ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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BEATI VOI POVERI
 
Un vangelo potente e inarrivabile.
Da oltre cinquant’anni lotto con questo vangelo e mi sfugge sempre.

Le parole che cerco di allineare sono come uccellini che sbattono contro le pareti della gabbia, a dire poco più del nulla che capiamo di queste parole immense.

Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”, aveva detto nella sinagoga.

Ed eccolo qui, il miracolo:
beati voi poveri.

Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio sono le infinite croci degli uomini.

E aggiunge alla fine un’antitesi abbagliante: non sono i poveri il problema del mondo, ma i ricchi: guai a voi ricchi.

Sillabe sospese tra sogno e miracolo, osate, prima ancora che da Gesù, da sua madre nel canto del Magnificat: “ha saziato gli affamati di vita, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. (Lc 1,53).

Questi oracoli profetici, anzi più-che-profetici, quel “beati” che contiene pienezza,
felicità,
completezza,
grazia,
incollato a persone affamate e in lacrime,
a poveracci,
a disgraziati,
ai bastonati dalla vita,
ci obbliga a un capovolgimento di prospettiva,

a guardare la storia con gli occhi dei poveri e dei piccoli, non con quelli dei ricchi e dei potenti, altrimenti non cambierà mai niente.

E ci saremmo aspettati: “beati voi poveri perché ci sarà un capovolgimento, un’alternanza, diventerete voi i signori”. No!

Il progetto di Dio è più profondo.
C’è di mezzo il Regno dei cieli, che non è il paradiso o l’al di là, ma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.

Il mondo non appartiene a chi se ne impossessa o lo compra, ma a chi lo rende migliore. E non sarà reso migliore da coloro che hanno accumulato più denaro.

Beati voi...
Il vangelo più alternativo che si possa pensare,
il manifesto più stravolgente e contromano.

Eppure, al tempo stesso, senti che è amico della vita, vangelo amico.
Perché le beatitudini non sono un comandamento, un ordine da eseguire, ma il cuore dell’annuncio di Gesù: la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore,
Dio regala gioia a chi costruisce pace.

In esse è l’inizio della guarigione del cuore, perché il cuore guarito sia l’inizio della guarigione del mondo.

Guai a voi,
ricchi,
sazi,
gaudenti,
famosi
.

I quattro “guai” ci inquietano un po’, ma non sono delle maledizioni: Dio non maledice le sue creature, mai, la sua è la voce della tristezza del padre in pena per i figli che si stanno perdendo.

Guai” non suona come una minaccia, ma come il gemito dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi appare come morto.

Guai”: e vi sento dentro il lamento di Gesù, che piange i ricchi e i sazi come coloro che si sono sbagliati su ciò che è vita e ciò che non lo è; e sono diventati gli idolatri del vuoto, gli amanti del nulla.

E gli idoli sono crudeli, spietati: divorano i loro stessi adoratori.
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IL CORAGGIO DI UN PRIMO PASSO

Ieri Gesù aveva proiettato nel cielo di Galilea un sogno e un terremoto:
beati voi poveri,
guai a voi ricchi
.

Oggi sgrana un rosario di verbi esplosivi.
Amate è il primo;
e poi fate bene,
benedite,
pregate
.

E noi pensiamo: ci sta.
Ma quello che mi scarnifica,
i quattro chiodi della crocifissione,
è l’elenco dei destinatari
.

Chi dobbiamo amare?

Amate i vostri nemici,
gli infamanti,
gli sparlatori,
coloro che vi pugnalano alle spalle.
Gli inamabili
.


Poi Gesù mi guarda negli occhi e si rivolge proprio a me:
tu porgi l’altra guancia,
tu dai anche la camicia,
tu non chiedere indietro
.

E ti costringe ad andare in cerca di quelli che vorresti invece perdere.

Questo vangelo rischia di essere un supplizio, un martirio.
Ci chiede cose impossibili, addirittura: Siate come Dio!

Nessuno riuscirà a vivere così a colpi di volontà, neppure i più bravi tra noi. Ma i verbi impossibili di Gesù descrivono l’agire di Dio.

Infatti: siate anche voi misericordiosi come il Padre.

E poi: come volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro.

Una capriola che pare illogica:
ritorna al cuore,
misurati con ciò che desideri,
accosta le labbra alla sorgente del cuore
.

