IL PRIVILEGIO
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
“E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
Primo tempo della parabola: il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
Secondo momento: nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
Arriva il terzo momento. “E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
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L’ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
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INVESTIRE TUTTO
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
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Magnificat,
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
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A CHI É COME LORO APPARTIENE IL REGNO DI DIO
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
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DIO DEGLI ORIZZONTI
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
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SARAI FELICE
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
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DIO HA LA PASSIONE DELL’IMPOSSIBILE
Com’é difficile per quanti possiedono ricchezze
entrare nel Regno di Dio.
É più facile che
un cammello passi
per la cruna dell'ago.
I discepoli sono stupefatti:
allora chi si può salvare? Anche noi abbiamo desideri di terra.
E se anche fossimo
tutti come cammelli che
tentano di passare
goffamente, inutilmente,
per quella cruna dell'ago,
ecco la soluzione,
racchiusa in una delle
parole più belle di Gesù,
vera lieta notizia:
tutto è possibile a Dio.
Lui è capace di far passare
un cammello per la cruna
di un ago.
Dio ha la passione dell'impossibile.
Dieci cammelli passeranno
per quel minuscolo foro.
Perché nessuno si salva
da sé, ma tutti possiamo
essere salvati da Dio.
Non per i nostri meriti
ma per la sua bontà,
per la porta santa che è
la sua misericordia.
Lo dice il verbo “salvarsi”
che nel vangelo
è al passivo,
un passivo divino, dove
il soggetto è sempre Dio.
Com’é difficile per quanti possiedono ricchezze
entrare nel Regno di Dio.
É più facile che
un cammello passi
per la cruna dell'ago.
I discepoli sono stupefatti:
allora chi si può salvare? Anche noi abbiamo desideri di terra.
E se anche fossimo
tutti come cammelli che
tentano di passare
goffamente, inutilmente,
per quella cruna dell'ago,
ecco la soluzione,
racchiusa in una delle
parole più belle di Gesù,
vera lieta notizia:
tutto è possibile a Dio.
Lui è capace di far passare
un cammello per la cruna
di un ago.
Dio ha la passione dell'impossibile.
Dieci cammelli passeranno
per quel minuscolo foro.
Perché nessuno si salva
da sé, ma tutti possiamo
essere salvati da Dio.
Non per i nostri meriti
ma per la sua bontà,
per la porta santa che è
la sua misericordia.
Lo dice il verbo “salvarsi”
che nel vangelo
è al passivo,
un passivo divino, dove
il soggetto è sempre Dio.
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L’AVVENTURA SCONOSCIUTA
DELLA BONTÀ,
CHE NON É GIUSTA,
É OLTRE,
É MOLTO DI PIÙ
Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.
Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia.
È questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.
Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?
Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.
A quanto ammonterà la giusta paga?
C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti:
è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.
Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.
Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più.
Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.
Sentirci tutti più ricchi.
È la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.
Gli operai assunti all’alba protestano non è giusto!
È vero: non è giusto.
Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.
Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.
Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.
Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!
Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.
Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.
DELLA BONTÀ,
CHE NON É GIUSTA,
É OLTRE,
É MOLTO DI PIÙ
Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.
Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia.
È questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.
Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?
Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio.
A quanto ammonterà la giusta paga?
C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti:
è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.
Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.
Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più.
Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.
Sentirci tutti più ricchi.
È la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.
Gli operai assunti all’alba protestano non è giusto!
È vero: non è giusto.
Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.
Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.
Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.
Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!
Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.
Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.
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