ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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COME UN SAMARITANO, AGGRAPPATO A UN GRAZIE TROPPE VOLTE TACIUTO

E mentre andavano furono guariti
.

Il Vangelo è pieno di guariti, sono come il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto prima nelle piaghe dei dieci lebbrosi, e poi nello stupore dell’unico che torna cantando.

Mentre vanno sono guariti… i dieci lebbrosi si sono messi in cammino ancora malati, ed è il viaggio ad essere guaritore, il primo passo, la terra di mezzo dove la speranza diventa più potente della lebbra, spalanca orizzonti e porta via dalla vita immobile.

Il verbo all’imperfetto (mentre andavano) narra di una azione continuativa, lenta, progressiva.
Passo dopo passo, un piede dietro l’altro, a poco a poco.
Guarigione paziente come la strada.

Al samaritano che ritorna Gesù dice: La tua fede ti ha salvato!

Anche gli altri nove hanno avuto fede nella parole di Gesù, si sono messi in strada per un anticipo di fiducia.

Dove sta la differenza?

Il lebbroso di Samaria non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.

È salvo perché torna alla sorgente, trova la fonte e vi si immerge come in un lago.

Non gli basta la guarigione, lui ha bisogno di salvezza, che è più della salute, più della felicità.

Altro è essere guariti, altro essere salvati: nella guarigione si chiudono le piaghe, nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, raggiungi il cuore profondo dell’essere, l’unità di ogni tua parte.

Ed è come unificare i frammenti, raggiungere non i doni, ma il Donatore, il suo oceano di luce.

L’unico lebbroso «salvato» rifà a ritroso la strada guaritrice, ed è come se guarisse due volte, e alla fine trova lo stupore di un Dio che ha i piedi anche lui nella polvere delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe.

Gesù si lascia sfuggire una parola di sorpresa: Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio?

Sulla bilancia del Signore ciò che pesa (l’etimologia di «gloria» ricorda il termine «peso») viene da altro, Dio non è la gloria di se stesso: «gloria di Dio è l’uomo vivente» (S. Ireneo).

E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria?

Il doppiamente escluso che si ritrova guarito, che torna gridando di gioia, ringraziando «a voce grande» dice Luca, danzando nella polvere della strada, libero come il vento?

Come usciremo da questo Vangelo?

Io voglio uscire aggrappato, come un samaritano dalla pelle di primavera, a un «grazie», troppe volte taciuto, troppe volte perduto.

Aggrappato, come un uomo molte volte guarito, alla manciata di polvere fragile che è la mia carne, ma dove respira il respiro di Dio, e la sua cura.
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CERCATORI DELL’ASSOLUTO

Tutti viandanti incamminati perché questo mondo così com'è non basta a nessuno.
Tutti testimoni di un qualcosa che ci unisce al di là della forma, della forma delle fedi.

Siamo anche noi così, pellegrini senza strada, non si vede la strada del pellegrino dell'assoluto.

Giovanni della Croce dice:
“Siamo senza strada,
ma tenacemente in cammino perché Dio è sempre oltre
.
In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.

Dio è oltre le parole,
oltre i pensieri,
oltre i dogmi,
oltre la Chiesa.

Dio non è ciò che penso di Lui, non è ciò che dico di Lui.

Le nostre parole sono come uccellini in gabbia che sbattono contro le pareti, continuano a tentare di volare via o di dire poco più del nulla che sappiamo di lui.

Sbattiamo contro la gabbia dei limiti perché noi tutti stiamo camminando ai bordi del mistero, rimaniamo ai confini della galassia, Dio è oltre.

Karl Barth diceva: “Dio è l'infinitamente altro che viene nella storia perché la storia diventi infinitamente altra da ciò che è, viene per alterare la nostra vita.”

Apre davanti all'uomo e alla donna la diversità di una vita vissuta secondo la diversità di Dio.

Nel trattato logico filosofico di Wittgenstein c’è una bellissima immagine, dice così: l'uomo è come un'isola, la vita ti conduce a conoscere tutta l'isola, esplorarne il litorale, le baie, i promontori, le spiagge e quando hai terminato il giro dell' isola, torni al punto di partenza e ti pare di conoscerla bene la tua isola.

