GESÙ, PIENEZZA DELLA POLIFONIA DELL’ESISTENZA
Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può...
Parole dure e severe. Alcune bruciano come chiodi di una crocifissione del cuore.
Un elenco puntiglioso di sette oggetti d'amore che compongono la geografia del cuore, la nostra mappa della felicità.
Se uno non mi ama più della propria vita... sembrano le parole di un esaltato.
MA DAVVERO QUESTO BRANO PARLA DI SACRIFICARE QUALSIASI LEGAME DEL CUORE?
Credo si tratti di colpi duri che spezzano la conchiglia per trovare la perla.
Il punto di comparazione è attorno al verbo «amare», in una formula per me meravigliosa e creativa «AMARE DI PIÙ».
Le condizioni che Gesù pone contengono “il morso del più”, il loro obiettivo non è una diminuzione ma un potenziamento, il cuore umano non è figlio di sottrazioni ma di addizioni, non è chiesto di sacrificare ma di aggiungere.
Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto gli affetti ti lavorino per farti uomo realizzato, donna felice, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale.
Gesù si offre come incremento, accrescimento di vita. Una vita intensa, piena, profondamente amata e mai rinnegata.
Chi non porta la propria croce...
La croce non è da portare per amore della sofferenza. “Credimi, è così semplice quando si ama” (J. Twardowski): là dove metti il tuo cuore, lì troverai anche le tue ferite.
Con il suo “amare di più” Gesù non intende instaurare una competizione sentimentale o emotiva tra sé e la costellazione degli affetti del discepolo.
Da una simile sfida affettiva sa bene che non uscirebbe vincitore, se non presso pochi “folli di Dio”.
Per comprendere nel giusto senso il verbo amare, occorre considerare il retroterra biblico, confrontarsi con il Dio geloso dell'Alleanza (Dt 6,15) che chiede di essere amato con tutto il cuore e l'anima e le forze (in modo radicale come Gesù).
La richiesta di amare Dio non è primariamente affettiva. Lungo tutta l'Alleanza e i Profeti significa essere fedeli, non seguire gli idoli, ascoltare, ubbidire, essere giusti nella vita.
Amare “con tutto il cuore”, la totalità del cuore non significa esclusività.
Amerai Dio con tutto il cuore, non significa amerai solo lui.
Con tutto il cuore amerai anche tua madre, tuo figlio, tuo marito, il tuo amico. Senza amori dimezzati.
Ascolta Israele: non avrai altro Dio all'infuori di me, e non già: non avrai altri amori all'infuori di me.
Gesù si offre come ottavo oggetto d'amore al nostro cuore plurale,
come pienezza della polifonia dell'esistenza.
E lo può fare perché Lui possiede la chiave dell'arte di amare fino in fondo, fino all'estremo del dono.
Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può...
Parole dure e severe. Alcune bruciano come chiodi di una crocifissione del cuore.
Un elenco puntiglioso di sette oggetti d'amore che compongono la geografia del cuore, la nostra mappa della felicità.
Se uno non mi ama più della propria vita... sembrano le parole di un esaltato.
MA DAVVERO QUESTO BRANO PARLA DI SACRIFICARE QUALSIASI LEGAME DEL CUORE?
Credo si tratti di colpi duri che spezzano la conchiglia per trovare la perla.
Il punto di comparazione è attorno al verbo «amare», in una formula per me meravigliosa e creativa «AMARE DI PIÙ».
Le condizioni che Gesù pone contengono “il morso del più”, il loro obiettivo non è una diminuzione ma un potenziamento, il cuore umano non è figlio di sottrazioni ma di addizioni, non è chiesto di sacrificare ma di aggiungere.
Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto gli affetti ti lavorino per farti uomo realizzato, donna felice, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale.
Gesù si offre come incremento, accrescimento di vita. Una vita intensa, piena, profondamente amata e mai rinnegata.
Chi non porta la propria croce...
La croce non è da portare per amore della sofferenza. “Credimi, è così semplice quando si ama” (J. Twardowski): là dove metti il tuo cuore, lì troverai anche le tue ferite.
Con il suo “amare di più” Gesù non intende instaurare una competizione sentimentale o emotiva tra sé e la costellazione degli affetti del discepolo.
Da una simile sfida affettiva sa bene che non uscirebbe vincitore, se non presso pochi “folli di Dio”.
