Solo Lui poteva,
nei sette demoni
di Maddalena,
intuire due angeli futuri.
https://youtu.be/Z9UN7YEH2lg
nei sette demoni
di Maddalena,
intuire due angeli futuri.
https://youtu.be/Z9UN7YEH2lg
YouTube
Maria di Magdala
Intervento di p. Ermes Ronchi a Torino-spiritualità 2024 il 27 settembre.
❤20🔥7
PAROLE PROFUMATE
DI SOLE E DI SUDORE
Una vite e un vignaiolo:
cosa c’è di più semplice
e familiare?
Una pianta con i tralci
carichi di grappoli;
un contadino che la cura
con le mani
che conoscono la terra
e la corteccia:
mi incanta questo ritratto che Gesù fa di sé,
di noi e del Padre.
Dice Dio
con le semplici parole
della vita e del lavoro,
parole profumate di sole
e di sudore.
Non posso avere paura
di un Dio così, che
mi lavora con tutto
il suo impegno,
perché io mi gonfi
di frutti succosi,
frutti di festa e di gioia.
Un Dio che
mi sta addosso,
mi tocca,
mi conduce,
mi pota.
Un Dio che mi vuole lussureggiante.
Non puoi avere paura
di un Dio così,
ma solo sorrisi.
Io sono la vite,
quella vera.
Cristo vite,
io tralcio.
Io e lui,
la stessa cosa,
stessa pianta,
stessa vita,
unica radice,
una sola linfa.
Novità appassionata.
Gesù afferma
qualcosa di rivoluzionario:
Io la vite, voi i tralci.
Siamo prolungamento
di quel ceppo,
siamo composti
della stessa materia, come
scintille di un braciere,
come gocce dell’oceano,
come il respiro nell’aria.
Gesù-vite spinge
incessantemente la linfa
verso l’ultimo mio tralcio,
verso l’ultima gemma,
che io dorma o vegli,
e non dipende da me,
dipende da lui.
E io succhio da lui vita dolcissima e forte.
Dio che mi scorri dentro,
che mi vuoi più vivo
e più fecondo.
Quale tralcio desidererebbe
staccarsi dalla pianta?
Perché mai vorrebbe
desiderare la morte?
E il mio padre
è il vignaiolo:
un Dio contadino,
che si dà da fare
attorno a me,
non impugna lo scettro
ma la zappa,
non siede sul trono
ma sul muretto
della mia vigna.
A contemplarmi.
Con occhi belli
di speranza.
Ogni tralcio
che porta frutto
lo pota
perché porti più frutto.
Potare la vite
non significa amputare, bensì togliere il superfluo
e dare forza.
Ha lo scopo di
eliminare il vecchio
e far nascere il nuovo.
Qualsiasi contadino lo sa:
la potatura è un dono
per la pianta.
Così il mio Dio contadino
mi lavora,
con un solo obiettivo:
la fioritura
di tutto ciò che
di più bello e promettente
pulsa in me.
Tra il ceppo e i tralci
della vite,
la comunione
è data dalla linfa
che sale e si diffonde
fino all’ultima punta
dell’ultima foglia.
C’è un amore che sale
nel mondo,
che circola
lungo i ceppi
di tutte le vigne,
nei filari
di tutte le esistenze,
un amore
che si arrampica e
irrora ogni fibra.
E l’ho percepito tante volte
nelle stagioni
del mio inverno,
nei giorni
del mio scontento.
L’ho visto aprire esistenze che sembravano finite,
far ripartire famiglie
che sembravano distrutte.
E perfino le mie spine
ha fatto rifiorire.
“Siamo immersi
in un oceano d’amore
e non ce ne rendiamo conto”
(G. Vannucci)
In una sorgente
inesauribile, a cui
puoi sempre attingere,
e che non verrà mai meno.
DI SOLE E DI SUDORE
Una vite e un vignaiolo:
cosa c’è di più semplice
e familiare?
Una pianta con i tralci
carichi di grappoli;
un contadino che la cura
con le mani
che conoscono la terra
e la corteccia:
mi incanta questo ritratto che Gesù fa di sé,
di noi e del Padre.
Dice Dio
con le semplici parole
della vita e del lavoro,
parole profumate di sole
e di sudore.
Non posso avere paura
di un Dio così, che
mi lavora con tutto
il suo impegno,
perché io mi gonfi
di frutti succosi,
frutti di festa e di gioia.
Un Dio che
mi sta addosso,
mi tocca,
mi conduce,
mi pota.
Un Dio che mi vuole lussureggiante.
Non puoi avere paura
di un Dio così,
ma solo sorrisi.
Io sono la vite,
quella vera.
Cristo vite,
io tralcio.
Io e lui,
la stessa cosa,
stessa pianta,
stessa vita,
unica radice,
una sola linfa.
Novità appassionata.
Gesù afferma
qualcosa di rivoluzionario:
Io la vite, voi i tralci.