Ma la fede ci mostra che a quel punto, proprio dove l’ isola e la terra finiscono, lì inizia l'oceano infinito e profondo e che la spiaggia è il luogo dove si incontrano la sabbia della piccola isola e le onde del mare infinito, che dove l'uomo finisce, inizia Dio.

Ognuno è il punto di contatto con l'infinito, su questa pelle viene a sbattere l'onda dell'infinito.

Allora la vita, tutta la vita è dentro l'infinito e l'infinito è dentro la vita.
L'istante si apre sull'eterno e l'eterno si insinua nell'istante, cioè l'uomo confina con Dio ma Dio è oltre.

Noi nella fede affermiamo che il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.

Allora nasce una fede nomade, incamminata, mai installata per sempre, non a suo agio nel chiuso.

Don Benedetto Calati dice che Gesù é Dio caduto sulla terra come un bacio, un bacio ti deve sorprendere, é più della parola.

Devi andare vicino, devi toccare, non si accarezza da lontano.

Nel bacio
i confini tra i due mondi
si toccano,
si sfiorano,
si disarmano, custodiscono scintille,
un brivido
.

In Gesù possiamo sentire il brivido di Dio.
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INVIATI A CONSEGNARE TENEREZZA

Gesù è il racconto della tenerezza del Padre
,
è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza.

Noi siamo discepoli se siamo gli imparanti tenerezza.

La prima scuola, ce lo ripete Gesù per 40 volte, la prima scuola é la casa.

Discepoli e poi apostoli che significa mandati come i rider che corrono in bicicletta a portare il cibo, il pasto, una richiesta di qualcuno.

Noi siamo gli imparanti tenerezza e poi, come i rider, inviati a consegnarla a chi accanto a noi ne ha bisogno.
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LA PREGHIERA CAMBIA IL MONDO CAMBIANDOCI IL CUORE

Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.

Questi sempre e mai, parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile.

Eppure qualcuno c’è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).

Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare?

Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere.
Pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai.

Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7).

Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».

Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all’orecchio: io ti amo, io ti amo, io ti amo.
E tentare di rispondere.

Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai.

Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona.

Così è con Dio:
pensi a lui,
lo chiami,
e da te qualcosa si mette in viaggio all’indirizzo dell’eterno:


“Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace.
Se tu desideri sempre,
tu preghi sempre”(sant’Agostino)
.

Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci.
La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.

Il Vangelo ci porta poi
a scuola di preghiera
da una vedova,
una bella figura di donna, forte e dignitosa,
anonima e indimenticabile,
indomita davanti al sopruso
.

C’era un giudice corrotto.
E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!

Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose»,
è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore.

Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.

Perché pregare?
È come chiedere: perché respirare? Per vivere!

Alla fine pregare è facile come respirare.

«Respirate sempre Cristo», ultima perla dell’abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).

Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l’aria stessa di Dio.
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GUARDA CON OCCHI DI PROFETA:
IN REALTÀ É UN MONDO CHE RINASCE


Scene apocalittiche,
nel vangelo come nella storia nostra.

In quei giorni il sole si oscurerà,
la luna si spegnerà,
le stelle cadranno dal cielo
.

Un mondo che va alla deriva?

Guarda più a fondo, con occhi di profeta: in realtà è un mondo che rinasce.

Dalla pianta di fico imparate: quando il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.

Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi della realtà, in fondo, coincidono.

Il fico è la pianta più citata nelle scritture. Più del grano, più della vite.
Era l’albero piantato davanti casa, la cui ombra e i cui frutti rimandavano alla serenità del vivere,
alla dolcezza della Parola,
alla presenza di qualcuno che, dentro casa, manda avanti e cura la vita.

Imparate dalla sapienza degli alberi: l’intenerirsi del ramo, la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali, è una sorpresa che non dipende da te.
Uno stupore ogni volta nuovo.

Così anche voi sappiate che egli è vicino, è alle porte.

Dio è qui; e dice vita,
dice primavera
.

Da una gemma di fico, piccola realtà incamminata verso la sua pienezza, imparate il futuro del mondo:

il mondo non è finito, concluso così com’è; il creato è una realtà germinante.

Da una gemma imparate Dio: tra i suoi cento nomi c’è anche ‘germoglio’ (inôn, sl 72,17): “il suo nome è perennità, in faccia al sole. Inôn è il suo nome”.

Non la perennità fissa della pietra
,
bensì quella dell’alba,
del rinascere.
Una perennità di germogli.

