SPINGERE LA VITA
Questo è il terzo banchetto di Gesù in casa di farisei, che pur fieri avversari del maestro, ne subivano al tempo stesso il fascino.
Il rabbi amava i banchetti, luogo perfetto dove raccontare parabole che anticipavano il Regno,
per i giusti d’Israele e per la gente dei crocicchi, per donne con vasi di profumo e farisei austeri e distaccati.
La tavola di casa è il primo altare, per Gesù. L’unico: ogni casa ha un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti. E sacrifici.
Quello della chiesa viene dopo.
Mangiare insieme è il rito che ci fa umani, dove il cibo è sacro e il pane è sacramento, perché custodisce la cosa più sacra che esiste: la vita.
È un dolore vedere troppe eucaristie che, invece di un banchetto di gioia e di condivisione, si trascinano come liturgie stanche che parlano solo di se stesse e a se stesse.
“Diceva loro una parabola, notando come sceglievano i primi posti”.
La gente osserva Gesù, e Gesù osserva gli invitati. Un incrociarsi di sguardi, in quella sala che è la metafora della vita, piena di illusi, convinti che vivere sia prevalere sugli altri.
Quando sei invitato va a metterti all’ultimo posto, non per falsa modestia o un basso concetto di te, ma per un rapporto diverso e creativo, dove non conta il più importante o prestigioso, ma chi spinge avanti la vita.
Il nostro compito sulla terra è semplice: portare umilmente avanti la vita. Soprattutto la vita debole e minacciata.
Vai all’ultimo posto: è il posto di Dio, del Dio crocifisso, che spinge il nostro mondo dentro il suo abbraccio.
Poi a colui che l’aveva invitato disse:
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, vicini, tu invita poveri, storpi, ciechi.
Ma non farlo per sentirti buono.
Anche la rosa è senza un perché, fiorisce perché fiorisce (A. Silesius), e lo fa anche sulle macerie, dove impavida prodiga il suo profumo.
L’usignolo canta anche se nessuno lo ascolta.
Il monaco prega anche se nessuno lo sa.
Riempiti la casa di chi nessuno accoglie, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti, e allora ti daranno se stessi nella loro fragile gioia, perché ogni tenerezza gratuita e immeritata sussurra a chiunque di Dio.
Arriva come un angelo e rende più affettuosa la vita, più leggero il lungo dolore.
Solo l'amore che non ha bisogno di passare all’incasso è capace di riempire di speranza i viventi, di vita il grande vuoto della terra, il suo grande buio.
Questo è il terzo banchetto di Gesù in casa di farisei, che pur fieri avversari del maestro, ne subivano al tempo stesso il fascino.
Il rabbi amava i banchetti, luogo perfetto dove raccontare parabole che anticipavano il Regno,
per i giusti d’Israele e per la gente dei crocicchi, per donne con vasi di profumo e farisei austeri e distaccati.
La tavola di casa è il primo altare, per Gesù. L’unico: ogni casa ha un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti. E sacrifici.
Quello della chiesa viene dopo.
Mangiare insieme è il rito che ci fa umani, dove il cibo è sacro e il pane è sacramento, perché custodisce la cosa più sacra che esiste: la vita.
È un dolore vedere troppe eucaristie che, invece di un banchetto di gioia e di condivisione, si trascinano come liturgie stanche che parlano solo di se stesse e a se stesse.
“Diceva loro una parabola, notando come sceglievano i primi posti”.
La gente osserva Gesù, e Gesù osserva gli invitati. Un incrociarsi di sguardi, in quella sala che è la metafora della vita, piena di illusi, convinti che vivere sia prevalere sugli altri.
Quando sei invitato va a metterti all’ultimo posto, non per falsa modestia o un basso concetto di te, ma per un rapporto diverso e creativo, dove non conta il più importante o prestigioso, ma chi spinge avanti la vita.
Il nostro compito sulla terra è semplice: portare umilmente avanti la vita. Soprattutto la vita debole e minacciata.
Vai all’ultimo posto: è il posto di Dio, del Dio crocifisso, che spinge il nostro mondo dentro il suo abbraccio.
Poi a colui che l’aveva invitato disse:
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, vicini, tu invita poveri, storpi, ciechi.
Ma non farlo per sentirti buono.
Anche la rosa è senza un perché, fiorisce perché fiorisce (A. Silesius), e lo fa anche sulle macerie, dove impavida prodiga il suo profumo.
L’usignolo canta anche se nessuno lo ascolta.
Il monaco prega anche se nessuno lo sa.
Riempiti la casa di chi nessuno accoglie, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti, e allora ti daranno se stessi nella loro fragile gioia, perché ogni tenerezza gratuita e immeritata sussurra a chiunque di Dio.
Arriva come un angelo e rende più affettuosa la vita, più leggero il lungo dolore.
Solo l'amore che non ha bisogno di passare all’incasso è capace di riempire di speranza i viventi, di vita il grande vuoto della terra, il suo grande buio.
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OGGI PREGHIERA CORALE
almeno un breve momento,
ma vero.
Ascoltando il grido
di madre Terra
e il grido dei Poveri.
Che fanno
UN UNICO GRIDO.
almeno un breve momento,
ma vero.
Ascoltando il grido
di madre Terra
e il grido dei Poveri.
Che fanno
UN UNICO GRIDO.
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SI PUÒ OSTACOLARE
LA PROFEZIA, MA
NON BLOCCARLA
In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria (...)
In un primo momento la sinagoga è rimasta incantata: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati!
Ma il cuore di Nazaret, e di ogni uomo, è un groviglio contorto, trascinato in fretta dalla meraviglia alla delusione, dallo stupore a una sorta di furore omicida: lo spinsero sul ciglio del monte per gettarlo giù.
Che cosa è accaduto?
