Magnificat,
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
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A CHI É COME LORO APPARTIENE IL REGNO DI DIO
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
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DIO DEGLI ORIZZONTI
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
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SARAI FELICE
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
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DIO HA LA PASSIONE DELL’IMPOSSIBILE
Com’é difficile per quanti possiedono ricchezze
entrare nel Regno di Dio.
É più facile che
un cammello passi
per la cruna dell'ago.
I discepoli sono stupefatti:
allora chi si può salvare? Anche noi abbiamo desideri di terra.
E se anche fossimo
tutti come cammelli che
tentano di passare
goffamente, inutilmente,
per quella cruna dell'ago,
ecco la soluzione,
racchiusa in una delle
parole più belle di Gesù,
vera lieta notizia:
tutto è possibile a Dio.
Lui è capace di far passare
un cammello per la cruna
di un ago.
Dio ha la passione dell'impossibile.
Dieci cammelli passeranno
per quel minuscolo foro.
Perché nessuno si salva
da sé, ma tutti possiamo
essere salvati da Dio.
Non per i nostri meriti
ma per la sua bontà,
per la porta santa che è
la sua misericordia.
Lo dice il verbo “salvarsi”
che nel vangelo
è al passivo,
un passivo divino, dove
il soggetto è sempre Dio.
Com’é difficile per quanti possiedono ricchezze
entrare nel Regno di Dio.
É più facile che
un cammello passi
per la cruna dell'ago.
I discepoli sono stupefatti:
allora chi si può salvare? Anche noi abbiamo desideri di terra.
E se anche fossimo
tutti come cammelli che
tentano di passare
goffamente, inutilmente,
per quella cruna dell'ago,
ecco la soluzione,
racchiusa in una delle
parole più belle di Gesù,
vera lieta notizia:
tutto è possibile a Dio.
Lui è capace di far passare
un cammello per la cruna
di un ago.
Dio ha la passione dell'impossibile.
Dieci cammelli passeranno
per quel minuscolo foro.
Perché nessuno si salva
da sé, ma tutti possiamo
essere salvati da Dio.
Non per i nostri meriti
ma per la sua bontà,
per la porta santa che è
la sua misericordia.
Lo dice il verbo “salvarsi”
che nel vangelo
è al passivo,
un passivo divino, dove
il soggetto è sempre Dio.
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L’AVVENTURA SCONOSCIUTA
DELLA BONTÀ,
CHE NON É GIUSTA,
É OLTRE,
É MOLTO DI PIÙ
Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.
Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia.
È questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.
Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?
Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.
A quanto ammonterà la giusta paga?
C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti:
è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.
Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.
Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più.
Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.
Sentirci tutti più ricchi.
È la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.
Gli operai assunti all’alba protestano non è giusto!
È vero: non è giusto.
Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.
Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.
Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.
Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!
Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.
Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.
DELLA BONTÀ,
CHE NON É GIUSTA,
É OLTRE,
É MOLTO DI PIÙ
Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.
Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia.
È questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.
Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?
Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.
A quanto ammonterà la giusta paga?
C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti:
è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.
Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.
Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più.
Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.
Sentirci tutti più ricchi.
È la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.
Gli operai assunti all’alba protestano non è giusto!
È vero: non è giusto.
Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.
Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.
Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.
Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!
Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.
Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.
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CHIAMATE TUTTI,
MA PROPRIO TUTTI!
Tutto il Vangelo è
un continuo bussare
alla porta della gioia,
di cui Gesù possiede
la chiave.
Dopo l’invito a faticare nelle vigne, eccoci invitati ad una festa.
Una festa dall’esito incerto, drammatica anche per Dio. Il Dio dalla sala vuota,
dalle chiese tristi,
il Dio del pane e del vino che nessuno vuole, nessuno cerca,
nessuno gusta.
Eppure Dio invita: non alla fatica della vigna, ma a nozze, al piacere del vivere.
Festa grande, oggi in città: si sposa il figlio del re.
Succede però che gli invitati, persone serie dai piedi per terra, accampano delle scuse: hanno degli impegni da concludere, non hanno tempo per la leggerezza o la superficialità di una festa.
Troppo impegnati,
non hanno il tempo di vivere. L'idolo della quantità ha chiesto che gli fosse sacrificata la qualità della vita.
