ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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L’AVVENTURA SCONOSCIUTA
DELLA BONTÀ,
CHE NON É GIUSTA,
É OLTRE,
É MOLTO DI PIÙ


Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.

Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia.

È questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.

Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?

Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.
A quanto ammonterà la giusta paga?

C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti:
è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.

Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.

Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più.

Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.

Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.

Sentirci tutti più ricchi.
È la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.

Gli operai assunti all’alba protestano non è giusto!
È vero: non è giusto.
Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.

Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.

Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.

Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!

Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.

Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.
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Stasera alle 21 faremo la diretta streaming sulla pagina Facebook con don Gigi.
Vi aspettiamo!
14
CHIAMATE TUTTI,
MA PROPRIO TUTTI!


Tutto il Vangelo è
un continuo bussare
alla porta della gioia,
di cui Gesù possiede
la chiave.

Dopo l’invito a faticare nelle vigne, eccoci invitati ad una festa.

Una festa dall’esito incerto, drammatica anche per Dio. Il Dio dalla sala vuota,
dalle chiese tristi,
il Dio del pane e del vino che nessuno vuole, nessuno cerca,
nessuno gusta.

Eppure Dio invita: non alla fatica della vigna, ma a nozze, al piacere del vivere.
Festa grande, oggi in città: si sposa il figlio del re.
Succede però che gli invitati, persone serie dai piedi per terra, accampano delle scuse: hanno degli impegni da concludere, non hanno tempo per la leggerezza o la superficialità di una festa.
Troppo impegnati,
non hanno il tempo di vivere. L'idolo della quantità ha chiesto che gli fosse sacrificata la qualità della vita.

Dio organizza la migliore delle feste, ti invita a una vita buona e bella e felice.

Tutto il Vangelo è un continuo bussare alla porta della gioia, di cui Gesù possiede la chiave.

Dopo il rifiuto, i servi partono con l’ordine del re, illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze.

Tutti, senza badare a meriti o a formalità. Dio parte dagli ultimi:
che entrino prima i cattivi,
ne hanno più bisogno, e i buoni a seguire.
Ma che siano tutti!


Sala piena, scandalo per il mio cuore fariseo.
E quando scende nella calca festosa della sala, vedo Dio entrare nel cuore della vita, come uno cui sta a cuore la mia gioia, e se ne prende cura.

Ed ecco il grande paradosso: tra barboni e mendicanti siede un invitato senza l'abito della festa.
Nota stonata e inaccettabile che spinge il re a farlo buttare fuori.
Quell’uomo è l’emblema inconsapevole di quelli che hanno rifiutato l’invito.

Sì. É possibile fallire la vita, è possibile non rendersi conto di aver perso ciò che di meglio essa offriva.

Ad ognuno di noi è posta come condizione il vestito di nozze. L’uomo che ne è privo non è peggiore degli altri, buoni e cattivi si confondono nella sala stracolma.

Ma lui è isolato, è solo, non può godere la festa perché non porta il suo scampolo di bellezza. Quell’uomo non ha creduto alla festa. Si è sbagliato su Dio!

Ha la mentalità di quelli che hanno rifiutato.
É lì, ma il cuore è assente, è altrove.

Sbagliarsi su Dio è un dramma, anche in questi giorni tremendi, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull'uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita (David M. Turoldo).

Di cosa è simbolo quell'abito, il migliore che avrebbe dovuto mettere? Di un comportamento senza macchie? No.

L'abito nuziale non è quello indossato sulla pelle,
è il vestito di un cuore acceso che desidera credere, perché credere è una festa.

Anch'io ho l'abito un po' rattoppato, un po' consunto. Ma il cuore, quello no: ha fame e sete, come il tuo.

E desidera, come te,
che gioia e festa,
che pace e perdono brillino ancora in tutte le case,
in tutto il mondo.

Ermes Ronchi
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QUAL É IL GRANDE COMANDAMENTO?

Lo sapevano tutti fin da piccoli: il riposo del Sabato, legge che anche Dio osserva.

