COLUI-CHE-TU-AMI
IL NOME DI OGNUNO
Di Lazzaro
sappiamo poche cose,
ma sono quelle
che contano:
la sua casa è ospitale,
è fratello amato di Marta
e Maria,
amico speciale di Gesù.
Il suo nome è:
ospite, amico e fratello,
insieme a quello coniato
dalle sorelle:
colui-che-Tu-ami,
il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro
sono giunte a noi
due tra le parole
più importanti del Vangelo:
io sono la risurrezione
e la vita.
Non già: io sarò,
in un lontano ultimo giorno,
in un’altra vita, ma qui,
adesso, io sono.
Notiamo la disposizione
delle parole:
prima viene la risurrezione
e poi la vita.
Secondo logica dovrebbe
essere il contrario.
Invece no:
io sono risurrezione
delle vite spente,
sono il risvegliarsi dell’umano,
il rialzarsi della vita
che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza
di risorgere, di uscire fuori
dalle nostre grotte buie,
lasciare che siano sciolte
le chiusure e le serrature
che ci bloccano,
tolte le bende dagli occhi
e da vecchie ferite,
e partire di nuovo nel sole:
scioglietelo e lasciatelo andare.
Verso cose che meritano
di non morire,
verso la Galilea
del primo incontro.
Io invidio Lazzaro,
e non perché ritorna in vita,
ma perché è circondato
di gente che gli vuol bene
fino alle lacrime.
Perché la sua risurrezione?
Per le lacrime di Gesù, per
il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché
il mio nome è lo stesso:
amato per sempre;
perché il Signore
non accetta di essere derubato dei suoi amati.
Non la vita vince la morte,
ma l’amore.
Se Dio è amore,
dire Dio e dire risurrezione
sono la stessa cosa…
Quante volte sono morto,
mi ero arreso,
era finito l’olio nella lampada,
finita la voglia di amare
e di vivere.
In qualche grotta
dell’anima una voce diceva:
non mi interessa più niente,
né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha
cominciato a germogliare,
non so perché;
una pietra si è smossa,
è entrato un raggio di sole,
un amico ha spezzato
il silenzio, lacrime hanno
bagnato le mie bende,
e ciò è accaduto
per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore:
un Dio innamorato
dei suoi amici,
che non lascerà
in mano alla morte.
IL NOME DI OGNUNO
Di Lazzaro
sappiamo poche cose,
ma sono quelle
che contano:
la sua casa è ospitale,
è fratello amato di Marta
e Maria,
amico speciale di Gesù.
Il suo nome è:
ospite, amico e fratello,
insieme a quello coniato
dalle sorelle:
colui-che-Tu-ami,
il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro
sono giunte a noi
due tra le parole
più importanti del Vangelo:
io sono la risurrezione
e la vita.
Non già: io sarò,
in un lontano ultimo giorno,
in un’altra vita, ma qui,
adesso, io sono.
Notiamo la disposizione
delle parole:
prima viene la risurrezione
e poi la vita.
Secondo logica dovrebbe
essere il contrario.
Invece no:
io sono risurrezione
delle vite spente,
sono il risvegliarsi dell’umano,
il rialzarsi della vita
che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza
di risorgere, di uscire fuori
dalle nostre grotte buie,
lasciare che siano sciolte
le chiusure e le serrature
che ci bloccano,
tolte le bende dagli occhi
e da vecchie ferite,
e partire di nuovo nel sole:
scioglietelo e lasciatelo andare.
Verso cose che meritano
di non morire,
verso la Galilea
del primo incontro.
Io invidio Lazzaro,
e non perché ritorna in vita,
ma perché è circondato
di gente che gli vuol bene
fino alle lacrime.
Perché la sua risurrezione?
Per le lacrime di Gesù, per
il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché
il mio nome è lo stesso:
amato per sempre;
perché il Signore
non accetta di essere derubato dei suoi amati.
Non la vita vince la morte,
ma l’amore.
Se Dio è amore,
dire Dio e dire risurrezione
sono la stessa cosa…
Quante volte sono morto,
mi ero arreso,
era finito l’olio nella lampada,
finita la voglia di amare
e di vivere.
In qualche grotta
dell’anima una voce diceva:
non mi interessa più niente,
né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha
cominciato a germogliare,
non so perché;
una pietra si è smossa,
è entrato un raggio di sole,
un amico ha spezzato
il silenzio, lacrime hanno
bagnato le mie bende,
e ciò è accaduto
per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore:
un Dio innamorato
dei suoi amici,
che non lascerà
in mano alla morte.
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LA PEDAGOGIA
DELLA GIOIA
Tesoro: parola magica, così poco usata nella religione, parola d'innamorati, di favole, di storie grandi. E di Vangelo. Che capovolge la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Un tesoro ci attende: a dire che l'esito della storia sarà comunque felice; che nell'uomo è posto un eccesso di desiderio che nessuna cosa concreta o quotidiana potrà esaurire.
Nascosto in un campo: che è il mondo, che è il cuore; e la vita altro non è che un pellegrinaggio verso il luogo del cuore (Olivier Clè ment), là dove maturano tesori. Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo, e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Dal tesoro deriva una seconda parola: per la gioia quell'uomo va, vende, compra. È la gioia, radice della vita, che muove, mette fretta, fa decidere.
Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov'è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo. Chiedi al Signore la gioia, ed Egli ti risponderà dandoti la vita. Gioia non facile, quindi: c'è un campo da lavorare, rovi e sudore, un tesoro da trovare e nascondere, un tutto da vendere e investire.
Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista (sant'Agostino). Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro: Dio in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia. E mettervi tutte le mie energie. Allora lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto.
Questa è la croce che fa rifiorire la rosa del mondo (Berdiaeff). E se non ho posto tutte le mie forze, almeno una volta nella vita, la totalità del cuore, tutto, a servizio di qualcosa, Dio, un fratello, un sogno, non riuscirò mai a credere alla Risurrezione. Noi talvolta agiamo come se la rinuncia fosse la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi.
Le parabole di oggi ci ricordano che l'ordine è inverso. Se la gioia di un innamoramento, di un "che bello!" a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo, lontananza, disamore, consumazione del cuore. Come diventerò cercatore di perle? Chiedendo il dono di Salomone: donami Tu un cuore che ascolta. Dono immenso da chiedere sempre: per ascoltare Dio e il grido di Abele, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza e la cattedra dei piccoli della terra. Allora matureranno tesori.
Un tesoro ci attende. E lo Spirito santo è questo soffio divino che fa nascere i cercatori d'oro. Immaginiamo allora una storia, personale e collettiva, costellata di tesori; sentiamo la vita come intrisa di perle e della loro bellezza. E noi a intingere la spola dei nostri giorni, i nostri sogni dentro tesori, dentro la gioia. Il tesoro non si compra, è un dono.
L'uomo compra il campo.
DELLA GIOIA
Tesoro: parola magica, così poco usata nella religione, parola d'innamorati, di favole, di storie grandi. E di Vangelo. Che capovolge la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Un tesoro ci attende: a dire che l'esito della storia sarà comunque felice; che nell'uomo è posto un eccesso di desiderio che nessuna cosa concreta o quotidiana potrà esaurire.
Nascosto in un campo: che è il mondo, che è il cuore; e la vita altro non è che un pellegrinaggio verso il luogo del cuore (Olivier Clè ment), là dove maturano tesori. Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo, e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Dal tesoro deriva una seconda parola: per la gioia quell'uomo va, vende, compra. È la gioia, radice della vita, che muove, mette fretta, fa decidere.
Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov'è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo. Chiedi al Signore la gioia, ed Egli ti risponderà dandoti la vita. Gioia non facile, quindi: c'è un campo da lavorare, rovi e sudore, un tesoro da trovare e nascondere, un tutto da vendere e investire.
Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista (sant'Agostino). Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro: Dio in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia. E mettervi tutte le mie energie. Allora lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto.
Questa è la croce che fa rifiorire la rosa del mondo (Berdiaeff). E se non ho posto tutte le mie forze, almeno una volta nella vita, la totalità del cuore, tutto, a servizio di qualcosa, Dio, un fratello, un sogno, non riuscirò mai a credere alla Risurrezione. Noi talvolta agiamo come se la rinuncia fosse la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi.
Le parabole di oggi ci ricordano che l'ordine è inverso. Se la gioia di un innamoramento, di un "che bello!" a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo, lontananza, disamore, consumazione del cuore. Come diventerò cercatore di perle? Chiedendo il dono di Salomone: donami Tu un cuore che ascolta. Dono immenso da chiedere sempre: per ascoltare Dio e il grido di Abele, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza e la cattedra dei piccoli della terra. Allora matureranno tesori.
Un tesoro ci attende. E lo Spirito santo è questo soffio divino che fa nascere i cercatori d'oro. Immaginiamo allora una storia, personale e collettiva, costellata di tesori; sentiamo la vita come intrisa di perle e della loro bellezza. E noi a intingere la spola dei nostri giorni, i nostri sogni dentro tesori, dentro la gioia. Il tesoro non si compra, è un dono.
L'uomo compra il campo.
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IL MISTERO RANNICCHIATO
SULLA SOGLIA
DELLA NOSTRA CASA
La sinagoga è incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato.
Poi, quasi senza spiegazione, lo conducono sul ciglio del monte per gettarlo giù. Nazaret passa di colpo dalla fierezza, dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida.
Dalla meraviglia alla furia.
L'entusiasmo passa in fretta, i compaesani hanno già catalogato Gesù: non è costui il figlio di Giuseppe?
Che un profeta sia un uomo straordinario, siamo pronti ad accettarlo. Ma che la profezia sia nella casa del falegname, in uno che non è neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica come me, che ha più o meno i problemi che ho io, con quella famiglia così così, ci pare impossibile.
L'hanno chiuso nei loro preconcetti e, con l'abitudine, hanno spento il mistero e la sorpresa, così l'altro, invece di essere una finestra di cielo, una benedizione che cammina, è solo il figlio di Giuseppe, o il falegname, l'idraulico, il postino, la maestra…
Dico di conoscerlo, ma cosa so, io, del mistero di quella persona?
C'è profezia nel quotidiano, profezia di casa mia, ma come tutta Nazaret non riesco a vederla.
Perché la folla passa rapidamente dall'entusiasmo all'odio?
Difficile dirlo, ma la storia biblica insegna che la persecuzione rivela sempre l'autenticità del profeta.
