SETE D’INFINITO
Ermes Ronchi all’Università del Dialogo
https://youtu.be/B9jz00Ee8H4?si=1vNQ0lSQLdoog1WB
Ermes Ronchi all’Università del Dialogo
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Sete d'infinito - Ermes Ronchi all'Università del dialogo
Con i giovani del Sermig, arsenale della Pace a Torino, il 27 marzo 2018
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FATEVI DEGLI AMICI
Un peccatore che fa lezione ai discepoli,
Gesù che mette sulla cattedra un disonesto.
E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento:
i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce.
Imparate, fosse anche da un peccatore.
L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara:
farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.
Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.
Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione.
Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.
E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa.
Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di grano,
alla gioia che nascerà,
alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.
E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Fatevi degli amici.
Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia,
la eleva a programma di vita,
vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia,
il comandamento più gioioso e più umano.
Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta?
Giovanni Crisostomo scrive:
potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode.
Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra.
E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.
Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.
La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri.
Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.
Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.
Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.
Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Il culto della ricchezza,
dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere,
la disidratazione del cuore, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.
Un peccatore che fa lezione ai discepoli,
Gesù che mette sulla cattedra un disonesto.
E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento:
i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce.
Imparate, fosse anche da un peccatore.
L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara:
farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.
Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.
Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione.
Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.
E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa.
Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di grano,
alla gioia che nascerà,
alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.
E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Fatevi degli amici.
Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia,
la eleva a programma di vita,
vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia,
il comandamento più gioioso e più umano.
Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta?
Giovanni Crisostomo scrive:
potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode.
Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra.
E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.
Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.
La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri.
Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.
Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.
Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.
Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Il culto della ricchezza,
dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere,
la disidratazione del cuore, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.
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NELLA CHIESA FUORI I MERCANTI E DENTRO I POVERI
In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all'altro della terra.
Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell'uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano.
Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no.
Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85).
Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo.
E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.
Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita.
I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo:
io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi.
Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri.
Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo.
Tutto il resto è decorativo.
Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre.
C'è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri, con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale.
Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all'altro della terra.
Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell'uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano.
Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no.
Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85).
Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo.
E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.
Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita.
I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo:
io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi.
Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri.
Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo.
Tutto il resto è decorativo.
Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre.
C'è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri, con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale.
Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
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STIGMA DI DIO SONO DUE SPICCIOLI
L’ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco è
una donna senza nome,
una maestra senza parole e senza titoli,
ma che conosce la sapienza del vivere.
Gesù, seduto, osserva.
Il suo sguardo penetrante, affilato come quello dei profeti, nota in quella vedova povera un gesto da nulla, in cui si cela il divino, vede l’assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi.
Lei ha gettato due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.
Perché di più di tutti? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Conta quanto cuore c’è dentro, quanto peso di lacrime e quanta fede.
Per quella donna, le parole originarie che Marco spende sono geniali: gettò nel tesoro tutta intera la sua vita.
Ha gettato tutto ciò che le serviva per vivere.
Chi dà tutto, non si meraviglia, poi, di ricevere tutto.
Quella donna ha immesso nel mondo il meglio che aveva: il suo molto coraggio, contenente una scheggia di divino.
Nel gesto discreto di lei, Gesù ci lascia una lezione fondamentale:
non cercate nella vita persone sante.
Forse le troverete o forse no (infatti non sappiamo nulla della vita morale di quella donna).
Cercate piuttosto persone generose.
La generosità è lo stigma di Dio.
Affidiamo la nostra vita ai generosi, andiamo a scuola da loro, e non dagli scribi pii e devoti.
Vangelo dalla domanda radicale:
Che cosa ci fa vivere?
Dalla risposta semplice:
il dono!
Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, concreto, asciutto, di mani: “dare”.
Non un fatto di emozioni ma di doni.
Architrave portante della religione è il dono, e non il dovere o i debiti da pagare.
“Io credo nello Spirito è Signore e dà la vita”.
Dio dona.
Dona respiro al mio respiro,
dona agli uccelli di volare,
alla rosa di fiorire,
alle mamme l’abbraccio
che guarisce,
alla vita di risorgere,
a una piccola donna povera di valere molto più
degli istruiti,
più ancora dei più ricchi.
“Se tu ascoltassi per un’ora soltanto il tuo cuore, faresti lezione agli eruditi!” (Rumi).
Questa donna l’ha fatto, ha ascoltato il cuore e ha dato più di tutti.
La domanda dell’ultima sera risuonerà forse come eco di questo piccolo evento:
che cosa hai dato alla vita?
