VORREI IMPARARE A BENEDIRE DI NUOVO, OGNI GIORNO
Ad ogni mattino benedire
i piccoli e i bambini,
mettermi alla loro scuola,
imparare dal loro
cuore vero.
Vorrei imparare
a dire grazie,
a dire bene di te
e del mondo,
a stupirmi della vita,
che mi ha dato tanto:
e che il lamento
non prevalga mai
sullo stupore.
Grazie per le sconfitte
che non mi hanno buttato giù,
per i successi che
non mi hanno dato
alla testa.
Grazie per le persone
che hai messo
accanto a me,
nelle loro mani,
nello sguardo,
nel sorriso
ho visto il racconto
della tua tenerezza.
Vorrei imparare
dal tuo cuore, Signore,
ad amare nel solo modo possibile,
dolce e forte,
umile e fiero:
instancabile nel curare,
nutrire,
confortare,
dare ristoro,
rimettere in cammino
la vita.
E ti benedico, Padre,
per il tuo figlio Gesù,
pienezza d’umano,
stupore di te,
ristoro alla vita
e cuore di luce.
Amen
Ermes Ronchi
Ad ogni mattino benedire
i piccoli e i bambini,
mettermi alla loro scuola,
imparare dal loro
cuore vero.
Vorrei imparare
a dire grazie,
a dire bene di te
e del mondo,
a stupirmi della vita,
che mi ha dato tanto:
e che il lamento
non prevalga mai
sullo stupore.
Grazie per le sconfitte
che non mi hanno buttato giù,
per i successi che
non mi hanno dato
alla testa.
Grazie per le persone
che hai messo
accanto a me,
nelle loro mani,
nello sguardo,
nel sorriso
ho visto il racconto
della tua tenerezza.
Vorrei imparare
dal tuo cuore, Signore,
ad amare nel solo modo possibile,
dolce e forte,
umile e fiero:
instancabile nel curare,
nutrire,
confortare,
dare ristoro,
rimettere in cammino
la vita.
E ti benedico, Padre,
per il tuo figlio Gesù,
pienezza d’umano,
stupore di te,
ristoro alla vita
e cuore di luce.
Amen
Ermes Ronchi
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MADRI DELLA
PAROLA DI DIO,
MADRI DI OGNI
PAROLA D’AMORE
Egli parlò loro di molte
cose con parabole.
Magia delle parabole:
un linguaggio che
contiene di più
di quel che dice.
Un racconto minimo,
che funziona come
un carburante:
lo leggi e accende idee,
suscita emozioni,
avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri,
i passeri in volo.
Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole.
Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio.
Il seminatore uscì a seminare.
Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita.
Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore,
il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana
di vita.
Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui.
Il seguito è spiazzante:
il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi.
Non è distratto o maldestro, è invece
uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente
e fiducioso.
Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento.
Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono,
se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono.
Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio.
Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore.
Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore.
Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto.
Che cosa vorrei produrre?
Tristezza o germogli di sorrisi?
Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.
PAROLA DI DIO,
MADRI DI OGNI
PAROLA D’AMORE
Egli parlò loro di molte
cose con parabole.
Magia delle parabole:
un linguaggio che
contiene di più
di quel che dice.
Un racconto minimo,
che funziona come
un carburante:
lo leggi e accende idee,
suscita emozioni,
avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri,
i passeri in volo.
Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole.
Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio.
Il seminatore uscì a seminare.
Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita.
Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore,
il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana
di vita.
Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui.
Il seguito è spiazzante:
il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi.
Non è distratto o maldestro, è invece
uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente
e fiducioso.
Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento.
Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono,
se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono.
Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio.
Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore.
Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore.
Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto.
Che cosa vorrei produrre?
Tristezza o germogli di sorrisi?
Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.
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QUEL PICCOLO PASSO BUONO
Lc 16, 1-13
Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore.
Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema.
Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia.
È grande questo padrone.
É un vero signore:
ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di farina, il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento.
Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà. Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – cioè vita- ai debitori.
Un primo e piccolo passo buono.
Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.
Quell’uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me!
Scommette sulla bontà delle persone.
La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili.
Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.
Fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza.