Gesù va oltre, non cita nessuno dei precetti indicando il bisogno di tutti: amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno.

Lo scriba domanda “il” comandamento, e lui ne regala due inviando il cuore in tre direzioni: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, ama te stesso.
Con tutto...tutto... tutto...

Un appello all'impossibile. L'uomo ama, ma solo Dio lo sa fare totalmente.

Tu ama con tutta la mente, poiché l’amore è sapiente e capisce subito, va più a fondo e più lontano.

Ama con tutte le forze, armato e disarmato, debole davanti al tuo amato ma capace poi di spostare le montagne.

E aggiunge: il prossimo è simile a Dio, lo amerai come te stesso.

Un comando spesso accantonato: tu sei vivo nella mano di Dio, che non ne è geloso!

Sei scintilla divina, e se non guardi, coltivi e custodisci te stesso, non sarai capace di amore, saprai solo prendere, rubare, fuggire o violare, senza gioia né speranza.

Davanti al tuo prossimo l’opposto dell'amore è l'indifferenza, e non l’odio, che è una sua variante impazzita. Essa avvelena l’uomo e la terra stessa, rendendo tutti complici, per definizione.

L’indifferente è coinvolto a prescindere perché l’altro non esiste, non c’è,
non conta, è niente.
Lo uccide senza volerlo sapere.
È la linfa segreta del male.

Tu amerai: non sarai indifferente!
La novità del cristianesimo non è il comando d’amare Dio, già lo fanno i mistici di ogni religione, né amare il prossimo, come nel primo Testamento.

La novità è farlo come Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando esulta per il nardo profumato, quando chiama il traditore ‘amico’, e inizia dai più perduti.

Amerai. Un verbo tutto al futuro, azione mai conclusa che durerà quanto il tempo, progetto unico con dentro la pazienza di Dio, che da amato mi rende amante.

Gesù dice che il volto dell'altro è un libro sacro sempre aperto, che la sua parola è santa al mio orecchio, che il suo grido è mio come fosse parola di Dio.

“Sul tuo corpo volteggiano angeli come intorno a una chiesa... e di Lui sono i tuoi occhi” (Turoldo).

Amatevi non quanto, ma ‘come’ io vi ho amato; non la quantità, ma lo stile, o ne saremo schiacciati.

Impossibile amare quanto lui, ma possibile seguirne le orme, coglierne il sapore, il lievito, il sale e immetterlo nei giorni nostri, nella gioia e nella bellezza dell’uomo e del creato.

Un cuore moltiplicato, con l’orizzonte a più voci in cui l'amore è la melodia principale, il canto fermo attorno al quale può dispiegarsi il contrappunto degli altri amori. E nasce la polifonia della vita (Bonhoeffer).

Signore, cosa devo fare per essere vivo?
Tu amerai,
non c’è null’ altro.
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VOI SIETE TUTTI FRATELLI

Questo Vangelo brucia le labbra di tutti coloro che dicono e non fanno.
Ed evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita che sia autentica deve affrontare.

La prima:
essere o apparire.

La seconda:
l'amore per il potere.

Esame duro, perché nessuno può dirsi esente dall'incoerenza
tra il dire e il fare
.

Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, quasi inarrivabile? No!

Gesù non va contro
le cadute di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia
di chi fa finta
.

Sa bene quanto siamo deboli, sente la nostra fatica, e i profeti
lo dipingono premuroso come il vasaio che non butta il vaso mal riuscito, ma rimette l’argilla sul tornio e la lavora di nuovo
.

Premuroso come il pastore che prende sulle spalle la pecora ritrovata, perché sia più lieve il ritorno.

Sempre attento alle fragilità, come al pozzo di Sicar, quando nella samaritana dai molti amori e dalla grande sete, fa nascere il canto di una sorgente d’acqua viva.

Gesù non si scaglia
contro la debolezza
dei piccoli,
ma contro l'ipocrisia
dei pii e dei potenti,
che amano apparire
;
contro l'ipocrita che non si accontenta di essere peccatore, vuole addirittura apparire buono;

contro il duro di cuore
che stila leggi sempre
più severe,
ma soltanto per gli altri.