Hai dato molto o poco alle vite che ti erano affidate? Hai dato generosamente quello che avevi:
tempo,
affetti,
luce,
i motivi che ti fanno vivere, gioire e,
qualche volta almeno, tentare un passo di danza nel sole,
e perfino nella pioggia?
I primi posti non appartengono agli scribi esperti di religione,
ma a quelli che danno ciò che li fa vivere,
che regalano cuore
con gesti piccoli o grandi di cura,
attenzione,
gentilezza.
L’infinito confina con una carezza,
l’assoluto con due spiccioli poveri,
la notte comincia con la prima stella,
l’amore con il primo sguardo,
il mondo nuovo con il piccolo gesto di una vedova senza nome.
L’ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco è
una donna senza nome,
una maestra senza parole e senza titoli,
ma che conosce la sapienza del vivere.
Gesù, seduto, osserva.
Il suo sguardo penetrante, affilato come quello dei profeti, nota in quella vedova povera un gesto da nulla, in cui si cela il divino, vede l’assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi.
Lei ha gettato due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.
Perché di più di tutti? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Conta quanto cuore c’è dentro, quanto peso di lacrime e quanta fede.
Per quella donna, le parole originarie che Marco spende sono geniali: gettò nel tesoro tutta intera la sua vita.
Ha gettato tutto ciò che le serviva per vivere.
Chi dà tutto, non si meraviglia, poi, di ricevere tutto.
Quella donna ha immesso nel mondo il meglio che aveva: il suo molto coraggio, contenente una scheggia di divino.
Nel gesto discreto di lei, Gesù ci lascia una lezione fondamentale:
non cercate nella vita persone sante.
Forse le troverete o forse no (infatti non sappiamo nulla della vita morale di quella donna).
Cercate piuttosto persone generose.
La generosità è lo stigma di Dio.
Affidiamo la nostra vita ai generosi, andiamo a scuola da loro, e non dagli scribi pii e devoti.
Vangelo dalla domanda radicale:
Che cosa ci fa vivere?
Dalla risposta semplice:
il dono!
Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, concreto, asciutto, di mani: “dare”.
Non un fatto di emozioni ma di doni.
Architrave portante della religione è il dono, e non il dovere o i debiti da pagare.
“Io credo nello Spirito è Signore e dà la vita”.
Dio dona.
Dona respiro al mio respiro,
dona agli uccelli di volare,
alla rosa di fiorire,
alle mamme l’abbraccio
che guarisce,
alla vita di risorgere,
a una piccola donna povera di valere molto più
degli istruiti,
più ancora dei più ricchi.
“Se tu ascoltassi per un’ora soltanto il tuo cuore, faresti lezione agli eruditi!” (Rumi).
Questa donna l’ha fatto, ha ascoltato il cuore e ha dato più di tutti.
La domanda dell’ultima sera risuonerà forse come eco di questo piccolo evento:
che cosa hai dato alla vita?
Hai dato molto o poco alle vite che ti erano affidate? Hai dato generosamente quello che avevi:
tempo,
affetti,
luce,
i motivi che ti fanno vivere, gioire e,
qualche volta almeno, tentare un passo di danza nel sole,
e perfino nella pioggia?
I primi posti non appartengono agli scribi esperti di religione,
ma a quelli che danno ciò che li fa vivere,
che regalano cuore
con gesti piccoli o grandi di cura,
attenzione,
gentilezza.
L’infinito confina con una carezza,
l’assoluto con due spiccioli poveri,
la notte comincia con la prima stella,
l’amore con il primo sguardo,
il mondo nuovo con il piccolo gesto di una vedova senza nome.
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NE BASTA POCHISSIMA DI FEDE, MENO DI UN GRANELLO DI SENAPE
Per capire la domanda degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo riandare alla vertiginosa proposta di Gesù un versetto prima:
se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, tu gli perdonerai.
Sembra una missione impossibile, ma notiamo le parole esatte. Se tuo fratello torna e dice: sono pentito, non semplicemente: “scusa, mi dispiace” (troppo comodo!) ma: “mi converto, cambio modo di fare”, allora tu gli darai fiducia, gli darai credito, un credito immeritato come fa Dio con te; tu crederai nel suo futuro.
Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro della persona.
Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”.
Accresci, aggiungi fede. È così poca!
Preghiera che Gesù non esaudisce, perché la fede non è un “dono” che arriva da fuori.
La fede è la mia risposta ai doni di Dio, al suo corteggiamento mite e disarmato.
“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.
L'arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, il più piccolo tra i semi accostato alla visione grandiosa di gelsi che volano sul mare!
Ne basta poca di fede, anzi pochissima, meno di un granello di senape.
Efficace il poeta Jan Twardowski: «anche il più gran santo/ è trasportato come un fuscello/ dalla formica della fede».