Non è facile accogliere un profeta e le sue parole di fuoco e di luce. Soprattutto quando varcano la soglia di casa come «un vento che non lascia dormire la polvere» (Turoldo) e smuove la vita, invece di risuonare astratte e lontane sul monte o nel deserto.
I compaesani di Gesù si difendono da lui:
lo guardano ma non lo vedono, è solo il figlio di Giuseppe, uno come noi.
Odono ma non riconoscono le sue parole d'altrove: come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E poi, di quale Dio?
Questo è il secondo motivo del rifiuto di Gesù, il suo messaggio dirompente, che rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio.
Fai anche qui, a casa tua, i miracoli di Cafarnao, chiedono.
È la storia di sempre, immiserire Dio a distributore di grazie, impoverire la fede a baratto: «io credo in Dio se mi dà i segni che gli chiedo; lo amo se mi concede la grazia di cui ho bisogno».
Amore mercenario.
Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui! Non ci bastano belle parole, vogliamo un Dio a nostra disposizione; uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore.
E Gesù risponde raccontando un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di vedove straniere e senza meriti, guaritore di lebbrosi siriani nemici d'Israele, senza diritti da vantare.
Un Dio che non ha patria se non il mondo, che non ha casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo.
Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare Gesù.
Mentre il Dio di Gesù è l'amante della vita, il loro è amico della morte. Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino.
Come sempre negli interventi di Dio, c'è un punto bianco, una sospensione, un ma.
Ma Gesù passando in mezzo se ne andò.
Va ad accendere il suo roveto alla prossima svolta della strada.
Appena oltre ci sono altri villaggi ed altri cuori con fame e sete di vita.
Un finale a sorpresa.
Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, alla portata delle loro mani, in mezzo alla violenza, va tranquillo
in tutta la sua statura in mezzo ai solchi di quelle persone come un seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla, che la vitalità è incontenibile, che il vento dello Spirito riempie la casa e passa oltre.
LA PROFEZIA, MA
NON BLOCCARLA
In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria (...)
In un primo momento la sinagoga è rimasta incantata: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati!
Ma il cuore di Nazaret, e di ogni uomo, è un groviglio contorto, trascinato in fretta dalla meraviglia alla delusione, dallo stupore a una sorta di furore omicida: lo spinsero sul ciglio del monte per gettarlo giù.
Che cosa è accaduto?
Non è facile accogliere un profeta e le sue parole di fuoco e di luce. Soprattutto quando varcano la soglia di casa come «un vento che non lascia dormire la polvere» (Turoldo) e smuove la vita, invece di risuonare astratte e lontane sul monte o nel deserto.
I compaesani di Gesù si difendono da lui:
lo guardano ma non lo vedono, è solo il figlio di Giuseppe, uno come noi.
Odono ma non riconoscono le sue parole d'altrove: come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E poi, di quale Dio?
Questo è il secondo motivo del rifiuto di Gesù, il suo messaggio dirompente, che rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio.
Fai anche qui, a casa tua, i miracoli di Cafarnao, chiedono.
È la storia di sempre, immiserire Dio a distributore di grazie, impoverire la fede a baratto: «io credo in Dio se mi dà i segni che gli chiedo; lo amo se mi concede la grazia di cui ho bisogno».
Amore mercenario.
Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui! Non ci bastano belle parole, vogliamo un Dio a nostra disposizione; uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore.
E Gesù risponde raccontando un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di vedove straniere e senza meriti, guaritore di lebbrosi siriani nemici d'Israele, senza diritti da vantare.
Un Dio che non ha patria se non il mondo, che non ha casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo.
Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare Gesù.
Mentre il Dio di Gesù è l'amante della vita, il loro è amico della morte. Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino.
Come sempre negli interventi di Dio, c'è un punto bianco, una sospensione, un ma.
Ma Gesù passando in mezzo se ne andò.
Va ad accendere il suo roveto alla prossima svolta della strada.
Appena oltre ci sono altri villaggi ed altri cuori con fame e sete di vita.
Un finale a sorpresa.
Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, alla portata delle loro mani, in mezzo alla violenza, va tranquillo
in tutta la sua statura in mezzo ai solchi di quelle persone come un seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla, che la vitalità è incontenibile, che il vento dello Spirito riempie la casa e passa oltre.
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DIVENTARE VANGELO,
TUTT’UNO CON CIÒ
CHE ANNUNCI
Questo Vangelo ci riporta la freschezza della sorgente, lo stupore e la freschezza dell'origine:
la gente si stupiva del suo insegnamento.
Come la gente di Cafarnao, anche noi ci incantiamo ogni volta che abbiamo l’avventura di incontrare qualcuno con parole che trasmettono la sapienza del vivere, una sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore, sulla paura e sulla gioia. Che aiutano a vivere meglio.
Di fatto, sono autorevoli soltanto le parole che accrescono la vita.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Ha autorità chi non soltanto annuncia la buona notizia, ma la fa accadere.
Lo vediamo dal seguito del racconto:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
La buona notizia è un Dio che libera la vita.
Gesù ha autorità perché si misura con i nostri problemi di fondo, e
il primo di tutti i problemi è “l'uomo posseduto”, l'uomo che non è libero.
Volesse il cielo che tutti i cristiani fossero autorevoli...
E il mezzo c'è: si tratta non di dire il Vangelo, ma di fare il Vangelo, non di predicare ma di diventare Vangelo, tutt'uno con ciò che annunci:
una buona notizia che libera la vita, fa vivere meglio, dove nominare Dio equivale a confortare la vita.
Mi ha sempre colpito l'espressione dell'uomo posseduto:
che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci?
Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo, a demolire ciò che lo imprigiona, è venuto a portare spada e fuoco, a rovinare tutto ciò che non è amore.
