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https://youtu.be/BUGKeYOQ3HY
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PAROLE DI BENEDIZIONE
Voi benedirete i vostri fratelli,
voi benedirete.
È un ordine, è per tutti.
Ma hai benedetto qualche volta
tuo marito, tua moglie,
i tuoi figli, i tuoi genitori?
Da principio, per prima cosa,
in casa e fuori casa, tu benedirai.
Che lo meritino o no…
voi benedirete.
È un ordine, è per tutti.
Ma hai benedetto qualche volta
tuo marito, tua moglie,
i tuoi figli, i tuoi genitori?
Da principio, per prima cosa,
in casa e fuori casa, tu benedirai.
Che lo meritino o no…
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GIOVANNI BATTISTA IL TESTIMONE DELLA LUCE
Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d'inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per coglierlo in fallo:
Tu chi credi di essere?
Elia?
Il profeta che tutti aspettano?
Chi sei?
Perché battezzi?
Che cosa dici di te stesso?
Sei domande sempre più incalzanti.
Ad esse Giovanni risponde "no", per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare "io sono" preferisce dire "io non sono".
Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli.
Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell'uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l'esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene.
Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l'essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.
Io sono voce,
parlo parole non mie,
che vengono da prima di me,
che vanno oltre me.
Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti.
Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.
La voce rigorosa del profeta ci denuda: io non sono il mio ruolo o la mia immagine.
Non sono ciò che gli altri dicono di me.
Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell'umanità è la divinità.
La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello.
Io non sono quell'acqua, ma senza di essa io non sono più.
«Chi sei tu?»
Io cerco l'elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente.
Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella:
Voi siete luce!
Luce del mondo.
Sacerdoti e leviti sono scesi da Gerusalemme al Giordano, una commissione d'inchiesta istituzionale, venuta non per capire ma per coglierlo in fallo:
Tu chi credi di essere?
Elia?
Il profeta che tutti aspettano?
Chi sei?
Perché battezzi?
Che cosa dici di te stesso?
Sei domande sempre più incalzanti.
Ad esse Giovanni risponde "no", per tre volte, lo fa con risposte sempre più brevi: anziché replicare "io sono" preferisce dire "io non sono".
Si toglie di dosso immagini gratificanti, prestigiose, che forse sono perfino pronti a riconoscergli.
Locuste, miele selvatico, una pelle di cammello, quell'uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l'esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene.
Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l'essenziale. Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione.
Io sono voce,
parlo parole non mie,
che vengono da prima di me,
che vanno oltre me.
Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti.
Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.
La voce rigorosa del profeta ci denuda: io non sono il mio ruolo o la mia immagine.
Non sono ciò che gli altri dicono di me.
Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell'umanità è la divinità.
La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello.
Io non sono quell'acqua, ma senza di essa io non sono più.
«Chi sei tu?»
Io cerco l'elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente.
Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella:
Voi siete luce!
Luce del mondo.
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SERVO-AGNELLO,
GUARITORE
DELL’UNICO PECCATO
CHE É IL DISAMORE
Il mondo ci prova, ha tentato,
ma non ce la fa a fiorire
secondo il sogno di Dio:
gli uomini non ce la fanno
a raggiungere la felicità.
Dio ha guardato l'umanità,
l'ha trovata smarrita, malata, sperduta e se n'è preso cura.
È venuto, e invece
del ripudio o del castigo,
ha portato liberazione e guarigione.
Lo afferma il profeta
roccioso e selvatico,
Giovanni delle acque,
quando dichiara:
ecco l'agnello che toglie
il peccato del mondo.
Sono parole di guarigione,
eco della profezia di Isaia,
rilanciata dalla prima Lettura:
ecco il mio servo, per restaurare
le tribù di Giacobbe.
Anzi, è troppo poco:
per portare la mia salvezza
fino all'estremità della terra.
Giovanni parlava
in lingua aramaica,
come Gesù,
come la gente del popolo,
e per dire “ecco l'agnello”
ha certamente usato
il termine “taljah”,
che indica al tempo stesso
“agnello” e “servo”.
E la gente capiva che
quel giovane uomo Gesù,
più che un predestinato
a finire sgozzato
come un agnello
nell'ora dei sacrifici
nel cortile del tempio,
tra l'ora sesta e l'ora nona,
era invece colui che
avrebbe messo tutte
le sue energie al servizio
del sogno di Dio per l'umanità,
con la sua vita buona,
bella e felice.
Servo-agnello, che toglie
il peccato del mondo.
Al singolare.
Non i peccati,
ma piuttosto
la loro matrice e radice,
la linfa vitale,
il grembo che partorisce azioni che sono il contrario della vita,
quel pensiero strisciante
che si insinua dovunque,
per cui mi importa solo di me,
e non mi toccano le lacrime
o la gioia contagiosa degli altri.
Non mi importano, non esistono,
non ci sono, non li vedo.
Servo-agnello, guaritore dell'unico peccato
che è il disamore.