E poi individua il secondo comportamento che rovina la vita:
l'amore per il potere.

Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri.

Voi siete tutti fratelli!

E questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli,
nessuno superiore,
tutti con gli stessi diritti
.

Ma a Gesù questo non basta,
e va oltre:
il più grande tra voi sarà
colui che serve
.

I grandi del mondo
si costruiscono
troni di morti,
ma Dio non ha troni,
cinge un asciugamano
per consolare tutte
le ferite della terra
.

E se una gerarchia nella chiesa deve sussistere,
sarà capovolta rispetto alle norme della società terrena, per affidare
la comunità a colui
che ama di più
.

Dio non è il Signore della vita,
è molto di più:
è il servo di ogni vita.
E rovescia la nostra idea
di grandezza: il più forte
non è chi ha più potere
ma chi è più amato,
chi ha speso più amore
.

Divina follia del servizio:
sono venuto per servire,
non per essere servito
”.

Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo
ai suoi piedi,
è Lui invece ai piedi di tutti:
il grande servitore
.

Il vero potere è quello capace di servire.

Servizio è il nome nuovo,
il nome segreto della civiltà
.

E allora
il più grande del nostro mondo sarà forse
una mamma che si prodiga senza contare
le ore e la fatica,


un volontario che corre
sotto le bombe
per salvare qualcuno
,

o forse uno di voi
che legge, che spesso è
le gambe, gli occhi,
l’angelo di un disabile
.

Il mondo ha bisogno di molta cura per vivere e fiorire.
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La porta dei margini
Lc 13,22-30

Una sottile angoscia
ci coglie davanti
a quella porta stretta,
angoscia che cresce
quando la porta da stretta
diventa chiusa, e quella
voce da dentro risponde:

«Non vi conosco».
Tutta la vita a cercarti,
e ora sei Tu
che ci allontani?

Il vangelo inizia
con una porta piccola
e una folla che
le si accalca davanti.

Poi come
in una dissolvenza appare
una scena multicolore
e allegra: verranno
da oriente e da occidente,
da nord e da sud
e siederanno a mensa
.

Ai credenti che si affollano
davanti a porte sbagliate
che non conducono
da nessuna parte,
la parabola dice:
«Sforzatevi di entrare
per la porta stretta».
Il testo originale dice:

lottate per passare, combattete”,

ma non contro chi fa ressa o contro le misure della porta.
Contro qualcosa d’altro.

La porta stretta disegna
i miei contorni precisi,
i miei limiti,
i confini del mio io.

Sono i margini che
mi restituiscono
la mia immagine
più autentica,
liberata da tutto il superfluo.

Allora accetta serenamente i “no”
che la vita ti dice.
E accogli i tuoi limiti,
non i tuoi vanti.

David Turoldo raccontava:
per anni ho abitato
nella vecchia torre
di un’abbazia millenaria.
Ogni mattina uscivo
da una porticina appena sufficiente per passare.

Dovevo abbassare la testa,
e mi pareva così di fare
il mio inchino al mondo,
alla pianura, alle case,
alla creazione tutta
.

La vita contiene misteri immensi, ma per entrarci devi lottare
con la tua statura illusoria,
con il complesso
di superiorità,
devi inchinarti.

Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti
ad ogni figlio di Dio,
ad ogni vita,
come il poeta
da quella torre,
ogni angolo del mondo
diventerebbe casa.

La porta stretta
l’ha passata anche Dio,
quando si è chinato
sull’umanità passando
per la porta piccola dell’incarnazione.

Una porta di umiltà,
che non vuol dire
abbassare la testa
ma alzare gli occhi,
distoglierli da sé e
guardare verso il cielo,
il mondo, le persone.

Umiltà è tornare all’essenza
delle nostre relazioni,
a non possedere cose
ma a sentirsi responsabili
di tutto.