Dio organizza la migliore delle feste, ti invita a una vita buona e bella e felice.
Tutto il Vangelo è un continuo bussare alla porta della gioia, di cui Gesù possiede la chiave.
Dopo il rifiuto, i servi partono con l’ordine del re, illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze.
Tutti, senza badare a meriti o a formalità. Dio parte dagli ultimi:
che entrino prima i cattivi,
ne hanno più bisogno, e i buoni a seguire.
Ma che siano tutti!
Sala piena, scandalo per il mio cuore fariseo.
E quando scende nella calca festosa della sala, vedo Dio entrare nel cuore della vita, come uno cui sta a cuore la mia gioia, e se ne prende cura.
Ed ecco il grande paradosso: tra barboni e mendicanti siede un invitato senza l'abito della festa.
Nota stonata e inaccettabile che spinge il re a farlo buttare fuori.
Quell’uomo è l’emblema inconsapevole di quelli che hanno rifiutato l’invito.
Sì. É possibile fallire la vita, è possibile non rendersi conto di aver perso ciò che di meglio essa offriva.
Ad ognuno di noi è posta come condizione il vestito di nozze. L’uomo che ne è privo non è peggiore degli altri, buoni e cattivi si confondono nella sala stracolma.
Ma lui è isolato, è solo, non può godere la festa perché non porta il suo scampolo di bellezza. Quell’uomo non ha creduto alla festa. Si è sbagliato su Dio!
Ha la mentalità di quelli che hanno rifiutato.
É lì, ma il cuore è assente, è altrove.
Sbagliarsi su Dio è un dramma, anche in questi giorni tremendi, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull'uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita (David M. Turoldo).
Di cosa è simbolo quell'abito, il migliore che avrebbe dovuto mettere? Di un comportamento senza macchie? No.
L'abito nuziale non è quello indossato sulla pelle,
è il vestito di un cuore acceso che desidera credere, perché credere è una festa.
Anch'io ho l'abito un po' rattoppato, un po' consunto. Ma il cuore, quello no: ha fame e sete, come il tuo.
E desidera, come te,
che gioia e festa,
che pace e perdono brillino ancora in tutte le case,
in tutto il mondo.
Ermes Ronchi
MA PROPRIO TUTTI!
Tutto il Vangelo è
un continuo bussare
alla porta della gioia,
di cui Gesù possiede
la chiave.
Dopo l’invito a faticare nelle vigne, eccoci invitati ad una festa.
Una festa dall’esito incerto, drammatica anche per Dio. Il Dio dalla sala vuota,
dalle chiese tristi,
il Dio del pane e del vino che nessuno vuole, nessuno cerca,
nessuno gusta.
Eppure Dio invita: non alla fatica della vigna, ma a nozze, al piacere del vivere.
Festa grande, oggi in città: si sposa il figlio del re.
Succede però che gli invitati, persone serie dai piedi per terra, accampano delle scuse: hanno degli impegni da concludere, non hanno tempo per la leggerezza o la superficialità di una festa.
Troppo impegnati,
non hanno il tempo di vivere. L'idolo della quantità ha chiesto che gli fosse sacrificata la qualità della vita.
Dio organizza la migliore delle feste, ti invita a una vita buona e bella e felice.
Tutto il Vangelo è un continuo bussare alla porta della gioia, di cui Gesù possiede la chiave.
Dopo il rifiuto, i servi partono con l’ordine del re, illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze.
Tutti, senza badare a meriti o a formalità. Dio parte dagli ultimi:
che entrino prima i cattivi,
ne hanno più bisogno, e i buoni a seguire.
Ma che siano tutti!
Sala piena, scandalo per il mio cuore fariseo.
E quando scende nella calca festosa della sala, vedo Dio entrare nel cuore della vita, come uno cui sta a cuore la mia gioia, e se ne prende cura.
Ed ecco il grande paradosso: tra barboni e mendicanti siede un invitato senza l'abito della festa.
Nota stonata e inaccettabile che spinge il re a farlo buttare fuori.
Quell’uomo è l’emblema inconsapevole di quelli che hanno rifiutato l’invito.
Sì. É possibile fallire la vita, è possibile non rendersi conto di aver perso ciò che di meglio essa offriva.
