ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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SPEZZARE
LA CONCHIGLIA AFFINCHÉ
APPAIA LA PERLA


La Parola di Dio mi mette con le spalle al muro:
sono anch’io, come scriba o fariseo?

Cristiano di sostanza oppure di facciata?

Una “domanda del cuore”, di quelle che fanno vivere: sono uno falso che non è ciò che dice e non dice ciò che è, oppure persona vera, compiuta, in cui annuncio e annunciatore coincidono?

Ci sono colpi duri, oggi, nelle parole di Gesù; ma ogni volta che ciò accade lo scopo non è ferire, ma spezzare la conchiglia affinché appaia la perla.

La conchiglia non è la fragilità, ma l’ipocrisia.

Nel Vangelo Gesù non sopporta due categorie di persone: gli ipocriti e quelli dal cuore duro, due tipi umani che spesso si identificano.
Legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito.

Ipocrita è il moralista che impone leggi rigide, ma solo agli altri, e più è severo con loro più si sente vicino a Dio!

Gesù è rigoroso, ma mai rigido.

Paolo dice «Avrei voluto darvi la mia vita*» (1Ts 2,8).

L’ipocrita invece dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto».
Sono funzionari delle regole e analfabeti del cuore. E perfino analfabeti di Dio. Cioè, nel loro intimo, sono strutturalmente atei.

Ipocrita è termine greco che significa attore, il teatrante che recita una parte e indossa una maschera: tutte le opere le fanno per essere ammirati dalla gente, si compiacciono dei primi posti, dei saluti sulle piazze, degli applausi... Ma il cuore è assente, il cuore è altrove.

Fanno finta: sono personaggi e non più persone. E questa è la peggior sventura che possa capitare, la dissociazione dell’anima, lo sdoppiamento della persona, quando ami ciò che va dalla pelle in fuori (l’apparenza e il superfluo) e non ti curi di ciò che va dalla pelle in dentro (la sostanza e l’essenziale).

Sono così rare le persone autentiche, tutte d’un pezzo, quelle che sono se stesse in pubblico come in privato, senza maschere.
Quando ne incontriamo una, non lasciamola andare via senza aver tentato di farcela amica.

È tra quelli che aprono una fessura sulla verità, una feritoia su Dio.
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SIATE PRONTI
TENETEVI PRONTI


A che cosa?
Allo splendore dell'incontro.

E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti;

ma con l'impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli».
Che si china davanti all'uomo, con stima, rispetto, gratitudine.

Il capovolgimento dell'idea di un Dio padrone.
Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l'inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!

Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.

Che i servi restino in attesa, svegli fino all'alba, non è richiesto; è "un di più" non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il momento degli abbracci:

«Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l'amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).

Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».

Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.

La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone;

vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.

Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.

Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi!
Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita.

Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.

Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
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OGNI CREATURA É TALENTO PER GLI ALTRI
e poterlo dichiarare
a qualcuno
ci fa entrare,
con passo creatore,
nella liturgia dei viventi
.

Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, consegnò ai servi i suoi beni.

Dio ci consegna qualcosa con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà.
Ci consegna il mondo, e poi esce di scena.

Un volto di Dio che ci innalza a con-creatori
con l’unica regola di Adamo nell'Eden:
coltiva e custodisci'
il giardino dove sei posto, cioè ama e moltiplica la vita.
Tu, sacerdote di quella che è la liturgia primordiale del mondo.

Ecco due visioni opposte dell’esistenza:
la vita, e i suoi talenti, come opportunità; oppure la vita come un lungo tribunale, pieno di rischi e paure.

I primi due servi vedono la vita come possibilità felice, e Dio li sorprende raddoppiando la posta:
sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto.
Non di una restituzione si tratta, ma di un rilancio.

L'ultimo non ci prova neppure, paralizzato dalla paura di uscirne sconfitto.

Non ha capito che, affidandogli il suo talento,
il padrone vuole insegnargli la fiducia, opportunità che lui seppellisce.

Su tutto incombe la paura del castigo, e il dono si trasforma in incubo.
Il servo ha paura di Dio!
Ne ha un'immagine orribile: tu mieti dove non hai seminato…

Si sbaglia su Dio e tutta la vita è sballata; diviene schiavo della sua stessa paura, Adamo senza più giardino.

Noi non viviamo per restituire a Dio i suoi doni, il padrone non ha bisogno di quei talenti affidati, immagine distorta che lo immiserisce.

Non c'è un capitalismo della quantità, e chi consegna dieci talenti non è più bravo di chi ne rende quattro.

Dopo la lunga e fiduciosa assenza di Dio, il giudizio non guarderà alla bilancia della quantità di guadagno, ma a quella della qualità del servizio.