Tutti abbiamo visto alberi volare e gelsi ubbidire, e questo non per miracoli spettacolari - neanche Gesù ha mai sradicato piante o fatto danzare i colli di Galilea - ma per il prodigio di persone capaci di un amore che non si arrende.
Ed erano genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.
Per capire la domanda degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo riandare alla vertiginosa proposta di Gesù un versetto prima:
se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, tu gli perdonerai.
Sembra una missione impossibile, ma notiamo le parole esatte. Se tuo fratello torna e dice: sono pentito, non semplicemente: “scusa, mi dispiace” (troppo comodo!) ma: “mi converto, cambio modo di fare”, allora tu gli darai fiducia, gli darai credito, un credito immeritato come fa Dio con te; tu crederai nel suo futuro.
Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro della persona.
Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”.
Accresci, aggiungi fede. È così poca!
Preghiera che Gesù non esaudisce, perché la fede non è un “dono” che arriva da fuori.
La fede è la mia risposta ai doni di Dio, al suo corteggiamento mite e disarmato.
“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.
L'arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, il più piccolo tra i semi accostato alla visione grandiosa di gelsi che volano sul mare!
Ne basta poca di fede, anzi pochissima, meno di un granello di senape.
Efficace il poeta Jan Twardowski: «anche il più gran santo/ è trasportato come un fuscello/ dalla formica della fede».
Tutti abbiamo visto alberi volare e gelsi ubbidire, e questo non per miracoli spettacolari - neanche Gesù ha mai sradicato piante o fatto danzare i colli di Galilea - ma per il prodigio di persone capaci di un amore che non si arrende.
Ed erano genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.
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SERVI INUTILI PERCHÉ NON CERCANO IL PROPRIO UTILE
Una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti:
quando avete fatto tutto dite:
siamo servi inutili.
Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà.
Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese.
Loro gioia è servire la vita.
Servo è il nome che Gesù sceglie per sè.
Come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa,
che umanizza,
che libera,
che pianta alberi di vita
nel deserto e nel mare.
Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore.
L’energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola.
“Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore”.
Una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti:
quando avete fatto tutto dite:
siamo servi inutili.
Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà.
Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese.
Loro gioia è servire la vita.
Servo è il nome che Gesù sceglie per sè.
Come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa,
che umanizza,
che libera,
che pianta alberi di vita
nel deserto e nel mare.
Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore.
L’energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola.
“Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore”.
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COME UN SAMARITANO, AGGRAPPATO A UN GRAZIE TROPPE VOLTE TACIUTO
E mentre andavano furono guariti.
Il Vangelo è pieno di guariti, sono come il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto prima nelle piaghe dei dieci lebbrosi, e poi nello stupore dell’unico che torna cantando.
Mentre vanno sono guariti… i dieci lebbrosi si sono messi in cammino ancora malati, ed è il viaggio ad essere guaritore, il primo passo, la terra di mezzo dove la speranza diventa più potente della lebbra, spalanca orizzonti e porta via dalla vita immobile.
Il verbo all’imperfetto (mentre andavano) narra di una azione continuativa, lenta, progressiva.
Passo dopo passo, un piede dietro l’altro, a poco a poco.
Guarigione paziente come la strada.
Al samaritano che ritorna Gesù dice: La tua fede ti ha salvato!
Anche gli altri nove hanno avuto fede nella parole di Gesù, si sono messi in strada per un anticipo di fiducia.
Dove sta la differenza?
Il lebbroso di Samaria non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla sorgente, trova la fonte e vi si immerge come in un lago.
Non gli basta la guarigione, lui ha bisogno di salvezza, che è più della salute, più della felicità.
Altro è essere guariti, altro essere salvati: nella guarigione si chiudono le piaghe, nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, raggiungi il cuore profondo dell’essere, l’unità di ogni tua parte.
Ed è come unificare i frammenti, raggiungere non i doni, ma il Donatore, il suo oceano di luce.
L’unico lebbroso «salvato» rifà a ritroso la strada guaritrice, ed è come se guarisse due volte, e alla fine trova lo stupore di un Dio che ha i piedi anche lui nella polvere delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe.
Gesù si lascia sfuggire una parola di sorpresa: Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio?
Sulla bilancia del Signore ciò che pesa (l’etimologia di «gloria» ricorda il termine «peso») viene da altro, Dio non è la gloria di se stesso: «gloria di Dio è l’uomo vivente» (S. Ireneo).
E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria?
Il doppiamente escluso che si ritrova guarito, che torna gridando di gioia, ringraziando «a voce grande» dice Luca, danzando nella polvere della strada, libero come il vento?