Ad ognuno di noi è posta come condizione il vestito di nozze. L’uomo che ne è privo non è peggiore degli altri, buoni e cattivi si confondono nella sala stracolma.
Ma lui è isolato, è solo, non può godere la festa perché non porta il suo scampolo di bellezza. Quell’uomo non ha creduto alla festa. Si è sbagliato su Dio!
Ha la mentalità di quelli che hanno rifiutato.
É lì, ma il cuore è assente, è altrove.
Sbagliarsi su Dio è un dramma, anche in questi giorni tremendi, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull'uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita (David M. Turoldo).
Di cosa è simbolo quell'abito, il migliore che avrebbe dovuto mettere? Di un comportamento senza macchie? No.
L'abito nuziale non è quello indossato sulla pelle,
è il vestito di un cuore acceso che desidera credere, perché credere è una festa.
Anch'io ho l'abito un po' rattoppato, un po' consunto. Ma il cuore, quello no: ha fame e sete, come il tuo.
E desidera, come te,
che gioia e festa,
che pace e perdono brillino ancora in tutte le case,
in tutto il mondo.
Ermes Ronchi
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QUAL É IL GRANDE COMANDAMENTO?
Lo sapevano tutti fin da piccoli: il riposo del Sabato, legge che anche Dio osserva.
Gesù va oltre, non cita nessuno dei precetti indicando il bisogno di tutti: amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno.
Lo scriba domanda “il” comandamento, e lui ne regala due inviando il cuore in tre direzioni: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, ama te stesso.
Con tutto...tutto... tutto...
Un appello all'impossibile. L'uomo ama, ma solo Dio lo sa fare totalmente.
Tu ama con tutta la mente, poiché l’amore è sapiente e capisce subito, va più a fondo e più lontano.
Ama con tutte le forze, armato e disarmato, debole davanti al tuo amato ma capace poi di spostare le montagne.
E aggiunge: il prossimo è simile a Dio, lo amerai come te stesso.
Un comando spesso accantonato: tu sei vivo nella mano di Dio, che non ne è geloso!
Sei scintilla divina, e se non guardi, coltivi e custodisci te stesso, non sarai capace di amore, saprai solo prendere, rubare, fuggire o violare, senza gioia né speranza.
Davanti al tuo prossimo l’opposto dell'amore è l'indifferenza, e non l’odio, che è una sua variante impazzita. Essa avvelena l’uomo e la terra stessa, rendendo tutti complici, per definizione.
L’indifferente è coinvolto a prescindere perché l’altro non esiste, non c’è,
non conta, è niente.
Lo uccide senza volerlo sapere.
È la linfa segreta del male.
Tu amerai: non sarai indifferente!
La novità del cristianesimo non è il comando d’amare Dio, già lo fanno i mistici di ogni religione, né amare il prossimo, come nel primo Testamento.
La novità è farlo come Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando esulta per il nardo profumato, quando chiama il traditore ‘amico’, e inizia dai più perduti.
Amerai. Un verbo tutto al futuro, azione mai conclusa che durerà quanto il tempo, progetto unico con dentro la pazienza di Dio, che da amato mi rende amante.
Gesù dice che il volto dell'altro è un libro sacro sempre aperto, che la sua parola è santa al mio orecchio, che il suo grido è mio come fosse parola di Dio.
“Sul tuo corpo volteggiano angeli come intorno a una chiesa... e di Lui sono i tuoi occhi” (Turoldo).
Amatevi non quanto, ma ‘come’ io vi ho amato; non la quantità, ma lo stile, o ne saremo schiacciati.
Impossibile amare quanto lui, ma possibile seguirne le orme, coglierne il sapore, il lievito, il sale e immetterlo nei giorni nostri, nella gioia e nella bellezza dell’uomo e del creato.
Un cuore moltiplicato, con l’orizzonte a più voci in cui l'amore è la melodia principale, il canto fermo attorno al quale può dispiegarsi il contrappunto degli altri amori. E nasce la polifonia della vita (Bonhoeffer).
Signore, cosa devo fare per essere vivo?
Tu amerai,
non c’è null’ altro.
Lo sapevano tutti fin da piccoli: il riposo del Sabato, legge che anche Dio osserva.