Essi non cercano Dio,
ma un taumaturgo che intervenga nei loro naufragi, uno che dirotti la forza di Dio fra i vicoli del loro paese.
Ma questo non è il Dio
dei profeti.
Infatti Gesù risponde parlando di un Dio padre anche delle vedove di Sidone e dei lebbrosi di Siria.
“Non farò miracoli qui”,
dice Gesù.
Li ho fatti a Cafarnao,
li ho fatti a Sarepta e nel corpo del lebbroso.
Il mondo è pieno di miracoli, eppure non bastano, perché voi li preferite alla Parola di Dio.
Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro, e Dio non si impossessa, Dio non invade.
Quando lo condussero sul monte per gettarlo giù, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un “ma”.
Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa: non fugge, passa in mezzo aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia,
ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (F. De Andrè).
Bellissimo Spirito che accende il suo roveto all'angolo di ogni strada, che disperde la Parola
nelle sillabe di ogni volto.
Non sprechiamo i nostri profeti! Anche la nostra Chiesa e il nostro Paese traboccano di mistici, profeti, sognatori coraggiosi.
A mancare sono solo gli ascoltatori; noi, che fatichiamo a vedere l'infinito all'angolo della strada, il mistero rannicchiato sulla soglia della nostra casa.
SULLA SOGLIA
DELLA NOSTRA CASA
La sinagoga è incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato.
Poi, quasi senza spiegazione, lo conducono sul ciglio del monte per gettarlo giù. Nazaret passa di colpo dalla fierezza, dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida.
Dalla meraviglia alla furia.
L'entusiasmo passa in fretta, i compaesani hanno già catalogato Gesù: non è costui il figlio di Giuseppe?
Che un profeta sia un uomo straordinario, siamo pronti ad accettarlo. Ma che la profezia sia nella casa del falegname, in uno che non è neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica come me, che ha più o meno i problemi che ho io, con quella famiglia così così, ci pare impossibile.
L'hanno chiuso nei loro preconcetti e, con l'abitudine, hanno spento il mistero e la sorpresa, così l'altro, invece di essere una finestra di cielo, una benedizione che cammina, è solo il figlio di Giuseppe, o il falegname, l'idraulico, il postino, la maestra…
Dico di conoscerlo, ma cosa so, io, del mistero di quella persona?
C'è profezia nel quotidiano, profezia di casa mia, ma come tutta Nazaret non riesco a vederla.
Perché la folla passa rapidamente dall'entusiasmo all'odio?
Difficile dirlo, ma la storia biblica insegna che la persecuzione rivela sempre l'autenticità del profeta.
Essi non cercano Dio,
ma un taumaturgo che intervenga nei loro naufragi, uno che dirotti la forza di Dio fra i vicoli del loro paese.
Ma questo non è il Dio
dei profeti.
Infatti Gesù risponde parlando di un Dio padre anche delle vedove di Sidone e dei lebbrosi di Siria.
“Non farò miracoli qui”,
dice Gesù.
Li ho fatti a Cafarnao,
li ho fatti a Sarepta e nel corpo del lebbroso.
Il mondo è pieno di miracoli, eppure non bastano, perché voi li preferite alla Parola di Dio.
Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro, e Dio non si impossessa, Dio non invade.
Quando lo condussero sul monte per gettarlo giù, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un “ma”.
Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa: non fugge, passa in mezzo aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia,
ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (F. De Andrè).
Bellissimo Spirito che accende il suo roveto all'angolo di ogni strada, che disperde la Parola
nelle sillabe di ogni volto.
Non sprechiamo i nostri profeti! Anche la nostra Chiesa e il nostro Paese traboccano di mistici, profeti, sognatori coraggiosi.
A mancare sono solo gli ascoltatori; noi, che fatichiamo a vedere l'infinito all'angolo della strada, il mistero rannicchiato sulla soglia della nostra casa.
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UN PIZZICO DI ANIMA NEL FUTURO
“Maestro, dividi l’eredità tra me e mio fratello”.
Da sempre la fratellanza affatica intere famiglie. Come domenica scorsa, con Marta e la sorella.
E Gesù cosa fa?
Scavalca,
va oltre le domande,
passa a un piano più profondo.
E lo fa con una storia:
si inventa la parabola dell’uomo ricco, euforicamente preso dentro il vortice delle moltecose:
Ho molti soldi per molti anni. Anima mia, mangia, bevi, riposa e divertiti”.
Niente di sbagliato fino a qui. Il Vangelo non è moralista, non vuole disamorarci della vita,
della gioia di vivere.
Gesù stesso ha tra i suoi seguaci gente anche molto ricca, come Zaccheo, Lazzaro, Giuseppe d’Arimatea, donne con molti averi.
Ma la felicità non può mai essere solitaria ed ha a che fare con il dono.
L’innesco del dramma è la solitudine dell’uomo ricco, il suo deserto di relazioni: nessun volto,
nessuno in casa,
nessuno nel cuore. Neanche Dio.
E quando ragiona tra sé e sé, quest’uomo ha un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”:
i miei raccolti, i miei magazzini, la mia vita,
dirò a me stesso,
anima mia.
Questa stregoneria del “mio” è la passione più stupida che ci sia.
Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta indietro la tua vita.
Stolto non vuol dire cattivo o disonesto, ma poco intelligente, perché ha sbagliato investimento.