La porta della parabola
è stretta ma è aperta;
stretta ma bella, perché
apre su uno spazio festoso,
la mensa imbandita,
un turbinìo di arrivi,
dove Dio non è un dovere
ma un vino di festa.

Stretta ma sufficiente.
Infatti la sala è piena,
vengono i lontani che forse
non sono migliori di noi
che siamo i vicini,
ma hanno operato giustizia
più di noi, magari
senza saperlo.

Sono i sorpresi, quelli che al giudizio universale dicono:
ma quando mai Signore
ti abbiamo visto povero!


Lui li riconoscerà
come suoi e
spalancherà la porta.
Un paradosso non facile:

entrano nella sala
quelli che non hanno
mai ascoltato e mai visto, e
fuori restano quelli che
hanno mangiato e bevuto
con il Signore.

È possibile stare
a un millimetro da Lui,
tra riti e formule,
incensi e indulgenze,
ma non conoscerlo davvero e
rimanergli estranei,
freddi al fuoco
che è venuto a portare.

Dalla porta limitata,
una storia di salvezza.
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RIDONACI LA GIOIA

O Padre,
abbiamo bisogno di fede.

Di fede visibile e vigorosa,
di fede che sia pane,
di fede che sia
visione nuova delle cose
.

Spesso ti diciamo di credere in te e nella tua Parola,

di credere nella tua creazione
e nei suoi destini

ma la nostra carne è stanca,
il nostro cuore è dubbioso.

La nostra fede debole
e la nostra azione è incerta.

Liberaci da ogni separazione
con gli esseri che tu ci hai affidato per l'annuncio della Buona Novella e il battesimo nello Spirito.

Liberaci dalla paura,
dalla diffidenza,
dalla indifferenza,
dalla arroganza.

Ridonaci la gioia di un cuore
in pace con l'intero creato
.

Fa' che sentiamo la vita
come il dono più grande
,

fa' che amiamo la vita
con libero e forte cuore
.
Amen

Ermes Ronchi
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IL SACRO DOVERE
DI CUSTODIRE CON CURA
IL TUO CUORE


Gesù è duro con gli ipocriti.

Eri sicuro di trovarlo sempre sulle frontiere dell'uomo, in ascolto del grido della terra e degli ultimi.

Dove giungeva, in villaggi o città o campagne, portava negli occhi il dolore dei corpi e delle anime e l'esultanza incontenibile dei guariti.

E ora verso farisei e scribi:
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza.

Si capisce come Gesù sia duro: ipocriti! Voi avete il cuore lontano!

Il rischio del cuore lontano ci porta tutti alla falsa religione:
emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, e non saper pregare;

amare la liturgia dei fiori, l'incenso, i marmi antichi e non «soccorrere il dolore di orfani e vedove»;

volere segni esterni del cristianesimo e non viverlo.

Per Gesù il Regno inizia con l'analisi del cuore, luogo dove si ama la verità, dove nascono le azioni, dove si sceglie la vita o la morte. Dove Dio seduce.

La polemica è costruita su una coppia di contrari, fuori e dentro:
Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando possa contaminarlo”.

Lui propone la religione dell'interiorità che scardina ogni pregiudizio riguardo il puro o l'impuro.

Il suo messaggio è che il mondo è buono, che ogni cosa è illuminata!

Che sei libero da tutto ciò che è apparenza.

Che hai il sacro dovere di
custodire con cura il tuo cuore, perché è la sola fonte della vita.

Via le sovrastrutture, i formalismi vuoti, tutto ciò che è cascame culturale.

Apri il Vangelo ed ecco una boccata d'aria fresca dentro l'afa pesante dei soliti, ovvii discorsi:

ogni cosa è pura, sempre. Io e te, il cielo, la terra, ogni essere, il corpo dell'uomo e della donna.

E solo il cuore può rendere pure o impure le cose, solo lui può sporcarle o illuminarle.

Ma dentro l'uomo c'è di tutto, radici di veleno e frutti di luce , campi seminati di buon grano ed erbe malate, oceani che minacciano la vita e che la generano.