Gesù va oltre, non cita nessuno dei precetti indicando il bisogno di tutti: amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno.
Lo scriba domanda “il” comandamento, e lui ne regala due inviando il cuore in tre direzioni: ama il tuo Signore, ama il tuo prossimo, ama te stesso.
Con tutto...tutto... tutto...
Un appello all'impossibile. L'uomo ama, ma solo Dio lo sa fare totalmente.
Tu ama con tutta la mente, poiché l’amore è sapiente e capisce subito, va più a fondo e più lontano.
Ama con tutte le forze, armato e disarmato, debole davanti al tuo amato ma capace poi di spostare le montagne.
E aggiunge: il prossimo è simile a Dio, lo amerai come te stesso.
Un comando spesso accantonato: tu sei vivo nella mano di Dio, che non ne è geloso!
Sei scintilla divina, e se non guardi, coltivi e custodisci te stesso, non sarai capace di amore, saprai solo prendere, rubare, fuggire o violare, senza gioia né speranza.
Davanti al tuo prossimo l’opposto dell'amore è l'indifferenza, e non l’odio, che è una sua variante impazzita. Essa avvelena l’uomo e la terra stessa, rendendo tutti complici, per definizione.
L’indifferente è coinvolto a prescindere perché l’altro non esiste, non c’è,
non conta, è niente.
Lo uccide senza volerlo sapere.
È la linfa segreta del male.
Tu amerai: non sarai indifferente!
La novità del cristianesimo non è il comando d’amare Dio, già lo fanno i mistici di ogni religione, né amare il prossimo, come nel primo Testamento.
La novità è farlo come Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando esulta per il nardo profumato, quando chiama il traditore ‘amico’, e inizia dai più perduti.
Amerai. Un verbo tutto al futuro, azione mai conclusa che durerà quanto il tempo, progetto unico con dentro la pazienza di Dio, che da amato mi rende amante.
Gesù dice che il volto dell'altro è un libro sacro sempre aperto, che la sua parola è santa al mio orecchio, che il suo grido è mio come fosse parola di Dio.
“Sul tuo corpo volteggiano angeli come intorno a una chiesa... e di Lui sono i tuoi occhi” (Turoldo).
Amatevi non quanto, ma ‘come’ io vi ho amato; non la quantità, ma lo stile, o ne saremo schiacciati.
Impossibile amare quanto lui, ma possibile seguirne le orme, coglierne il sapore, il lievito, il sale e immetterlo nei giorni nostri, nella gioia e nella bellezza dell’uomo e del creato.
Un cuore moltiplicato, con l’orizzonte a più voci in cui l'amore è la melodia principale, il canto fermo attorno al quale può dispiegarsi il contrappunto degli altri amori. E nasce la polifonia della vita (Bonhoeffer).
Signore, cosa devo fare per essere vivo?
Tu amerai,
non c’è null’ altro.
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VOI SIETE TUTTI FRATELLI
Questo Vangelo brucia le labbra di tutti coloro che dicono e non fanno.
Ed evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita che sia autentica deve affrontare.
La prima:
essere o apparire.
La seconda:
l'amore per il potere.
Esame duro, perché nessuno può dirsi esente dall'incoerenza
tra il dire e il fare.
Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, quasi inarrivabile? No!
Gesù non va contro
le cadute di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia
di chi fa finta.
Sa bene quanto siamo deboli, sente la nostra fatica, e i profeti
lo dipingono premuroso come il vasaio che non butta il vaso mal riuscito, ma rimette l’argilla sul tornio e la lavora di nuovo.
Premuroso come il pastore che prende sulle spalle la pecora ritrovata, perché sia più lieve il ritorno.
Sempre attento alle fragilità, come al pozzo di Sicar, quando nella samaritana dai molti amori e dalla grande sete, fa nascere il canto di una sorgente d’acqua viva.
Gesù non si scaglia
contro la debolezza
dei piccoli,
ma contro l'ipocrisia
dei pii e dei potenti,
che amano apparire;
contro l'ipocrita che non si accontenta di essere peccatore, vuole addirittura apparire buono;
contro il duro di cuore
che stila leggi sempre
più severe,
ma soltanto per gli altri.
E poi individua il secondo comportamento che rovina la vita:
l'amore per il potere.
Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri.
Voi siete tutti fratelli!
E questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli,
nessuno superiore,
tutti con gli stessi diritti.
Ma a Gesù questo non basta,
e va oltre:
il più grande tra voi sarà
colui che serve.
I grandi del mondo
si costruiscono
troni di morti,
ma Dio non ha troni,
cinge un asciugamano
per consolare tutte
le ferite della terra.
E se una gerarchia nella chiesa deve sussistere,
sarà capovolta rispetto alle norme della società terrena, per affidare
la comunità a colui
che ama di più.
Dio non è il Signore della vita,
è molto di più:
è il servo di ogni vita.
E rovescia la nostra idea
di grandezza: il più forte
non è chi ha più potere
ma chi è più amato,
chi ha speso più amore.
Divina follia del servizio:
“sono venuto per servire,
non per essere servito”.
Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo
ai suoi piedi,
è Lui invece ai piedi di tutti:
il grande servitore.
Il vero potere è quello capace di servire.
Servizio è il nome nuovo,
il nome segreto della civiltà.
E allora
il più grande del nostro mondo sarà forse
una mamma che si prodiga senza contare
le ore e la fatica,
un volontario che corre
sotto le bombe
per salvare qualcuno,
o forse uno di voi
che legge, che spesso è
le gambe, gli occhi,
l’angelo di un disabile.
Il mondo ha bisogno di molta cura per vivere e fiorire.
Questo Vangelo brucia le labbra di tutti coloro che dicono e non fanno.
Ed evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita che sia autentica deve affrontare.
La prima:
essere o apparire.
La seconda:
l'amore per il potere.
Esame duro, perché nessuno può dirsi esente dall'incoerenza
tra il dire e il fare.
Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, quasi inarrivabile? No!
Gesù non va contro
le cadute di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia
di chi fa finta.
Sa bene quanto siamo deboli, sente la nostra fatica, e i profeti
lo dipingono premuroso come il vasaio che non butta il vaso mal riuscito, ma rimette l’argilla sul tornio e la lavora di nuovo.
Premuroso come il pastore che prende sulle spalle la pecora ritrovata, perché sia più lieve il ritorno.
Sempre attento alle fragilità, come al pozzo di Sicar, quando nella samaritana dai molti amori e dalla grande sete, fa nascere il canto di una sorgente d’acqua viva.
Gesù non si scaglia
contro la debolezza
dei piccoli,
ma contro l'ipocrisia
dei pii e dei potenti,
che amano apparire;
contro l'ipocrita che non si accontenta di essere peccatore, vuole addirittura apparire buono;
contro il duro di cuore
che stila leggi sempre
più severe,
ma soltanto per gli altri.
E poi individua il secondo comportamento che rovina la vita:
l'amore per il potere.
Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri.
Voi siete tutti fratelli!
E questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli,
nessuno superiore,
tutti con gli stessi diritti.
Ma a Gesù questo non basta,
e va oltre:
il più grande tra voi sarà
colui che serve.
I grandi del mondo
si costruiscono
troni di morti,
ma Dio non ha troni,
cinge un asciugamano
per consolare tutte
le ferite della terra.
E se una gerarchia nella chiesa deve sussistere,
sarà capovolta rispetto alle norme della società terrena, per affidare
la comunità a colui
che ama di più.
Dio non è il Signore della vita,
è molto di più:
è il servo di ogni vita.
E rovescia la nostra idea
di grandezza: il più forte
non è chi ha più potere
ma chi è più amato,
chi ha speso più amore.
Divina follia del servizio:
“sono venuto per servire,
non per essere servito”.
Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo
ai suoi piedi,
è Lui invece ai piedi di tutti:
il grande servitore.
Il vero potere è quello capace di servire.
Servizio è il nome nuovo,
il nome segreto della civiltà.
E allora
il più grande del nostro mondo sarà forse
una mamma che si prodiga senza contare
le ore e la fatica,
un volontario che corre
sotto le bombe
per salvare qualcuno,
o forse uno di voi
che legge, che spesso è
le gambe, gli occhi,
l’angelo di un disabile.
Il mondo ha bisogno di molta cura per vivere e fiorire.
