🔥3🥰3
TI SEGUIRÒ
La tua voce, Signore,
mi ripete:
“Seguimi!”
Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.
Se tardo ad aprirti,
non stancarti di me.
Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia
allargarmi il cuore.
Ti seguirò,
purché Tu sia più forte
delle mie paure.
Ti seguirò,
Cristo,
che sei nell’ultimo di tutti
come nel tuo vero tabernacolo.
Cristo dei pubblicani
e degli uomini liberi,
donami un cuore capace
di condannare il peccato
e di abbracciare il peccatore.
Che io sappia perdere tempo
con gli sbandati
anziché gratificarmi
con i devoti.
Donami uno sguardo dolce,
perché chi ha lo sguardo dolce
sarà perdonato.
Donami di contemplare
i tuoi occhi che mi contemplano:
con tutti i miei problemi
mi contempli, lo so,
e mi ami.
I tuoi occhi sono la sorgente,
il pozzo dell’acqua viva,
il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.
Allora rinunciare per te
sarà uguale a fiorire.
Ermes Ronchi
La tua voce, Signore,
mi ripete:
“Seguimi!”
Se tardo a risponderti,
non andare via, Signore.
Se tardo ad aprirti,
non stancarti di me.
Ti seguirò, Signore,
purché tu voglia
allargarmi il cuore.
Ti seguirò,
purché Tu sia più forte
delle mie paure.
Ti seguirò,
Cristo,
che sei nell’ultimo di tutti
come nel tuo vero tabernacolo.
Cristo dei pubblicani
e degli uomini liberi,
donami un cuore capace
di condannare il peccato
e di abbracciare il peccatore.
Che io sappia perdere tempo
con gli sbandati
anziché gratificarmi
con i devoti.
Donami uno sguardo dolce,
perché chi ha lo sguardo dolce
sarà perdonato.
Donami di contemplare
i tuoi occhi che mi contemplano:
con tutti i miei problemi
mi contempli, lo so,
e mi ami.
I tuoi occhi sono la sorgente,
il pozzo dell’acqua viva,
il ciglio dell’abisso:
che io mi senta amato.
Allora rinunciare per te
sarà uguale a fiorire.
Ermes Ronchi
❤60🔥5🥰1