Il bene è sempre bene,
è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina.
Il bene non è mai inutile.
Fatevi degli amici!
Non c’è comandamento più sereno e più confortante.
Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete,
ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è!
Non c’è comandamento più umano.
Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei.
Il vero nemico, l’avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato.
Il vero competitor di Dio è la ricchezza.
La ricchezza è atea.
E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.
La soluzione che Gesù offre è
“fatevi degli amici”:
saranno loro ad accogliervi,
prima e meglio degli angeli.
Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo?
Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati.
Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.
E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell’eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici.
Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità?
Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze,
chi ha fatto di ciò
che possedeva
un sacramento
di comunione.
Lc 16, 1-13
Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore.
Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema.
Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia.
È grande questo padrone.
É un vero signore:
ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di farina, il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento.
Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà. Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – cioè vita- ai debitori.
Un primo e piccolo passo buono.
Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.
Quell’uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me!
Scommette sulla bontà delle persone.
La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili.
Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.
Fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza.
Il bene è sempre bene,
è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina.
Il bene non è mai inutile.
Fatevi degli amici!
Non c’è comandamento più sereno e più confortante.
Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete,
ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è!
Non c’è comandamento più umano.
Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei.
Il vero nemico, l’avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato.
Il vero competitor di Dio è la ricchezza.
La ricchezza è atea.
E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.
La soluzione che Gesù offre è
“fatevi degli amici”:
saranno loro ad accogliervi,
prima e meglio degli angeli.
Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo?
Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati.
Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.
E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell’eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici.
Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità?
Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze,
chi ha fatto di ciò
che possedeva
un sacramento
di comunione.
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UN SOGNO DI MATERNITÀ
E FRATERNITÀ
Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti.
Il Vangelo riparte dalla casa, dal basso: non nasconde, con molta onestà, che durante il ministero pubblico di Gesù, le relazioni con la madre e tutta la famiglia sono segnate da contrapposizioni e distanza.
Riferisce anzi uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria:
Chi è mia madre?
Parole dure che feriscono
il cuore, quasi un disconoscimento:
donna, non ti riconosco più come mia madre...
Lei che poté generare Dio,
non riuscì a capirlo totalmente.
La maggior familiarità non le risparmiò le maggiori incomprensioni.
Contare sul Messia come su uno della famiglia, averlo a tavola, conoscere i suoi gusti, non le rese meno difficile la via della fede.
Anche lei, come noi, pellegrina nella fede.
Gesù non contesta la famiglia, anzi vorrebbe estendere a livello di massa le relazioni calde e buone della casa, moltiplicarle all'infinito, offrire una casa a tutti, accasare tutti i figli dispersi:
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello…
Un sogno di maternità, sorellanza e fraternità al quale non può abdicare.
E FRATERNITÀ
Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti.
Il Vangelo riparte dalla casa, dal basso: non nasconde, con molta onestà, che durante il ministero pubblico di Gesù, le relazioni con la madre e tutta la famiglia sono segnate da contrapposizioni e distanza.
Riferisce anzi uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria:
Chi è mia madre?
Parole dure che feriscono
il cuore, quasi un disconoscimento:
donna, non ti riconosco più come mia madre...
Lei che poté generare Dio,
non riuscì a capirlo totalmente.
La maggior familiarità non le risparmiò le maggiori incomprensioni.
Contare sul Messia come su uno della famiglia, averlo a tavola, conoscere i suoi gusti, non le rese meno difficile la via della fede.
Anche lei, come noi, pellegrina nella fede.
Gesù non contesta la famiglia, anzi vorrebbe estendere a livello di massa le relazioni calde e buone della casa, moltiplicarle all'infinito, offrire una casa a tutti, accasare tutti i figli dispersi:
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello…
Un sogno di maternità, sorellanza e fraternità al quale non può abdicare.
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DIO CHIAMA E METTE
IN VIAGGIO PER FARTI
GUARITORE DEL DISAMORE
Chiamò a sé i Dodici
e prese a mandarli
ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio.
L'ha fatto con Abramo da Ur dei Caldei (alzati e va');
con il popolo in Egitto (lo condurrai fuori, nel deserto...);
con il profeta Giona (alzati e va' a Ninive);
con Israele ormai installato al sicuro nella terra promessa.