Per comprendere nel giusto senso il verbo amare, occorre considerare il retroterra biblico, confrontarsi con il Dio geloso dell'Alleanza (Dt 6,15) che chiede di essere amato con tutto il cuore e l'anima e le forze (in modo radicale come Gesù).
La richiesta di amare Dio non è primariamente affettiva. Lungo tutta l'Alleanza e i Profeti significa essere fedeli, non seguire gli idoli, ascoltare, ubbidire, essere giusti nella vita.
Amare “con tutto il cuore”, la totalità del cuore non significa esclusività.
Amerai Dio con tutto il cuore, non significa amerai solo lui.
Con tutto il cuore amerai anche tua madre, tuo figlio, tuo marito, il tuo amico. Senza amori dimezzati.
Ascolta Israele: non avrai altro Dio all'infuori di me, e non già: non avrai altri amori all'infuori di me.
Gesù si offre come ottavo oggetto d'amore al nostro cuore plurale,
come pienezza della polifonia dell'esistenza.
E lo può fare perché Lui possiede la chiave dell'arte di amare fino in fondo, fino all'estremo del dono.
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DIO NON GUARDA LA NOSTRA COLPA, MA LA NOSTRA DEBOLEZZA
Un pastore che sfida il deserto,
una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova.
LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA sono il vangelo del vangelo.
Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C'era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori,
un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti.
Gesù allora spiega questa amicizia con parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta.
Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce, è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.
Immagine bellissima: Dio non guarda la nostra colpa, ma la nostra debolezza.
Non traccia consuntivi, ma preventivi.
Dio è amico della vita:
Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici,
realizzate,
uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa.
Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d'oro.
Queste parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge cielo e terra:
vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti...
Da che cosa nasce questa felicità di Dio?
Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa:
“avete visto l'amato del mio cuore?”
SONO IO L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME.
Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
Un pastore che sfida il deserto,
una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova.
LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA sono il vangelo del vangelo.
Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C'era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori,
un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti.
Gesù allora spiega questa amicizia con parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta.
Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce, è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.
Immagine bellissima: Dio non guarda la nostra colpa, ma la nostra debolezza.
Non traccia consuntivi, ma preventivi.
Dio è amico della vita:
Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici,
realizzate,
uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa.
Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d'oro.
Queste parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge cielo e terra:
vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti...
Da che cosa nasce questa felicità di Dio?
Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa:
“avete visto l'amato del mio cuore?”
SONO IO L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME.
Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
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SETE D’INFINITO
Ermes Ronchi all’Università del Dialogo
https://youtu.be/B9jz00Ee8H4?si=1vNQ0lSQLdoog1WB
Ermes Ronchi all’Università del Dialogo
https://youtu.be/B9jz00Ee8H4?si=1vNQ0lSQLdoog1WB
YouTube
Sete d'infinito - Ermes Ronchi all'Università del dialogo
Con i giovani del Sermig, arsenale della Pace a Torino, il 27 marzo 2018
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FATEVI DEGLI AMICI
Un peccatore che fa lezione ai discepoli,
Gesù che mette sulla cattedra un disonesto.
E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento:
i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce.
Imparate, fosse anche da un peccatore.
L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara:
farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.
Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.
Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione.
Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.
E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa.
Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di grano,
alla gioia che nascerà,
alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.
E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Fatevi degli amici.
Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia,
la eleva a programma di vita,
vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia,
il comandamento più gioioso e più umano.
Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta?
Giovanni Crisostomo scrive:
potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode.
Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra.
E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.
Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.
La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri.
Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.
Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.
Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.
Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Il culto della ricchezza,
dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere,
la disidratazione del cuore, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.
Un peccatore che fa lezione ai discepoli,
Gesù che mette sulla cattedra un disonesto.
E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento:
i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce.
Imparate, fosse anche da un peccatore.
L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara:
farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.
Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.
Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione.
Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.
E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa.
Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di grano,
alla gioia che nascerà,
alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.
E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Fatevi degli amici.
Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia,
la eleva a programma di vita,
vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia,
il comandamento più gioioso e più umano.
Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta?
Giovanni Crisostomo scrive:
potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode.
Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra.
E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.
Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.
La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri.
Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.
Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.
Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.
Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Il culto della ricchezza,
dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere,
la disidratazione del cuore, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.