Non è venuto come leone,
non come aquila,
ma come agnello,
l'ultimo nato del gregge,
a liberarci da una idea terribile
e sbagliata di Dio,
su cui prosperavano le istituzioni
di potere in Israele.
Gesù prende le radici del potere,
le strappa, le capovolge
al sole e all'aria,
capovolge quella logica
che metteva in cima a tutto
un Dio dal potere assoluto,
compreso quello
di decretare la tua morte;
e sotto di lui uomini che applicavano a loro volta
questo potere, ritenuto divino,
su altri uomini, più deboli di loro, in una scala infinita,
giù fino all'ultimo gradino.
L'agnello-servo, il senza potere, è un “no!” gridato
in faccia alla logica del mondo,
dove ha ragione sempre
il più forte, il più ricco,
il più astuto, il più crudele.
E l'istituzione non l'ha sopportato e ha tolto di mezzo la voce pura, il sogno di Dio.
Ecco l'agnello,
mitezza e tenerezza di Dio che entrano nelle vene del mondo,
e non andranno perdute,
e porteranno frutto;
se non qui altrove,
se non oggi nel terzo giorno
di un mondo che sta nascendo.
GUARITORE
DELL’UNICO PECCATO
CHE É IL DISAMORE
Il mondo ci prova, ha tentato,
ma non ce la fa a fiorire
secondo il sogno di Dio:
gli uomini non ce la fanno
a raggiungere la felicità.
Dio ha guardato l'umanità,
l'ha trovata smarrita, malata, sperduta e se n'è preso cura.
È venuto, e invece
del ripudio o del castigo,
ha portato liberazione e guarigione.
Lo afferma il profeta
roccioso e selvatico,
Giovanni delle acque,
quando dichiara:
ecco l'agnello che toglie
il peccato del mondo.
Sono parole di guarigione,
eco della profezia di Isaia,
rilanciata dalla prima Lettura:
ecco il mio servo, per restaurare
le tribù di Giacobbe.
Anzi, è troppo poco:
per portare la mia salvezza
fino all'estremità della terra.
Giovanni parlava
in lingua aramaica,
come Gesù,
come la gente del popolo,
e per dire “ecco l'agnello”
ha certamente usato
il termine “taljah”,
che indica al tempo stesso
“agnello” e “servo”.
E la gente capiva che
quel giovane uomo Gesù,
più che un predestinato
a finire sgozzato
come un agnello
nell'ora dei sacrifici
nel cortile del tempio,
tra l'ora sesta e l'ora nona,
era invece colui che
avrebbe messo tutte
le sue energie al servizio
del sogno di Dio per l'umanità,
con la sua vita buona,
bella e felice.
Servo-agnello, che toglie
il peccato del mondo.
Al singolare.
Non i peccati,
ma piuttosto
la loro matrice e radice,
la linfa vitale,
il grembo che partorisce azioni che sono il contrario della vita,
quel pensiero strisciante
che si insinua dovunque,
per cui mi importa solo di me,
e non mi toccano le lacrime
o la gioia contagiosa degli altri.
Non mi importano, non esistono,
non ci sono, non li vedo.
Servo-agnello, guaritore dell'unico peccato
che è il disamore.
Non è venuto come leone,
non come aquila,
ma come agnello,
l'ultimo nato del gregge,
a liberarci da una idea terribile
e sbagliata di Dio,
su cui prosperavano le istituzioni
di potere in Israele.
Gesù prende le radici del potere,
le strappa, le capovolge
al sole e all'aria,
capovolge quella logica
che metteva in cima a tutto
un Dio dal potere assoluto,
compreso quello
di decretare la tua morte;
e sotto di lui uomini che applicavano a loro volta
questo potere, ritenuto divino,
su altri uomini, più deboli di loro, in una scala infinita,
giù fino all'ultimo gradino.
L'agnello-servo, il senza potere, è un “no!” gridato
in faccia alla logica del mondo,
dove ha ragione sempre
il più forte, il più ricco,
il più astuto, il più crudele.
E l'istituzione non l'ha sopportato e ha tolto di mezzo la voce pura, il sogno di Dio.
Ecco l'agnello,
mitezza e tenerezza di Dio che entrano nelle vene del mondo,
e non andranno perdute,
e porteranno frutto;
se non qui altrove,
se non oggi nel terzo giorno
di un mondo che sta nascendo.
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IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO
Gv 1, 1-18
Giovanni, unico tra gli evangelisti,
comincia il suo racconto
con un poema,
un inno che ci chiama
a volare alto,
che proietta Gesù
verso i confini del tempo
e dello spazio.
“In principio era il Verbo
e il Verbo era Dio”.
Ma poi il volo plana fra le tende dell’accampamento umano:
“e venne ad abitare”,
letteralmente
piantò la sua tenda,
“in mezzo a noi”.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose:
“tutto è stato fatto
per mezzo di Lui”.
Nulla di nulla senza di lui.
“In principio”, “tutto”,
“nulla”, “Dio”.