Sappi che il cuore è buono.
Che il tuo desiderio è buono
.

Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati.

Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica,
una casa dove sentirci a casa,
e poter contare sul mantello di un amico
.

Questo darò agli altri.
Ciò che desideri per te, dallo all’altro.
Altrimenti vi sbranerete per un pugno di euro,
per una donna,
per il petrolio,
per un bonus,
per un posto al parcheggio.

L’unica strada per il sogno di cieli nuovi e terra nuova è Abele che diventa custode di Caino,

la vittima che si prende cura del violento.

Abele e Caino forzano insieme le porte del Regno.


Perdonate:
Il perdono strappa dai circoli viziosi,
spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito,
spezza la catena della colpa e della vendetta,
spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt)
.

Sì, io però sono un angelo imperfetto.

E allora il Vangelo propone una strategia.
Un primo passo è sempre possibile, a tutti:

il vangelo è pieno di inizi, trabocca della teologia dei germogli e del seme che spunta.

Basta il coraggio di un primo passo.
Come Dio.
Come il cuore.
Sappi che sei buono!

Questi grandi verbi di fuoco
(amate,
date,
perdonate
)
cominciano sottovoce,
in penombra,
raso terra,
nel sussurro di una voce che ha i colori dell’alba.

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (Gandhi).

Cambia qualcosa di te, ma sulla misura alta del vivere.
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L’OCCHIO BUONO
COME LUCERNA ACCESA
DIFFONDE LUCE


Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che c’è nel tuo?


Noi pensiamo che la trave sia sempre negli occhi di qualcun altro,
un potente,
una nazione,
un potere occulto,
un collega,
e che nel nostro occhio ci sia al massimo una pagliuzza,
una responsabilità da niente.

Perché guardi la pagliuzza?

Un motivo c’è:
chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno, vive una sindrome da accerchiamento.

Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.

Un occhio che viene da un cuore che non è in pace, vede solo occhi malati, moltiplica pagliuzze alzando travi davanti al sole.

L’occhio buono è invece come lucerna accesa, diffonde luce.

Colui che è riconciliato con la sua radice profonda, guarda con sguardo benedicente,
limpido,
includente
.

L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra. E nascono le guerre.

Il priore dei sette monaci trappisti decapitati a Thibirine, frère Christian de Clergè, davanti all’imminenza del martirio pregava:

Signore,
disarmali e disarmaci!


Due parole assolute,
totali e sufficienti.
Vangelo puro.

Signore, disarma anche noi!
Facci ripetere,
tutti insieme,
che la guerra è
la più grande bestemmia
.

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.

Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di luminosa speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero:

portatori di un tesoro buono,
custodito in vasi d’argilla,
ma pieno di oro fino da distribuire
.

Anzi il primo tesoro è il nostro stesso cuore:
un uomo vale quanto vale il suo cuore (Gandhi).

La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza,
di passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per la buona politica possibile,
per una ‘casa comune’ curata e bella,
dove sia possibile
vivere meglio per tutti.

La nostra vita è viva quando ha cuore
e regala generosità,
luce,
attenzione
.
La nostra vita vive di vita donata.

Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi.

Gesù ci porta a scuola dalla sapienza degli alberi. La cui legge è semplice:
vivere,
crescere,
fiorire,
fare frutto,
donarlo.

Sono le leggi della vita reale, e coincidono con quelle della vita spirituale, con la stessa morale evangelica:

un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, della sterilità vinta,
del gesto che fa bene davvero,
della parola che consola davvero,
del sorriso autentico
che guarisce chi è
malato di solitudine.

Martin Buber semplificava così la legge ultima della vita: “a partire da me, ma non per me”.

Il cuore del cosmo
non dice semplice sopravvivenza di sé,
ma dono di sé:
crescere e fiorire,
fare frutti e donarli
.

Come alberi forti,
come cuori buoni
.
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SULLA CARNE DEL CUORE
Gv 3,13-17

“Dio ha tanto amato il mondo
da dare il suo Figlio”.

Parole da ripetere
senza stancarsi,
da incidere sulla carne
del cuore
, ogni volta
che un dubbio torna
a stendere il suo velo
di domande.