Per edificare il suo Regno deve mandare in rovina il regno ingannatore degli uomini genuflessi davanti agli idoli impuri: potere, denaro, successo, paure, depressioni, egoismi.
È a questi desideri sbagliati, padroni del cuore, che Gesù dice
due sole parole:
taci, esci da lui.
Tace e se ne va questo mondo sbagliato.
Va in rovina, come aveva sognato Isaia, vanno in rovina le spade e diventano falci, si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è l'uomo libero e amante.
Questo Vangelo mi aiuta a valutare la serietà del mio cristianesimo da due criteri: se come Gesù, mi oppongo al male dell'uomo, in tutte le sue forme.
Se come lui porto aria di libertà, una briciola di liberazione da ciò che ci reprime dentro, da ciò che soffoca la nostra umanità, da tutte le maschere e le paure.
Un verso bellissimo di Padre Turoldo dice:
Cristo, mia dolce rovina, gioia e tormento insieme tu sei. Impossibile amarti impunemente.
Dolce rovina, Cristo, che rovini in me tutto ciò che non è amore.
impossibile amarti senza pagarne il prezzo in moneta di vita!
Impossibile amarti e non cambiare vita e non gettare dalle braccia il vuoto e non accrescere gli orizzonti che respiriamo.
TUTT’UNO CON CIÒ
CHE ANNUNCI
Questo Vangelo ci riporta la freschezza della sorgente, lo stupore e la freschezza dell'origine:
la gente si stupiva del suo insegnamento.
Come la gente di Cafarnao, anche noi ci incantiamo ogni volta che abbiamo l’avventura di incontrare qualcuno con parole che trasmettono la sapienza del vivere, una sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore, sulla paura e sulla gioia. Che aiutano a vivere meglio.
Di fatto, sono autorevoli soltanto le parole che accrescono la vita.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Ha autorità chi non soltanto annuncia la buona notizia, ma la fa accadere.
Lo vediamo dal seguito del racconto:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
La buona notizia è un Dio che libera la vita.
Gesù ha autorità perché si misura con i nostri problemi di fondo, e
il primo di tutti i problemi è “l'uomo posseduto”, l'uomo che non è libero.
Volesse il cielo che tutti i cristiani fossero autorevoli...
E il mezzo c'è: si tratta non di dire il Vangelo, ma di fare il Vangelo, non di predicare ma di diventare Vangelo, tutt'uno con ciò che annunci:
una buona notizia che libera la vita, fa vivere meglio, dove nominare Dio equivale a confortare la vita.
Mi ha sempre colpito l'espressione dell'uomo posseduto:
che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci?
Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo, a demolire ciò che lo imprigiona, è venuto a portare spada e fuoco, a rovinare tutto ciò che non è amore.
Per edificare il suo Regno deve mandare in rovina il regno ingannatore degli uomini genuflessi davanti agli idoli impuri: potere, denaro, successo, paure, depressioni, egoismi.
È a questi desideri sbagliati, padroni del cuore, che Gesù dice
due sole parole:
taci, esci da lui.
Tace e se ne va questo mondo sbagliato.
Va in rovina, come aveva sognato Isaia, vanno in rovina le spade e diventano falci, si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è l'uomo libero e amante.
Questo Vangelo mi aiuta a valutare la serietà del mio cristianesimo da due criteri: se come Gesù, mi oppongo al male dell'uomo, in tutte le sue forme.
Se come lui porto aria di libertà, una briciola di liberazione da ciò che ci reprime dentro, da ciò che soffoca la nostra umanità, da tutte le maschere e le paure.
Un verso bellissimo di Padre Turoldo dice:
Cristo, mia dolce rovina, gioia e tormento insieme tu sei. Impossibile amarti impunemente.
Dolce rovina, Cristo, che rovini in me tutto ciò che non è amore.
impossibile amarti senza pagarne il prezzo in moneta di vita!
Impossibile amarti e non cambiare vita e non gettare dalle braccia il vuoto e non accrescere gli orizzonti che respiriamo.
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MANO NELLA MANO
A CUI AGGRAPPARMI FORTE PER ESSERE
TRASFIGURATO E RIALZATO
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
A CUI AGGRAPPARMI FORTE PER ESSERE
TRASFIGURATO E RIALZATO
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
“Dio, che cosa fai per lui?”
E una voce risponde:
“io, per lui, ho fatto te!”
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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Gesù ti ha preso per mano,
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente, ma
può bastare a sollevare
una vita.
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
anche tu fa’ altrettanto:
prendi per mano qualcuno.
É un gesto da niente, ma
può bastare a sollevare
una vita.
https://youtu.be/sK4uaz42hso?si=otIQj2EObq_6mm0H
YouTube
I gesti di Gesù
Il miracolo dimesso e senza parole della suocera di Pietro
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto,
quando iniziava il nuovo giorno,
raccontano un mondo al ritmo della Genesi:…
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SIAMO FATTI PER
UN ALTRO SOLE,
UN’ALTRA LUCE,
UN ALTRO RESPIRO
La nostra vita avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto, che ci chiedono di essere colmati.
Tutto comincia con una notte buttata, con le reti vuote, con una fatica inutile.
Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro.
Che cosa mancava ai quattro in riva al lago, per convincerli poi a lasciare barche e reti, a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?
Mancava un sogno.
Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova per tutti, e loro lasciano il lago e trovano il mondo.
Gesù entra scalzo nelle loro vite, con delicatezza; semplicemente prega Simone di staccarsi un po' dalla riva.
Nel momento del fallimento, quale parola ti dà più speranza?
Un comando? Un’imposizione?
Un rimprovero?
O non invece
qualcuno che ti prega?
In quello dei pescatori intravedo i miei fallimenti, le scelte sbagliate, i miei giorni inutili.