Lui investe sulle cose,
cose che hanno un fondo, ma il fondo delle cose è vuoto.
Altro che magazzini più grandi, è lì la tomba della sua anima!
“E se l’anima scende dal suo trono, la terra muore” (M. Gualtieri).
Gesù ci richiama a un rapporto sano con il futuro, che è fatto di anima: essere vivi domani mattina non è un diritto, è un dono. Rivedere il sole e i volti cari, non mi è dovuto. E’ un regalodi cui ringraziare con tutta l’anima. Metti un po’ di anima nel tuo futuro!
Gesù così propone due semplici leggi evangeliche, che però cambiano ogni logica economica:
1. Non accumulare.
Il problema di chi è ricco è di non avere mai abbastanza; all’avido, tutto non basta mai.
Ma si può aver bisogno di poco, e vivere molto.
Non consumare compulsivamente, sappi godere di ciò che hai,
resta fedele al tuo pane quotidiano, al poco che ti dà pace: a quel briciolo di allegria, alla gioia sufficiente per cantare, a quel filo d’amicizia per sorridere.
2. Se hai qualcosa, è per condividere. I tuoi granai sono le case dei poveri.
Il tuo IBAN è il loro indirizzo.
Davanti a Dio siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso;
anche di un solo sorso d’acqua fresca donato,
di un cuore capace di perdono per sette o per settanta volte sette.
Alla fine sulle colonne dell’avere troveremo solo ciò che abbiamo perso per qualcuno.
La spiritualità vera è la capacità di godere con poco, e quel poco che hai di condividerlo con chi ha fame, sete, un sogno, o è solo; è il ritorno sereno alle piccole cose, alle persone, alla natura.
E al ringraziare.
“Maestro, dividi l’eredità tra me e mio fratello”.
Da sempre la fratellanza affatica intere famiglie. Come domenica scorsa, con Marta e la sorella.
E Gesù cosa fa?
Scavalca,
va oltre le domande,
passa a un piano più profondo.
E lo fa con una storia:
si inventa la parabola dell’uomo ricco, euforicamente preso dentro il vortice delle moltecose:
Ho molti soldi per molti anni. Anima mia, mangia, bevi, riposa e divertiti”.
Niente di sbagliato fino a qui. Il Vangelo non è moralista, non vuole disamorarci della vita,
della gioia di vivere.
Gesù stesso ha tra i suoi seguaci gente anche molto ricca, come Zaccheo, Lazzaro, Giuseppe d’Arimatea, donne con molti averi.
Ma la felicità non può mai essere solitaria ed ha a che fare con il dono.
L’innesco del dramma è la solitudine dell’uomo ricco, il suo deserto di relazioni: nessun volto,
nessuno in casa,
nessuno nel cuore. Neanche Dio.
E quando ragiona tra sé e sé, quest’uomo ha un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”:
i miei raccolti, i miei magazzini, la mia vita,
dirò a me stesso,
anima mia.
Questa stregoneria del “mio” è la passione più stupida che ci sia.
Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta indietro la tua vita.
Stolto non vuol dire cattivo o disonesto, ma poco intelligente, perché ha sbagliato investimento.
Lui investe sulle cose,
cose che hanno un fondo, ma il fondo delle cose è vuoto.
Altro che magazzini più grandi, è lì la tomba della sua anima!
“E se l’anima scende dal suo trono, la terra muore” (M. Gualtieri).
Gesù ci richiama a un rapporto sano con il futuro, che è fatto di anima: essere vivi domani mattina non è un diritto, è un dono. Rivedere il sole e i volti cari, non mi è dovuto. E’ un regalodi cui ringraziare con tutta l’anima. Metti un po’ di anima nel tuo futuro!
Gesù così propone due semplici leggi evangeliche, che però cambiano ogni logica economica:
1. Non accumulare.
Il problema di chi è ricco è di non avere mai abbastanza; all’avido, tutto non basta mai.
Ma si può aver bisogno di poco, e vivere molto.
Non consumare compulsivamente, sappi godere di ciò che hai,
resta fedele al tuo pane quotidiano, al poco che ti dà pace: a quel briciolo di allegria, alla gioia sufficiente per cantare, a quel filo d’amicizia per sorridere.
2. Se hai qualcosa, è per condividere. I tuoi granai sono le case dei poveri.
Il tuo IBAN è il loro indirizzo.
Davanti a Dio siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso;
anche di un solo sorso d’acqua fresca donato,
di un cuore capace di perdono per sette o per settanta volte sette.
Alla fine sulle colonne dell’avere troveremo solo ciò che abbiamo perso per qualcuno.
La spiritualità vera è la capacità di godere con poco, e quel poco che hai di condividerlo con chi ha fame, sete, un sogno, o è solo; è il ritorno sereno alle piccole cose, alle persone, alla natura.
E al ringraziare.
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L’ALBA DELLA GRATUITÀ
DELL’AMORE SQUILIBRATO
E SENZA CALCOLI
Vorrei tanto essere
uno dei cinquemila,
quella sera, sul lago.
Li invidio, non per
il miracolo dei pani,
ma per la seduzione
che hanno provato,
più forte di ogni paura:
sono andati da Gesù,
ascoltano e vivono,
ascoltano e brucia il cuore,
ascoltano e risplende
la vita.
Stare con lui:
e quando scende la sera,
la notte e il deserto
profumano di pane.