Parole assolute che
mettono in connessione
il tempo con l’eternità,
tutte le creature
del cosmo con Dio.
Senza di lui
nulla di ciò che esiste, è.
Il Verbo è come
il nodo centrale
del grande tappeto,
del magnifico arazzo del cosmo.
Senza, tutto si disfa.
Terra e cielo
si sono abbracciati e,
almeno a Betlemme,
almeno in quel bambino,
uomo e Dio
sono ormai una cosa sola,
inseparabili.
In principio e nel profondo,
nel tempo e fuori del tempo,
sta il Verbo.
E rileggo Giovanni così:
“In principio sta la tenerezza,
e la tenerezza è presso Dio,
e la tenerezza era Dio,
da sempre”.
Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza.
E ci assicura che
un’onda affettuosa viene
a battere sulle rive
della nostra esistenza,
che siamo da forze buone
miracolosamente avvolti,
che siamo raggiunti
da una sorgente pura
che ci alimenta
e che non verrà mai meno,
che nella nostra vita ce n’è
in gioco una vita
più grande di noi.
Questa è la profondità
ultima del Natale:
la vita di Dio nella mia vita.
Gesù Cristo
non è venuto a portarci
una nuova teoria religiosa,
un sistema di pensiero alternativo,
una morale più evoluta.
È venuto a portare se stesso,
a comunicare vita.
Sono venuto perché abbiate
la vita in abbondanza (Gv 10,10).
Non ha mai compiuto
un miracolo per punire.
I suoi sono sempre segni
che guariscono la vita
e la accrescono.
“E la vita era la luce degli uomini”.
Una cosa enorme:
la vita stessa è luce,
è come una grande parabola
che racconta di Dio.
Il Vangelo ci insegna
a sorprendere parabole nella vita,
a sorprendere perfino
nelle pozzanghere della vita
il riflesso del cielo.
“Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”.
Ogni uomo è illuminato, tutti,
nessuno escluso,
nessuno privo di quella luce,
che è come una lampada
che non si spegne,
un sole nella notte.
La luce splende nelle tenebre,
che non l’hanno vinta!
Non la vincono mai.
Venne fra i suoi ma i suoi
non l’hanno accolto.
Dio non si merita,
si accoglie.
Dandogli cuore e tempo.
Accogliere: parola bella
che sa di porte che si aprono,
di mani che accettano doni,
di cuori che fanno spazio alla vita.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura. Amala!
È la tenda del Verbo,
di colui che ci sorprende ancora,
perché abita là dove c’è vita.
Gv 1, 1-18
Giovanni, unico tra gli evangelisti,
comincia il suo racconto
con un poema,
un inno che ci chiama
a volare alto,
che proietta Gesù
verso i confini del tempo
e dello spazio.
“In principio era il Verbo
e il Verbo era Dio”.
Ma poi il volo plana fra le tende dell’accampamento umano:
“e venne ad abitare”,
letteralmente
piantò la sua tenda,
“in mezzo a noi”.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose:
“tutto è stato fatto
per mezzo di Lui”.
Nulla di nulla senza di lui.
“In principio”, “tutto”,
“nulla”, “Dio”.
Parole assolute che
mettono in connessione
il tempo con l’eternità,
tutte le creature
del cosmo con Dio.
Senza di lui
nulla di ciò che esiste, è.
Il Verbo è come
il nodo centrale
del grande tappeto,
del magnifico arazzo del cosmo.
Senza, tutto si disfa.
Terra e cielo
si sono abbracciati e,
almeno a Betlemme,
almeno in quel bambino,
uomo e Dio
sono ormai una cosa sola,
inseparabili.
In principio e nel profondo,
nel tempo e fuori del tempo,
sta il Verbo.
E rileggo Giovanni così:
“In principio sta la tenerezza,
e la tenerezza è presso Dio,
e la tenerezza era Dio,
da sempre”.
Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza.
E ci assicura che
un’onda affettuosa viene
a battere sulle rive
della nostra esistenza,
che siamo da forze buone
miracolosamente avvolti,
che siamo raggiunti
da una sorgente pura
che ci alimenta
e che non verrà mai meno,
che nella nostra vita ce n’è
in gioco una vita
più grande di noi.
Questa è la profondità
ultima del Natale:
la vita di Dio nella mia vita.
Gesù Cristo
non è venuto a portarci
una nuova teoria religiosa,
un sistema di pensiero alternativo,
una morale più evoluta.
È venuto a portare se stesso,
a comunicare vita.
Sono venuto perché abbiate
la vita in abbondanza (Gv 10,10).
Non ha mai compiuto
un miracolo per punire.
I suoi sono sempre segni
che guariscono la vita
e la accrescono.
“E la vita era la luce degli uomini”.
Una cosa enorme:
la vita stessa è luce,
è come una grande parabola
che racconta di Dio.
Il Vangelo ci insegna
a sorprendere parabole nella vita,
a sorprendere perfino
nelle pozzanghere della vita
il riflesso del cielo.
“Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”.