Eppure Gesù sale sulla mia vita, a volte vuota, sulla mia barca che ho tirato in secca, e mi prega di ripartire, affidandomi ancora e sempre un nuovo grande mare.
“Sulla tua parola getterò le reti”.
Cosa spinge Pietro a fidarsi?
Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardarti e amarti è la stessa cosa.
Pietro in quegli occhi ha visto un amore speciale, ha sentito che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Ci crede, e si lancia in quest’avventura.
Le reti si riempiono. Davanti a questa potenza e mistero, di fronte a Dio che si è avvicinato, il pescatore prende paura, e lo respinge: «Allontanati da me! Sono solo un peccatore».
Come posso stare vicino a Dio, se non sono perfetto?
Ma la reazione di Gesù è bellissima: non dice che non è vero, non assolve Simone, non lo umilia; invece, non ci pensa già più, e lo accarezza con una sola parola: non temere.
Il peccato rimane, non viene annullato, ma non può essere il mio alibi per chiudermi al futuro.
Non temere, anche la tua barca va bene.
D'ora in avanti resterai peccatore, ma non temere, cercherai uomini, li raccoglierai per la vita, lo farai come se fossero il tuo tesoro.
E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare.
Senza neppure chiedersi dove li condurrà.
Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e verso l'uomo, nella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.
La nostra missione è la stessa di Pietro: pescare non significa raccogliere per la morte, ma per la vita; mostrare che siamo fatti per un altro sole, un’altra luce, un altro respiro.
Allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» molto lavoro è da compiere, sotto il vento dello Spirito, ascoltandolo soffiare sulle nostre piccole vele.
UN ALTRO SOLE,
UN’ALTRA LUCE,
UN ALTRO RESPIRO
La nostra vita avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto, che ci chiedono di essere colmati.
Tutto comincia con una notte buttata, con le reti vuote, con una fatica inutile.
Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro.
Che cosa mancava ai quattro in riva al lago, per convincerli poi a lasciare barche e reti, a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?
Mancava un sogno.
Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova per tutti, e loro lasciano il lago e trovano il mondo.
Gesù entra scalzo nelle loro vite, con delicatezza; semplicemente prega Simone di staccarsi un po' dalla riva.
Nel momento del fallimento, quale parola ti dà più speranza?
Un comando? Un’imposizione?
Un rimprovero?
O non invece
qualcuno che ti prega?
In quello dei pescatori intravedo i miei fallimenti, le scelte sbagliate, i miei giorni inutili.
Eppure Gesù sale sulla mia vita, a volte vuota, sulla mia barca che ho tirato in secca, e mi prega di ripartire, affidandomi ancora e sempre un nuovo grande mare.
“Sulla tua parola getterò le reti”.
Cosa spinge Pietro a fidarsi?
Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardarti e amarti è la stessa cosa.
Pietro in quegli occhi ha visto un amore speciale, ha sentito che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Ci crede, e si lancia in quest’avventura.
Le reti si riempiono. Davanti a questa potenza e mistero, di fronte a Dio che si è avvicinato, il pescatore prende paura, e lo respinge: «Allontanati da me! Sono solo un peccatore».
Come posso stare vicino a Dio, se non sono perfetto?
Ma la reazione di Gesù è bellissima: non dice che non è vero, non assolve Simone, non lo umilia; invece, non ci pensa già più, e lo accarezza con una sola parola: non temere.
Il peccato rimane, non viene annullato, ma non può essere il mio alibi per chiudermi al futuro.
Non temere, anche la tua barca va bene.
D'ora in avanti resterai peccatore, ma non temere, cercherai uomini, li raccoglierai per la vita, lo farai come se fossero il tuo tesoro.
E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare.
Senza neppure chiedersi dove li condurrà.
Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e verso l'uomo, nella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.
La nostra missione è la stessa di Pietro: pescare non significa raccogliere per la morte, ma per la vita; mostrare che siamo fatti per un altro sole, un’altra luce, un altro respiro.
Allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» molto lavoro è da compiere, sotto il vento dello Spirito, ascoltandolo soffiare sulle nostre piccole vele.
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STARE CON LO SPOSO:
IL VERO VOLTO DELLA FEDE
Il Vangelo ricorda e racconta il piacere del credere, il piacere della fede provato dai discepoli in quei giorni del loro libero andare.
Cristo come festa, fariseismo come penitenza.
Religione di persone, splendore d'incontri, e religione di leggi e di sospetti. Alternativa antica quanto Adamo.
La fede non è un dovere, ma il sereno godimento del giardino della vita.
Mia sposa è la vita. E i sensi sono divine tastiere (Turoldo) suonate da un Dio che mi parla anche attraverso il mio sentire.
È il Dio «sensibile al cuore» di Pascal, che nel giorno del giudizio, secondo una tradizione ebraica, chiederà a ciascuno:
perché non hai goduto di tutte le cose belle che ho creato per te? Perché non sei stato felice con le mie cose buone?
«Ti attirerò a me, ti farò mia sposa per sempre, dice il profeta Osea, parlerò al tuo cuore». Anzi: ti parlerò sul cuore. «Molti parlano; pochi parlano al cuore; uno solo ti parla sul cuore, il Dio innamorato» (L. Pozzoli).
Tu sei il desiderio di Dio. Trono, anfora, pagina di Dio è il tuo cuore.
E senti come un abbraccio, prossimità assoluta, la stretta infaticata di Uno che di te non è stanco.
Allora conoscerai il tuo Signore, dice Osea: è uno sposo, con la carica emozionale, di entusiasmo, di desiderio, carnale quasi, che evoca.
Sposo e sposa sono parole che da sole non vivono, hanno bisogno l'una dell'altra.
Io ho bisogno di Dio, ma Dio ha bisogno di me.
Lui ha ancora più sete.
Dio è l'altra parte dell'uomo, l'uomo è l'altra parte di Dio.