Stare con lui:
e sentire che più vivo
di così non sarò mai.
I discepoli, uomini pratici,
dicono a Gesù:
“Congeda la folla,
perché vadano
a comprarsi da mangiare”.
Se non li congeda lui,
non se ne andranno spontaneamente.
Ma Gesù non li manda via,
non ha mai mandato via
nessuno.
È bello questo
preoccuparsi dei discepoli,
ma più bello è Gesù che
“prova compassione”.
Anzi, letteralmente,
preso alle viscere per loro
dice: “date loro voi stessi
da mangiare”.
I discepoli parlano
di comprare,
Gesù parla di dare.
Apre un altro modo
di essere:
dare senza calcolare,
dare senza chiedere,
generosamente,
gratuitamente,
per primi.
A noi,
che quotidianamente preghiamo:
“Dacci oggi il nostro pane”,
il Signore risponde:
“Voi date il vostro pane”.
“Dacci”, noi invochiamo.
“Donate”, ribatte lui.
Ci sono molti miracoli
in questo racconto:
il primo è quello della folla che, scesa ormai la notte nel deserto, non se ne va
e rimane con Gesù.
Il secondo sono
i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette nelle sue mani, fidandosi,
senza calcolare,
senza trattenere
qualcosa per sé.
È poco, ma è
tutta la sua cena.
Terzo miracolo: è poco,
eppure quel poco basta,
secondo una misteriosa
regola divina:
quando il «mio» pane
diventa il «nostro» pane,
il dono è seme di miracolo.
Infine il quarto:
la sovrabbondanza,
tipica di Dio:
“raccolsero gli avanzi
in dodici ceste”.
Una per ogni tribù,
una per ogni mese.
Tutti mangiano e
ne rimane per tutti,
e per sempre.
E hanno valore anche
gli avanzi,
le briciole,
il poco che sei,
il poco che sai fare,
il bicchiere d’acqua dato.
Nulla è troppo piccolo
di ciò che è donato
con tutto il cuore.
L’unico merito che
i cinquemila possono vantare, l’unico loro
diritto al pane è la fame.
Davanti a Dio mio vanto esclusivo è il bisogno.
“Di nulla mi vanterò se non
della mia debolezza”
(2 Cor 12, 5).
Davanti a Dio non c’è nulla
di meglio che essere nulla,
come l’aria davanti al sole,
come il polline nel vento
(Simone Weil),
nutrendo così la nostra
fame di sole e di pane,
di cielo e di mani
che conoscano il dono.
DELL’AMORE SQUILIBRATO
E SENZA CALCOLI
Vorrei tanto essere
uno dei cinquemila,
quella sera, sul lago.
Li invidio, non per
il miracolo dei pani,
ma per la seduzione
che hanno provato,
più forte di ogni paura:
sono andati da Gesù,
ascoltano e vivono,
ascoltano e brucia il cuore,
ascoltano e risplende
la vita.
Stare con lui:
e quando scende la sera,
la notte e il deserto
profumano di pane.
Stare con lui:
e sentire che più vivo
di così non sarò mai.
I discepoli, uomini pratici,
dicono a Gesù:
“Congeda la folla,
perché vadano
a comprarsi da mangiare”.
Se non li congeda lui,
non se ne andranno spontaneamente.
Ma Gesù non li manda via,
non ha mai mandato via
nessuno.
È bello questo
preoccuparsi dei discepoli,
ma più bello è Gesù che
“prova compassione”.
Anzi, letteralmente,
preso alle viscere per loro
dice: “date loro voi stessi
da mangiare”.
I discepoli parlano
di comprare,
Gesù parla di dare.
Apre un altro modo
di essere:
dare senza calcolare,
dare senza chiedere,
generosamente,
gratuitamente,
per primi.
A noi,
che quotidianamente preghiamo:
“Dacci oggi il nostro pane”,
il Signore risponde:
“Voi date il vostro pane”.
“Dacci”, noi invochiamo.
“Donate”, ribatte lui.
Ci sono molti miracoli
in questo racconto:
il primo è quello della folla che, scesa ormai la notte nel deserto, non se ne va
e rimane con Gesù.
Il secondo sono
i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette nelle sue mani, fidandosi,
senza calcolare,
senza trattenere
qualcosa per sé.
È poco, ma è
tutta la sua cena.
Terzo miracolo: è poco,
eppure quel poco basta,
secondo una misteriosa
regola divina:
quando il «mio» pane
diventa il «nostro» pane,
il dono è seme di miracolo.
Infine il quarto:
la sovrabbondanza,
tipica di Dio:
“raccolsero gli avanzi
in dodici ceste”.
Una per ogni tribù,
una per ogni mese.
Tutti mangiano e
ne rimane per tutti,
e per sempre.
E hanno valore anche
gli avanzi,
le briciole,
il poco che sei,
il poco che sai fare,
il bicchiere d’acqua dato.
Nulla è troppo piccolo
di ciò che è donato
con tutto il cuore.
L’unico merito che
i cinquemila possono vantare, l’unico loro
diritto al pane è la fame.
Davanti a Dio mio vanto esclusivo è il bisogno.
“Di nulla mi vanterò se non
della mia debolezza”
(2 Cor 12, 5).