«Amare tanto»
è cosa da Dio,
ma come lui
anche noi
abbiamo bisogno
di molto amore
per vivere bene’ (J. Maritain
).

Quando amo
in me si raddoppia la vita
, aumenta la forza,
sono felice.

Ogni mio gesto di cura,
di tenerezza,
di amicizia
porta in me
la forza di Dio
,
spalanca
una finestra sull’infinito.

Quando ama l’uomo
compie gesti divini
.
Quando ama Dio compie gesti molto umani.

Ha tanto amato il mondo
da “dare
:

nel vangelo ‘amare
non è una emozione
o un fatto sentimentale,
ma si traduce sempre
con un altro verbo
semplice, asciutto, sobrio,
di mani: dare!

Generosamente, illogicamente, dissennatamente dare
.

Dio non ha mandato
il Figlio per condannare
il mondo, ma perché
il mondo sia salvato
per mezzo di lui
”.

Salvare vuol dire conservare

e niente andrà perduto:
nessun gesto d'amore,
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza.

Tutto questo circola
attraverso il mondo come
una forza di vita ( Ev Ga 279);

e Dio donerà eternità
a ciò che di più bello
portiamo nel cuore
.

Al Padre non interessa
istruire processi contro di noi,
neppure per assolverci e
mostrarsi misericordioso.

La vita del credente
non è pensata a misura
di tribunale, ma
di fioritura e di abbraccio
.

Ogni volta che temiamo
condanne
,
per le ombre che
ci portiamo dietro,
siamo pagani,
non abbiamo capito nulla
della croce
.

Ogni volta invece
che siamo noi a lanciare condanne,

ritorniamo pagani,
scivoliamo fuori
dalla storia di Dio
.

La fede cristiana si fonda
sulla cosa più bella del mondo:
un atto d’amore, duplice
,
quello di Dio che
ha ‘tanto amato
da dare il Figlio
’ e
quello accaduto appena
fuori le mura di Gerusalemme,
sul Calvario.

In quel corpo straziato,
imbruttito dalla tortura,
in quel corpo che è l’eco
visibile del cuore,
che è il riflesso
di un amore folle
e scandaloso
,
bello da morirne,
lì è la bellezza
che salva il mondo
,
lo splendore di un Cristo
che ancora mi seduce.

Bella è la persona che ama,
bellissimo l’amore fino all’estremo.

La norma, la regola,
il ‘nomos’ della bellezza è sempre l’amore.

Questa è
l’esaltazione della croce,
punto d’incontro
tra Dio e il mondo
,
croce che solleva la terra,
abbassa il cielo,
raccoglie i quattro orizzonti,
è crocevia dei cuori dispersi.

Siamo eredi di un cristianesimo
che sogna i miracoli e si lamenta con Dio quando non li compie.

Guarda il miracolo vero, fissalo:
è questo Signore che sta
con le braccia allargate
.

Questo è il miracolo nuovo.

Gesù ha fatto miracoli sul mare, sui pesci, sui ciechi, e sui lebbrosi, ma il miracolo nuovo è
questo Dio che

non fa un miracolo per sé,
ma se ne rimane
con le braccia aperte.


Aperte al Padre
e al mondo
.
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Esaltazione della Croce - estratto dall'omelia di p. Ermes Ronchi
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CONQUISTA OCCHI
DI MADRE,
GUARDA CON OCCHI
DI FIGLIO

Gesù disse al discepolo:
Ecco la tua madre

Ma le parole esatte
del Vangelo sono:
Guarda: è tua madre!

E questo verbo,
questo imperativo,
è indirizzato a ogni discepolo:

Guarda, rivolgi gli occhi,
tieni fisso lo sguardo
su Maria
.

È l'ultimo comandamento
che il Signore morente
lascia a ciascuno di noi:

Se vuoi essere discepolo,
guarda a Maria,
impara da lei,

dai suoi gesti,
dalle sue parole,
dai suoi silenzi;
lasciati educare e
formare da lei
, come fa ogni madre con i suoi figli

E ripeti il suo ascolto,
la sua lode, la sua cura,
la sua fortezza,
la sua capacità di essere madre ancora quando
un figlio muore e
un altro figlio le è dato
.

Quando tutto muore,
quando tutto si fa nero
sul Golgota, Gesù pronuncia parole di vita.