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NELLA CHIESA FUORI I MERCANTI E DENTRO I POVERI
In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all'altro della terra.
Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell'uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano.
Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no.
Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85).
Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo.
E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.
Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita.
I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo:
io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi.
Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri.
Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo.
Tutto il resto è decorativo.
Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre.
C'è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri, con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale.
Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all'altro della terra.
Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell'uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano.
Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no.
Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85).
Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo.
E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.
Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.
Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita.
I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo:
io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi.
Non pretende nulla, dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri.
Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo.
Tutto il resto è decorativo.
Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre.
C'è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri, con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale.
Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
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STIGMA DI DIO SONO DUE SPICCIOLI
L’ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco è
una donna senza nome,
una maestra senza parole e senza titoli,
ma che conosce la sapienza del vivere.
Gesù, seduto, osserva.
Il suo sguardo penetrante, affilato come quello dei profeti, nota in quella vedova povera un gesto da nulla, in cui si cela il divino, vede l’assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi.
Lei ha gettato due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.
Perché di più di tutti? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Conta quanto cuore c’è dentro, quanto peso di lacrime e quanta fede.
Per quella donna, le parole originarie che Marco spende sono geniali: gettò nel tesoro tutta intera la sua vita.
Ha gettato tutto ciò che le serviva per vivere.
Chi dà tutto, non si meraviglia, poi, di ricevere tutto.
Quella donna ha immesso nel mondo il meglio che aveva: il suo molto coraggio, contenente una scheggia di divino.
Nel gesto discreto di lei, Gesù ci lascia una lezione fondamentale:
non cercate nella vita persone sante.
Forse le troverete o forse no (infatti non sappiamo nulla della vita morale di quella donna).
Cercate piuttosto persone generose.
La generosità è lo stigma di Dio.
Affidiamo la nostra vita ai generosi, andiamo a scuola da loro, e non dagli scribi pii e devoti.
Vangelo dalla domanda radicale:
Che cosa ci fa vivere?
Dalla risposta semplice:
il dono!
Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, concreto, asciutto, di mani: “dare”.
Non un fatto di emozioni ma di doni.
Architrave portante della religione è il dono, e non il dovere o i debiti da pagare.
“Io credo nello Spirito è Signore e dà la vita”.
Dio dona.
Dona respiro al mio respiro,
dona agli uccelli di volare,
alla rosa di fiorire,
alle mamme l’abbraccio
che guarisce,
alla vita di risorgere,
a una piccola donna povera di valere molto più
degli istruiti,
più ancora dei più ricchi.
“Se tu ascoltassi per un’ora soltanto il tuo cuore, faresti lezione agli eruditi!” (Rumi).
Questa donna l’ha fatto, ha ascoltato il cuore e ha dato più di tutti.
La domanda dell’ultima sera risuonerà forse come eco di questo piccolo evento:
che cosa hai dato alla vita?
Hai dato molto o poco alle vite che ti erano affidate? Hai dato generosamente quello che avevi:
tempo,
affetti,
luce,
i motivi che ti fanno vivere, gioire e,
qualche volta almeno, tentare un passo di danza nel sole,
e perfino nella pioggia?
I primi posti non appartengono agli scribi esperti di religione,
ma a quelli che danno ciò che li fa vivere,
che regalano cuore
con gesti piccoli o grandi di cura,
attenzione,
gentilezza.
L’infinito confina con una carezza,
l’assoluto con due spiccioli poveri,
la notte comincia con la prima stella,
l’amore con il primo sguardo,
il mondo nuovo con il piccolo gesto di una vedova senza nome.
L’ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco è
una donna senza nome,
una maestra senza parole e senza titoli,
ma che conosce la sapienza del vivere.
Gesù, seduto, osserva.
Il suo sguardo penetrante, affilato come quello dei profeti, nota in quella vedova povera un gesto da nulla, in cui si cela il divino, vede l’assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi.
Lei ha gettato due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.
Perché di più di tutti? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Conta quanto cuore c’è dentro, quanto peso di lacrime e quanta fede.
Per quella donna, le parole originarie che Marco spende sono geniali: gettò nel tesoro tutta intera la sua vita.
Ha gettato tutto ciò che le serviva per vivere.
Chi dà tutto, non si meraviglia, poi, di ricevere tutto.
Quella donna ha immesso nel mondo il meglio che aveva: il suo molto coraggio, contenente una scheggia di divino.