Sposo: definizione di Gesù di una profondità mai sospettata prima.
Ma poi vengono giorni in cui lo sposo è tolto, l'amore è esiliato, l'uomo è per l'uomo Caino. Sono i nostri giorni.
E non c'è luna di miele in cui restare, devo proclamare che la vita è in pericolo, che la terra è minacciata, che sono giorni senza amore, desideri senza Sposo.
Ma anche che un altro mondo è possibile.
La terra veste abiti da guerra, un vestito troppo vecchio ormai e senza futuro, che si sogna forte ed è logoro.
Dai suoi strappi traspare solo la notte. E la morte.
Ma un altro vestito è possibile, un altro cuore, un'altra umanità.
Forse abbiamo versato vino nuovo in otri vecchi, rattoppato un cuore d’uomo troppo lacerato, uno straccio di cuore, cui siamo rimasti inutilmente attaccati.
E abbiamo sciupato e rovinato il vangelo, come vino perduto.
Altra strada non c'è che quella di un cuore nuovo.
E verrà se insisto a cercare, ad ascoltare Uno che mi parli sul cuore.
Verrà, se insisto ad amarlo. Verrà, perché il cuore si trasforma in ciò che ama. Verrà se prenderò il Vangelo come mio abito, se indosserò le beatitudini, se comporrò le mie parabole di vita, con il cuore di Cristo, con le mani.
IL VERO VOLTO DELLA FEDE
Il Vangelo ricorda e racconta il piacere del credere, il piacere della fede provato dai discepoli in quei giorni del loro libero andare.
Cristo come festa, fariseismo come penitenza.
Religione di persone, splendore d'incontri, e religione di leggi e di sospetti. Alternativa antica quanto Adamo.
La fede non è un dovere, ma il sereno godimento del giardino della vita.
Mia sposa è la vita. E i sensi sono divine tastiere (Turoldo) suonate da un Dio che mi parla anche attraverso il mio sentire.
È il Dio «sensibile al cuore» di Pascal, che nel giorno del giudizio, secondo una tradizione ebraica, chiederà a ciascuno:
perché non hai goduto di tutte le cose belle che ho creato per te? Perché non sei stato felice con le mie cose buone?
«Ti attirerò a me, ti farò mia sposa per sempre, dice il profeta Osea, parlerò al tuo cuore». Anzi: ti parlerò sul cuore. «Molti parlano; pochi parlano al cuore; uno solo ti parla sul cuore, il Dio innamorato» (L. Pozzoli).
Tu sei il desiderio di Dio. Trono, anfora, pagina di Dio è il tuo cuore.
E senti come un abbraccio, prossimità assoluta, la stretta infaticata di Uno che di te non è stanco.
Allora conoscerai il tuo Signore, dice Osea: è uno sposo, con la carica emozionale, di entusiasmo, di desiderio, carnale quasi, che evoca.
Sposo e sposa sono parole che da sole non vivono, hanno bisogno l'una dell'altra.
Io ho bisogno di Dio, ma Dio ha bisogno di me.
Lui ha ancora più sete.
Dio è l'altra parte dell'uomo, l'uomo è l'altra parte di Dio.
Sposo: definizione di Gesù di una profondità mai sospettata prima.
Ma poi vengono giorni in cui lo sposo è tolto, l'amore è esiliato, l'uomo è per l'uomo Caino. Sono i nostri giorni.
E non c'è luna di miele in cui restare, devo proclamare che la vita è in pericolo, che la terra è minacciata, che sono giorni senza amore, desideri senza Sposo.
Ma anche che un altro mondo è possibile.
La terra veste abiti da guerra, un vestito troppo vecchio ormai e senza futuro, che si sogna forte ed è logoro.
Dai suoi strappi traspare solo la notte. E la morte.
Ma un altro vestito è possibile, un altro cuore, un'altra umanità.
Forse abbiamo versato vino nuovo in otri vecchi, rattoppato un cuore d’uomo troppo lacerato, uno straccio di cuore, cui siamo rimasti inutilmente attaccati.
E abbiamo sciupato e rovinato il vangelo, come vino perduto.
Altra strada non c'è che quella di un cuore nuovo.
E verrà se insisto a cercare, ad ascoltare Uno che mi parli sul cuore.
Verrà, se insisto ad amarlo. Verrà, perché il cuore si trasforma in ciò che ama. Verrà se prenderò il Vangelo come mio abito, se indosserò le beatitudini, se comporrò le mie parabole di vita, con il cuore di Cristo, con le mani.
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LA MAPPA
Folle esultanti lo seguivano nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme.
Gesù però non si esalta: voi mi seguite, ma essere miei discepoli è tutta un’altra cosa.
Il maestro li prende sul serio, con parole serie:
Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può seguirmi.
Sette oggetti d’amore sono la mappa del nostro tesoro, la rotta della nostra felicità.
Ma chi può dire tra noi:
io amo te, Gesù, più di mio figlio e di mia madre?
Nel testamento don Milani si rivolge così ai ragazzi di Barbiana:
“Caro Michele, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
sottigliezze”.
Quando vedremo il volto di Dio, comprenderemo d’averlo sempre conosciuto, lui faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d'amore terreno.
Il discorso di Gesù gira attorno al verbo amare di più.
Ami i tuoi cari?
Fallo più teneramente che puoi, ma ricorda che non sono l’alfa e l’omega, non cadere nell’idolatria della famiglia, invece allarga il tuo cuore oltre lo steccato di casa.
Chi è così legato ai rapporti familiari da non essere libero, fa un grave danno prima di tutto a se stesso.
Amerai Dio “con tutto il cuore” significa non avrai un cuore doppio ma semplice, unificato, senza inganni.
Tutto il cuore: nella bibbia la totalità del cuore non è l’esclusività.
Amerai Dio con tutto il cuore, ma allo stesso tempo anche il tuo prossimo.