Davanti a Dio non c’è nulla
di meglio che essere nulla,
come l’aria davanti al sole,
come il polline nel vento
(Simone Weil),
nutrendo così la nostra
fame di sole e di pane,
di cielo e di mani
che conoscano il dono.
❤36🔥9🥰5🍾1
MANO FORTE
CHE TI AFFERRA
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte,
poi voce sul vento e infine
mano forte che ti afferra.
Un crescendo, dentro
una liturgia di onde,
di tempesta, di buio.
È commovente
questo Gesù che passa
di incontro in incontro:
saluta i cinquemila
appena sfamati, uno a uno,
con le donne e i bambini;
profumato di abbracci
e di gioia, ora desidera
l'abbraccio del Padre e
sale sul monte a pregare.
Poi, verso l'alba,
sente il desiderio
di tornare dai suoi.
Di abbraccio in abbraccio:
così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia
di burrasca, di paure e
di miracoli che falliscono.
Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede:
se sei figlio di Dio,
comandami di venire a te
camminando sulle acque.
Venire a te,
bellissima richiesta.
Camminando sulle acque, richiesta infantile
di un prodigio fine
a se stesso,
esibizione di forza che
non ha di mira il bene
di nessuno. E infatti
il miracolo non va
a buon fine.
Pietro scende dalla barca,
comincia a camminare
sulle acque, ma
in quel preciso momento,
proprio mentre vede, sente,
tocca il miracolo, comincia
a dubitare e ad affondare.
Uomo di poca fede
perché hai dubitato?
Pietro è uomo di poca fede
non perché dubita
del miracolo, ma proprio
in quanto lo cerca.
I miracoli non servono
alla fede. Infatti Dio
non si impone mai,
si propone.
I miracoli invece
si impongono e non convertono.
Lo mostra Pietro stesso:
fa passi di miracolo sull'acqua, eppure
proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine
del prodigio sotto
i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede
va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda
al Signore e alla sua parola: Vieni!
può camminare sul mare.
Quando guarda
a se stesso, alle difficoltà,
alle onde, alle crisi,
si blocca nel dubbio.
Così accade sempre.
Se noi guardiamo
al Signore e alla sua Parola,
se abbiamo occhi
che puntano in alto,
se mettiamo in primo piano progetti buoni,
noi avanziamo.
Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita,
i progetti danno ordini
al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà,
se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie,
se guardiamo ai nostri complessi,
ai fallimenti di ieri,
ai peccati che ricorrono,
iniziamo la discesa
nel buio.
Ringrazio Pietro per questo
suo intrecciare fede
e dubbio; per questo
suo oscillare
fra miracoli e abissi.
Pietro, dentro il miracolo,
dubita: Signore affondo;
dentro il dubitare, crede:
Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili.
A contendersi
in vicenda perenne
il cuore umano.
Ora so che qualsiasi
mio affondamento
può essere redento
da una invocazione
gridata nella notte,
gridata nella tempesta
come Pietro,
dalla croce come
il ladro morente.
CHE TI AFFERRA
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte,
poi voce sul vento e infine
mano forte che ti afferra.
Un crescendo, dentro
una liturgia di onde,
di tempesta, di buio.
È commovente
questo Gesù che passa
di incontro in incontro:
saluta i cinquemila
appena sfamati, uno a uno,
con le donne e i bambini;
profumato di abbracci
e di gioia, ora desidera
l'abbraccio del Padre e
sale sul monte a pregare.
Poi, verso l'alba,
sente il desiderio
di tornare dai suoi.
Di abbraccio in abbraccio:
così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia
di burrasca, di paure e
di miracoli che falliscono.
Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede:
se sei figlio di Dio,
comandami di venire a te
camminando sulle acque.
Venire a te,
bellissima richiesta.
Camminando sulle acque, richiesta infantile
di un prodigio fine
a se stesso,
esibizione di forza che
non ha di mira il bene
di nessuno. E infatti
il miracolo non va
a buon fine.
Pietro scende dalla barca,
comincia a camminare
sulle acque, ma
in quel preciso momento,
proprio mentre vede, sente,
tocca il miracolo, comincia
a dubitare e ad affondare.
Uomo di poca fede
perché hai dubitato?
Pietro è uomo di poca fede
non perché dubita
del miracolo, ma proprio
in quanto lo cerca.
I miracoli non servono
alla fede. Infatti Dio
non si impone mai,
si propone.
I miracoli invece
si impongono e non convertono.
Lo mostra Pietro stesso:
fa passi di miracolo sull'acqua, eppure
proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine
del prodigio sotto
i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede
va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda
al Signore e alla sua parola: Vieni!
può camminare sul mare.
Quando guarda
a se stesso, alle difficoltà,
alle onde, alle crisi,
si blocca nel dubbio.
Così accade sempre.
Se noi guardiamo
al Signore e alla sua Parola,
se abbiamo occhi
che puntano in alto,
se mettiamo in primo piano progetti buoni,
noi avanziamo.
Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita,
i progetti danno ordini
al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà,
se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie,
se guardiamo ai nostri complessi,
ai fallimenti di ieri,
ai peccati che ricorrono,
iniziamo la discesa
nel buio.
Ringrazio Pietro per questo
suo intrecciare fede
e dubbio; per questo
suo oscillare
fra miracoli e abissi.
Pietro, dentro il miracolo,
dubita: Signore affondo;
dentro il dubitare, crede:
Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili.