Nel gesto discreto di lei, Gesù ci lascia una lezione fondamentale:
non cercate nella vita persone sante.
Forse le troverete o forse no (infatti non sappiamo nulla della vita morale di quella donna).
Cercate piuttosto persone generose.
La generosità è lo stigma di Dio.
Affidiamo la nostra vita ai generosi, andiamo a scuola da loro, e non dagli scribi pii e devoti.
Vangelo dalla domanda radicale:
Che cosa ci fa vivere?
Dalla risposta semplice:
il dono!
Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, concreto, asciutto, di mani: “dare”.
Non un fatto di emozioni ma di doni.
Architrave portante della religione è il dono, e non il dovere o i debiti da pagare.
“Io credo nello Spirito è Signore e dà la vita”.
Dio dona.
Dona respiro al mio respiro,
dona agli uccelli di volare,
alla rosa di fiorire,
alle mamme l’abbraccio
che guarisce,
alla vita di risorgere,
a una piccola donna povera di valere molto più
degli istruiti,
più ancora dei più ricchi.
“Se tu ascoltassi per un’ora soltanto il tuo cuore, faresti lezione agli eruditi!” (Rumi).
Questa donna l’ha fatto, ha ascoltato il cuore e ha dato più di tutti.
La domanda dell’ultima sera risuonerà forse come eco di questo piccolo evento:
che cosa hai dato alla vita?
Hai dato molto o poco alle vite che ti erano affidate? Hai dato generosamente quello che avevi:
tempo,
affetti,
luce,
i motivi che ti fanno vivere, gioire e,
qualche volta almeno, tentare un passo di danza nel sole,
e perfino nella pioggia?
I primi posti non appartengono agli scribi esperti di religione,
ma a quelli che danno ciò che li fa vivere,
che regalano cuore
con gesti piccoli o grandi di cura,
attenzione,
gentilezza.
L’infinito confina con una carezza,
l’assoluto con due spiccioli poveri,
la notte comincia con la prima stella,
l’amore con il primo sguardo,
il mondo nuovo con il piccolo gesto di una vedova senza nome.
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NE BASTA POCHISSIMA DI FEDE, MENO DI UN GRANELLO DI SENAPE
Per capire la domanda degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo riandare alla vertiginosa proposta di Gesù un versetto prima:
se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, tu gli perdonerai.
Sembra una missione impossibile, ma notiamo le parole esatte. Se tuo fratello torna e dice: sono pentito, non semplicemente: “scusa, mi dispiace” (troppo comodo!) ma: “mi converto, cambio modo di fare”, allora tu gli darai fiducia, gli darai credito, un credito immeritato come fa Dio con te; tu crederai nel suo futuro.
Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro della persona.
Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”.
Accresci, aggiungi fede. È così poca!
Preghiera che Gesù non esaudisce, perché la fede non è un “dono” che arriva da fuori.
La fede è la mia risposta ai doni di Dio, al suo corteggiamento mite e disarmato.
“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.
L'arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, il più piccolo tra i semi accostato alla visione grandiosa di gelsi che volano sul mare!
Ne basta poca di fede, anzi pochissima, meno di un granello di senape.
Efficace il poeta Jan Twardowski: «anche il più gran santo/ è trasportato come un fuscello/ dalla formica della fede».
Tutti abbiamo visto alberi volare e gelsi ubbidire, e questo non per miracoli spettacolari - neanche Gesù ha mai sradicato piante o fatto danzare i colli di Galilea - ma per il prodigio di persone capaci di un amore che non si arrende.
Ed erano genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.
Per capire la domanda degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo riandare alla vertiginosa proposta di Gesù un versetto prima:
se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, tu gli perdonerai.
Sembra una missione impossibile, ma notiamo le parole esatte. Se tuo fratello torna e dice: sono pentito, non semplicemente: “scusa, mi dispiace” (troppo comodo!) ma: “mi converto, cambio modo di fare”, allora tu gli darai fiducia, gli darai credito, un credito immeritato come fa Dio con te; tu crederai nel suo futuro.
Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro della persona.
Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”.
Accresci, aggiungi fede. È così poca!
Preghiera che Gesù non esaudisce, perché la fede non è un “dono” che arriva da fuori.
La fede è la mia risposta ai doni di Dio, al suo corteggiamento mite e disarmato.
“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.