Che cosa, io, ne farò uscire?

Decisivo è rompere le zolle di durezza, le intolleranze, le linee oscure, le maschere vuote.

Io evangelizzo il mio intimo quando a un pensiero dico:

tu sei secondo Cristo, e ti accolgo, anzi ti benedico; a un altro invece dico: tu non lo sei e non ti accolgo, non ti do la mia casa, non ti lascio sedere sul trono del mio cuore.

Nell'arte di coltivare se stessi, l'istintività va conosciuta e incanalata.

Se fai uscire segnali di morte non sei «spontaneo e autentico» come ti illude una falsa psicologia, ma avveleni le tue relazioni.

Non far uscire «prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, inganno, invidia, calunnia, superbia, stupidità».

Non dare loro libertà, non permettere loro di abitare la terra!

Manda attorno solo segnali di vita, e, nel silenzio, sentirai il tuo cuore vicino.

È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
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SPEZZARE
LA CONCHIGLIA AFFINCHÉ
APPAIA LA PERLA


La Parola di Dio mi mette con le spalle al muro:
sono anch’io, come scriba o fariseo?

Cristiano di sostanza oppure di facciata?

Una “domanda del cuore”, di quelle che fanno vivere: sono uno falso che non è ciò che dice e non dice ciò che è, oppure persona vera, compiuta, in cui annuncio e annunciatore coincidono?

Ci sono colpi duri, oggi, nelle parole di Gesù; ma ogni volta che ciò accade lo scopo non è ferire, ma spezzare la conchiglia affinché appaia la perla.

La conchiglia non è la fragilità, ma l’ipocrisia.

Nel Vangelo Gesù non sopporta due categorie di persone: gli ipocriti e quelli dal cuore duro, due tipi umani che spesso si identificano.
Legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito.

Ipocrita è il moralista che impone leggi rigide, ma solo agli altri, e più è severo con loro più si sente vicino a Dio!

Gesù è rigoroso, ma mai rigido.

Paolo dice «Avrei voluto darvi la mia vita*» (1Ts 2,8).

L’ipocrita invece dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto».
Sono funzionari delle regole e analfabeti del cuore. E perfino analfabeti di Dio. Cioè, nel loro intimo, sono strutturalmente atei.

Ipocrita è termine greco che significa attore, il teatrante che recita una parte e indossa una maschera: tutte le opere le fanno per essere ammirati dalla gente, si compiacciono dei primi posti, dei saluti sulle piazze, degli applausi... Ma il cuore è assente, il cuore è altrove.

Fanno finta: sono personaggi e non più persone. E questa è la peggior sventura che possa capitare, la dissociazione dell’anima, lo sdoppiamento della persona, quando ami ciò che va dalla pelle in fuori (l’apparenza e il superfluo) e non ti curi di ciò che va dalla pelle in dentro (la sostanza e l’essenziale).

Sono così rare le persone autentiche, tutte d’un pezzo, quelle che sono se stesse in pubblico come in privato, senza maschere.
Quando ne incontriamo una, non lasciamola andare via senza aver tentato di farcela amica.

È tra quelli che aprono una fessura sulla verità, una feritoia su Dio.
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SIATE PRONTI
TENETEVI PRONTI


A che cosa?
Allo splendore dell'incontro.

E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti;

ma con l'impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli».
Che si china davanti all'uomo, con stima, rispetto, gratitudine.

Il capovolgimento dell'idea di un Dio padrone.
Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l'inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!

Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.

Che i servi restino in attesa, svegli fino all'alba, non è richiesto; è "un di più" non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il momento degli abbracci:

«Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l'amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).

Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».

Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.

La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone;

vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.

Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.

Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi!
Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita.

Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.

Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
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OGNI CREATURA É TALENTO PER GLI ALTRI
e poterlo dichiarare
a qualcuno
ci fa entrare,
con passo creatore,
nella liturgia dei viventi
.

Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, consegnò ai servi i suoi beni.