Siamo prolungamento
di quel ceppo,
siamo composti
della stessa materia, come
scintille di un braciere,
come gocce dell’oceano,
come il respiro nell’aria.
Gesù-vite spinge
incessantemente la linfa
verso l’ultimo mio tralcio,
verso l’ultima gemma,
che io dorma o vegli,
e non dipende da me,
dipende da lui.
E io succhio da lui vita dolcissima e forte.
Dio che mi scorri dentro,
che mi vuoi più vivo
e più fecondo.
Quale tralcio desidererebbe
staccarsi dalla pianta?
Perché mai vorrebbe
desiderare la morte?
E il mio padre
è il vignaiolo:
un Dio contadino,
che si dà da fare
attorno a me,
non impugna lo scettro
ma la zappa,
non siede sul trono
ma sul muretto
della mia vigna.
A contemplarmi.
Con occhi belli
di speranza.
Ogni tralcio
che porta frutto
lo pota
perché porti più frutto.
Potare la vite
non significa amputare, bensì togliere il superfluo
e dare forza.
Ha lo scopo di
eliminare il vecchio
e far nascere il nuovo.
Qualsiasi contadino lo sa:
la potatura è un dono
per la pianta.
Così il mio Dio contadino
mi lavora,
con un solo obiettivo:
la fioritura
di tutto ciò che
di più bello e promettente
pulsa in me.
Tra il ceppo e i tralci
della vite,
la comunione
è data dalla linfa
che sale e si diffonde
fino all’ultima punta
dell’ultima foglia.
C’è un amore che sale
nel mondo,
che circola
lungo i ceppi
di tutte le vigne,
nei filari
di tutte le esistenze,
un amore
che si arrampica e
irrora ogni fibra.
E l’ho percepito tante volte
nelle stagioni
del mio inverno,
nei giorni
del mio scontento.
L’ho visto aprire esistenze che sembravano finite,
far ripartire famiglie
che sembravano distrutte.
E perfino le mie spine
ha fatto rifiorire.
“Siamo immersi
in un oceano d’amore
e non ce ne rendiamo conto”
(G. Vannucci)
In una sorgente
inesauribile, a cui
puoi sempre attingere,
e che non verrà mai meno.
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TUTTI A SERVIZIO
DI TUTTI
“Di’ che questi
miei due figli siedano
uno alla tua destra
e uno alla tua sinistra
nel tuo regno”.
Ed ecco ancora una volta
tutta la pedagogia di Gesù,
paziente e luminosa.
Invece di arrabbiarsi
o di scoraggiarsi,
il Maestro riprende
ad argomentare,
a spiegare il suo sogno
di un mondo nuovo.
“Non sapete quello
che chiedete!”
Non capite quali corde oscure andate a toccare con questa domanda, quale povero cuore,
quale povero mondo
nasce da queste fame
di potere.
E la dimostrazione arriva immediatamente:
gli altri dieci apostoli
hanno sentito
e si indignano,
si ribellano,
unanimi nella gelosia, accomunati dalla stessa competizione
per essere i primi.
Adesso non solo i due figli
di Zebedeo
(i boanerghes,
i figli del tuono,
irruenti e autoritari come
indica il loro soprannome), ma tutti e dodici
vengono chiamati
di nuovo da Gesù,
chiamati vicino.
E spalanca loro
l'alternativa cristiana:
tra voi non sia così.
I grandi della terra
dominano sugli altri,
si impongono...
Tra voi non così!
Credono di governare
con la forza...
tra voi non è così!
Gesù prende le radici
del potere e le capovolge
al sole e all'aria:
Chi vuole diventare grande tra voi
sia il servitore di tutti.
Servizio, il nome difficile dell'amore grande.
Ma che è anche
il nome nuovo, il nome segreto della civiltà.
Anzi, è il nome di Dio.
Come assicura Gesù:
Non sono venuto
per procurarmi dei servi,
ma per essere io il servo.
La più sorprendente,
la più rivoluzionaria di tutte
le autodefinizioni di Gesù.
Parole che danno
una vertigine:
Dio mio servitore!
Vanno a pezzi le vecchie
idee su Dio e sull'uomo:
Dio non è il padrone e
signore dell'universo
al cui trono inginocchiarsi
tremando, ma
è Lui che si inginocchia
ai piedi di ogni suo figlio,
si cinge un asciugamano
e lava i piedi,
e fascia le ferite.
Se Dio è nostro servitore,
chi sarà nostro padrone?
L'unico modo perché
non ci siano più padroni è
essere tutti a servizio
di tutti.
E questo non come riserva di viltà, ma come moltiplicazione di coraggio.
Gesù infatti non convoca uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi.
Belli della bellezza
di un Dio con le mani
impigliate nel folto
della vita,
custode che veglia,
con combattiva tenerezza, su tutto ciò che fiorisce sotto il suo sole.
DI TUTTI
“Di’ che questi
miei due figli siedano
uno alla tua destra
e uno alla tua sinistra
nel tuo regno”.