L'arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, il più piccolo tra i semi accostato alla visione grandiosa di gelsi che volano sul mare!
Ne basta poca di fede, anzi pochissima, meno di un granello di senape.
Efficace il poeta Jan Twardowski: «anche il più gran santo/ è trasportato come un fuscello/ dalla formica della fede».
Tutti abbiamo visto alberi volare e gelsi ubbidire, e questo non per miracoli spettacolari - neanche Gesù ha mai sradicato piante o fatto danzare i colli di Galilea - ma per il prodigio di persone capaci di un amore che non si arrende.
Ed erano genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.
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SERVI INUTILI PERCHÉ NON CERCANO IL PROPRIO UTILE
Una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti:
quando avete fatto tutto dite:
siamo servi inutili.
Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà.
Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese.
Loro gioia è servire la vita.
Servo è il nome che Gesù sceglie per sè.
Come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa,
che umanizza,
che libera,
che pianta alberi di vita
nel deserto e nel mare.
Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore.
L’energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola.
“Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore”.
Una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti:
quando avete fatto tutto dite:
siamo servi inutili.
Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà.
Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese.
Loro gioia è servire la vita.
Servo è il nome che Gesù sceglie per sè.
Come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa,
che umanizza,
che libera,
che pianta alberi di vita
nel deserto e nel mare.
Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore.
L’energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola.
“Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore”.
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COME UN SAMARITANO, AGGRAPPATO A UN GRAZIE TROPPE VOLTE TACIUTO
E mentre andavano furono guariti.
Il Vangelo è pieno di guariti, sono come il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto prima nelle piaghe dei dieci lebbrosi, e poi nello stupore dell’unico che torna cantando.
Mentre vanno sono guariti… i dieci lebbrosi si sono messi in cammino ancora malati, ed è il viaggio ad essere guaritore, il primo passo, la terra di mezzo dove la speranza diventa più potente della lebbra, spalanca orizzonti e porta via dalla vita immobile.
Il verbo all’imperfetto (mentre andavano) narra di una azione continuativa, lenta, progressiva.
Passo dopo passo, un piede dietro l’altro, a poco a poco.
Guarigione paziente come la strada.
Al samaritano che ritorna Gesù dice: La tua fede ti ha salvato!
Anche gli altri nove hanno avuto fede nella parole di Gesù, si sono messi in strada per un anticipo di fiducia.
Dove sta la differenza?
Il lebbroso di Samaria non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla sorgente, trova la fonte e vi si immerge come in un lago.
Non gli basta la guarigione, lui ha bisogno di salvezza, che è più della salute, più della felicità.
Altro è essere guariti, altro essere salvati: nella guarigione si chiudono le piaghe, nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, raggiungi il cuore profondo dell’essere, l’unità di ogni tua parte.
Ed è come unificare i frammenti, raggiungere non i doni, ma il Donatore, il suo oceano di luce.
L’unico lebbroso «salvato» rifà a ritroso la strada guaritrice, ed è come se guarisse due volte, e alla fine trova lo stupore di un Dio che ha i piedi anche lui nella polvere delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe.
Gesù si lascia sfuggire una parola di sorpresa: Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio?
Sulla bilancia del Signore ciò che pesa (l’etimologia di «gloria» ricorda il termine «peso») viene da altro, Dio non è la gloria di se stesso: «gloria di Dio è l’uomo vivente» (S. Ireneo).
E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria?
Il doppiamente escluso che si ritrova guarito, che torna gridando di gioia, ringraziando «a voce grande» dice Luca, danzando nella polvere della strada, libero come il vento?
Come usciremo da questo Vangelo?
Io voglio uscire aggrappato, come un samaritano dalla pelle di primavera, a un «grazie», troppe volte taciuto, troppe volte perduto.
Aggrappato, come un uomo molte volte guarito, alla manciata di polvere fragile che è la mia carne, ma dove respira il respiro di Dio, e la sua cura.
E mentre andavano furono guariti.
Il Vangelo è pieno di guariti, sono come il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù: Dio è qui, è con noi, coinvolto prima nelle piaghe dei dieci lebbrosi, e poi nello stupore dell’unico che torna cantando.
Mentre vanno sono guariti… i dieci lebbrosi si sono messi in cammino ancora malati, ed è il viaggio ad essere guaritore, il primo passo, la terra di mezzo dove la speranza diventa più potente della lebbra, spalanca orizzonti e porta via dalla vita immobile.