Una pedagogia gioiosa della vita.

La parabola dei talenti è il poema della creatività senza retorica.

Nessuno dei tre servi crede di dover salvare il mondo. Tutto invece sa di casa, di vite e di olivi, o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa: fedele nel poco, nel piccolo.

Il mondo e la vita mi affidano un pezzetto di giardino incompiuto, mio talento che deve fiorire.
Una spirale di vita crescente che è legge divina, pena il non senso della vita stessa.

Un giorno non mi sarà chiesto perché non sono stato Mosè o Elia o uno dei profeti, ma dovrò rendere conto se sono stato o meno me stesso, servo fedele ed emozionato della vita, camminatore avvolto dai doni di Dio.

Nessuno è senza talenti, è la legge della creazione;

ogni creatura è talento per gli altri, e poterlo dichiarare a qualcuno ci fa entrare, con passo creatore, nella liturgia dei viventi.

Non ci sono dieci talenti ideali da raggiungere:
è sufficiente la fedeltà a ciò che ho ricevuto, a ciò che so fare, là dove la vita mi ha messo.

Fedele alla mia verità, proverò a coltivarla e a gustarla, senza maschere né paure.
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SPINGERE LA VITA

Questo è il terzo banchetto di Gesù in casa di farisei, che pur fieri avversari del maestro, ne subivano al tempo stesso il fascino.

Il rabbi amava i banchetti, luogo perfetto dove raccontare parabole che anticipavano il Regno,
per i giusti d’Israele e per la gente dei crocicchi, per donne con vasi di profumo e farisei austeri e distaccati.

La tavola di casa è il primo altare, per Gesù. L’unico: ogni casa ha un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti. E sacrifici.
Quello della chiesa viene dopo.

Mangiare insieme è il rito che ci fa umani, dove il cibo è sacro e il pane è sacramento, perché custodisce la cosa più sacra che esiste: la vita.

È un dolore vedere troppe eucaristie che, invece di un banchetto di gioia e di condivisione, si trascinano come liturgie stanche che parlano solo di se stesse e a se stesse.

Diceva loro una parabola, notando come sceglievano i primi posti”.

La gente osserva Gesù, e Gesù osserva gli invitati. Un incrociarsi di sguardi, in quella sala che è la metafora della vita, piena di illusi, convinti che vivere sia prevalere sugli altri.

Quando sei invitato va a metterti all’ultimo posto, non per falsa modestia o un basso concetto di te, ma per un rapporto diverso e creativo, dove non conta il più importante o prestigioso, ma chi spinge avanti la vita.

Il nostro compito sulla terra è semplice: portare umilmente avanti la vita. Soprattutto la vita debole e minacciata.

Vai all’ultimo posto: è il posto di Dio, del Dio crocifisso, che spinge il nostro mondo dentro il suo abbraccio.

Poi a colui che l’aveva invitato disse:
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, vicini, tu invita poveri, storpi, ciechi.
Ma non farlo per sentirti buono.

Anche la rosa è senza un perché, fiorisce perché fiorisce (A. Silesius), e lo fa anche sulle macerie, dove impavida prodiga il suo profumo.

L’usignolo canta anche se nessuno lo ascolta.

Il monaco prega anche se nessuno lo sa.

Riempiti la casa di chi nessuno accoglie, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti, e allora ti daranno se stessi nella loro fragile gioia, perché ogni tenerezza gratuita e immeritata sussurra a chiunque di Dio.

Arriva come un angelo e rende più affettuosa la vita, più leggero il lungo dolore.

Solo l'amore che non ha bisogno di passare all’incasso è capace di riempire di speranza i viventi, di vita il grande vuoto della terra, il suo grande buio.
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OGGI PREGHIERA CORALE
almeno un breve momento,
ma vero.
Ascoltando il grido
di madre Terra
e il grido dei Poveri.
Che fanno
UN UNICO GRIDO
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SI PUÒ OSTACOLARE
LA PROFEZIA, MA
NON BLOCCARLA


In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria (...)

In un primo momento la sinagoga è rimasta incantata: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati!

Ma il cuore di Nazaret, e di ogni uomo, è un groviglio contorto, trascinato in fretta dalla meraviglia alla delusione, dallo stupore a una sorta di furore omicida: lo spinsero sul ciglio del monte per gettarlo giù.

Che cosa è accaduto?
Non è facile accogliere un profeta e le sue parole di fuoco e di luce. Soprattutto quando varcano la soglia di casa come «un vento che non lascia dormire la polvere» (Turoldo) e smuove la vita, invece di risuonare astratte e lontane sul monte o nel deserto.