Ogni uomo è illuminato, tutti,
nessuno escluso,
nessuno privo di quella luce,
che è come una lampada
che non si spegne,
un sole nella notte.
La luce splende nelle tenebre,
che non l’hanno vinta!
Non la vincono mai.
Venne fra i suoi ma i suoi
non l’hanno accolto.
Dio non si merita,
si accoglie.
Dandogli cuore e tempo.
Accogliere: parola bella
che sa di porte che si aprono,
di mani che accettano doni,
di cuori che fanno spazio alla vita.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura. Amala!
È la tenda del Verbo,
di colui che ci sorprende ancora,
perché abita là dove c’è vita.
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L’INCARNAZIONE PROFONDA
non si limita alla carne umana.
Così fu in principio, Genesi 1,
quando il respiro di Dio
si mescola alla polvere
del suolo,
all’inconsistenza della polvere,
e nasce l’essere umano.
Così fu di nuovo
dopo il diluvio di Noè,
che sancì
la comunità di destino
tra uomini e animali,
e lì si aggiunge
la comunità di destino
tra uomini e animali e Dio.
“Pongo sulle nubi
l’arco della mia alleanza
con ogni alito di vita
che è in ogni essere
che vive sotto il sole.”
Alleanza di destino
mai revocata,
irrevocabile.
Link al video:
https://youtu.be/urEabeVQbCQ?si=nAx8qWMjoXMGszl0
non si limita alla carne umana.
Così fu in principio, Genesi 1,
quando il respiro di Dio
si mescola alla polvere
del suolo,
all’inconsistenza della polvere,
e nasce l’essere umano.
Così fu di nuovo
dopo il diluvio di Noè,
che sancì
la comunità di destino
tra uomini e animali,
e lì si aggiunge
la comunità di destino
tra uomini e animali e Dio.
“Pongo sulle nubi
l’arco della mia alleanza
con ogni alito di vita
che è in ogni essere
che vive sotto il sole.”
Alleanza di destino
mai revocata,
irrevocabile.
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IN PRINCIPIO LA TENEREZZA
L’incarnazione è profonda:
il Logos, il progetto di Dio,
il sogno di Dio
è sceso nell’impasto di tutto l’umano.
Emozioni, pensieri, paure,
desideri, incubi e sogni, passioni:
niente di me è sfuggito
alla penetrazione inarrestabile del Logos.
Il…
il Logos, il progetto di Dio,
il sogno di Dio
è sceso nell’impasto di tutto l’umano.
Emozioni, pensieri, paure,
desideri, incubi e sogni, passioni:
niente di me è sfuggito
alla penetrazione inarrestabile del Logos.
Il…
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HAI TROVATO IL BAMBINO?
Epifania, festa
dei cercatori di Dio,
dei lontani,
che si sono messi in cammino
dietro a un loro profeta interiore,
a parole come quelle di Isaia
“Alza il capo e guarda”.
Due verbi bellissimi:
alza, solleva gli occhi,
guarda in alto e attorno,
apri le finestre di casa
al grande respiro del mondo.
E guarda,
cerca un pertugio,
un angolo di cielo,
una stella polare,
e da lassù interpreta la vita,
a partire da obiettivi alti.
Il vangelo racconta
la ricerca di Dio come un viaggio,
al ritmo della carovana,
al passo
di una piccola comunità:
camminano insieme,
attenti alle stelle
e attenti l’uno all’altro.
Fissando il cielo e
insieme gli occhi
di chi cammina a fianco, rallentando il passo
sulla misura dell’altro,
di chi fa più fatica.
Poi il momento
più sorprendente:
il cammino dei magi
è pieno di errori:
perdono la stella,
trovano la grande città
anziché il piccolo villaggio.
Chiedono del bambino
a un assassino di bambini,
cercano una reggia e
troveranno una povera casa.
Ma hanno l’infinita pazienza
di ricominciare.
Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino
in braccio alla madre,
si prostrarono
e offrirono doni.
Il dono più prezioso
che i Magi portano non è l’oro,
è il loro stesso viaggio.
Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca,
andare e ancora andare
dietro ad un desiderio
più forte di deserti e fatiche.
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete:
il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino
e sua madre e lo adorarono.
Adorano un bambino.
Lezione misteriosa:
non l’uomo della Croce
né il Risorto glorioso,
non un uomo saggio
dalle parole di luce
né un giovane nel pieno del vigore,
semplicemente un bambino.
Non solo a Natale
Dio è come noi,
non solo è il Dio-con-noi,
ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura,
e da un bambino che ami
non ce la fai ad allontanarti.
Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!
Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce,
è dentro di noi,
è quel cinismo,
quel disprezzo
che distruggono sogni e speranze.
Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque:
hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia,
nei libri, nel cuore delle cose,
nel Vangelo e nelle persone
Cerca ancora con cura,
fissando gli abissi del cielo
e gli abissi del cuore,
e poi raccontamelo
come si racconta
una storia d’amore,
perché venga anch’io
ad adorarlo,
con i miei sogni salvati
da tutti gli Erodi
della storia e del cuore.