Il verbo all’imperfetto (mentre andavano) narra di una azione continuativa, lenta, progressiva.
Passo dopo passo, un piede dietro l’altro, a poco a poco.
Guarigione paziente come la strada.
Al samaritano che ritorna Gesù dice: La tua fede ti ha salvato!
Anche gli altri nove hanno avuto fede nella parole di Gesù, si sono messi in strada per un anticipo di fiducia.
Dove sta la differenza?
Il lebbroso di Samaria non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla sorgente, trova la fonte e vi si immerge come in un lago.
Non gli basta la guarigione, lui ha bisogno di salvezza, che è più della salute, più della felicità.
Altro è essere guariti, altro essere salvati: nella guarigione si chiudono le piaghe, nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, raggiungi il cuore profondo dell’essere, l’unità di ogni tua parte.
Ed è come unificare i frammenti, raggiungere non i doni, ma il Donatore, il suo oceano di luce.
L’unico lebbroso «salvato» rifà a ritroso la strada guaritrice, ed è come se guarisse due volte, e alla fine trova lo stupore di un Dio che ha i piedi anche lui nella polvere delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe.
Gesù si lascia sfuggire una parola di sorpresa: Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio?
Sulla bilancia del Signore ciò che pesa (l’etimologia di «gloria» ricorda il termine «peso») viene da altro, Dio non è la gloria di se stesso: «gloria di Dio è l’uomo vivente» (S. Ireneo).
E chi è più vivente di questo piccolo uomo di Samaria?
Il doppiamente escluso che si ritrova guarito, che torna gridando di gioia, ringraziando «a voce grande» dice Luca, danzando nella polvere della strada, libero come il vento?
Come usciremo da questo Vangelo?
Io voglio uscire aggrappato, come un samaritano dalla pelle di primavera, a un «grazie», troppe volte taciuto, troppe volte perduto.
Aggrappato, come un uomo molte volte guarito, alla manciata di polvere fragile che è la mia carne, ma dove respira il respiro di Dio, e la sua cura.
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CERCATORI DELL’ASSOLUTO
Tutti viandanti incamminati perché questo mondo così com'è non basta a nessuno.
Tutti testimoni di un qualcosa che ci unisce al di là della forma, della forma delle fedi.
Siamo anche noi così, pellegrini senza strada, non si vede la strada del pellegrino dell'assoluto.
Giovanni della Croce dice:
“Siamo senza strada,
ma tenacemente in cammino perché Dio è sempre oltre.
In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.
Dio è oltre le parole,
oltre i pensieri,
oltre i dogmi,
oltre la Chiesa.
Dio non è ciò che penso di Lui, non è ciò che dico di Lui.
Le nostre parole sono come uccellini in gabbia che sbattono contro le pareti, continuano a tentare di volare via o di dire poco più del nulla che sappiamo di lui.
Sbattiamo contro la gabbia dei limiti perché noi tutti stiamo camminando ai bordi del mistero, rimaniamo ai confini della galassia, Dio è oltre.
Karl Barth diceva: “Dio è l'infinitamente altro che viene nella storia perché la storia diventi infinitamente altra da ciò che è, viene per alterare la nostra vita.”
Apre davanti all'uomo e alla donna la diversità di una vita vissuta secondo la diversità di Dio.
Nel trattato logico filosofico di Wittgenstein c’è una bellissima immagine, dice così: l'uomo è come un'isola, la vita ti conduce a conoscere tutta l'isola, esplorarne il litorale, le baie, i promontori, le spiagge e quando hai terminato il giro dell' isola, torni al punto di partenza e ti pare di conoscerla bene la tua isola.
Ma la fede ci mostra che a quel punto, proprio dove l’ isola e la terra finiscono, lì inizia l'oceano infinito e profondo e che la spiaggia è il luogo dove si incontrano la sabbia della piccola isola e le onde del mare infinito, che dove l'uomo finisce, inizia Dio.
Ognuno è il punto di contatto con l'infinito, su questa pelle viene a sbattere l'onda dell'infinito.
Allora la vita, tutta la vita è dentro l'infinito e l'infinito è dentro la vita.
L'istante si apre sull'eterno e l'eterno si insinua nell'istante, cioè l'uomo confina con Dio ma Dio è oltre.