I compaesani di Gesù si difendono da lui:
lo guardano ma non lo vedono, è solo il figlio di Giuseppe, uno come noi.

Odono ma non riconoscono le sue parole d'altrove: come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E poi, di quale Dio?

Questo è il secondo motivo del rifiuto di Gesù, il suo messaggio dirompente, che rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio.

Fai anche qui, a casa tua, i miracoli di Cafarnao, chiedono.

È la storia di sempre, immiserire Dio a distributore di grazie, impoverire la fede a baratto: «io credo in Dio se mi dà i segni che gli chiedo; lo amo se mi concede la grazia di cui ho bisogno».
Amore mercenario.

Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui! Non ci bastano belle parole, vogliamo un Dio a nostra disposizione; uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore.

E Gesù risponde raccontando un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di vedove straniere e senza meriti, guaritore di lebbrosi siriani nemici d'Israele, senza diritti da vantare.

Un Dio che non ha patria se non il mondo, che non ha casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo.

Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare Gesù.

Mentre il Dio di Gesù è l'amante della vita, il loro è amico della morte. Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino.

Come sempre negli interventi di Dio, c'è un punto bianco, una sospensione, un ma.

Ma Gesù passando in mezzo se ne andò.
Va ad accendere il suo roveto alla prossima svolta della strada.
Appena oltre ci sono altri villaggi ed altri cuori con fame e sete di vita.

Un finale a sorpresa.
Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, alla portata delle loro mani, in mezzo alla violenza, va tranquillo
in tutta la sua statura in mezzo ai solchi di quelle persone come un seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla, che la vitalità è incontenibile, che il vento dello Spirito riempie la casa e passa oltre.
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DIVENTARE VANGELO,
TUTT’UNO CON CIÒ
CHE ANNUNCI


Questo Vangelo ci riporta la freschezza della sorgente, lo stupore e la freschezza dell'origine:
la gente si stupiva del suo insegnamento.

Come la gente di Cafarnao, anche noi ci incantiamo ogni volta che abbiamo l’avventura di incontrare qualcuno con parole che trasmettono la sapienza del vivere, una sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore, sulla paura e sulla gioia. Che aiutano a vivere meglio.

Di fatto, sono autorevoli soltanto le parole che accrescono la vita.

Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Ha autorità chi non soltanto annuncia la buona notizia, ma la fa accadere.

Lo vediamo dal seguito del racconto:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.

La buona notizia è un Dio che libera la vita.
Gesù ha autorità perché si misura con i nostri problemi di fondo, e
il primo di tutti i problemi è “l'uomo posseduto”, l'uomo che non è libero.

Volesse il cielo che tutti i cristiani fossero autorevoli...

E il mezzo c'è: si tratta non di dire il Vangelo, ma di fare il Vangelo, non di predicare ma di diventare Vangelo, tutt'uno con ciò che annunci:

una buona notizia che libera la vita, fa vivere meglio, dove nominare Dio equivale a confortare la vita.

Mi ha sempre colpito l'espressione dell'uomo posseduto:

che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci?

Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo, a demolire ciò che lo imprigiona, è venuto a portare spada e fuoco, a rovinare tutto ciò che non è amore.

Per edificare il suo Regno deve mandare in rovina il regno ingannatore degli uomini genuflessi davanti agli idoli impuri: potere, denaro, successo, paure, depressioni, egoismi.

È a questi desideri sbagliati, padroni del cuore, che Gesù dice
due sole parole:
taci, esci da lui.


Tace e se ne va questo mondo sbagliato.

Va in rovina, come aveva sognato Isaia, vanno in rovina le spade e diventano falci, si spezza la conchiglia e appare la perla.

Perla della creazione è l'uomo libero e amante.

Questo Vangelo mi aiuta a valutare la serietà del mio cristianesimo da due criteri: se come Gesù, mi oppongo al male dell'uomo, in tutte le sue forme.

Se come lui porto aria di libertà, una briciola di liberazione da ciò che ci reprime dentro, da ciò che soffoca la nostra umanità, da tutte le maschere e le paure.

Un verso bellissimo di Padre Turoldo dice:
Cristo, mia dolce rovina, gioia e tormento insieme tu sei. Impossibile amarti impunemente.

Dolce rovina, Cristo, che rovini in me tutto ciò che non è amore.

impossibile amarti senza pagarne il prezzo in moneta di vita!

Impossibile amarti e non cambiare vita e non gettare dalle braccia il vuoto e non accrescere gli orizzonti che respiriamo.
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MANO NELLA MANO
A CUI AGGRAPPARMI FORTE PER ESSERE
TRASFIGURATO E RIALZATO

Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)

Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.