Come usciremo da questo Vangelo?
Io voglio uscire aggrappato, come un samaritano dalla pelle di primavera, a un «grazie», troppe volte taciuto, troppe volte perduto.
Aggrappato, come un uomo molte volte guarito, alla manciata di polvere fragile che è la mia carne, ma dove respira il respiro di Dio, e la sua cura.
E mentre andavano furono guariti.
Il Vangelo è pieno di guariti, sono come il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto prima nelle piaghe dei dieci lebbrosi, e poi nello stupore dell’unico che torna cantando.
Mentre vanno sono guariti… i dieci lebbrosi si sono messi in cammino ancora malati, ed è il viaggio ad essere guaritore, il primo passo, la terra di mezzo dove la speranza diventa più potente della lebbra, spalanca orizzonti e porta via dalla vita immobile.
Il verbo all’imperfetto (mentre andavano) narra di una azione continuativa, lenta, progressiva.
Passo dopo passo, un piede dietro l’altro, a poco a poco.
Guarigione paziente come la strada.
Al samaritano che ritorna Gesù dice: La tua fede ti ha salvato!
Anche gli altri nove hanno avuto fede nella parole di Gesù, si sono messi in strada per un anticipo di fiducia.
Dove sta la differenza?
Il lebbroso di Samaria non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla sorgente, trova la fonte e vi si immerge come in un lago.
Non gli basta la guarigione, lui ha bisogno di salvezza, che è più della salute, più della felicità.
Altro è essere guariti, altro essere salvati: nella guarigione si chiudono le piaghe, nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, raggiungi il cuore profondo dell’essere, l’unità di ogni tua parte.
Ed è come unificare i frammenti, raggiungere non i doni, ma il Donatore, il suo oceano di luce.
L’unico lebbroso «salvato» rifà a ritroso la strada guaritrice, ed è come se guarisse due volte, e alla fine trova lo stupore di un Dio che ha i piedi anche lui nella polvere delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe.
Gesù si lascia sfuggire una parola di sorpresa: Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio?
Sulla bilancia del Signore ciò che pesa (l’etimologia di «gloria» ricorda il termine «peso») viene da altro, Dio non è la gloria di se stesso: «gloria di Dio è l’uomo vivente» (S. Ireneo).
E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria?
Il doppiamente escluso che si ritrova guarito, che torna gridando di gioia, ringraziando «a voce grande» dice Luca, danzando nella polvere della strada, libero come il vento?
Come usciremo da questo Vangelo?
Io voglio uscire aggrappato, come un samaritano dalla pelle di primavera, a un «grazie», troppe volte taciuto, troppe volte perduto.
Aggrappato, come un uomo molte volte guarito, alla manciata di polvere fragile che è la mia carne, ma dove respira il respiro di Dio, e la sua cura.
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CERCATORI DELL’ASSOLUTO
Tutti viandanti incamminati perché questo mondo così com'è non basta a nessuno.
Tutti testimoni di un qualcosa che ci unisce al di là della forma, della forma delle fedi.
Siamo anche noi così, pellegrini senza strada, non si vede la strada del pellegrino dell'assoluto.
Giovanni della Croce dice:
“Siamo senza strada,
ma tenacemente in cammino perché Dio è sempre oltre.
In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.
Dio è oltre le parole,
oltre i pensieri,
oltre i dogmi,
oltre la Chiesa.
Dio non è ciò che penso di Lui, non è ciò che dico di Lui.
Le nostre parole sono come uccellini in gabbia che sbattono contro le pareti, continuano a tentare di volare via o di dire poco più del nulla che sappiamo di lui.
Sbattiamo contro la gabbia dei limiti perché noi tutti stiamo camminando ai bordi del mistero, rimaniamo ai confini della galassia, Dio è oltre.
Karl Barth diceva: “Dio è l'infinitamente altro che viene nella storia perché la storia diventi infinitamente altra da ciò che è, viene per alterare la nostra vita.”
Apre davanti all'uomo e alla donna la diversità di una vita vissuta secondo la diversità di Dio.
Nel trattato logico filosofico di Wittgenstein c’è una bellissima immagine, dice così: l'uomo è come un'isola, la vita ti conduce a conoscere tutta l'isola, esplorarne il litorale, le baie, i promontori, le spiagge e quando hai terminato il giro dell' isola, torni al punto di partenza e ti pare di conoscerla bene la tua isola.
Ma la fede ci mostra che a quel punto, proprio dove l’ isola e la terra finiscono, lì inizia l'oceano infinito e profondo e che la spiaggia è il luogo dove si incontrano la sabbia della piccola isola e le onde del mare infinito, che dove l'uomo finisce, inizia Dio.