Noi nella fede affermiamo che il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Allora nasce una fede nomade, incamminata, mai installata per sempre, non a suo agio nel chiuso.
Don Benedetto Calati dice che Gesù é Dio caduto sulla terra come un bacio, un bacio ti deve sorprendere, é più della parola.
Devi andare vicino, devi toccare, non si accarezza da lontano.
Nel bacio
i confini tra i due mondi
si toccano,
si sfiorano,
si disarmano, custodiscono scintille,
un brivido.
In Gesù possiamo sentire il brivido di Dio.
Tutti viandanti incamminati perché questo mondo così com'è non basta a nessuno.
Tutti testimoni di un qualcosa che ci unisce al di là della forma, della forma delle fedi.
Siamo anche noi così, pellegrini senza strada, non si vede la strada del pellegrino dell'assoluto.
Giovanni della Croce dice:
“Siamo senza strada,
ma tenacemente in cammino perché Dio è sempre oltre.
In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.
Dio è oltre le parole,
oltre i pensieri,
oltre i dogmi,
oltre la Chiesa.
Dio non è ciò che penso di Lui, non è ciò che dico di Lui.
Le nostre parole sono come uccellini in gabbia che sbattono contro le pareti, continuano a tentare di volare via o di dire poco più del nulla che sappiamo di lui.
Sbattiamo contro la gabbia dei limiti perché noi tutti stiamo camminando ai bordi del mistero, rimaniamo ai confini della galassia, Dio è oltre.
Karl Barth diceva: “Dio è l'infinitamente altro che viene nella storia perché la storia diventi infinitamente altra da ciò che è, viene per alterare la nostra vita.”
Apre davanti all'uomo e alla donna la diversità di una vita vissuta secondo la diversità di Dio.
Nel trattato logico filosofico di Wittgenstein c’è una bellissima immagine, dice così: l'uomo è come un'isola, la vita ti conduce a conoscere tutta l'isola, esplorarne il litorale, le baie, i promontori, le spiagge e quando hai terminato il giro dell' isola, torni al punto di partenza e ti pare di conoscerla bene la tua isola.
Ma la fede ci mostra che a quel punto, proprio dove l’ isola e la terra finiscono, lì inizia l'oceano infinito e profondo e che la spiaggia è il luogo dove si incontrano la sabbia della piccola isola e le onde del mare infinito, che dove l'uomo finisce, inizia Dio.
Ognuno è il punto di contatto con l'infinito, su questa pelle viene a sbattere l'onda dell'infinito.
Allora la vita, tutta la vita è dentro l'infinito e l'infinito è dentro la vita.
L'istante si apre sull'eterno e l'eterno si insinua nell'istante, cioè l'uomo confina con Dio ma Dio è oltre.
Noi nella fede affermiamo che il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Allora nasce una fede nomade, incamminata, mai installata per sempre, non a suo agio nel chiuso.
Don Benedetto Calati dice che Gesù é Dio caduto sulla terra come un bacio, un bacio ti deve sorprendere, é più della parola.
Devi andare vicino, devi toccare, non si accarezza da lontano.
Nel bacio
i confini tra i due mondi
si toccano,
si sfiorano,
si disarmano, custodiscono scintille,
un brivido.
In Gesù possiamo sentire il brivido di Dio.
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INVIATI A CONSEGNARE TENEREZZA
Gesù è il racconto della tenerezza del Padre,
è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza.
Noi siamo discepoli se siamo gli imparanti tenerezza.
La prima scuola, ce lo ripete Gesù per 40 volte, la prima scuola é la casa.
Discepoli e poi apostoli che significa mandati come i rider che corrono in bicicletta a portare il cibo, il pasto, una richiesta di qualcuno.
Noi siamo gli imparanti tenerezza e poi, come i rider, inviati a consegnarla a chi accanto a noi ne ha bisogno.
Gesù è il racconto della tenerezza del Padre,
è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza.
Noi siamo discepoli se siamo gli imparanti tenerezza.
La prima scuola, ce lo ripete Gesù per 40 volte, la prima scuola é la casa.
Discepoli e poi apostoli che significa mandati come i rider che corrono in bicicletta a portare il cibo, il pasto, una richiesta di qualcuno.
Noi siamo gli imparanti tenerezza e poi, come i rider, inviati a consegnarla a chi accanto a noi ne ha bisogno.
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