Dopo il tramonto, finito il sabato con i suoi 1.521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.

La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.

La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.

Miracolo così povero di contorno e di pretese,
così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Parlano i gesti.

Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.

È il verbo della risurrezione.

Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.

E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.

Quante cose contiene una mano.
Un gesto così può sollevare una vita!

Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.

E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.

Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo:
Dio, che cosa fai per lui?
E una voce risponde:
io, per lui, ho fatto te!

Solidarietà è l’inizio della guarigione.

Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.

Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio.
Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra.
E la prima delle sorgenti è Dio.

Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: “cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi”.

Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: “andiamo altrove!”

E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.

Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,

a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.

Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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SIAMO FATTI PER
UN ALTRO SOLE,
UN’ALTRA LUCE,
UN ALTRO RESPIRO


La nostra vita avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto, che ci chiedono di essere colmati. 

Tutto comincia con una notte buttata, con le reti vuote, con una fatica inutile.
Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro. 

Che cosa mancava ai quattro in riva al lago, per convincerli poi a lasciare barche e reti, a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti? 

Mancava un sogno.

Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova per tutti, e loro lasciano il lago e trovano il mondo. 

Gesù entra scalzo nelle loro vite, con delicatezza; semplicemente prega Simone di staccarsi un po' dalla riva.

Nel momento del fallimento, quale parola ti dà più speranza?
Un comando? Un’imposizione?
Un rimprovero?
O non invece
qualcuno che ti prega? 

In quello dei pescatori intravedo i miei fallimenti, le scelte sbagliate, i miei giorni inutili.
Eppure Gesù sale sulla mia vita, a volte vuota, sulla mia barca che ho tirato in secca, e mi prega di ripartire, affidandomi ancora e sempre un nuovo grande mare. 

Sulla tua parola getterò le reti”.

Cosa spinge Pietro a fidarsi?
Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardarti e amarti è la stessa cosa. 

Pietro in quegli occhi ha visto un amore speciale, ha sentito che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Ci crede, e si lancia in quest’avventura.

Le reti si riempiono. Davanti a questa potenza e mistero, di fronte a Dio che si è avvicinato, il pescatore prende paura, e lo respinge: «Allontanati da me! Sono solo un peccatore».

Come posso stare vicino a Dio, se non sono perfetto? 

Ma la reazione di Gesù è bellissima: non dice che non è vero, non assolve Simone, non lo umilia; invece, non ci pensa già più, e lo accarezza con una sola parola: non temere.

Il peccato rimane, non viene annullato, ma non può essere il mio alibi per chiudermi al futuro. 

Non temere, anche la tua barca va bene.
D'ora in avanti resterai peccatore, ma non temere, cercherai uomini, li raccoglierai per la vita, lo farai come se fossero il tuo tesoro.

E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare.

Senza neppure chiedersi dove li condurrà.
Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e verso l'uomo, nella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

La nostra missione è la stessa di Pietro: pescare non significa raccogliere per la morte, ma per la vita; mostrare che siamo fatti per un altro sole, un’altra luce, un altro respiro.

Allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» molto lavoro è da compiere, sotto il vento dello Spirito, ascoltandolo soffiare sulle nostre piccole vele.
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STARE CON LO SPOSO:
IL VERO VOLTO DELLA FEDE


Il Vangelo ricorda e racconta il piacere del credere, il piacere della fede provato dai discepoli in quei giorni del loro libero andare.

Cristo come festa, fariseismo come penitenza.

Religione di persone, splendore d'incontri, e religione di leggi e di sospetti. Alternativa antica quanto Adamo.

La fede non è un dovere, ma il sereno godimento del giardino della vita.

Mia sposa è la vita. E i sensi sono divine tastiere (Turoldo) suonate da un Dio che mi parla anche attraverso il mio sentire.

È il Dio «sensibile al cuore» di Pascal, che nel giorno del giudizio, secondo una tradizione ebraica, chiederà a ciascuno:

perché non hai goduto di tutte le cose belle che ho creato per te? Perché non sei stato felice con le mie cose buone?

«Ti attirerò a me, ti farò mia sposa per sempre, dice il profeta Osea, parlerò al tuo cuore». Anzi: ti parlerò sul cuore. «Molti parlano; pochi parlano al cuore; uno solo ti parla sul cuore, il Dio innamorato» (L. Pozzoli).

Tu sei il desiderio di Dio. Trono, anfora, pagina di Dio è il tuo cuore.

E senti come un abbraccio, prossimità assoluta, la stretta infaticata di Uno che di te non è stanco.