Dice "madre
Dice "figlio”.
Dice generazione e affetto e vita che riprende
a scorrere
.

Sul Calvario è Gesù che
prega un uomo e
una donna di riannodare
il filo spezzato della vita
.

Nel vertice del dolore
non sono gli uomini
che pregano Dio,
ma è Dio che prega
l'uomo
e gli dice:

Conquista occhi
di madre, guarda
con occhi di figlio:
sono gli unici che
vedono veramente!


Dio invoca l'uomo
sul Calvario, perché
l'uomo converta
lo sguardo con cui vede
il mondo e il cuore
con cui opera nel mondo
.
Perché cambi le mani
con cui prende e dà
la vita e la morte.

Nel giorno del grande dolore,
noi ci aggrappiamo a Dio.
Invece sul Calvario è Dio
che si aggrappa a noi
,
a quella parte sana e
buona, a quella parte
affettuosa e forte
,
a quella porzione di fiducia,
anzi, alla cosa più forte
– istinto, energia, amore –
alla cosa più forte che
esista sulla terra,
il rapporto madre-figlio
.

Per ricostruire da li
un cammino che passi
oltre le infinite croci.

Sul Calvario, Gesù,
ci affida una vocazione.


Ai piedi della croce è
la prima cellula
della chiesa,
Maria e Giovanni
.

Ciò che è detto a loro
è detto a tutta la chiesa
.

Anche a noi Gesù dice:
Ecco tuo figlio!


Lo dice a me, a te,
a ciascuno
, indicando
chiunque ci cammina
a fianco nell'esistenza:
Ecco tuo figlio!

A ciascuno ripete:
Ecco tua madre

indicando chiunque
un giorno ci abbia aiutato
a vivere, innumerevoli piccole madri nella nostra esistenza,
chiunque ancora oggi
ci sostenga nella vita.

Figlio e madre
ad ogni creatura,
questo è l'uomo di Dio
.
Figlio e madre a ogni vita,
questo è il discepolo
di Cristo.

E la nostra vocazione è
custodire, proteggere
,
prendersi cura, amare,
prendere Maria
e tutti coloro che
ti furono madre
tra le tue cose care.
Come ha fatto Giovanni.

Tutti noi abbiamo
un compito supremo:

Custodire delle vite
con la nostra vita
,
soprattutto là dove la vita langue ed è prossima
a spegnersi. (E. Canetti)
.

La nostra vocazione
è la maternità
.

È stare con Maria
accanto alle infinite croci
della terra
, dove Cristo
è ancora crocifisso
nei suoi fratelli,
per portare conforto e lavorare alla redenzione.
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DIO ASCOLTA
L’ELOQUENZA
DELLE LACRIME

La donna di Nain aveva già pianto la morte del suo uomo.
Adesso è inghiottita dal dolore più atroce, quello che non ha neppure un nome per essere detto: due vite, quella del figlio e la sua, precipitate dentro un'unica bara.

Quante storie così anche oggi. Perché questo accanirsi, questa dismisura del male su spalle fragili?

Nella Bibbia cerchi invano una risposta al perché del dolore.

Il Vangelo però racconta la prima reazione di Gesù: egli prova dolore per il dolore dell'uomo.

E lo esprime con tre verbi: provare compassione, fermarsi, toccare.
Gesù vede il pianto e si commuove, si lascia ferire dalle ferite di quel cuore.

Il mondo è un immenso pianto, un fiume di lacrime, ma invisibili a chi ha perduto lo sguardo del cuore.

Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona (donna, non piangere!) e scoprire dietro un centimetro quadrato di iride vita e morte, dolore e speranza.

C'è un solo modo per conoscere un uomo, Dio, un paese, un dolore: fermarsi, inginocchiarsi e guardare da vicino.

Guardare gli altri a millimetro di viso, di occhi, di voce, come bambini o come innamorati.

Quando ti fermi con qualcuno hai già fatto molto per la storia del mondo.

Nessun segnale ci dice che quella donna fosse più religiosa di altri.
Ciò che fa breccia nel cuore di Gesù è il suo dolore.

Quella donna non prega Gesù, non lo chiama, non lo cerca, ma tutto in lei è una supplica senza parole, e Dio ascolta l'eloquenza delle lacrime, risponde al pianto silenzioso di chi neppure si rivolge a lui.