A contendersi
in vicenda perenne
il cuore umano.
Ora so che qualsiasi
mio affondamento
può essere redento
da una invocazione
gridata nella notte,
gridata nella tempesta
come Pietro,
dalla croce come
il ladro morente.
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LECH LECHÀ
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
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CHI SEI TU?
CHI SONO IO?
Ma perché
io gli vado dietro?
Per essere felice!
Per una vita piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove gli altri
problemi vengono dopo.
Ogni anno, alla fine
dell’estate, ritorna
questa bellissima
domanda di Gesù.
Ogni anno con
un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti, attorno,
in alto. Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso,
bellissimo:
Pietro, adesso sono io
che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno
di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro
aiutato da Gesù
a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e
focoso, quella parte di sé
di cui si vergognava,
sarebbe poi servita
al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo
come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro
ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio:
perdonare,
trasfigurare il dolore,
calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che
trasformano il mondo.
Sono forse anch’io
una piccola roccia?
Sono forse solo
un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla
qualcosa che serva
a qualcuno.
E come Pietro ancora
e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi
che io vada, se non da te?
CHI SONO IO?
Ma perché
io gli vado dietro?
Per essere felice!
Per una vita piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti,
attorno, in alto.
Una vita dove gli altri
problemi vengono dopo.
Ogni anno, alla fine
dell’estate, ritorna
questa bellissima
domanda di Gesù.
Ogni anno con
un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord,
ai piedi dell’Ermon,
nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme,
in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi,
in quello che sembra
quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi
che allarga i cuori, che sei
uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco,
come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e
bocca dei poveri.
Ma questo non è
che il preludio di ciò che
davvero importa sapere
al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo
passati in giro con Gesù
il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me
da anni, voi amici
che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che
mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre
chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo
quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io
gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa, vibrante;
lanciata in avanti, attorno,
in alto. Una vita dove
gli altri problemi
vengono dopo.
Gesù non ha bisogno
della risposta mia o
di Pietro per sapere
se è più bravo
degli altri rabbini,
lui vuole sapere
se siamo innamorati,
se gli abbiamo aperto
il cuore.
Tu, Signore, sei uno
che inquieta e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi
amarti senza sentire
una mano dentro
prenderci le viscere.
Gesù non era
l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono e
l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso,
bellissimo:
Pietro, adesso sono io
che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno
di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro
aiutato da Gesù
a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e
focoso, quella parte di sé
di cui si vergognava,
sarebbe poi servita
al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo
come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro
ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio:
perdonare,
trasfigurare il dolore,
calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che
trasformano il mondo.
Sono forse anch’io
una piccola roccia?
Sono forse solo
un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla
qualcosa che serva
a qualcuno.
E come Pietro ancora
e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi
che io vada, se non da te?
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SE VUOI….
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono
da vertigine.
La prima:
rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso
se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare
sempre solo a te stesso,
di girarti attorno.
Il nostro segreto
non è in noi,
è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te,
ma non per te».
Perché chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
La seconda condizione:
prendere la propria croce,
e accompagnarlo
fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide
il grembo di madre terra.
Immagine che abita
gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti,
incroci, campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi
come sinonimo
di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte
e lui sa che a quell'esito
lo conduce
la sua passione per Dio
e per l'uomo,
passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa
della mia vita.
Di lui, il coraggioso
che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti
a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia
dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero
che si commuove
per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che
mai è entrato nei palazzi dei potenti
se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto
nessuna battaglia e
ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi
e patire insieme.
Perché «dove metti
il tuo cuore là troverai
anche le tue ferite»
(F. Fiorillo).
Se vuoi venire
dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia:
basta con Dio,
ho chiuso con lui,
è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua,
come il profeta:
nel mio cuore c'era
come un fuoco,
mi sforzavo di contenerlo
ma non potevo.
Senza questo fuoco
(roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche
guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
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L’amico comune
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
passa ancora,
cammina fra noi,
fra le tende
dell'accampamento umano.
Ha ancora
Vangelo da portare,
liberazione da portare,
uomini e donne
da formare,
da trasformare.
E inizia il suo incontro
con noi, con me,
con la stessa
prima domanda rivolta
ai primi discepoli di allora.
Che cosa cercate?
Tu cosa cerchi?
Questa nuda domanda
è parola di Dio,
lo è prima di qualsiasi
nostra risposta,
a prescindere
da ciò che noi diremo.
Le domande
sono la modalità
con cui Dio ci parla,
con cui ci educa
alla fede.
Che cosa cercate?
è la prima di tutte le 217 domande del Vangelo,
come una parola
che entra in noi
e lavora in noi.
https://youtu.be/eFIa5q4_JWU?si=jI4MwbgFG6s721K6
YouTube
Che cosa cercate?
Le domande vitali del Vangelo.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
Siamo così cercati d'oro
nati dal soffio dello spirito,
rabdomanti della bellezza e della bontà
e della verità che c'è in ogni creatura.
Siamo cercatori e trovatori
con un pizzico di poesia.
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IN FONDO AD OGNI NOTTE
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
TI ATTENDE UN ABBRACCIO
Nessuno dei protagonisti
della parabola delle dieci vergini fa una bella figura:
lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi
tutte le ragazze;
le cinque stolte
non hanno pensato
a un po’ d’olio di riserva;
le sagge si rifiutano
di aiutare le compagne;
il padrone chiude la porta di casa,
cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava
alle nozze, entrava e usciva
dalla casa in festa.