Mi mette pace, allegria, speranza, buon umore, immaginare e pensare Dio come germinazione a primavera;
non un ramo secco,
un legnetto da ardere nel fuoco,
ma un tralcio verde.

E sopra si aprono gemme come occhi,
come stelle verdi.

Passeranno i cieli e la terra ma le mie parole non passeranno.
Passano il sole e la luna,
si sbriciola la terra,
ma le mie parole sono un sole che non tramonta
,
perché scolpite nel cuore dell’uomo.

Gesù ci convoca tutti a dare fiducia al futuro,
a credere che il cammino della storia è, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza.

Il Vangelo parla di stelle che cadono, il Profeta Daniele parla di stelle che salgono a ripopolare il cielo: “Uomini giusti e donne sante salgono nella casa delle luci, dove risplenderanno come stelle”.

Cercali,
guardali,
ringraziali i giusti
e i limpidi che vivono attorno a te,
i profeti di oggi,
che si sono impregnati
di luce,
per te!


Germogli benedetti, imbevuti di cielo, intrisi di Dio, oasi di speranza. Sono tanti, e “ognuno è un proprio momento di Dio” (Turoldo),

ognuno sillaba del Verbo, ognuno consonante di quellasperanza che è il presente del nostro futuro” (Tommaso d’Aquino).

Il mondo non finirà nel fuoco, ma nella bellezza.
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CORAGGIO, ALZATI, TI CHIAMA!

Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce seduti ai bordi della strada, mentre la vita ci scorre a fianco.
Seduti, perché tanto ogni strada si equivale, e molte non portano da nessuna parte.

Un mendicante cieco.

Cosa c'è di più perduto e inutile alla storia, di più naufrago nella vita?
Un ritratto tracciato con tre drammatiche pennellate: cieco, mendicante, solo.

Con la folla a fare muro sul suo grido:
taci! Il tuo dolore è fuori luogo!


Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia inopportuna, che il grido sia una nota stonata.

La folla lo sgrida, perché i poveri disturbano, sempre: ci fanno un po' paura, sono là dove noi non vorremmo mai essere, sono il lato doloroso della vita, ciò che temiamo di più come una malattia.

Ma è proprio sulla povertà dell'uomo che si posa sempre il primo sguardo di Gesù; non sulla moralità di una persona, ma sul suo dolore che quindi grida ancora di più.

Solo e al buio, grida la sua disperata speranza.
Un grido viscerale, che sale da ciò che ognuno ha di più profondo e carnale.
Il grido è più che parola, ha dentro corpo, energia, dolore, bisogno.

È del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore.
Finché c'è un grido, la speranza ha la sua casa.

Ed ecco dalla folla sorgere tre parole: coraggio, alzati, ti chiama.
E tutto sembra eccessivo, esagerato. Coraggio!

Il Bartimeo guarito si fa irruente e balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama, guidato, stregato da quella Parola che ancora vibra nell'aria.

E come lui anche noi ci orientiamo al buio, andiamo avanti senza
certezze assolute fidandoci solo della sua Voce, captata con ansia e finezza di cuore.

Che cosa vuoi che io ti faccia?
Signore, che io veda!


E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vuole una strada!

La fede è questo: un eccesso, un di più illogico e meravigliosamente bello, una strada costellata di luce nel buio della notte.

Bartimeo vede l'uomo Gesù, vede il suo Vangelo che sarà per lui come «Un sole che sorge dall'alto», una via cui affidarsi.
E guarisce come uomo, prima che come cieco.

Guarisce nella voce che lo accarezza.
Qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo ama e lo tocca con la voce, e lui esce grondante e felice dal suo naufragio umano
.

L'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, e la sua vita si riaccende perché è l’amore che lo chiama.

Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro a una parola di Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, la vita seduta,
le vecchie strade e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
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AMATO SENZA MERITI,
SENZA UN PERCHÉ.
E ALLORA ZACCHEO RINASCE

Gesù passando alzò lo sguardo.
Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato:

Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua.

Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.

Non dice:
Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare...

Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città.

Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo.

Quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: "devo venire a casa tua.

Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice".

E non pone nessuna condizione all'incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede.

Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.

Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola.

La tavola che è il luogo dell'amicizia, dove si fa e si rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l'amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali...

Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.

Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall'alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi.

Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ripara le vite in frantumi.

Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.

Qual è il motore di questa trasformazione?
Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l'amicizia.

Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l'ha giudicato, non ha puntato il dito.

Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.
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RICORDATI DI ESSERE FELICE PERCHÉ É QUESTO CHE DÁ GLORIA A DIO

Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi.

Le lacrime di Gesù sono il Vangelo di oggi.

Sono le lacrime di chi ama,
le lacrime di chi si sente ferito dall’infelicità altrui,
di chi non può rimanere indifferente davanti alla chiusura delle persone per cui ha deciso di dare la vita.

La supponenza di Gerusalemme rappresenta il cuore di ogni uomo e di ogni donna che pensa di bastare a se stesso.

Rappresenta ciascuno di noi quando non ci lasciamo scalfire da ciò che la vita ci offre.

Infatti la gioia o il dolore non sono solo fortune o sfortune della vita, ma molto spesso sono occasioni in cui possiamo tornare all’essenziale, possiamo convertirci.

E invece quante volte abbiamo sprecato occasioni vivendo in maniera superficiale e pensando di aver capito tutto da soli.

Gesù profetizza che Gerusalemme farà una brutta fine e così accadrà. C’è un tempo in cui possiamo tornare sui nostri passi, e c’è poi un tempo in cui le cose diventano irreversibili.

Finché siamo vivi non dobbiamo mai disperare di poterci rialzare,
di poter riprovare,
di avere l’occasione di aprire gli occhi.

Oggi siamo messi nella posizione di poter asciugare le lacrime di Gesù.

E possiamo farlo in unico modo: cercare di essere felici.
Infatti non c’è nessun altro modo di gratificare chi ci ama se non la nostra gioia.

Ricordati di essere felice perché è questo che dà gloria a Dio.
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ANCHE NOI ENTRIAMO NEL NOSTRO TEMPIO INTERIORE, CERCATORI MAI ARRESI DEL NOME DI DIO

Gesù entra nel tempio, nel cuore della religione antica, e come un antico profeta denuncia: voi ne fate un covo di ladri!
E poi è come se
riconsacrasse quel luogo, con la carità e la preghiera.

Gesù instaura la
religione dell’interiorità
, non del culto, la via dei bambini e non quella
dell’istituzione o del potere.

Anche noi entriamo nel nostro tempio interiore, cercatori mai arresi del nome di Dio.

– Sta scritto: La mia
casa è casa di preghiera
. Per tutte le volte che abbiamo fatto della
preghiera un baratto, un mercato con Dio, Kyrie eleyson

– Dice Paolo: Non sapete che siete tempio del Signore?
Per tutte le volte che ho dimenticato di essere dimora, casa, tenda, o anche solo povera capanna di Dio, Kyrie

I bambini nel tempio gridavano: Osanna!
Per quando nella preghiera
non siamo semplici, spontanei, veri come bambini, ma seriosi, tristi,
accigliati come scribi, Kyrie

Gesù è entrato nel primo cortile del tempio, che era
chiamato il cortile dei gentili, un atrio riservato ai non ebrei, ai cercatori di Dio, è questo il posto occupato dai mercanti, cercatori di denaro.

Pensate alla attualità, alla bellezza di questa intuizione dell’antico testamento.

Nel tempio c’è un luogo per tutti, dove tutti possono pregare, anche se non sono israeliti.

Che capovolgimento per noi, che invece siamo pronti ad escludere e ad allontanare.

Ci pare che se entrano
qui a pregare un musulmano o un indù sconsacrino il tempio. Ci sarebbe la protesta.

E invece chi lo sconsacra sono i mercanti, il denaro, i ladri. Il mio rapporto mercenario con il Signore.
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L’UNICA COSA CHE RIMANE PER SEMPRE É L’AMORE

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione.

Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità.

Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato... poi ci si abitua.

L'eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre.

La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova... Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».
In una ripetitività che ha qualcosa di macabro.

Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini. «Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stessa di Dio» (M. Marcolini).

Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell'Eterno»?

Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.

Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.

Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l'unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l'amore (1 Cor 13,8).

I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita.
Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio.

I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)?
Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di», ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.

Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.

Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso: «sei un Dio che vivi di noi» (Turoldo).
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RE DEGLI ABBRACCI

Uno di fronte all’altro: Pilato, potere di vita e di morte, e un detenuto, l’anello più debole della catena.