Dio viene a snidarti dalla vita stanca, dalla vita seduta; mette in moto pensieri nuovi, ti fa scoprire orizzonti che non conoscevi. Dio mette in cammino.
E camminare è un atto di libertà e di creazione, un atto di speranza e di conoscenza: è andare incontro a se stessi, scoprirsi mentre si scopre il mondo, un viaggio verso un altro mondo possibile.
Partono i discepoli a due a due. E non ad uno ad uno.
Il loro primo annuncio non è trasmesso da parole,
ma dall'eloquenza del camminare insieme, per la stessa meta.
E ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo
e un amico a sorreggere il cuore.
Un elogio della leggerezza quanto mai attuale: per camminare bisogna eliminare il superfluo e andare leggeri.
Né pane né sacca né denaro, senza cose, senza neppure il necessario, solo pura umanità, contestando radicalmente il mondo delle cose e del denaro, dell'accumulo e dell'apparire.
Per annunciare un mondo altro, in cui la forza risiede nella creatività dell'umano: «l'annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l'annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci).
Entrati in una casa lì rimanete. Il punto di approdo è la casa, il luogo dove la vita nasce ed è più vera.
Il Vangelo deve essere significativo nella casa, nei giorni delle lacrime e in quelli della festa, quando il figlio se ne va, quando l'anziano perde il senno o la salute...
Entrare in casa altrui comporta percepire il mondo con altri colori, profumi, sapori, mettersi nei panni degli altri, mettere al centro non le idee ma le persone, il vivo dei volti, lasciarsi raggiungere dal dolore e dalla gioia contagiosa della carne.
Se in qualche luogo non vi ascoltassero, andatevene. Al rifiuto i discepoli non oppongono risentimenti, solo un po' di polvere scossa dai sandali:
c'è un'altra casa poco più avanti, un altro villaggio, un altro cuore.
All'angolo di ogni strada, l'infinito.
Gesù ci vuole tutti nomadi d'amore, gente che non confida nel conto in banca o nel mattone, ma nel tesoro disseminato in tutti i paesi e città: mani e sorrisi che aprono porte e ristorano cuori.
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Dio chiama e mette in viaggio per guarire la vita, per farti guaritore del disamore, laboratorio di nuova umanità.
IN VIAGGIO PER FARTI
GUARITORE DEL DISAMORE
Chiamò a sé i Dodici
e prese a mandarli
ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio.
L'ha fatto con Abramo da Ur dei Caldei (alzati e va');
con il popolo in Egitto (lo condurrai fuori, nel deserto...);
con il profeta Giona (alzati e va' a Ninive);
con Israele ormai installato al sicuro nella terra promessa.
Dio viene a snidarti dalla vita stanca, dalla vita seduta; mette in moto pensieri nuovi, ti fa scoprire orizzonti che non conoscevi. Dio mette in cammino.
E camminare è un atto di libertà e di creazione, un atto di speranza e di conoscenza: è andare incontro a se stessi, scoprirsi mentre si scopre il mondo, un viaggio verso un altro mondo possibile.
Partono i discepoli a due a due. E non ad uno ad uno.
Il loro primo annuncio non è trasmesso da parole,
ma dall'eloquenza del camminare insieme, per la stessa meta.
E ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo
e un amico a sorreggere il cuore.
Un elogio della leggerezza quanto mai attuale: per camminare bisogna eliminare il superfluo e andare leggeri.
Né pane né sacca né denaro, senza cose, senza neppure il necessario, solo pura umanità, contestando radicalmente il mondo delle cose e del denaro, dell'accumulo e dell'apparire.
Per annunciare un mondo altro, in cui la forza risiede nella creatività dell'umano: «l'annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l'annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci).
Entrati in una casa lì rimanete. Il punto di approdo è la casa, il luogo dove la vita nasce ed è più vera.
Il Vangelo deve essere significativo nella casa, nei giorni delle lacrime e in quelli della festa, quando il figlio se ne va, quando l'anziano perde il senno o la salute...