Ognuno è il punto di contatto con l'infinito, su questa pelle viene a sbattere l'onda dell'infinito.
Allora la vita, tutta la vita è dentro l'infinito e l'infinito è dentro la vita.
L'istante si apre sull'eterno e l'eterno si insinua nell'istante, cioè l'uomo confina con Dio ma Dio è oltre.
Noi nella fede affermiamo che il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Allora nasce una fede nomade, incamminata, mai installata per sempre, non a suo agio nel chiuso.
Don Benedetto Calati dice che Gesù é Dio caduto sulla terra come un bacio, un bacio ti deve sorprendere, é più della parola.
Devi andare vicino, devi toccare, non si accarezza da lontano.
Nel bacio
i confini tra i due mondi
si toccano,
si sfiorano,
si disarmano, custodiscono scintille,
un brivido.
In Gesù possiamo sentire il brivido di Dio.
Tutti viandanti incamminati perché questo mondo così com'è non basta a nessuno.
Tutti testimoni di un qualcosa che ci unisce al di là della forma, della forma delle fedi.
Siamo anche noi così, pellegrini senza strada, non si vede la strada del pellegrino dell'assoluto.
Giovanni della Croce dice:
“Siamo senza strada,
ma tenacemente in cammino perché Dio è sempre oltre.
In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.
Dio è oltre le parole,
oltre i pensieri,
oltre i dogmi,
oltre la Chiesa.
Dio non è ciò che penso di Lui, non è ciò che dico di Lui.
Le nostre parole sono come uccellini in gabbia che sbattono contro le pareti, continuano a tentare di volare via o di dire poco più del nulla che sappiamo di lui.
Sbattiamo contro la gabbia dei limiti perché noi tutti stiamo camminando ai bordi del mistero, rimaniamo ai confini della galassia, Dio è oltre.
Karl Barth diceva: “Dio è l'infinitamente altro che viene nella storia perché la storia diventi infinitamente altra da ciò che è, viene per alterare la nostra vita.”
Apre davanti all'uomo e alla donna la diversità di una vita vissuta secondo la diversità di Dio.
Nel trattato logico filosofico di Wittgenstein c’è una bellissima immagine, dice così: l'uomo è come un'isola, la vita ti conduce a conoscere tutta l'isola, esplorarne il litorale, le baie, i promontori, le spiagge e quando hai terminato il giro dell' isola, torni al punto di partenza e ti pare di conoscerla bene la tua isola.
Ma la fede ci mostra che a quel punto, proprio dove l’ isola e la terra finiscono, lì inizia l'oceano infinito e profondo e che la spiaggia è il luogo dove si incontrano la sabbia della piccola isola e le onde del mare infinito, che dove l'uomo finisce, inizia Dio.
Ognuno è il punto di contatto con l'infinito, su questa pelle viene a sbattere l'onda dell'infinito.
Allora la vita, tutta la vita è dentro l'infinito e l'infinito è dentro la vita.
L'istante si apre sull'eterno e l'eterno si insinua nell'istante, cioè l'uomo confina con Dio ma Dio è oltre.
Noi nella fede affermiamo che il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Allora nasce una fede nomade, incamminata, mai installata per sempre, non a suo agio nel chiuso.
Don Benedetto Calati dice che Gesù é Dio caduto sulla terra come un bacio, un bacio ti deve sorprendere, é più della parola.
Devi andare vicino, devi toccare, non si accarezza da lontano.
Nel bacio
i confini tra i due mondi
si toccano,
si sfiorano,
si disarmano, custodiscono scintille,
un brivido.
In Gesù possiamo sentire il brivido di Dio.
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INVIATI A CONSEGNARE TENEREZZA
Gesù è il racconto della tenerezza del Padre,
è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza.
Noi siamo discepoli se siamo gli imparanti tenerezza.
La prima scuola, ce lo ripete Gesù per 40 volte, la prima scuola é la casa.
Discepoli e poi apostoli che significa mandati come i rider che corrono in bicicletta a portare il cibo, il pasto, una richiesta di qualcuno.
Noi siamo gli imparanti tenerezza e poi, come i rider, inviati a consegnarla a chi accanto a noi ne ha bisogno.
Gesù è il racconto della tenerezza del Padre,
è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza.
Noi siamo discepoli se siamo gli imparanti tenerezza.
La prima scuola, ce lo ripete Gesù per 40 volte, la prima scuola é la casa.
Discepoli e poi apostoli che significa mandati come i rider che corrono in bicicletta a portare il cibo, il pasto, una richiesta di qualcuno.