Dio ci consegna qualcosa con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà.
Ci consegna il mondo, e poi esce di scena.

Un volto di Dio che ci innalza a con-creatori
con l’unica regola di Adamo nell'Eden:
coltiva e custodisci'
il giardino dove sei posto, cioè ama e moltiplica la vita.
Tu, sacerdote di quella che è la liturgia primordiale del mondo.

Ecco due visioni opposte dell’esistenza:
la vita, e i suoi talenti, come opportunità; oppure la vita come un lungo tribunale, pieno di rischi e paure.

I primi due servi vedono la vita come possibilità felice, e Dio li sorprende raddoppiando la posta:
sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto.
Non di una restituzione si tratta, ma di un rilancio.

L'ultimo non ci prova neppure, paralizzato dalla paura di uscirne sconfitto.

Non ha capito che, affidandogli il suo talento,
il padrone vuole insegnargli la fiducia, opportunità che lui seppellisce.

Su tutto incombe la paura del castigo, e il dono si trasforma in incubo.
Il servo ha paura di Dio!
Ne ha un'immagine orribile: tu mieti dove non hai seminato…

Si sbaglia su Dio e tutta la vita è sballata; diviene schiavo della sua stessa paura, Adamo senza più giardino.

Noi non viviamo per restituire a Dio i suoi doni, il padrone non ha bisogno di quei talenti affidati, immagine distorta che lo immiserisce.

Non c'è un capitalismo della quantità, e chi consegna dieci talenti non è più bravo di chi ne rende quattro.

Dopo la lunga e fiduciosa assenza di Dio, il giudizio non guarderà alla bilancia della quantità di guadagno, ma a quella della qualità del servizio.

Una pedagogia gioiosa della vita.

La parabola dei talenti è il poema della creatività senza retorica.

Nessuno dei tre servi crede di dover salvare il mondo. Tutto invece sa di casa, di vite e di olivi, o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa: fedele nel poco, nel piccolo.

Il mondo e la vita mi affidano un pezzetto di giardino incompiuto, mio talento che deve fiorire.
Una spirale di vita crescente che è legge divina, pena il non senso della vita stessa.

Un giorno non mi sarà chiesto perché non sono stato Mosè o Elia o uno dei profeti, ma dovrò rendere conto se sono stato o meno me stesso, servo fedele ed emozionato della vita, camminatore avvolto dai doni di Dio.

Nessuno è senza talenti, è la legge della creazione;

ogni creatura è talento per gli altri, e poterlo dichiarare a qualcuno ci fa entrare, con passo creatore, nella liturgia dei viventi.

Non ci sono dieci talenti ideali da raggiungere:
è sufficiente la fedeltà a ciò che ho ricevuto, a ciò che so fare, là dove la vita mi ha messo.

Fedele alla mia verità, proverò a coltivarla e a gustarla, senza maschere né paure.
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SPINGERE LA VITA

Questo è il terzo banchetto di Gesù in casa di farisei, che pur fieri avversari del maestro, ne subivano al tempo stesso il fascino.

Il rabbi amava i banchetti, luogo perfetto dove raccontare parabole che anticipavano il Regno,
per i giusti d’Israele e per la gente dei crocicchi, per donne con vasi di profumo e farisei austeri e distaccati.

La tavola di casa è il primo altare, per Gesù. L’unico: ogni casa ha un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti. E sacrifici.
Quello della chiesa viene dopo.

Mangiare insieme è il rito che ci fa umani, dove il cibo è sacro e il pane è sacramento, perché custodisce la cosa più sacra che esiste: la vita.

È un dolore vedere troppe eucaristie che, invece di un banchetto di gioia e di condivisione, si trascinano come liturgie stanche che parlano solo di se stesse e a se stesse.

Diceva loro una parabola, notando come sceglievano i primi posti”.

La gente osserva Gesù, e Gesù osserva gli invitati. Un incrociarsi di sguardi, in quella sala che è la metafora della vita, piena di illusi, convinti che vivere sia prevalere sugli altri.