Li amerai senza mezzi termini, perché gli amori a metà sono la negazione dell’amore.
Poi Gesù alza il tiro:
Chi non porta la propria croce... non può...
Quale croce?
Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno, anche Gesù ne avrebbe volentieri fatto a meno.
Dio non è per la sofferenza, ma per l’amore. Solo che amare costa, è passione e patimento insieme: “là dove metti il tuo cuore troverai anche le tue spine”.
Se uno non rinuncia a tutto…
Parole pericolose, che a capirle bene si rivelano bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Un uomo vale quanto vale il suo cuore, e non quanto il suo conto in banca. Questo è vangelo.
Tu possiedi solo ciò che hai donato, quello nessuno mai te lo porterà via. Invece, tutto ciò che avrai trattenuto finirà per possedere te: tutto ciò che non serve pesa (Madre Teresa di Calcutta).
Hemingway ne Il vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte con una barca nuova,
poi arriva la tempesta e deve buttare in mare tutto, pezzo dopo pezzo.
Alla fine gli rimane solo una piccola tavola rotta, che galleggia.
Ecco, se penso alla fede non trovo immagine più incisiva di questa.
Fede vera ed essenziale è chiudere gli occhi e procedere al buio (S. Giovanni della Croce), galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.
Folle esultanti lo seguivano nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme.
Gesù però non si esalta: voi mi seguite, ma essere miei discepoli è tutta un’altra cosa.
Il maestro li prende sul serio, con parole serie:
Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può seguirmi.
Sette oggetti d’amore sono la mappa del nostro tesoro, la rotta della nostra felicità.
Ma chi può dire tra noi:
io amo te, Gesù, più di mio figlio e di mia madre?
Nel testamento don Milani si rivolge così ai ragazzi di Barbiana:
“Caro Michele, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
sottigliezze”.
Quando vedremo il volto di Dio, comprenderemo d’averlo sempre conosciuto, lui faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d'amore terreno.
Il discorso di Gesù gira attorno al verbo amare di più.
Ami i tuoi cari?
Fallo più teneramente che puoi, ma ricorda che non sono l’alfa e l’omega, non cadere nell’idolatria della famiglia, invece allarga il tuo cuore oltre lo steccato di casa.
Chi è così legato ai rapporti familiari da non essere libero, fa un grave danno prima di tutto a se stesso.
Amerai Dio “con tutto il cuore” significa non avrai un cuore doppio ma semplice, unificato, senza inganni.
Tutto il cuore: nella bibbia la totalità del cuore non è l’esclusività.
Amerai Dio con tutto il cuore, ma allo stesso tempo anche il tuo prossimo.
Li amerai senza mezzi termini, perché gli amori a metà sono la negazione dell’amore.
Poi Gesù alza il tiro:
Chi non porta la propria croce... non può...
Quale croce?
Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno, anche Gesù ne avrebbe volentieri fatto a meno.
Dio non è per la sofferenza, ma per l’amore. Solo che amare costa, è passione e patimento insieme: “là dove metti il tuo cuore troverai anche le tue spine”.
Se uno non rinuncia a tutto…
Parole pericolose, che a capirle bene si rivelano bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Un uomo vale quanto vale il suo cuore, e non quanto il suo conto in banca. Questo è vangelo.
Tu possiedi solo ciò che hai donato, quello nessuno mai te lo porterà via. Invece, tutto ciò che avrai trattenuto finirà per possedere te: tutto ciò che non serve pesa (Madre Teresa di Calcutta).
Hemingway ne Il vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte con una barca nuova,
poi arriva la tempesta e deve buttare in mare tutto, pezzo dopo pezzo.
Alla fine gli rimane solo una piccola tavola rotta, che galleggia.
Ecco, se penso alla fede non trovo immagine più incisiva di questa.
Fede vera ed essenziale è chiudere gli occhi e procedere al buio (S. Giovanni della Croce), galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.
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IL CORAGGIO
DI UN SOGNO
Ci vuole coraggio per sognare, e non solo fantasia, per non accontentarsi del mondo così com'è.
La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza* (Shakespeare)
Giuseppe, uomo giusto che sogna e ama, non parla ma agisce.
Cuore puro e mani callose, l'ultimo patriarca d’Israele, sigillo di una storia gravida di contraddizioni e promesse: la sua casa e i suoi sogni narrano una storia d'amore, i suoi dubbi e il cuore ferito raccontano storie di attese e di crisi.
Prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta, allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto.
Di nascosto. Con l'unico modo trovato per salvare Maria.
Basta che la corazza della legge venga appena scalfita dall'amore, ed ecco lo Spirito irrompere e agire.
Mentre pensava a tutto questo, arriva in sogno un angelo... Giuseppe sa ascoltare i sogni che lo abitano, sono gli stessi di Dio, che gli dice:
non temere di prendere con te Maria.
Non temere, Dio interviene sempre in favore della vita*.
Nel Vangelo di Matteo gli angeli vengono sempre per lo stesso motivo:
per annunciare la vita di Gesù,
per proteggerne la vita da Erode,
a Pasqua per annunciare che quella vita ha vinto la morte.
Giuseppe tra la legge e l’amore sceglie Maria, perché «mettere la legge prima della persona è l'essenza della bestemmia» (Simone Weil).
E così facendo diventa profeta che anticipa le scelte di Gesù, quando infrangerà la legge di Mosè per guarire il dolore dell'uomo.
Eccoli i giusti!
“La nostra unica regola è l'amore; lasciate la regola ogni volta che essa contrasta con l'amore” (sorella Maria di Campello).
Maria e Giuseppe, poveri di certezze ma ricchi d'amore, aperti al mistero perché se c'è una cosa che apre la via all'assoluto questa è l'amore, luogo infinito dove arrivano angeli.