Entrare in casa altrui comporta percepire il mondo con altri colori, profumi, sapori, mettersi nei panni degli altri, mettere al centro non le idee ma le persone, il vivo dei volti, lasciarsi raggiungere dal dolore e dalla gioia contagiosa della carne.
Se in qualche luogo non vi ascoltassero, andatevene. Al rifiuto i discepoli non oppongono risentimenti, solo un po' di polvere scossa dai sandali:
c'è un'altra casa poco più avanti, un altro villaggio, un altro cuore.
All'angolo di ogni strada, l'infinito.
Gesù ci vuole tutti nomadi d'amore, gente che non confida nel conto in banca o nel mattone, ma nel tesoro disseminato in tutti i paesi e città: mani e sorrisi che aprono porte e ristorano cuori.
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Dio chiama e mette in viaggio per guarire la vita, per farti guaritore del disamore, laboratorio di nuova umanità.
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COSA TI É SUCCESSO
QUANDO MI HAI INCONTRATO?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta
e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga
vita inesauribile.
QUANDO MI HAI INCONTRATO?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta
e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga
vita inesauribile.
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NEGLI INVISIBILI, L’ETERNO
Lc 16, 19-31
C'era una volta un ricco...
e un povero alla sua porta:
inizio da favola antica.
Il ricco è senza nome,
il povero ha il nome
dell’amico di Gesù, Lazzaro.
Uno è vestito di piaghe,
l'altro di porpora.
Uno è sul tetto del mondo,
l’altro è in fondo alla scala.
I due protagonisti si incrociano
ma non si incontrano,
tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato
da Dio per i suoi figli?
Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì.
Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti,
e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”,
mentre è sordo al lamento del povero.
Lo scavalca ogni giorno come
si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo
neppure l'idea:
il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani.
Attenzione agli invisibili
attorno a noi,
vi si rifugia l'Eterno.
“Tra noi e voi è posto
un grande abisso”,
in terra come in cielo,
dice Abramo.
Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l'ha ratificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato.
Fa qualcosa di peggio:
non lo fa esistere,
lo riduce a un rifiuto,
uno scarto, un nulla.
Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri.
E lo uccideva ogni volta
che lo scavalcava.
Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro.
Il sangue del male,
la linfa oscura è l’indifferenza,
il lasciare intatto l'abisso fra le persone.
Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L'eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mentre l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato?
Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli.
Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola.
Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio:
chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».
Lc 16, 19-31
C'era una volta un ricco...
e un povero alla sua porta:
inizio da favola antica.
Il ricco è senza nome,
il povero ha il nome
dell’amico di Gesù, Lazzaro.
Uno è vestito di piaghe,
l'altro di porpora.
Uno è sul tetto del mondo,
l’altro è in fondo alla scala.
I due protagonisti si incrociano
ma non si incontrano,
tra loro c’è un abisso.
È questo il mondo sognato
da Dio per i suoi figli?
Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì.
Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo.
Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti,
e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”,
mentre è sordo al lamento del povero.
Lo scavalca ogni giorno come
si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi, di toccarlo
neppure l'idea:
il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani.
Attenzione agli invisibili
attorno a noi,
vi si rifugia l'Eterno.
“Tra noi e voi è posto
un grande abisso”,
in terra come in cielo,
dice Abramo.
Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l'ha ratificato e reso eterno.
Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?
Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato.
Fa qualcosa di peggio:
non lo fa esistere,
lo riduce a un rifiuto,
uno scarto, un nulla.
Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri.
E lo uccideva ogni volta
che lo scavalcava.
Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’altro.
Il sangue del male,
la linfa oscura è l’indifferenza,
il lasciare intatto l'abisso fra le persone.
Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.
Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all’eternità.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.
L'eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mentre l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.
Perché il ricco è condannato?
Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli.
Il peccato del ricco è l’abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola.
Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.
Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio:
chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).
Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!”
E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.
«Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».
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L’eternità è già cominciata adesso.
È il prolungamento
delle mie scelte di oggi,
è la ratifica di ciò che
io ho creato
attorno a me:
abissi o abbracci,
cura o inferno.
Allora, non aspettiamo…
Il tempo di voler bene
è adesso.