Noi siamo gli imparanti tenerezza e poi, come i rider, inviati a consegnarla a chi accanto a noi ne ha bisogno.
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LA PREGHIERA CAMBIA IL MONDO CAMBIANDOCI IL CUORE
Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Questi sempre e mai, parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile.
Eppure qualcuno c’è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).
Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare?
Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere.
Pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai.
Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7).
Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».
Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all’orecchio: io ti amo, io ti amo, io ti amo.
E tentare di rispondere.
Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai.
Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona.
Così è con Dio:
pensi a lui,
lo chiami,
e da te qualcosa si mette in viaggio all’indirizzo dell’eterno:
“Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace.
Se tu desideri sempre,
tu preghi sempre”(sant’Agostino).
Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci.
La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.
Il Vangelo ci porta poi
a scuola di preghiera
da una vedova,
una bella figura di donna, forte e dignitosa,
anonima e indimenticabile,
indomita davanti al sopruso.
C’era un giudice corrotto.
E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!
Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose»,
è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore.
Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.
Perché pregare?
È come chiedere: perché respirare? Per vivere!
Alla fine pregare è facile come respirare.
«Respirate sempre Cristo», ultima perla dell’abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l’aria stessa di Dio.
Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Questi sempre e mai, parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile.
Eppure qualcuno c’è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).
Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare?
Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere.
Pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai.
Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa…» (Mt 6,7).
Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell’intimità, che mille stando lontano».
Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all’orecchio: io ti amo, io ti amo, io ti amo.
E tentare di rispondere.
Pregare è come voler bene, c’è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai.
Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona.
Così è con Dio:
pensi a lui,
lo chiami,
e da te qualcosa si mette in viaggio all’indirizzo dell’eterno:
“Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace.
Se tu desideri sempre,
tu preghi sempre”(sant’Agostino).
Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci.
La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.
Il Vangelo ci porta poi
a scuola di preghiera
da una vedova,
una bella figura di donna, forte e dignitosa,
anonima e indimenticabile,
indomita davanti al sopruso.
C’era un giudice corrotto.
E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!
Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose»,
è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore.
Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.
Perché pregare?
È come chiedere: perché respirare? Per vivere!
Alla fine pregare è facile come respirare.
«Respirate sempre Cristo», ultima perla dell’abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l’aria stessa di Dio.
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GUARDA CON OCCHI DI PROFETA:
IN REALTÀ É UN MONDO CHE RINASCE
Scene apocalittiche,
nel vangelo come nella storia nostra.
In quei giorni il sole si oscurerà,
la luna si spegnerà,
le stelle cadranno dal cielo.
Un mondo che va alla deriva?
Dalla pianta di fico imparate: quando il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.
Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi della realtà, in fondo, coincidono.
Il fico è la pianta più citata nelle scritture. Più del grano, più della vite.
Era l’albero piantato davanti casa, la cui ombra e i cui frutti rimandavano alla serenità del vivere,
alla dolcezza della Parola,
alla presenza di qualcuno che, dentro casa, manda avanti e cura la vita.
Imparate dalla sapienza degli alberi: l’intenerirsi del ramo, la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali, è una sorpresa che non dipende da te.
Uno stupore ogni volta nuovo.
Così anche voi sappiate che egli è vicino, è alle porte.
Dio è qui; e dice vita,
dice primavera.
Da una gemma di fico, piccola realtà incamminata verso la sua pienezza, imparate il futuro del mondo:
il mondo non è finito, concluso così com’è; il creato è una realtà germinante.
Da una gemma imparate Dio: tra i suoi cento nomi c’è anche ‘germoglio’ (inôn, sl 72,17): “il suo nome è perennità, in faccia al sole. Inôn è il suo nome”.
Non la perennità fissa della pietra,
bensì quella dell’alba,
del rinascere.
Una perennità di germogli.
Mi mette pace, allegria, speranza, buon umore, immaginare e pensare Dio come germinazione a primavera;
non un ramo secco,
un legnetto da ardere nel fuoco,
ma un tralcio verde.
E sopra si aprono gemme come occhi,
come stelle verdi.
Passeranno i cieli e la terra ma le mie parole non passeranno.
Passano il sole e la luna,
si sbriciola la terra,
ma le mie parole sono un sole che non tramonta,
perché scolpite nel cuore dell’uomo.
Gesù ci convoca tutti a dare fiducia al futuro,
a credere che il cammino della storia è, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza.
Il Vangelo parla di stelle che cadono, il Profeta Daniele parla di stelle che salgono a ripopolare il cielo: “Uomini giusti e donne sante salgono nella casa delle luci, dove risplenderanno come stelle”.