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La porta dei margini
Lc 13,22-30
Una sottile angoscia
ci coglie davanti
a quella porta stretta,
angoscia che cresce
quando la porta da stretta
diventa chiusa, e quella
voce da dentro risponde:
«Non vi conosco».
Tutta la vita a cercarti,
e ora sei Tu
che ci allontani?
Il vangelo inizia
con una porta piccola
e una folla che
le si accalca davanti.
Poi come
in una dissolvenza appare
una scena multicolore
e allegra: verranno
da oriente e da occidente,
da nord e da sud
e siederanno a mensa.
Ai credenti che si affollano
davanti a porte sbagliate
che non conducono
da nessuna parte,
la parabola dice:
«Sforzatevi di entrare
per la porta stretta».
Il testo originale dice:
“lottate per passare, combattete”,
ma non contro chi fa ressa o contro le misure della porta.
Contro qualcosa d’altro.
La porta stretta disegna
i miei contorni precisi,
i miei limiti,
i confini del mio io.
Sono i margini che
mi restituiscono
la mia immagine
più autentica,
liberata da tutto il superfluo.
Allora accetta serenamente i “no”
che la vita ti dice.
E accogli i tuoi limiti,
non i tuoi vanti.
David Turoldo raccontava:
per anni ho abitato
nella vecchia torre
di un’abbazia millenaria.
Ogni mattina uscivo
da una porticina appena sufficiente per passare.
Dovevo abbassare la testa,
e mi pareva così di fare
il mio inchino al mondo,
alla pianura, alle case,
alla creazione tutta.
La vita contiene misteri immensi, ma per entrarci devi lottare
con la tua statura illusoria,
con il complesso
di superiorità,
devi inchinarti.
Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti
ad ogni figlio di Dio,
ad ogni vita,
come il poeta
da quella torre,
ogni angolo del mondo
diventerebbe casa.
La porta stretta
l’ha passata anche Dio,
quando si è chinato
sull’umanità passando
per la porta piccola dell’incarnazione.
Una porta di umiltà,
che non vuol dire
abbassare la testa
ma alzare gli occhi,
distoglierli da sé e
guardare verso il cielo,
il mondo, le persone.
Umiltà è tornare all’essenza
delle nostre relazioni,
a non possedere cose
ma a sentirsi responsabili
di tutto.
La porta della parabola
è stretta ma è aperta;
stretta ma bella, perché
apre su uno spazio festoso,
la mensa imbandita,
un turbinìo di arrivi,
dove Dio non è un dovere
ma un vino di festa.
Stretta ma sufficiente.
Infatti la sala è piena,
vengono i lontani che forse
non sono migliori di noi
che siamo i vicini,
ma hanno operato giustizia
più di noi, magari
senza saperlo.
Sono i sorpresi, quelli che al giudizio universale dicono:
ma quando mai Signore
ti abbiamo visto povero!
Lui li riconoscerà
come suoi e
spalancherà la porta.
Un paradosso non facile:
entrano nella sala
quelli che non hanno
mai ascoltato e mai visto, e
fuori restano quelli che
hanno mangiato e bevuto
con il Signore.
È possibile stare
a un millimetro da Lui,
tra riti e formule,
incensi e indulgenze,
ma non conoscerlo davvero e
rimanergli estranei,
freddi al fuoco
che è venuto a portare.
Dalla porta limitata,
una storia di salvezza.
Lc 13,22-30
Una sottile angoscia
ci coglie davanti
a quella porta stretta,
angoscia che cresce
quando la porta da stretta
diventa chiusa, e quella
voce da dentro risponde:
«Non vi conosco».
Tutta la vita a cercarti,
e ora sei Tu
che ci allontani?
Il vangelo inizia
con una porta piccola
e una folla che
le si accalca davanti.
Poi come
in una dissolvenza appare
una scena multicolore
e allegra: verranno
da oriente e da occidente,
da nord e da sud
e siederanno a mensa.
Ai credenti che si affollano
davanti a porte sbagliate
che non conducono
da nessuna parte,
la parabola dice:
«Sforzatevi di entrare
per la porta stretta».
Il testo originale dice:
“lottate per passare, combattete”,
ma non contro chi fa ressa o contro le misure della porta.
Contro qualcosa d’altro.