Affrettiamoci ad amare.
Le persone se ne vanno
così in fretta.
https://youtu.be/tFOnBnlGQio?si=15n89hSfkW5TuPGp
È il prolungamento
delle mie scelte di oggi,
è la ratifica di ciò che
io ho creato
attorno a me:
abissi o abbracci,
cura o inferno.
Allora, non aspettiamo…
Il tempo di voler bene
è adesso.
Affrettiamoci ad amare.
Le persone se ne vanno
così in fretta.
https://youtu.be/tFOnBnlGQio?si=15n89hSfkW5TuPGp
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Il primo miracolo? Accorgersi dell'altro
La terra è piena di Lazzari,
è piena di poveri. Ascoltateli!
C'è più Dio nel grido di un povero
che in tutti i libri di teologia.
Ascoltate, guardate, toccate,
ma adesso da vivi,
non da morti.
è piena di poveri. Ascoltateli!
C'è più Dio nel grido di un povero
che in tutti i libri di teologia.
Ascoltate, guardate, toccate,
ma adesso da vivi,
non da morti.
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LA SUA FIDUCIA TOTALE, INDOMABILE
NELLA CREATURA UMANA
È la svolta decisiva
del Vangelo di Luca.
Il volto trasfigurato
sul Tabor,
il volto bello diventa
il volto forte di Gesù,
in cammino verso Gerusalemme.
“E indurì il suo volto”
è scritto letteralmente,
lo rese forte, deciso, risoluto.
Con il volto bello del Tabor termina la catechesi dell’ascolto: “ascoltate Lui” aveva detto la voce dalla nube.
Con il volto in cammino inizia la catechesi della sequela:
“tu, seguimi”.
Il primo tratto del volto in cammino lo delinea dietro la storia
di un villaggio di Samaria
che rifiuta di accoglierlo.
Allora Giacomo e Giovanni,
i migliori, i più vicini,
scelti a vedere
il volto bello del Tabor:
«Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li bruci tutti?»
C’è qui in gioco qualcosa
di molto importante.
Gesù spalanca le menti dei suoi amici:
mostra che non ha nulla da spartire con chi invoca fuoco e fiamme sugli altri,
fossero pure eretici o nemici, che Dio non si vendica mai.
È l’icona della libertà,
difende perfino quella
di chi non la pensa come lui.
Difende quel villaggio per difenderci tutti.
Per lui l’uomo viene prima della sua fede, l’uomo conta più delle sue idee.
È l’uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o giudeo, giusto o ingiusto;
il suo obiettivo è l’uomo, ogni uomo (Turoldo).
«Andiamo in un altro villaggio!».
Ha il mondo davanti,
Lui pellegrino senza frontiere, un mondo di incontri; alla svolta di ogni sentiero di Samaria
c’è sempre una creatura da ascoltare,
una casa cui augurare pace;
ancora un cieco da guarire, un altro peccatore da perdonare,
un cuore da fasciare,
un povero cui annunciare che è il principe
del Regno di Dio.
Il volto in cammino fa trasparire la sua fiducia totale, indomabile nella creatura umana;
se non qui, appena oltre, un cuore è pronto
per il sogno di Dio.
NELLA CREATURA UMANA
È la svolta decisiva
del Vangelo di Luca.
Il volto trasfigurato
sul Tabor,
il volto bello diventa
il volto forte di Gesù,
in cammino verso Gerusalemme.
“E indurì il suo volto”
è scritto letteralmente,
lo rese forte, deciso, risoluto.
Con il volto bello del Tabor termina la catechesi dell’ascolto: “ascoltate Lui” aveva detto la voce dalla nube.
Con il volto in cammino inizia la catechesi della sequela:
“tu, seguimi”.
E per dieci capitoli
Luca racconterà
il grande viaggio
di Gesù verso
la Croce.Il primo tratto del volto in cammino lo delinea dietro la storia
di un villaggio di Samaria
che rifiuta di accoglierlo.
Allora Giacomo e Giovanni,
i migliori, i più vicini,
scelti a vedere
il volto bello del Tabor:
«Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li bruci tutti?»
C’è qui in gioco qualcosa
di molto importante.
