LECH LECHÀ
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
❤34🔥10🥰2😍2🙏1
CHI SEI TU?
CHI SONO IO?
Ma perché
io gli vado dietro?
Per essere felice!
Per una vita piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove gli altri
problemi vengono dopo.
Ogni anno, alla fine
dell’estate, ritorna
questa bellissima
domanda di Gesù.
Ogni anno con
un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti, attorno,
in alto. Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso,
bellissimo:
Pietro, adesso sono io
che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno
di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro
aiutato da Gesù
a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e
focoso, quella parte di sé
di cui si vergognava,
sarebbe poi servita
al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo
come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro
ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio:
perdonare,
trasfigurare il dolore,
calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che
trasformano il mondo.
Sono forse anch’io
una piccola roccia?
Sono forse solo
un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla
qualcosa che serva
a qualcuno.
E come Pietro ancora
e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi
che io vada, se non da te?
CHI SONO IO?
Ma perché
io gli vado dietro?
Per essere felice!
Per una vita piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove gli altri
problemi vengono dopo.
Ogni anno, alla fine
dell’estate, ritorna
questa bellissima
domanda di Gesù.
Ogni anno con
un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti, attorno,
in alto. Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso,
bellissimo:
Pietro, adesso sono io
che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno
di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro
aiutato da Gesù
a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e
focoso, quella parte di sé
di cui si vergognava,
sarebbe poi servita
al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo
come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro
ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio:
perdonare,
trasfigurare il dolore,
calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che
trasformano il mondo.
Sono forse anch’io
una piccola roccia?
Sono forse solo
un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla
qualcosa che serva
a qualcuno.
E come Pietro ancora
e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi
che io vada, se non da te?
❤50🙏3🔥2🥰1👏1
SE VUOI….
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
🔥26❤19🙏7🥰1
L’amico comune
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
YouTube
Che cosa cercate?
Le domande vitali del Vangelo.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
❤28👍1🔥1💋1
IN FONDO AD OGNI NOTTE
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
❤41🔥5🙏5🥰3
IL PRIVILEGIO
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
“E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
Primo tempo della parabola: il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
Secondo momento: nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
Arriva il terzo momento. “E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
❤47🔥6🙏6🥰3
L’ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
❤45🔥9👍3🥰3🙏1👨💻1
INVESTIRE TUTTO
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
NEL CAPITALE RELAZIONALE
Tutto comincia quando
ci sentiamo debitori,
dice Paolo;
quando ci sentiamo
custodi dell'altro,
dice il Profeta;
debitori senza pretese
e custodi attenti:
sono i due nomi belli
di ogni persona
in relazione.
E il terzo è offerto
dal Vangelo:
restauratori di legami,
coloro che incessantemente rammendano il tessuto continuamente lacerato
delle relazioni.
Se tuo fratello commetterà
una colpa contro di te,
vai e ammoniscilo.
Tu fa il primo passo,
ricomincia il dialogo,
sospinto dal vento
di comunione che è Dio,
“cemento del cosmo,
forza di coesione
della materia,
collante delle vite” (Turoldo).
Quando un io e un tu
ricompongono un noi,
quando riparano l'alleanza,
il legame che si ri-crea è
il mattone elementare
della casa comune,
il sentiero del Regno,
la porta di Dio.
Ma che cosa mi autorizza
a intervenire nella vita
di una persona?
Nient'altro che
la parola fratello,
percepire l'altro
come fratello o sorella...
non l'impalcarsi
a difesa della verità,
non il credersi
i drizzatori dei torti
del mondo,
ciò che ci autorizza
è la custodia direbbe Ezechiele,
è l'I care di don Milani:
mi stai a cuore
e mi prendo cura.
Solo chi ci ama
sa prendersi cura
e ammonirci
nel modo giusto,
gli altri sanno solo
ferire o adulare.
Dopo aver così
interrogato il tuo cuore,
tu va' e parla,
tu fa il primo passo,
prova tu a riallacciare
la relazione.
Lontano dalle apparenze,
nel cuore della vita,
tutto inizia dal mattoncino
elementare della realtà,
il rapporto io-tu.
Se ti ascolta,
avrai guadagnato
tuo fratello.
Verbo stupendo:
guadagnare un fratello.
C'è gente che
accumula denaro,
gente che guadagna
prestigio o potere,
e poi c'è gente
che guadagna fratelli.
Il crescere della fraternità
è il tesoro della storia,
dobbiamo investire tutto
nel capitale relazionale,
l'unico investimento
che produce vera crescita.
E alla fine del percorso
di ricomposizione tracciato
da Gesù, il Vangelo riporta
una frase da capire bene:
se non ascolta
neppure i testimoni,
neppure la comunità,
quel fratello sia per te
come il pagano
e il pubblicano.
Lo considererai un escluso,
uno scarto, un rifiuto? No!
Con lui ti comporterai
come Gesù, che siede
a mensa con Matteo e
i pubblicani di Cafarnao,
che discute di figli,
di briciole e cagnolini
con una donna pagana.
Questo percorso
mi fa sentir bene dentro
la prima espressione
del Vangelo di oggi:
quando due o tre
sono riuniti
nel mio nome, io sono
in mezzo a loro.
Parola che scavalca
la liturgia:
“Non nell'io, non nel tu, lo Spirito risiede nell'io-tu” (M. Buber).
Il Signore respira meglio
quando è catturato
dentro quei nostri abbracci
che, qualche volta almeno,
ci hanno fatto
meravigliosamente
perdere il fiato.
❤43🙏8🔥6🥰2