Cercali,
guardali,
ringraziali i giusti
e i limpidi che vivono attorno a te,
i profeti di oggi,
che si sono impregnati
di luce,
per te!
Germogli benedetti, imbevuti di cielo, intrisi di Dio, oasi di speranza. Sono tanti, e “ognuno è un proprio momento di Dio” (Turoldo),
ognuno sillaba del Verbo, ognuno consonante di quella “speranza che è il presente del nostro futuro” (Tommaso d’Aquino).
Il mondo non finirà nel fuoco, ma nella bellezza.
IN REALTÀ É UN MONDO CHE RINASCE
Scene apocalittiche,
nel vangelo come nella storia nostra.
In quei giorni il sole si oscurerà,
la luna si spegnerà,
le stelle cadranno dal cielo.
Un mondo che va alla deriva?
Guarda più a fondo, con occhi di profeta: in realtà è un mondo che rinasce.Dalla pianta di fico imparate: quando il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.
Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi della realtà, in fondo, coincidono.
Il fico è la pianta più citata nelle scritture. Più del grano, più della vite.
Era l’albero piantato davanti casa, la cui ombra e i cui frutti rimandavano alla serenità del vivere,
alla dolcezza della Parola,
alla presenza di qualcuno che, dentro casa, manda avanti e cura la vita.
Imparate dalla sapienza degli alberi: l’intenerirsi del ramo, la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali, è una sorpresa che non dipende da te.
Uno stupore ogni volta nuovo.
Così anche voi sappiate che egli è vicino, è alle porte.
Dio è qui; e dice vita,
dice primavera.
Da una gemma di fico, piccola realtà incamminata verso la sua pienezza, imparate il futuro del mondo:
il mondo non è finito, concluso così com’è; il creato è una realtà germinante.
Da una gemma imparate Dio: tra i suoi cento nomi c’è anche ‘germoglio’ (inôn, sl 72,17): “il suo nome è perennità, in faccia al sole. Inôn è il suo nome”.
Non la perennità fissa della pietra,
bensì quella dell’alba,
del rinascere.
Una perennità di germogli.
Mi mette pace, allegria, speranza, buon umore, immaginare e pensare Dio come germinazione a primavera;
non un ramo secco,
un legnetto da ardere nel fuoco,
ma un tralcio verde.
E sopra si aprono gemme come occhi,
come stelle verdi.
Passeranno i cieli e la terra ma le mie parole non passeranno.
Passano il sole e la luna,
si sbriciola la terra,
ma le mie parole sono un sole che non tramonta,
perché scolpite nel cuore dell’uomo.
Gesù ci convoca tutti a dare fiducia al futuro,
a credere che il cammino della storia è, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza.
Il Vangelo parla di stelle che cadono, il Profeta Daniele parla di stelle che salgono a ripopolare il cielo: “Uomini giusti e donne sante salgono nella casa delle luci, dove risplenderanno come stelle”.
Cercali,
guardali,
ringraziali i giusti
e i limpidi che vivono attorno a te,
i profeti di oggi,
che si sono impregnati
di luce,
per te!
Germogli benedetti, imbevuti di cielo, intrisi di Dio, oasi di speranza. Sono tanti, e “ognuno è un proprio momento di Dio” (Turoldo),
ognuno sillaba del Verbo, ognuno consonante di quella “speranza che è il presente del nostro futuro” (Tommaso d’Aquino).
Il mondo non finirà nel fuoco, ma nella bellezza.
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CORAGGIO, ALZATI, TI CHIAMA!
Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce seduti ai bordi della strada, mentre la vita ci scorre a fianco.
Seduti, perché tanto ogni strada si equivale, e molte non portano da nessuna parte.
Un mendicante cieco.
Cosa c'è di più perduto e inutile alla storia, di più naufrago nella vita?
Un ritratto tracciato con tre drammatiche pennellate: cieco, mendicante, solo.
Con la folla a fare muro sul suo grido:
taci! Il tuo dolore è fuori luogo!
Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia inopportuna, che il grido sia una nota stonata.
La folla lo sgrida, perché i poveri disturbano, sempre: ci fanno un po' paura, sono là dove noi non vorremmo mai essere, sono il lato doloroso della vita, ciò che temiamo di più come una malattia.
Ma è proprio sulla povertà dell'uomo che si posa sempre il primo sguardo di Gesù; non sulla moralità di una persona, ma sul suo dolore che quindi grida ancora di più.
Solo e al buio, grida la sua disperata speranza.
Un grido viscerale, che sale da ciò che ognuno ha di più profondo e carnale.
Il grido è più che parola, ha dentro corpo, energia, dolore, bisogno.
È del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore.