Quando sei invitato va a metterti all’ultimo posto, non per falsa modestia o un basso concetto di te, ma per un rapporto diverso e creativo, dove non conta il più importante o prestigioso, ma chi spinge avanti la vita.

Il nostro compito sulla terra è semplice: portare umilmente avanti la vita. Soprattutto la vita debole e minacciata.

Vai all’ultimo posto: è il posto di Dio, del Dio crocifisso, che spinge il nostro mondo dentro il suo abbraccio.

Poi a colui che l’aveva invitato disse:
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, vicini, tu invita poveri, storpi, ciechi.
Ma non farlo per sentirti buono.

Anche la rosa è senza un perché, fiorisce perché fiorisce (A. Silesius), e lo fa anche sulle macerie, dove impavida prodiga il suo profumo.

L’usignolo canta anche se nessuno lo ascolta.

Il monaco prega anche se nessuno lo sa.

Riempiti la casa di chi nessuno accoglie, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti, e allora ti daranno se stessi nella loro fragile gioia, perché ogni tenerezza gratuita e immeritata sussurra a chiunque di Dio.

Arriva come un angelo e rende più affettuosa la vita, più leggero il lungo dolore.

Solo l'amore che non ha bisogno di passare all’incasso è capace di riempire di speranza i viventi, di vita il grande vuoto della terra, il suo grande buio.
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OGGI PREGHIERA CORALE
almeno un breve momento,
ma vero.
Ascoltando il grido
di madre Terra
e il grido dei Poveri.
Che fanno
UN UNICO GRIDO
.
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SI PUÒ OSTACOLARE
LA PROFEZIA, MA
NON BLOCCARLA


In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria (...)

In un primo momento la sinagoga è rimasta incantata: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati!

Ma il cuore di Nazaret, e di ogni uomo, è un groviglio contorto, trascinato in fretta dalla meraviglia alla delusione, dallo stupore a una sorta di furore omicida: lo spinsero sul ciglio del monte per gettarlo giù.

Che cosa è accaduto?
Non è facile accogliere un profeta e le sue parole di fuoco e di luce. Soprattutto quando varcano la soglia di casa come «un vento che non lascia dormire la polvere» (Turoldo) e smuove la vita, invece di risuonare astratte e lontane sul monte o nel deserto.

I compaesani di Gesù si difendono da lui:
lo guardano ma non lo vedono, è solo il figlio di Giuseppe, uno come noi.

Odono ma non riconoscono le sue parole d'altrove: come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E poi, di quale Dio?

Questo è il secondo motivo del rifiuto di Gesù, il suo messaggio dirompente, che rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio.

Fai anche qui, a casa tua, i miracoli di Cafarnao, chiedono.

È la storia di sempre, immiserire Dio a distributore di grazie, impoverire la fede a baratto: «io credo in Dio se mi dà i segni che gli chiedo; lo amo se mi concede la grazia di cui ho bisogno».
Amore mercenario.

Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui! Non ci bastano belle parole, vogliamo un Dio a nostra disposizione; uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore.

E Gesù risponde raccontando un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di vedove straniere e senza meriti, guaritore di lebbrosi siriani nemici d'Israele, senza diritti da vantare.

Un Dio che non ha patria se non il mondo, che non ha casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo.

Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare Gesù.

Mentre il Dio di Gesù è l'amante della vita, il loro è amico della morte. Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino.

Come sempre negli interventi di Dio, c'è un punto bianco, una sospensione, un ma.

Ma Gesù passando in mezzo se ne andò.
Va ad accendere il suo roveto alla prossima svolta della strada.
Appena oltre ci sono altri villaggi ed altri cuori con fame e sete di vita.

Un finale a sorpresa.
Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, alla portata delle loro mani, in mezzo alla violenza, va tranquillo
in tutta la sua statura in mezzo ai solchi di quelle persone come un seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla, che la vitalità è incontenibile, che il vento dello Spirito riempie la casa e passa oltre.
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