SE VUOI….
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
🔥26❤19🙏7🥰1
L’amico comune
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
YouTube
Che cosa cercate?
Le domande vitali del Vangelo.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
❤28👍1🔥1💋1
IN FONDO AD OGNI NOTTE
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
❤41🔥5🙏5🥰3
IL PRIVILEGIO
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
“E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
Primo tempo della parabola: il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
Secondo momento: nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
Arriva il terzo momento. “E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
❤47🔥6🙏6🥰3
L’ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
❤45🔥9👍3🥰3🙏1👨💻1
INVESTIRE TUTTO
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
❤43🙏8🔥6🥰2
Magnificat,
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
una finestra aperta sul futuro
Luca ci offre, in questa festa dell'Assunzione di Maria, l'unica pagina evangelica in cui protagoniste sono le donne. Due madri, entrambe incinte in modo «impossibile», sono le prime profetesse del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza, se non quella del mistero di Dio pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna la prima parola di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta un abbraccio,
ripeto la sua prima parola: che tu sia benedetto;
tu sei benedizione scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto la melodia, ha iniziato a battere il ritmo dell'anima, e Maria è diventata musica e danza, il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce il canto di Maria?
Ha sentito Dio entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire non con le gesta spettacolari di comandanti o eroi, ma attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce, un bimbo di sei mesi che danza di gioia all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo di tutti quelli che salvano vite, in terra e in mare.
Il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose, che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo della fede non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me; la salvezza è che lui mi ama, non che io lo amo.
E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.
Maria vede un Dio con le mani impigliate nel folto della vita.
E usa i verbi al passato, con uno stratagemma profetico, come se tutto fosse già accaduto.
Invece è il suo modo audace per affermare che si farà, con assoluta certezza, una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo quanto il passato, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat è affacciarsi con lei al balcone del futuro.
Santa Maria, assunta in cielo, vittoriosa sul drago, fa scendere su di noi una benedizione di speranza, consolante, su tutto ciò che rappresenta il nostro male di vivere:
una benedizione sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate, sulle solitudini patite,
sul decadimento di questo nostro corpo,
sulla corruzione della morte,
sulle sofferenze dei volti cari,
sul nostro piccolo o grande drago rosso, che però non vincerà, perché
la bellezza e la tenerezza sono, nel tempo e nell'eterno, più forti della violenza.
❤56🙏6🔥5🥰1
A CHI É COME LORO APPARTIENE IL REGNO DI DIO
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
Portavano dei bambini
a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli
li rimproverarono.
Al vedere questo,
Gesù si indignò.
L’indignazione è
un sentimento proprio
dei profeti davanti all’ingiustizia
o all’idolatria;
è la reazione di Gesù
per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini
sono cosa sacra:
a chi è come loro
appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono
più buoni degli adulti,
ma sono
maestri nell’arte
della fiducia e
dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo e
gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto
il giorno come i delfini,
incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni
non ha obblighi
verso la Legge,
è ai margini,
non ha riti da osservare, e
Gesù lo addita a modello!
Prima la persona
e poi la legge!
Nessuno ama la vita
più appassionatamente
di un bambino che
si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia
li benediceva:
perché nei loro occhi
il sogno di Dio brilla
non contaminato ancora.
❤54🙏5🔥1🥰1🎄1
DIO DEGLI ORIZZONTI
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
Luca 12,49-59
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:
vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.
Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.
Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.
Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.
Parole che provocano tutti,
me per primo:
dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?
Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:
alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.
Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:
Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?
Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.
Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.
Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica
ad amare la vita.
La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.
È il suo fuoco.
Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!
Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.
A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.
Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!
Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell'inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.
Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),
se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;
di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;
di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;
di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.
E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.
❤50🔥7🥰1
SARAI FELICE
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
SE FARAI FELICE QUALCUNO
Gesù uscito sulla strada,
e vuol dire:
Gesù libero maestro,
aperto a tutti gli incontri,
a chiunque incroci
il suo cammino o lo attenda
alla svolta del sentiero.
Maestro che insegna
l'arte dell'incontro.
Ed ecco un tale,
uno senza nome,
gli dice:
Come faccio per ricevere
la vita eterna?
Termine che non indica
la vita senza fine, ma
la vita stessa dell'Eterno.
Gesù risponde elencando
cinque comandamenti e
un precetto (non frodare)
che non riguardano Dio,
ma le persone;
non come hai creduto,
ma come hai amato.
Questi trasmettono vita,
la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo
io l'ho già fatto,
da sempre. E
non mi ha riempito la vita.
Una cosa ti manca, va', vendi, dona ai poveri...
Sarai felice se
farai felice qualcuno;
fai felici altri
se vuoi essere felice.
E poi segui me:
capovolgere la vita.
Le bilance della felicità
pesano sui loro piatti
la valuta più pregiata dell'esistenza,
che sta nel dare e
nel ricevere amore.
Il maestro buono
non ha come obiettivo
inculcare la povertà
in quell'uomo ricco
e senza nome, ma
riempire la sua vita
di volti e di nomi.
E se ne andò triste
perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti
altri ricchi si sono
incontrati con Gesù:
Zaccheo, Levi, Lazzaro,
Susanna, Giovanna.
Che cosa hanno
di diverso questi ricchi
che Gesù amava,
sui quali con il suo gruppo
si appoggiava?
Hanno saputo
creare comunione:
Zaccheo e Levi riempiono
le loro case di commensali;
Susanna e Giovanna
assistono i dodici
con i loro beni (Luca 8,3).
Le regole del Vangelo
sul denaro si possono
ridurre a due soltanto:
a) non accumulare,
b) quello che hai,
ce l'hai per condividerlo.
Non porre la tua sicurezza nell'accumulo,
ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è
un discorso di sacrifici,
ma di moltiplicazione:
lasciare tutto
ma per avere tutto.
❤49🙏6🔥5👍1🥰1