Epifania, festa
dei cercatori di Dio,
dei lontani,
che si sono messi in cammino
dietro a un loro profeta interiore,
a parole come quelle di Isaia
“Alza il capo e guarda”.
Due verbi bellissimi:
alza, solleva gli occhi,
guarda in alto e attorno,
apri le finestre di casa
al grande respiro del mondo.
E guarda,
cerca un pertugio,
un angolo di cielo,
una stella polare,
e da lassù interpreta la vita,
a partire da obiettivi alti.
Il vangelo racconta
la ricerca di Dio come un viaggio,
al ritmo della carovana,
al passo
di una piccola comunità:
camminano insieme,
attenti alle stelle
e attenti l’uno all’altro.
Fissando il cielo e
insieme gli occhi
di chi cammina a fianco, rallentando il passo
sulla misura dell’altro,
di chi fa più fatica.
Poi il momento
più sorprendente:
il cammino dei magi
è pieno di errori:
perdono la stella,
trovano la grande città
anziché il piccolo villaggio.
Chiedono del bambino
a un assassino di bambini,
cercano una reggia e
troveranno una povera casa.
Ma hanno l’infinita pazienza
di ricominciare.
Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino
in braccio alla madre,
si prostrarono
e offrirono doni.
Il dono più prezioso
che i Magi portano non è l’oro,
è il loro stesso viaggio.
Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca,
andare e ancora andare
dietro ad un desiderio
più forte di deserti e fatiche.
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete:
il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino
e sua madre e lo adorarono.
Adorano un bambino.
Lezione misteriosa:
non l’uomo della Croce
né il Risorto glorioso,
non un uomo saggio
dalle parole di luce
né un giovane nel pieno del vigore,
semplicemente un bambino.
Non solo a Natale
Dio è come noi,
non solo è il Dio-con-noi,
ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura,
e da un bambino che ami
non ce la fai ad allontanarti.
Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!
Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce,
è dentro di noi,
è quel cinismo,
quel disprezzo
che distruggono sogni e speranze.
Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque:
hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia,
nei libri, nel cuore delle cose,
nel Vangelo e nelle persone
Cerca ancora con cura,
fissando gli abissi del cielo
e gli abissi del cuore,
e poi raccontamelo
come si racconta
una storia d’amore,
perché venga anch’io
ad adorarlo,
con i miei sogni salvati
da tutti gli Erodi
della storia e del cuore.
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Dopo aver attraversato
universi,
capitali,
deserti,
i magi si fermano
davanti a un bambino.
La scoperta è enorme:
un Bambino è
il centro del mondo!
Link al video:
https://youtu.be/Awmb96CjaUg?si=q5Nlnrj4YwjAo9O3
universi,
capitali,
deserti,
i magi si fermano
davanti a un bambino.
La scoperta è enorme:
un Bambino è
il centro del mondo!
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https://youtu.be/Awmb96CjaUg?si=q5Nlnrj4YwjAo9O3
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GIRATEVI VERSO LA LUCE
PERCHÉ LA LUCE É GIÀ QUI
Giovanni è stato arrestato,
tace la grande voce del Giordano,
ma si alza una voce libera
sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto,
senza paura,
un imprudente giovane rabbi,
solo, e va ad affrontare confini,
nella meticcia Galilea,
crogiolo delle genti,
quasi Siria, quasi Libano,
regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire:
convertitevi perché
il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti
al messaggio generativo
del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi»,
la parola nuova e potente
sta in quel piccolo termine
«è vicino»:
il regno è vicino, e non lontano;
il cielo è vicino e non perduto;
Dio è vicino, è qui,
e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo.
Ci sei immerso.
Dio è venuto,
forza di vicinanza dei cuori,
“forza di coesione degli atomi,
forza di attrazione delle costellazioni”. (Turoldo)
Cos'è questa passione
di vicinanza nuova e antica
che corre nel mondo?
Altro non è che l'amore,
che si esprime in tutta la potenza
e varietà del suo fuoco.
«L'amore è passione
di unirsi all'amato»
(Tommaso d'Aquino)
passione di vicinanza,
passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità,
di Adamo con Eva,
della madre verso il figlio,
dell'amico verso l'amico,
delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa:
accorgetevi!
Giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
La notizia bellissima è questa:
Dio è all'opera,
qui tra le colline e il lago,
per le strade di Cafarnao
e di Betsaida, per guarire
la tristezza e il disamore
del mondo.
E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti
e calpestiamo tesori,
passiamo accanto a gioielli
e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo
parla di «regno dei cieli»,
che è come dire «regno di Dio»:
ed è la terra come Dio lo sogna;
il progetto di una nuova architettura del mondo
e dei rapporti umani;
una storia finalmente libera
da inganno e da violenza;
una luce dentro,
una forza che penetra
la trama segreta della storia,
che circola nelle cose,
che non sta ferma,
che sospinge verso l'alto,
come il lievito, come il seme.