Il Vangelo per Giuseppe riporta ben quattro sogni di parole. E ogni volta è un annuncio parziale, (prendi il bambino e sua madre e fuggi...) senza un orizzonte chiaro, senza la data del ritorno.
Ma sufficiente per stringerli a sé e via in fretta verso l'Egitto, per poi riprendere la strada di casa.
È la via imperfetta dei giusti e dei profeti,
e di ogni credente.
Giuseppe parte con Maria e quel figlio che non ha generato, di cui però sarà vero padre perché lo amerà, lo farà crescere, lo farà felice, gli insegnerà ad essere uomo e a sognare l’impossibile; a credere nell'amore.
Come a Giuseppe un sogno di parole è offerto anche a noi: è il Vangelo.
E ci sono offerti angeli mandati da Dio:
portatori di belle notizie, nelle nostre case come in quella di Maria; messaggeri di sogni e progetti, come in quella di Giuseppe.
I nostri angeli non hanno ali e dividono con noi pane e amore; vivono nella nostra casa come annunciatori d'infinito: angeli che nella loro voce ci fecondano della Parola di Dio.
DI UN SOGNO
Ci vuole coraggio per sognare, e non solo fantasia, per non accontentarsi del mondo così com'è.
La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza* (Shakespeare)
Giuseppe, uomo giusto che sogna e ama, non parla ma agisce.
Cuore puro e mani callose, l'ultimo patriarca d’Israele, sigillo di una storia gravida di contraddizioni e promesse: la sua casa e i suoi sogni narrano una storia d'amore, i suoi dubbi e il cuore ferito raccontano storie di attese e di crisi.
Prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta, allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto.
Di nascosto. Con l'unico modo trovato per salvare Maria.
Basta che la corazza della legge venga appena scalfita dall'amore, ed ecco lo Spirito irrompere e agire.
Mentre pensava a tutto questo, arriva in sogno un angelo... Giuseppe sa ascoltare i sogni che lo abitano, sono gli stessi di Dio, che gli dice:
non temere di prendere con te Maria.
Non temere, Dio interviene sempre in favore della vita*.
Nel Vangelo di Matteo gli angeli vengono sempre per lo stesso motivo:
per annunciare la vita di Gesù,
per proteggerne la vita da Erode,
a Pasqua per annunciare che quella vita ha vinto la morte.
Giuseppe tra la legge e l’amore sceglie Maria, perché «mettere la legge prima della persona è l'essenza della bestemmia» (Simone Weil).
E così facendo diventa profeta che anticipa le scelte di Gesù, quando infrangerà la legge di Mosè per guarire il dolore dell'uomo.
Eccoli i giusti!
“La nostra unica regola è l'amore; lasciate la regola ogni volta che essa contrasta con l'amore” (sorella Maria di Campello).
Maria e Giuseppe, poveri di certezze ma ricchi d'amore, aperti al mistero perché se c'è una cosa che apre la via all'assoluto questa è l'amore, luogo infinito dove arrivano angeli.
Il Vangelo per Giuseppe riporta ben quattro sogni di parole. E ogni volta è un annuncio parziale, (prendi il bambino e sua madre e fuggi...) senza un orizzonte chiaro, senza la data del ritorno.
Ma sufficiente per stringerli a sé e via in fretta verso l'Egitto, per poi riprendere la strada di casa.
È la via imperfetta dei giusti e dei profeti,
e di ogni credente.
Giuseppe parte con Maria e quel figlio che non ha generato, di cui però sarà vero padre perché lo amerà, lo farà crescere, lo farà felice, gli insegnerà ad essere uomo e a sognare l’impossibile; a credere nell'amore.
Come a Giuseppe un sogno di parole è offerto anche a noi: è il Vangelo.
E ci sono offerti angeli mandati da Dio:
portatori di belle notizie, nelle nostre case come in quella di Maria; messaggeri di sogni e progetti, come in quella di Giuseppe.
I nostri angeli non hanno ali e dividono con noi pane e amore; vivono nella nostra casa come annunciatori d'infinito: angeli che nella loro voce ci fecondano della Parola di Dio.
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OGNUNO É IL TREDICESIMO APOSTOLO
Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.
Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all'elenco dei dodici.
Ognuno è il tredicesimo apostolo.
ognuno scrive il suo quinto vangelo.
riceve la stessa missione dei dodici:
annunciate che il regno di Dio è vicino.
Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore.
Sentilo tu quando, non sai perché, ti avvampa il cuore (Rilke).
È Lui, il pastore buono che porta le tue insicurezze.
Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostoli, perché non sono le parole, per quanto belle, che contano, ma quanta convinzione, quanta passione e stupore contengono.
L'inviato è povero.
non ha borsa né danaro,
ma ha la pace
che illumina gli occhi e
la forza che regge le mani;
ha delle ali d'aquila.
un supplemento d'ali,
una strada verso il cielo,
e una parola capace
di rapire il cuore.
Ognuno, come Cristo,
è crocevia di finito
e d'infinito,
di piedi impolverati
e di ali d'aquila.
Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.
Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all'elenco dei dodici.
Ognuno è il tredicesimo apostolo.
ognuno scrive il suo quinto vangelo.
riceve la stessa missione dei dodici:
annunciate che il regno di Dio è vicino.
Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore.
Sentilo tu quando, non sai perché, ti avvampa il cuore (Rilke).
È Lui, il pastore buono che porta le tue insicurezze.
Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostoli, perché non sono le parole, per quanto belle, che contano, ma quanta convinzione, quanta passione e stupore contengono.
L'inviato è povero.
non ha borsa né danaro,
ma ha la pace
che illumina gli occhi e
la forza che regge le mani;
ha delle ali d'aquila.
un supplemento d'ali,
una strada verso il cielo,
e una parola capace
di rapire il cuore.