Allora conoscerai il tuo Signore, dice Osea: è uno sposo, con la carica emozionale, di entusiasmo, di desiderio, carnale quasi, che evoca.
Sposo e sposa sono parole che da sole non vivono, hanno bisogno l'una dell'altra.

Io ho bisogno di Dio, ma Dio ha bisogno di me.
Lui ha ancora più sete.
Dio è l'altra parte dell'uomo, l'uomo è l'altra parte di Dio.

Sposo: definizione di Gesù di una profondità mai sospettata prima.

Ma poi vengono giorni in cui lo sposo è tolto, l'amore è esiliato, l'uomo è per l'uomo Caino. Sono i nostri giorni.

E non c'è luna di miele in cui restare, devo proclamare che la vita è in pericolo, che la terra è minacciata, che sono giorni senza amore, desideri senza Sposo.

Ma anche che un altro mondo è possibile.

La terra veste abiti da guerra, un vestito troppo vecchio ormai e senza futuro, che si sogna forte ed è logoro.
Dai suoi strappi traspare solo la notte. E la morte.

Ma un altro vestito è possibile, un altro cuore, un'altra umanità.

Forse abbiamo versato vino nuovo in otri vecchi, rattoppato un cuore d’uomo troppo lacerato, uno straccio di cuore, cui siamo rimasti inutilmente attaccati.
E abbiamo sciupato e rovinato il vangelo, come vino perduto.

Altra strada non c'è che quella di un cuore nuovo.

E verrà se insisto a cercare, ad ascoltare Uno che mi parli sul cuore.

Verrà, se insisto ad amarlo. Verrà, perché il cuore si trasforma in ciò che ama. Verrà se prenderò il Vangelo come mio abito, se indosserò le beatitudini, se comporrò le mie parabole di vita, con il cuore di Cristo, con le mani.
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LA MAPPA

Folle esultanti lo seguivano nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme.
Gesù però non si esalta: voi mi seguite, ma essere miei discepoli è tutta un’altra cosa.

Il maestro li prende sul serio, con parole serie:
Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può seguirmi.

Sette oggetti d’amore sono la mappa del nostro tesoro, la rotta della nostra felicità.

Ma chi può dire tra noi:
io amo te, Gesù, più di mio figlio e di mia madre?

Nel testamento don Milani si rivolge così ai ragazzi di Barbiana:
Caro Michele, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
sottigliezze
”.

Quando vedremo il volto di Dio, comprenderemo d’averlo sempre conosciuto, lui faceva parte di tutte le nostre innocenti esperienze d'amore terreno.

Il discorso di Gesù gira attorno al verbo amare di più.
Ami i tuoi cari?
Fallo più teneramente che puoi, ma ricorda che non sono l’alfa e l’omega, non cadere nell’idolatria della famiglia, invece allarga il tuo cuore oltre lo steccato di casa.

Chi è così legato ai rapporti familiari da non essere libero, fa un grave danno prima di tutto a se stesso.

Amerai Dio “con tutto il cuore” significa non avrai un cuore doppio ma semplice, unificato, senza inganni.

Tutto il cuore: nella bibbia la totalità del cuore non è l’esclusività.

Amerai Dio con tutto il cuore, ma allo stesso tempo anche il tuo prossimo.
Li amerai senza mezzi termini, perché gli amori a metà sono la negazione dell’amore.

Poi Gesù alza il tiro:
Chi non porta la propria croce... non può...

Quale croce?
Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno, anche Gesù ne avrebbe volentieri fatto a meno.

Dio non è per la sofferenza, ma per l’amore. Solo che amare costa, è passione e patimento insieme: “là dove metti il tuo cuore troverai anche le tue spine”.

Se uno non rinuncia a tutto
Parole pericolose, che a capirle bene si rivelano bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.

Un uomo vale quanto vale il suo cuore, e non quanto il suo conto in banca. Questo è vangelo.

Tu possiedi solo ciò che hai donato, quello nessuno mai te lo porterà via. Invece, tutto ciò che avrai trattenuto finirà per possedere te: tutto ciò che non serve pesa (Madre Teresa di Calcutta).

Hemingway ne Il vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte con una barca nuova,
poi arriva la tempesta e deve buttare in mare tutto, pezzo dopo pezzo.
Alla fine gli rimane solo una piccola tavola rotta, che galleggia.

Ecco, se penso alla fede non trovo immagine più incisiva di questa.

Fede vera ed essenziale è chiudere gli occhi e procedere al buio (S. Giovanni della Croce), galleggiando nella tempesta, come possiamo, come sappiamo. Certi che una riva c’è, approdo ad ogni naufragio.
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