La vita che riparte.
E Dio dentro.
PERCHÉ LA LUCE É GIÀ QUI
Giovanni è stato arrestato,
tace la grande voce del Giordano,
ma si alza una voce libera
sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto,
senza paura,
un imprudente giovane rabbi,
solo, e va ad affrontare confini,
nella meticcia Galilea,
crogiolo delle genti,
quasi Siria, quasi Libano,
regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire:
convertitevi perché
il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti
al messaggio generativo
del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi»,
la parola nuova e potente
sta in quel piccolo termine
«è vicino»:
il regno è vicino, e non lontano;
il cielo è vicino e non perduto;
Dio è vicino, è qui,
e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo.
Ci sei immerso.
Dio è venuto,
forza di vicinanza dei cuori,
“forza di coesione degli atomi,
forza di attrazione delle costellazioni”. (Turoldo)
Cos'è questa passione
di vicinanza nuova e antica
che corre nel mondo?
Altro non è che l'amore,
che si esprime in tutta la potenza
e varietà del suo fuoco.
«L'amore è passione
di unirsi all'amato»
(Tommaso d'Aquino)
passione di vicinanza,
passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità,
di Adamo con Eva,
della madre verso il figlio,
dell'amico verso l'amico,
delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa:
accorgetevi!
Giratevi verso la luce,
perché la luce è già qui.
La notizia bellissima è questa:
Dio è all'opera,
qui tra le colline e il lago,
per le strade di Cafarnao
e di Betsaida, per guarire
la tristezza e il disamore
del mondo.
E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti
e calpestiamo tesori,
passiamo accanto a gioielli
e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo
parla di «regno dei cieli»,
che è come dire «regno di Dio»:
ed è la terra come Dio lo sogna;
il progetto di una nuova architettura del mondo
e dei rapporti umani;
una storia finalmente libera
da inganno e da violenza;
una luce dentro,
una forza che penetra
la trama segreta della storia,
che circola nelle cose,
che non sta ferma,
che sospinge verso l'alto,
come il lievito, come il seme.
La vita che riparte.
E Dio dentro.
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DI CIÒ CHE HAI
PUOI FARE UN SACRAMENTO
DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
PUOI FARE UN SACRAMENTO
DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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La generosità di quel ragazzo mi interroga.
Tutti abbiamo
qualcosa da dare,
anche se piccolo.
E il nostro dono
non è mai insignificante.
Perché il nostro compito è
far circolare il bene
nel corpo di Cristo.
Far circolare il bene
nelle vene del mondo.
Link al video:
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
Tutti abbiamo
qualcosa da dare,
anche se piccolo.
E il nostro dono
non è mai insignificante.
Perché il nostro compito è
far circolare il bene
nel corpo di Cristo.
Far circolare il bene
nelle vene del mondo.
Link al video:
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
YouTube
La legge della generosità
La moltiplicazione dei pani.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
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MAI SOLI NELLA TEMPESTA
“Subito dopo”,
dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste,
“costrinse i discepoli”,
che vorrebbero star lì
a godersi il successo,
“a salire sulla barca e
a precederlo sull’altra riva”.
Li deve costringere,
non vogliono andarci
sull’altra riva,
è terra pagana,
c’è il rischio di essere rifiutati,
è già successo.
Infatti: la barca
era sbattuta dalle onde,
perché il vento era contrario.
Un vento che non soffia da fuori,
ma da dentro i Dodici,
come resistenza a quel viaggio
verso gli stranieri.
“Sul finire della notte
egli andò verso di loro
camminando sul mare”.
Non ha fretta Gesù:
tre giorni ha atteso per Lazzaro,
attende quasi una notte intera
di tempesta,
tre giorni aspetterà per risorgere.
Ha sempre fretta invece,
quando in vista c’è
una esaltazione,
una ovazione.
Fretta di andarsene
e di portar via i discepoli.
Perché il posto vero dei credenti
non è nei successi
e nei risultati trionfali,
ma in una barca in mare,
mare aperto, dove prima o poi,
durante la navigazione della vita, verranno acque agitate
e vento contrario.
Ma non saranno lasciati soli.
“Coraggio, sono io,
non abbiate paura!”
“Subito dopo”,
dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste,
“costrinse i discepoli”,
che vorrebbero star lì
a godersi il successo,
“a salire sulla barca e
a precederlo sull’altra riva”.
Li deve costringere,
non vogliono andarci
sull’altra riva,
è terra pagana,
c’è il rischio di essere rifiutati,
è già successo.
Infatti: la barca
era sbattuta dalle onde,
perché il vento era contrario.
Un vento che non soffia da fuori,
ma da dentro i Dodici,
come resistenza a quel viaggio
verso gli stranieri.
“Sul finire della notte
egli andò verso di loro
camminando sul mare”.
Non ha fretta Gesù:
tre giorni ha atteso per Lazzaro,
attende quasi una notte intera
di tempesta,
tre giorni aspetterà per risorgere.