Finché c'è un grido, la speranza ha la sua casa.
Ed ecco dalla folla sorgere tre parole: coraggio, alzati, ti chiama.
E tutto sembra eccessivo, esagerato. Coraggio!
Il Bartimeo guarito si fa irruente e balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama, guidato, stregato da quella Parola che ancora vibra nell'aria.
E come lui anche noi ci orientiamo al buio, andiamo avanti senza
certezze assolute fidandoci solo della sua Voce, captata con ansia e finezza di cuore.
Che cosa vuoi che io ti faccia?
Signore, che io veda!
E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vuole una strada!
La fede è questo: un eccesso, un di più illogico e meravigliosamente bello, una strada costellata di luce nel buio della notte.
Bartimeo vede l'uomo Gesù, vede il suo Vangelo che sarà per lui come «Un sole che sorge dall'alto», una via cui affidarsi.
E guarisce come uomo, prima che come cieco.
Guarisce nella voce che lo accarezza.
Qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo ama e lo tocca con la voce, e lui esce grondante e felice dal suo naufragio umano.
L'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, e la sua vita si riaccende perché è l’amore che lo chiama.
Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.
Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro a una parola di Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, la vita seduta,
le vecchie strade e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce seduti ai bordi della strada, mentre la vita ci scorre a fianco.
Seduti, perché tanto ogni strada si equivale, e molte non portano da nessuna parte.
Un mendicante cieco.
Cosa c'è di più perduto e inutile alla storia, di più naufrago nella vita?
Un ritratto tracciato con tre drammatiche pennellate: cieco, mendicante, solo.
Con la folla a fare muro sul suo grido:
taci! Il tuo dolore è fuori luogo!
Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia inopportuna, che il grido sia una nota stonata.
La folla lo sgrida, perché i poveri disturbano, sempre: ci fanno un po' paura, sono là dove noi non vorremmo mai essere, sono il lato doloroso della vita, ciò che temiamo di più come una malattia.
Ma è proprio sulla povertà dell'uomo che si posa sempre il primo sguardo di Gesù; non sulla moralità di una persona, ma sul suo dolore che quindi grida ancora di più.
Solo e al buio, grida la sua disperata speranza.
Un grido viscerale, che sale da ciò che ognuno ha di più profondo e carnale.
Il grido è più che parola, ha dentro corpo, energia, dolore, bisogno.
È del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore.
Finché c'è un grido, la speranza ha la sua casa.
Ed ecco dalla folla sorgere tre parole: coraggio, alzati, ti chiama.
E tutto sembra eccessivo, esagerato. Coraggio!
Il Bartimeo guarito si fa irruente e balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama, guidato, stregato da quella Parola che ancora vibra nell'aria.
E come lui anche noi ci orientiamo al buio, andiamo avanti senza
certezze assolute fidandoci solo della sua Voce, captata con ansia e finezza di cuore.
Che cosa vuoi che io ti faccia?
Signore, che io veda!
E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vuole una strada!
La fede è questo: un eccesso, un di più illogico e meravigliosamente bello, una strada costellata di luce nel buio della notte.
Bartimeo vede l'uomo Gesù, vede il suo Vangelo che sarà per lui come «Un sole che sorge dall'alto», una via cui affidarsi.
E guarisce come uomo, prima che come cieco.
Guarisce nella voce che lo accarezza.
Qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo ama e lo tocca con la voce, e lui esce grondante e felice dal suo naufragio umano.
L'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, e la sua vita si riaccende perché è l’amore che lo chiama.
Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.
Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro a una parola di Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, la vita seduta,
le vecchie strade e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
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AMATO SENZA MERITI,
SENZA UN PERCHÉ.
E ALLORA ZACCHEO RINASCE
Gesù passando alzò lo sguardo.
Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato:
Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua.
Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice:
Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare...
Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città.
Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo.
Quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: "devo venire a casa tua.
Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice".
E non pone nessuna condizione all'incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede.
Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola.
La tavola che è il luogo dell'amicizia, dove si fa e si rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l'amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali...
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall'alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi.
Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione?
Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l'amicizia.
Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l'ha giudicato, non ha puntato il dito.
Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.
SENZA UN PERCHÉ.
E ALLORA ZACCHEO RINASCE
Gesù passando alzò lo sguardo.
Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato:
Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua.
Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice:
Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare...
Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città.
Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo.
Quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: "devo venire a casa tua.
Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice".
E non pone nessuna condizione all'incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede.
Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola.
La tavola che è il luogo dell'amicizia, dove si fa e si rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l'amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali...
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall'alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi.
Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione?
Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l'amicizia.
Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l'ha giudicato, non ha puntato il dito.
Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.
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