Un dialogo serrato e straordinario, tra i due.
Sei tu il re dei giudei?

Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, di una guerra, sia un pericolo per Roma?

Gesù risponde ribaltando i ruoli, ed è l’imputato che interroga il giudice: sei tu che me lo stai chiedendo, oppure sei istruito da qualcuno?

Pilato si risente:
Sono forse io un giudeo come te?
I tuoi ti hanno consegnato, sono loro che vogliono ucciderti
.

Gesù ha una statura interiore che scuote.
Parla e si alza sul pretorio un vento regale di libertà. Risponde aprendo un’altra dimensione del cuore:

c’è un altro mondo,
un altro senso delle cose,
il mio regno non c’entra con il tuo.
Nel mio non ci sono regole di morte,
né legioni,
né spade,
né predatori come nel tuo
.

Nel mio mondo la cosa più importante è servire e donare.
L’amore è re.
Unica forma di regalità.

Dove i poveri sono il grembo del futuro,
i re di domani.
Dove la storia appartiene ai buoni e la terra ai limpidi,
ai liberi,
ai piccoli,
ai non violenti,
agli affamati di giustizia
.

Oggi, Cristo Re, non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo.
Gesù non è il re che cammina sulle ali dei venti o sradica i cedri del Libano.

La sua regalità sta in un abbraccio che ti fa ritornare intero, dove puoi rinascere e ripartire.
E il tuo cuore è a casa solo accanto al suo.

Non un re potente che controlla tutto, ma l’amante che tutto abbraccia.
E nessuno cade così lontano da non poter essere raggiunto.

E mi nascono domande:

quali sono le parole regali della mia vita?
Quelle che danno ordini al mio futuro?
Che mi fanno camminare?
Che mi fanno capire cosa è vita e cosa no?

Io scelgo ancora lui, il Nazareno.
Ho tanto cercato, ma di meglio non ho trovato.

È il Dio vicino, è qui, “god domestic” (Giuliana di Norwich) di casa, di gesti, di pane.
Abbraccio che scioglie i nodi e unisce i pezzi, legame che non si spezza.

Pilato prende l’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei.

Voleva deriderlo, e invece è stato profeta, il profeta Pilato: il re è visibile là, sulla croce, mentre con le braccia aperte ci dona tutto di sé e non prende niente di nostro; non chiede la vita di nessuno, offre la sua.

Venga il tuo Regno, Signore, e sia più bello di tutti i sogni di chi visse e morì nella notte per affrettarlo.

Non può essere banale la vita di chi ogni giorno mormora: venga il tuo Regno.
E allora: non temere, è già iniziato, e alla fine, vedrai, sarà Lui stesso a varcare l’abisso.
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LA SANTITÁ: PICCOLI GESTI PIENI DI CUORE

Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione par­ticolare per le donne sole.

Ora affida al gesto nascosto di una donna, che vorrebbe so­lo scomparire dietro una delle colonne del tem­pio, il compito di trasmettere il suo messaggio.

La prima scena è affollata di personaggi che hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada...

Questa riduzione della vita a spet­tacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.

Il Vangelo vi contrappone la seconda scena.
Se­duto davanti al tesoro del tempio Gesù osserva­va come la folla vi gettava monete.

Notiamo il particolare: osservava «come», non «quanto» la gente offriva.

I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine.

Gesù se n'è accorto, unico; chiama a sé i discepoli e of­fre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Gesù non bada alla quantità di denaro.
Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di la­crime e di speranze è dentro quei due spiccioli. Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.

Il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole “Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vive­re”: la totalità del dono.

Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.

Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i gior­nali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica.
Loro sono quelli che danno di più.

I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case,
danno ciò che fa vivere,
regalano vita quotidianamente,
con mille gesti non visti da nessuno,
gesti di cura,
di accudimento,
di attenzione,
rivolti ai geni­tori o ai figli o a chi busserà domani.

La san­tità: piccoli gesti pieni di cuore.
Non è mai ir­risorio, mai insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà.

Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino.

Tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuo­re ci avvicina all'assoluto di Dio.

Quanto più Vangelo ci sarebbe se ogni discepo­lo, se l'intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla generosità
senza misura e senza calcolo, dalla auda­cia nel dare.

Allora, in questa felice follia, il Van­gelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.
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