E si fa vicino, vicino come una madre al suo bambino. Gesù vede, si ferma e tocca.

Ogni volta che Gesù si commuove, tocca: il lebbroso, il cieco, la bara del ragazzo di Nain.

Toccare è parola dura, che ci mette alla prova, perché non è spontaneo toccare il contagioso, l'infettivo, il mendicante, la bara.

Non è un sentimento è una decisione. Si accosta, tocca, parla: Ragazzo, dico a te, alzati!

Levati, alzati, sorgi, il verbo usato per la risurrezione.

E lo restituì alla madre, restituisce il ragazzo all'abbraccio, all'amore, agli affetti che soli ci rendono vivi, alle relazioni d'amore nelle quali soltanto troviamo la vita.

E tutti glorificavano Dio dicendo: è sorto un profeta grande!

Gesù è il profeta della compassione, di un Dio che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, piange insieme con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore.

E ci convoca a operare “miracoli”, non quello di trasformare una bara in una culla, come a Nain, ma quello di sostare accanto a chi soffre, accanto alle infinite croci del mondo, lasciandosi ferire da ogni ferita, portando il conforto umanissimo e divino della compassione.

Fermarsi! Per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino (Ermanno Olmi).

Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico, e lo riempie, è un modo di amare, il modo più intimo, è il bacio.

Apre una stagione nuova nelle relazioni. Come la notte comincia dalla prima stella, così il mondo nuovo comincia dal primo samaritano buono.

Una donna, una bara, un corteo. Sono gli ingredienti di base del racconto di Nain che mette in scena
la normalità della tragedia in cui si recita il dolore più grande del mondo.

Quel buco nero che inghiotte la vita di una madre, di un padre privati di ciò che è più importante della loro stessa vita.
Quel freddo improvviso e spaventoso che ti stringe la gola e sai che d'ora in poi niente sarà più come prima.

Gesù non sfiora il dolore, penetra dentro il suo abisso insieme a lei.

Entra in città da forestiero e si rivela prossimo: chi è il prossimo? Gli avevano chiesto.

Chi si avvicina al dolore altrui, se lo carica sulle spalle, cerca di consolarlo, alleviarlo, guarirlo se possibile.

Il Vangelo dice che Gesù fu preso da grande compassione per lei.
La prima risposta del Signore è di provare dolore per il dolore della donna.
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DAL PARADIGMA
DEL PECCATO
A QUELLO DELL’AMORE


Entro in questo racconto grondante di lacrime e di profumo, grondante di vita, e provo a mettermi dalla parte della peccatrice, a guardare con i suoi occhi.

Lo faccio perché così fa Gesù. Il suo sguardo si fa largo nel groviglio delle contraddizioni morali della donna per fissarsi sul germe intatto, sul germe divino che è nel cuore anche dell'ultima prostituta. E risvegliarlo.

Che spinta potente deve aver sentito quella donna per decidere di sfidare tutte le buone consuetudini, di calpestare i rituali consolidati, solo per dare ascolto al suo cuore inquieto.

E che convinzione altrettanto forte deve aver avuto, per sapere con tutte le sue fibre che quel giovane rabbi, di cui aveva sentito raccontare gesti e parole, non l'avrebbe disprezzata, non l'avrebbe cacciata.

Va diritta davanti a lui, non gli chiede permesso, fa una cosa inaudita tanto è sconveniente: mani, bocca, lacrime, capelli, profumo su quei piedi.

Lei ha capito il cuore di Gesù meglio di tutti.

Simone, tu non mi hai dato un bacio, questa donna invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi.

Dal poco al molto
amore: Gesù desidera essere amato, va in cerca di persone e ambienti pronti a dargli affetto.

Il racconto rivela tutta l'umanità di Gesù, volto alto di Dio e dell'uomo. Gesù non solo dà affetto, ma sa anche riceverlo.

Ama e si lascia amare, e in questo atteggiamento la sua umanità e la sua divinità si riconoscono, si ricongiungono.

Simone era un fariseo molto religioso e molto duro.

Perché a volte la religiosità ha tolto sensibilità al nostro cuore?

Forse è accaduto quando abbiamo vissuto la fede come osservanza delle regole e non come risposta all'amore di Dio.