Gesù spalanca le menti dei suoi amici:
mostra che non ha nulla da spartire con chi invoca fuoco e fiamme sugli altri,
fossero pure eretici o nemici, che Dio non si vendica mai.
È l’icona della libertà,
difende perfino quella
di chi non la pensa come lui.
Difende quel villaggio per difenderci tutti.
Per lui l’uomo viene prima della sua fede, l’uomo conta più delle sue idee.
È l’uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o giudeo, giusto o ingiusto;
il suo obiettivo è l’uomo, ogni uomo (Turoldo).
«Andiamo in un altro villaggio!».
Ha il mondo davanti,
Lui pellegrino senza frontiere, un mondo di incontri; alla svolta di ogni sentiero di Samaria
c’è sempre una creatura da ascoltare,
una casa cui augurare pace;
ancora un cieco da guarire, un altro peccatore da perdonare,
un cuore da fasciare,
un povero cui annunciare che è il principe
del Regno di Dio.
Il volto in cammino fa trasparire la sua fiducia totale, indomabile nella creatura umana;
se non qui, appena oltre, un cuore è pronto
per il sogno di Dio.
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SEGUIRLO È SCOPRIRE
UNA RICCHEZZA
MAI IMMAGINATA
Il primo personaggio
che entra in scena
è un generoso e dice:
Ti seguirò,
dovunque tu vada!
Gesù deve avere gioito
per lo slancio,
deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane
di quest'uomo.
Eppure risponde:
Pensaci! Neanche un nido, neanche una tana,
solo strada, ancora strada.
Non un posto dove
posare il capo,
se non in Dio,
quotidianamente
dipendente dal cielo.
Così è Gesù:
nudo amore che
deve essere amato
in nuda povertà.
Eppure, seguirlo è
scoprire una ricchezza
che mai avrei immaginato.
É diventare ricchi,
non di cose,
di luoghi o nidi,
ma di incontri,
di opportunità,
di luce.
Gesù non ha una casa,
ma ne trova cento
sul suo cammino,
colme di volti amici.
Le parole di Gesù
sono sempre,
anche quelle dure,
una risposta al nostro
bisogno di felicità.
Il secondo riceve un invito diretto:
Seguimi!
E questi risponde: sì.
Solo permettimi di andare
prima a seppellire
mio padre.
La richiesta più legittima
che si possa pensare,
dovere di figlio,
compito di umanità
Gesù replica con parole
tra le più dure del vangelo:
Lascia che i morti
seppelliscano i morti!
Parole che dicono:
è possibile essere
dei morti dentro,
vivere una vita spenta,
una religiosità oscura, tenebrosa, intrisa di paure.
Parole dure che
sottintendono però:
segui me,
io ti darò il segreto
della vita autentica!
Il Vangelo è sempre
un inno alla vita,
scoperta di bellezza,
incremento di umanità.
Gesù non cerca
eroi incrollabili
per il suo regno,
ma uomini e donne
autentici che
sappiano sceglierlo
ogni giorno di nuovo,
che sappiano rispondere «sì», ogni volta,
come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene?
UNA RICCHEZZA
MAI IMMAGINATA
Il primo personaggio
che entra in scena
è un generoso e dice:
Ti seguirò,
dovunque tu vada!
Gesù deve avere gioito
per lo slancio,
deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane
di quest'uomo.
Eppure risponde:
Pensaci! Neanche un nido, neanche una tana,
solo strada, ancora strada.
Non un posto dove
posare il capo,
se non in Dio,
quotidianamente
dipendente dal cielo.
Così è Gesù:
nudo amore che
deve essere amato
in nuda povertà.
Eppure, seguirlo è
scoprire una ricchezza
che mai avrei immaginato.
É diventare ricchi,
non di cose,
di luoghi o nidi,
ma di incontri,
di opportunità,
di luce.
Gesù non ha una casa,
ma ne trova cento
sul suo cammino,
colme di volti amici.
Le parole di Gesù
sono sempre,
anche quelle dure,
una risposta al nostro
bisogno di felicità.
Il secondo riceve un invito diretto:
Seguimi!
E questi risponde: sì.
Solo permettimi di andare
prima a seppellire
mio padre.