Ha sempre fretta invece,
quando in vista c’è
una esaltazione,
una ovazione.
Fretta di andarsene
e di portar via i discepoli.
Perché il posto vero dei credenti
non è nei successi
e nei risultati trionfali,
ma in una barca in mare,
mare aperto, dove prima o poi,
durante la navigazione della vita, verranno acque agitate
e vento contrario.
Ma non saranno lasciati soli.
“Coraggio, sono io,
non abbiate paura!”
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SOLE SULLE FERITE DELL’UOMO
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete
che danzano nel sole.
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete
che danzano nel sole.
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UN CIELO STRAPPATO
Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera
ed ecco il cielo si aprì.
Il Battesimo è raccontato
come un inciso;
il centro è riservato
all’aprirsi del cielo.
Come si apre
una breccia nelle mura,
una porta al sole,
come si aprono le braccia
agli amici, all’amato,
ai figli, ai poveri.
Il cielo si apre
perché vita esca,
perché vita entri:
“figlio mio, amato”
sono le parole più vitali
che conosciamo.
Il cielo si apre sotto l’urgenza
dell’amore di Dio,
sotto l’assedio impaziente
di Adamo, e nessuno
lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce
che diceva:
questi è il figlio mio, l’amato,
in lui ho posto
il mio compiacimento.
Tre affermazioni,
dentro le quali
sento pulsare il cuore vivo
della mia fede, insieme
al mio nome più vero.
Figlio è la prima parola.
Dio genera figli.
E i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel DNA umano alligna, invitto,
il cromosoma divino:
“l’uomo è l’unico animale
che ha Dio nel sangue”
(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola.
Prima che tu agisca,
prima della tua risposta,
che tu lo sappia o no,
ogni giorno, ad ogni risveglio,
il tuo nome per Dio è “amato”.
Di un amore immeritato,
che ti previene,
che ti anticipa,
che ti avvolge e ti penetra.
Ogni volta che penso:
“se oggi sono buono,
Dio mi amerà”,
non sono davanti al Dio di Gesù,
ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”.
Frase straordinaria:
Dio ama ciascuno di noi
come ha amato Gesù,
con la stessa intensità,
la stessa emozione,
lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante
tutte le delusioni
che io gli ho dato.
La terza parola:
mio compiacimento.
Termine inconsueto
eppure bellissimo,
che nella sua etimologia significa:
con te condivido gioia e piacere.
La Voce grida dall’alto del cielo,
grida sul mondo
e in mezzo al cuore,
la gioia di Dio:
è bello stare con te.
Tu mi piaci.
E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato,
io che me ne sono andato,
io che l’ho anche tradito
sento dirmi:
tu mi piaci.
Ma che gioia può venire
a Dio da me,
da questo stoppino
dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io?
Per fortuna,
non dipende da me,
ma da Lui.
La scena grandiosa
del battesimo di Gesù,
con il cielo squarciato,
strappato,
con il volo ad ali aperte
dello Spirito,
con la dichiarazione d’amore
di Dio sulle acque,
è anche la scena
del mio battesimo quotidiano.
Ad ogni alba la sua voce ripete
le tre parole del Giordano,
e più forte ancora in quelle
più ricche di tenebra:
figlio mio, mio amore,
mia gioia.
Riserva di coraggio
che apre le ali
sopra ciascuno di noi,
che ci aiuta a spingere
verso fuori,
con tutta la forza,
qualsiasi cielo nero
che incontriamo
Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera
ed ecco il cielo si aprì.
Il Battesimo è raccontato
come un inciso;
il centro è riservato
all’aprirsi del cielo.
Come si apre
una breccia nelle mura,
una porta al sole,
come si aprono le braccia
agli amici, all’amato,
ai figli, ai poveri.
Il cielo si apre
perché vita esca,
perché vita entri:
“figlio mio, amato”
sono le parole più vitali
che conosciamo.
Il cielo si apre sotto l’urgenza
dell’amore di Dio,
sotto l’assedio impaziente
di Adamo, e nessuno
lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce
che diceva:
questi è il figlio mio, l’amato,
in lui ho posto
il mio compiacimento.
Tre affermazioni,
dentro le quali
sento pulsare il cuore vivo
della mia fede, insieme
al mio nome più vero.
Figlio è la prima parola.
Dio genera figli.
E i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel DNA umano alligna, invitto,
il cromosoma divino:
“l’uomo è l’unico animale
che ha Dio nel sangue”
(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola.
Prima che tu agisca,
prima della tua risposta,
che tu lo sappia o no,
ogni giorno, ad ogni risveglio,
il tuo nome per Dio è “amato”.
Di un amore immeritato,
che ti previene,
che ti anticipa,
che ti avvolge e ti penetra.
Ogni volta che penso:
“se oggi sono buono,
Dio mi amerà”,
non sono davanti al Dio di Gesù,
ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”.
Frase straordinaria:
Dio ama ciascuno di noi
come ha amato Gesù,
con la stessa intensità,
la stessa emozione,
lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante
tutte le delusioni
che io gli ho dato.