La porta stretta disegna
i miei contorni precisi,
i miei limiti,
i confini del mio io.
Sono i margini che
mi restituiscono
la mia immagine
più autentica,
liberata da tutto il superfluo.
Allora accetta serenamente i “no”
che la vita ti dice.
E accogli i tuoi limiti,
non i tuoi vanti.
David Turoldo raccontava:
per anni ho abitato
nella vecchia torre
di un’abbazia millenaria.
Ogni mattina uscivo
da una porticina appena sufficiente per passare.
Dovevo abbassare la testa,
e mi pareva così di fare
il mio inchino al mondo,
alla pianura, alle case,
alla creazione tutta.
La vita contiene misteri immensi, ma per entrarci devi lottare
con la tua statura illusoria,
con il complesso
di superiorità,
devi inchinarti.
Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti
ad ogni figlio di Dio,
ad ogni vita,
come il poeta
da quella torre,
ogni angolo del mondo
diventerebbe casa.
La porta stretta
l’ha passata anche Dio,
quando si è chinato
sull’umanità passando
per la porta piccola dell’incarnazione.
Una porta di umiltà,
che non vuol dire
abbassare la testa
ma alzare gli occhi,
distoglierli da sé e
guardare verso il cielo,
il mondo, le persone.
Umiltà è tornare all’essenza
delle nostre relazioni,
a non possedere cose
ma a sentirsi responsabili
di tutto.
La porta della parabola
è stretta ma è aperta;
stretta ma bella, perché
apre su uno spazio festoso,
la mensa imbandita,
un turbinìo di arrivi,
dove Dio non è un dovere
ma un vino di festa.
Stretta ma sufficiente.
Infatti la sala è piena,
vengono i lontani che forse
non sono migliori di noi
che siamo i vicini,
ma hanno operato giustizia
più di noi, magari
senza saperlo.
Sono i sorpresi, quelli che al giudizio universale dicono:
ma quando mai Signore
ti abbiamo visto povero!
Lui li riconoscerà
come suoi e
spalancherà la porta.
Un paradosso non facile:
entrano nella sala
quelli che non hanno
mai ascoltato e mai visto, e
fuori restano quelli che
hanno mangiato e bevuto
con il Signore.
È possibile stare
a un millimetro da Lui,
tra riti e formule,
incensi e indulgenze,
ma non conoscerlo davvero e
rimanergli estranei,
freddi al fuoco
che è venuto a portare.
Dalla porta limitata,
una storia di salvezza.
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RIDONACI LA GIOIA
O Padre,
abbiamo bisogno di fede.
Di fede visibile e vigorosa,
di fede che sia pane,
di fede che sia
visione nuova delle cose.
Spesso ti diciamo di credere in te e nella tua Parola,
di credere nella tua creazione
e nei suoi destini
ma la nostra carne è stanca,
il nostro cuore è dubbioso.
La nostra fede debole
e la nostra azione è incerta.
Liberaci da ogni separazione
con gli esseri che tu ci hai affidato per l'annuncio della Buona Novella e il battesimo nello Spirito.
Liberaci dalla paura,
dalla diffidenza,
dalla indifferenza,
dalla arroganza.
Ridonaci la gioia di un cuore
in pace con l'intero creato.
Fa' che sentiamo la vita
come il dono più grande,
fa' che amiamo la vita
con libero e forte cuore.
Amen
Ermes Ronchi
O Padre,
abbiamo bisogno di fede.
Di fede visibile e vigorosa,
di fede che sia pane,
di fede che sia
visione nuova delle cose.
Spesso ti diciamo di credere in te e nella tua Parola,
di credere nella tua creazione
e nei suoi destini
ma la nostra carne è stanca,
il nostro cuore è dubbioso.
La nostra fede debole
e la nostra azione è incerta.
Liberaci da ogni separazione
con gli esseri che tu ci hai affidato per l'annuncio della Buona Novella e il battesimo nello Spirito.
Liberaci dalla paura,
dalla diffidenza,
dalla indifferenza,
dalla arroganza.
Ridonaci la gioia di un cuore
in pace con l'intero creato.
Fa' che sentiamo la vita
come il dono più grande,
fa' che amiamo la vita
con libero e forte cuore.
Amen
Ermes Ronchi
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