La richiesta più legittima
che si possa pensare,
dovere di figlio,
compito di umanità
Gesù replica con parole
tra le più dure del vangelo:
Lascia che i morti
seppelliscano i morti!
Parole che dicono:
è possibile essere
dei morti dentro,
vivere una vita spenta,
una religiosità oscura, tenebrosa, intrisa di paure.
Parole dure che
sottintendono però:
segui me,
io ti darò il segreto
della vita autentica!
Il Vangelo è sempre
un inno alla vita,
scoperta di bellezza,
incremento di umanità.
Gesù non cerca
eroi incrollabili
per il suo regno,
ma uomini e donne
autentici che
sappiano sceglierlo
ogni giorno di nuovo,
che sappiano rispondere «sì», ogni volta,
come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene?
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UN BAMBINO
COME PADRE
NEL CAMMINO DI FEDE
Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Gesù ci disarma e sguinzaglia il nostro lato giocoso, fanciullesco.
Arrendersi all'infanzia è arrendersi al cuore e al sorriso, accettare di lasciare la propria mano in quella dell'altro, abbandonarsi senza riserve (C. Cayol).
Proporre il bambino come modello del credente è far entrare nella religione l'inedito.
Cosa sa un bambino?
La tenerezza degli abbracci, l'emozione delle corse, il vento sul viso...
Non sa di filosofia né di leggi. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida.
Gesù ci propone un bambino come padre, nel nostro cammino di fede.
“Il bambino è il padre dell'uomo”.(Wordsworth).
I bambini danno ordini al futuro.
E aggiunge: Chi lo accoglie, accoglie me!
Fa un passo avanti, enorme e stupefacente: indica il bambino come sua immagine. Dio come un bambino!
Vertigine del pensiero.
Il Re dei re, il Creatore, l'Eterno in un bambino?
Se Dio è come un bambino significa che va protetto, accudito, nutrito, aiutato, accolto (E. Hillesum).
A chi è come loro appartiene il regno di Dio.
I bambini: maestri nell'arte della fiducia e dello stupore.
Incuriositi da ciò che porta ogni nuovo giorno, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre.
Il bambino porta la festa nel quotidiano. Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino.
Accogliere Dio come un bambino: è un invito a farsi madri, madri di Dio.
Il modello di fede: Maria, la Madre, che nella sua vita non ha fatto probabilmente nient'altro di speciale che questo: accogliere Dio in un bambino. E con questo ha fatto tutto.
COME PADRE
NEL CAMMINO DI FEDE
Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Gesù ci disarma e sguinzaglia il nostro lato giocoso, fanciullesco.
Arrendersi all'infanzia è arrendersi al cuore e al sorriso, accettare di lasciare la propria mano in quella dell'altro, abbandonarsi senza riserve (C. Cayol).
Proporre il bambino come modello del credente è far entrare nella religione l'inedito.
Cosa sa un bambino?
La tenerezza degli abbracci, l'emozione delle corse, il vento sul viso...
Non sa di filosofia né di leggi. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida.
Gesù ci propone un bambino come padre, nel nostro cammino di fede.
“Il bambino è il padre dell'uomo”.(Wordsworth).
I bambini danno ordini al futuro.
E aggiunge: Chi lo accoglie, accoglie me!
Fa un passo avanti, enorme e stupefacente: indica il bambino come sua immagine. Dio come un bambino!
Vertigine del pensiero.
Il Re dei re, il Creatore, l'Eterno in un bambino?
Se Dio è come un bambino significa che va protetto, accudito, nutrito, aiutato, accolto (E. Hillesum).
A chi è come loro appartiene il regno di Dio.
I bambini: maestri nell'arte della fiducia e dello stupore.
Incuriositi da ciò che porta ogni nuovo giorno, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre.
Il bambino porta la festa nel quotidiano. Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino.
Accogliere Dio come un bambino: è un invito a farsi madri, madri di Dio.
Il modello di fede: Maria, la Madre, che nella sua vita non ha fatto probabilmente nient'altro di speciale che questo: accogliere Dio in un bambino. E con questo ha fatto tutto.
❤52🔥3🥰3🙏3