Ognuno, come Cristo,
è crocevia di finito
e d'infinito,
di piedi impolverati
e di ali d'aquila.
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BEATI VOI POVERI
Un vangelo potente e inarrivabile.
Da oltre cinquant’anni lotto con questo vangelo e mi sfugge sempre.
Le parole che cerco di allineare sono come uccellini che sbattono contro le pareti della gabbia, a dire poco più del nulla che capiamo di queste parole immense.
“Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”, aveva detto nella sinagoga.
Ed eccolo qui, il miracolo:
beati voi poveri.
Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio sono le infinite croci degli uomini.
E aggiunge alla fine un’antitesi abbagliante: non sono i poveri il problema del mondo, ma i ricchi: guai a voi ricchi.
Sillabe sospese tra sogno e miracolo, osate, prima ancora che da Gesù, da sua madre nel canto del Magnificat: “ha saziato gli affamati di vita, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. (Lc 1,53).
Questi oracoli profetici, anzi più-che-profetici, quel “beati” che contiene pienezza,
felicità,
completezza,
grazia,
incollato a persone affamate e in lacrime,
a poveracci,
a disgraziati,
ai bastonati dalla vita,
ci obbliga a un capovolgimento di prospettiva,
a guardare la storia con gli occhi dei poveri e dei piccoli, non con quelli dei ricchi e dei potenti, altrimenti non cambierà mai niente.
E ci saremmo aspettati: “beati voi poveri perché ci sarà un capovolgimento, un’alternanza, diventerete voi i signori”. No!
Il progetto di Dio è più profondo.
C’è di mezzo il Regno dei cieli, che non è il paradiso o l’al di là, ma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.
Il mondo non appartiene a chi se ne impossessa o lo compra, ma a chi lo rende migliore. E non sarà reso migliore da coloro che hanno accumulato più denaro.
Beati voi...
Il vangelo più alternativo che si possa pensare,
il manifesto più stravolgente e contromano.
Eppure, al tempo stesso, senti che è amico della vita, vangelo amico.
Perché le beatitudini non sono un comandamento, un ordine da eseguire, ma il cuore dell’annuncio di Gesù: la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore,
Dio regala gioia a chi costruisce pace.
In esse è l’inizio della guarigione del cuore, perché il cuore guarito sia l’inizio della guarigione del mondo.
Guai a voi,
ricchi,
sazi,
gaudenti,
famosi.
I quattro “guai” ci inquietano un po’, ma non sono delle maledizioni: Dio non maledice le sue creature, mai, la sua è la voce della tristezza del padre in pena per i figli che si stanno perdendo.
“Guai” non suona come una minaccia, ma come il gemito dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi appare come morto.
“Guai”: e vi sento dentro il lamento di Gesù, che piange i ricchi e i sazi come coloro che si sono sbagliati su ciò che è vita e ciò che non lo è; e sono diventati gli idolatri del vuoto, gli amanti del nulla.
E gli idoli sono crudeli, spietati: divorano i loro stessi adoratori.
Un vangelo potente e inarrivabile.
Da oltre cinquant’anni lotto con questo vangelo e mi sfugge sempre.
Le parole che cerco di allineare sono come uccellini che sbattono contro le pareti della gabbia, a dire poco più del nulla che capiamo di queste parole immense.
“Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”, aveva detto nella sinagoga.
Ed eccolo qui, il miracolo:
beati voi poveri.
Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio sono le infinite croci degli uomini.
E aggiunge alla fine un’antitesi abbagliante: non sono i poveri il problema del mondo, ma i ricchi: guai a voi ricchi.
Sillabe sospese tra sogno e miracolo, osate, prima ancora che da Gesù, da sua madre nel canto del Magnificat: “ha saziato gli affamati di vita, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. (Lc 1,53).
Questi oracoli profetici, anzi più-che-profetici, quel “beati” che contiene pienezza,
felicità,
completezza,
grazia,
incollato a persone affamate e in lacrime,
a poveracci,
a disgraziati,
ai bastonati dalla vita,
ci obbliga a un capovolgimento di prospettiva,
a guardare la storia con gli occhi dei poveri e dei piccoli, non con quelli dei ricchi e dei potenti, altrimenti non cambierà mai niente.
E ci saremmo aspettati: “beati voi poveri perché ci sarà un capovolgimento, un’alternanza, diventerete voi i signori”. No!
Il progetto di Dio è più profondo.
C’è di mezzo il Regno dei cieli, che non è il paradiso o l’al di là, ma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.
Il mondo non appartiene a chi se ne impossessa o lo compra, ma a chi lo rende migliore. E non sarà reso migliore da coloro che hanno accumulato più denaro.
Beati voi...
Il vangelo più alternativo che si possa pensare,
il manifesto più stravolgente e contromano.
Eppure, al tempo stesso, senti che è amico della vita, vangelo amico.
Perché le beatitudini non sono un comandamento, un ordine da eseguire, ma il cuore dell’annuncio di Gesù: la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore,
Dio regala gioia a chi costruisce pace.
In esse è l’inizio della guarigione del cuore, perché il cuore guarito sia l’inizio della guarigione del mondo.
Guai a voi,
ricchi,
sazi,
gaudenti,
famosi.
I quattro “guai” ci inquietano un po’, ma non sono delle maledizioni: Dio non maledice le sue creature, mai, la sua è la voce della tristezza del padre in pena per i figli che si stanno perdendo.
“Guai” non suona come una minaccia, ma come il gemito dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi appare come morto.
“Guai”: e vi sento dentro il lamento di Gesù, che piange i ricchi e i sazi come coloro che si sono sbagliati su ciò che è vita e ciò che non lo è; e sono diventati gli idolatri del vuoto, gli amanti del nulla.
E gli idoli sono crudeli, spietati: divorano i loro stessi adoratori.
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