Molto le è perdonato perché molto ha amato.

Gesù ci invita ancora a convertirci a un Dio diverso da quello che temiamo e non amiamo, a un Dio che mette la persona prima della sua stessa legge.

Anzi la sua prima legge,
la prima sua gioia è che l'uomo viva.

Gesù ci invita ancora a cambiare il paradigma della nostra fede: dal paradigma del peccato a quello dell'amore.

Non è il peccato l'asse portante del nostro rapporto con Dio, ma il ricevere e restituire amore.

Noi pensiamo la fede come un insieme complicato di dogmi e di doveri, con molte leggi e poco profumo; Gesù invece va dritto al cuore: ama, hai fatto tutto.

L'amore non fa peccati. L'amore contiene tutto, tutti i doni e tutti i doveri (M. Bellet). La vita non si sbaglia scommettendo in partenza sull'amore.

Quella donna mostra che un solo gesto d'amore, anche se muto e senza eco, è più utile per questo nostro mondo dell'azione più clamorosa, dell'opera più grandiosa.

Questa è la vera rivoluzione portata da Gesù, possibile a tutti, possibile a me, ogni giorno.
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VORREI IMPARARE A BENEDIRE DI NUOVO, OGNI GIORNO

Ad ogni mattino benedire
i piccoli e i bambini
,
mettermi alla loro scuola,
imparare dal loro
cuore vero
.

Vorrei imparare
a dire grazie
,

a dire bene di te
e del mondo
,

a stupirmi della vita,
che mi ha dato tanto
:

e che il lamento
non prevalga mai
sullo stupore
.

Grazie per le sconfitte
che non mi hanno buttato giù
,

per i successi che
non mi hanno dato
alla testa.

Grazie per le persone
che hai messo
accanto a me
,
nelle loro mani,
nello sguardo,
nel sorriso
ho visto il racconto
della tua tenerezza
.

Vorrei imparare
dal tuo cuore, Signore
,
ad amare nel solo modo possibile,
dolce e forte,
umile e fiero:

instancabile nel curare,
nutrire,
confortare,
dare ristoro,
rimettere in cammino
la vita
.

E ti benedico, Padre,
per il tuo figlio Gesù
,
pienezza d’umano,
stupore di te,
ristoro alla vita
e cuore di luce.
Amen

Ermes Ronchi
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MADRI DELLA
PAROLA DI DIO,
MADRI DI OGNI
PAROLA D’AMORE

Egli parlò loro di molte
cose con parabole.
Magia delle parabole:
un linguaggio che
contiene di più
di quel che dice
.

Un racconto minimo,
che funziona come
un carburante
:
lo leggi e accende idee,
suscita emozioni,
avvia un viaggio tutto personale.

Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri,
i passeri in volo.

Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole.

Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio.

Il seminatore uscì a seminare.
Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita.

Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore,
il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana
di vita
.

Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui.

Il seguito è spiazzante:
il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi.

Non è distratto o maldestro, è invece
uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente
e fiducioso
.

Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.

Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento.

Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono,
se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono.

Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio.

Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.

Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore.
Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.

Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore.

Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto.

Che cosa vorrei produrre?
Tristezza o germogli di sorrisi?
Paura, scoraggiamento o forza di vivere?

Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.
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QUEL PICCOLO PASSO BUONO
Lc 16, 1-13

Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore.

Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema.
Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia.

È grande questo padrone.
É un vero signore:
ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di farina,  il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento.

Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà. Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – cioè vita- ai debitori.

Un primo e piccolo passo buono.

Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.

Quell’uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me!

Scommette sulla bontà delle persone.

La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili.

Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.

Fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza.

Il bene è sempre bene,
è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina.
Il bene non è mai inutile.

Fatevi degli amici!
Non c’è comandamento più sereno e più confortante.

Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete,
ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è!
Non c’è comandamento più umano.
 
Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei.

Il vero nemico, l’avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato.

Il vero competitor di Dio è la ricchezza.

La ricchezza è atea.
E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.

La soluzione che Gesù offre è

fatevi degli amici”
:
saranno loro ad accogliervi,
prima e meglio degli angeli.

Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo?

Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati.

Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.

E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell’eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici.
 
Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità?

Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze,

chi ha fatto di ciò
che possedeva
un sacramento
di comunione
.
 
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