La terza parola:
mio compiacimento.
Termine inconsueto
eppure bellissimo,
che nella sua etimologia significa:
con te condivido gioia e piacere.
La Voce grida dall’alto del cielo,
grida sul mondo
e in mezzo al cuore,
la gioia di Dio:
è bello stare con te.
Tu mi piaci.
E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato,
io che me ne sono andato,
io che l’ho anche tradito
sento dirmi:
tu mi piaci.
Ma che gioia può venire
a Dio da me,
da questo stoppino
dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io?
Per fortuna,
non dipende da me,
ma da Lui.
La scena grandiosa
del battesimo di Gesù,
con il cielo squarciato,
strappato,
con il volo ad ali aperte
dello Spirito,
con la dichiarazione d’amore
di Dio sulle acque,
è anche la scena
del mio battesimo quotidiano.
Ad ogni alba la sua voce ripete
le tre parole del Giordano,
e più forte ancora in quelle
più ricche di tenebra:
figlio mio, mio amore,
mia gioia.
Riserva di coraggio
che apre le ali
sopra ciascuno di noi,
che ci aiuta a spingere
verso fuori,
con tutta la forza,
qualsiasi cielo nero
che incontriamo
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IL PRIMO NUCLEO DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE: DUE COPPIE DI FRATELLI SILENZIOSI
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo,
allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano
nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale,
il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari,
che ha sperimentato
così belle e generatrici:
tutti figli, “fratelli tutti”.
Passando lungo il mare di Galilea (il paesaggio d’acque del lago è l’ambiente naturale preferito da Gesù) vide Simone e Andrea che gettavano le reti in mare.
Pescatori che svolgono la loro attività quotidiana, ed è lì che il Maestro li incontra.
Dio si incarna nella vita,
al tempio preferisce il tempo,
allo straordinario il piccolo.
Come in tutta la Bibbia: Mosè e Davide sono incontrati mentre seguono le loro greggi al pascolo.
Saul sta cercando le asine del padre.
Eliseo ara la terra con sei paia di buoi,
Levi è seduto allo sportello delle imposte…
Nulla vi è di profano
nell’amorosa fatica.
E Gesù, il figlio del falegname, che si è sporcato le mani con suo padre, che sa riconoscere ogni albero dalle venature e dal profumo del legno, che si è fatto maturo e forte nella fatica quotidiana, lì ha incontrato l’esodo di Dio in cerca delle sue creature:
“Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna,
del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Venite dietro a me vi farò diventare pescatori di uomini.
E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Neanche le recuperano, le mollano in acqua, e vanno, come Eliseo che brucia l’aratro nei solchi del campo… «in tutta la Bibbia le azioni dicono il cuore» (A. Guida).
Gesù passa e mette in moto le vite. Dove sta la sua forza?
Che cosa mancava ai quattro per convincerli a mollare tutto per un mestiere improbabile come pescare uomini?
Partire dietro a quel giovane rabbi, senza neppure sapere dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro,
una casa,
una famiglia,
la salute,
la fede,
tutto il necessario,
eppure sentivano il morso di un’assenza:
cos’è la vita?
Pescare, mangiare, dormire?
E poi di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qua?
Sapevano a memoria le rotte del lago.
Gesù offre loro la rotta del mondo.
Invece del piccolo cabotaggio dietro ai pesci, offre un’avventura dentro il cuore di Dio e dei figli.
Mancava un sogno, e Gesù, guaritore dei sogni, regala il sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Gesù non spiega, loro non chiedono: e lasciati padre, barca, reti, compagni di lavoro andarono dietro a lui.
Chi ha seguito il Nazareno, ha sperimentato che
Dio riempie le reti,
riempie la vita,
moltiplica coraggio e fecondità.
Che non ruba niente e dona tutto.
Che «rinunciare per lui è uguale a fiorire» (M. Marcolini).
Due coppie di fratelli silenziosi sono il primo nucleo della fraternità universale,
il progetto di Gesù, che parlerà di Dio con il linguaggio di casa (abbà), che vorrà estendere a livello di umanità intera le relazioni familiari,
che ha sperimentato
così belle e generatrici:
tutti figli, “fratelli tutti”.
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NEL CIELO
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
Link al video:
https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
c’è una tua personale
fessura d’infinito,
un’apertura per te,
attraverso la quale
la tua vita può andare
e venire a ristorarsi,
a ossigenarsi.
C’è il tuo individuale
cammino celeste
e la feritoia
attraverso la quale passare.
Si apre per te il cielo!
Link al video:
https://youtu.be/FDgs84zoRLw?si=w4WmlMBOuMAf34W3
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FIGLI CHIAMATI PER NOME
Figlio è la prima parola:
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
forse la più potente del vocabolario umano,
quella che fa compiere miracoli,
che toglie la polvere
che ha intorpidito la pelle del cuore.
Dio genera figli,
e i figli trasmettono e ricevono
il cromosoma del genitore.
Nel…
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