Eppure è bello
questo racconto,
mi piace l’affermazione che
il Regno di Dio è simile
a dieci ragazze che
sfidano la notte, armate
solo di un po’ di luce.
Di quasi niente.
Per andare incontro a qualcuno.
Il Regno dei cieli,
il mondo come Dio
lo sogna,
è simile a chi va incontro,
è simile a dieci
piccole luci nella notte,
a gente coraggiosa
che si mette per strada
e osa sfidare il buio e
il ritardo del sogno; e
che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno,
«uno sposo»,
un po’ d’amore dalla vita,
lo splendore
di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
Ma qui cominciano i problemi.
Tutte si addormentarono,
le stolte e le sagge.
Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti
a momenti di abbandono,
a sonnolenza,
forse a mollare.
La parabola allora ci conforta: verrà sempre
una voce a risvegliarci,
Dio è un risvegliatore
di vite.
Non importa se ti addormenti, se sei stanco,
se l’attesa è lunga e
la fede sembra appassire.
Verrà una voce,
verrà nel colmo della notte,
proprio quando ti parrà
di non farcela più, e allora «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).
Il punto di svolta
del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce.
Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa:
una vita spenta,
una vita accesa.
Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto
è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita.
Io non sono la forza della mia volontà, non sono
la mia capacità di resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda,
di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti,
a consolarmi dicendo che di me non è stanca,
a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci.
A me serve un piccolo vaso d’olio.
Il Vangelo non dice
in che cosa consista quell’olio misterioso.
Forse è quell’ansia,
quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte.
La voglia di varcare distanze,
rompere solitudini,
inventare comunioni.
E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio
mi invita alle nozze
con lui.
Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo
ad ogni notte ti attende
un abbraccio.
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IL PRIVILEGIO
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
“E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
Lc 12,32-48
Il vangelo ambienta
le tre parabole nella notte,
nel buio intaccato solo
da una piccola lanterna,
che racconta un’atmosfera
di fatica, di oscuro,di paure,
ma anche di non resa.
Qualsiasi sia la tua paura,
della malattia,
di crisi geopolitiche,
delle chiese svuotate,
delle guerre,
dei legami che si spezzano,
del cambiamento climatico:
Non avere paura,
piccolo gregge!
Anche alla piccola Maria
l'angelo dirà:
Non temere
questo Signore che
si nasconde dietro la carne
di un piccolo bambino.
Non temere il suo
l’amore disarmato
e sottovoce.
Essere piccoli
è un privilegio,
agli occhi di Dio.
E proprio a questi Gesù ripete: non temere.
Il contrario della paura
non è il coraggio
ma la fede.
Come Abramo,
che per fede è partito.
Non era in una situazione precaria. Aveva greggi,
armenti, una famiglia
e una moglie,
faceva parte
di clan potente,
ma non era soddisfatto.
Eppure mancava qualcosa.
Inizia così la chiamata.
Il termine ebraico è
lech lechà
vattene dalla tua terra.
Ma anche:
vai verso te stesso,
torna da te,
vivi secondo i tuoi sogni,
viaggia verso di te,
diventa te stesso.
Per fede Abramo,
per fede Sara,
per fede anch’io:
lech lechà,
torna a te stesso,
ritorna al cuore,
con il coraggio di cercare,
di sciogliere le vele,
di partire,
di abitare la vita da desto,
pronto a vegliare su
ogni germoglio che nasce.
Primo tempo della parabola: il padrone se ne va
e ti affida tutto:
le chiavi, la gente
e i beni di casa.
Dio è il grande assente,
che crea e poi si ritira.
Un padre vero.
La sua assenza ci pesa,
ma è la vera garanzia
della nostra libertà.
Se Dio fosse qui,
visibile e incombente,
chi si muoverebbe più?
Un Dio che si impone
sarà anche obbedito,
ma non sarà mai amato
dai liberi figli che noi siamo.
Secondo momento: nella notte i servi vegliano,
con le vesti da lavoro
e la lucerna accesa.
Anche se è notte, tu vigila e lavora per la tua famiglia,
la porzione di mondo affidata a te,
la madre terra.
Con quello che hai,
meglio che puoi.
Accendere una piccola lampada vale più di cento imprecazioni contro il buio.
Arriva il terzo momento. “E se giungendo prima dell'alba,
il padrone li troverà svegli”...
“Se”. Non è sicuro,
non è un obbligo, è di più;
non un dovere ma
la garanzia di uno stupore:
Beati loro! Perché
Dio è rimasto incantato.
E mi immagino
il volto sorridente del padrone
a quella scoperta.
E li farà mettere a tavola,
si cingerà le vesti,
e passerà a servirli.
Il punto sublime
del racconto è questo: quando
accade l’impensabile e
il padrone si fa servitore
dei suoi servi.
Fantasia di Dio!
I servi sono signori.
E il Signore è servo.
Questo sarà il Signore
che io servirò, perché
è l’unico che si è fatto
mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro,
là corre il tuo cuore.
Mio tesoro è un Dio
pastore di costellazioni
e di piccolissimi greggi,
che chiude
le porte della notte
e apre quelle della luce.
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