Ed ecco ancora una volta
tutta la pedagogia di Gesù,
paziente e luminosa.
Invece di arrabbiarsi
o di scoraggiarsi,
il Maestro riprende
ad argomentare,
a spiegare il suo sogno
di un mondo nuovo.
“Non sapete quello
che chiedete!”
Non capite quali corde oscure andate a toccare con questa domanda, quale povero cuore,
quale povero mondo
nasce da queste fame
di potere.
E la dimostrazione arriva immediatamente:
gli altri dieci apostoli
hanno sentito
e si indignano,
si ribellano,
unanimi nella gelosia, accomunati dalla stessa competizione
per essere i primi.
Adesso non solo i due figli
di Zebedeo
(i boanerghes,
i figli del tuono,
irruenti e autoritari come
indica il loro soprannome), ma tutti e dodici
vengono chiamati
di nuovo da Gesù,
chiamati vicino.
E spalanca loro
l'alternativa cristiana:
tra voi non sia così.
I grandi della terra
dominano sugli altri,
si impongono...
Tra voi non così!
Credono di governare
con la forza...
tra voi non è così!
Gesù prende le radici
del potere e le capovolge
al sole e all'aria:
Chi vuole diventare grande tra voi
sia il servitore di tutti.
Servizio, il nome difficile dell'amore grande.
Ma che è anche
il nome nuovo, il nome segreto della civiltà.
Anzi, è il nome di Dio.
Come assicura Gesù:
Non sono venuto
per procurarmi dei servi,
ma per essere io il servo.
La più sorprendente,
la più rivoluzionaria di tutte
le autodefinizioni di Gesù.
Parole che danno
una vertigine:
Dio mio servitore!
Vanno a pezzi le vecchie
idee su Dio e sull'uomo:
Dio non è il padrone e
signore dell'universo
al cui trono inginocchiarsi
tremando, ma
è Lui che si inginocchia
ai piedi di ogni suo figlio,
si cinge un asciugamano
e lava i piedi,
e fascia le ferite.
Se Dio è nostro servitore,
chi sarà nostro padrone?
L'unico modo perché
non ci siano più padroni è
essere tutti a servizio
di tutti.
E questo non come riserva di viltà, ma come moltiplicazione di coraggio.
Gesù infatti non convoca uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi.
Belli della bellezza
di un Dio con le mani
impigliate nel folto
della vita,
custode che veglia,
con combattiva tenerezza, su tutto ciò che fiorisce sotto il suo sole.
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Preoccupiamoci
di coltivare
una venerazione
profonda
per tutte le forze
che Dio ci consegna:
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
di coltivare
una venerazione
profonda
per tutte le forze
che Dio ci consegna:
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
YouTube
Oltre la zizzania: da occhi d'ombra a occhi di mattino
Abbi venerazione per tutte le energie positive,
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
❤26🙏2
*DALLO SGUARDO GIUDICANTE A QUELLO ABBRACCIANTE*
Una parabola leggera
e potente che, accolta,
può cambiare
il nostro rapporto con Dio, portandoci
dal negativo al positivo,
dallo sguardo giudicante
a quello abbracciante,
da occhi d'ombra
a occhi di mattino.
È successo anche a me,
tanti anni fa:
mi ha fatto uscire
dalla fede intesa come
un'aula di tribunale, e
mi sono felicemente perso
in un campo di grano.
Questione di sguardo:
gli occhi dei servi si fissano
sulla zizzania, sul negativo,
quelli del padrone
riposano sul buon grano.
Questione di priorità:
vuoi che andiamo
a strapparla via?
La risposta è netta:
no, perché mettete
a rischio il grano,
che viene prima
e vale di più.
Questione di metodo:
vuoi che sradichiamo?
Il Dio dalla pazienza contadina
usa altri modi.
Lui non è distruttivo,
semina;
non distrugge,
crea.
La voce dell'istinto
mi suggerisce di seguire
il modo dei servi:
sradica subito i tuoi difetti,
il puerile, sbagliato, immaturo, difettoso
che è in te.
Strappa e starai bene.
Il Vangelo parla
con un’altra voce:
abbi pazienza,
non avere fretta,
non demolire!
Tu non sei i tuoi difetti,
ma le tue maturazioni.
Non coincidi
con la zizzania
che hai nel cuore, ma
con le tue spighe buone.
Abbi venerazione
per tutte le energie positive,
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia che
Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano
in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
Il padrone del campo
è un grande:
non teme che
la zizzania prevalga,
ha fiducia che
sarà il grano a vincere.
Non si consulta con le sue paure ma con i sogni:
il grano che arriva
ad altezza del cuore,
profumo di pane
sulla tavola,
profezia di fame saziata.
Prospettiva solare,
fiduciosa, divina:
il male non revoca il bene;
è invece il bene
che revoca il male
nella tua vita.
Dobbiamo agire
verso noi stessi come Dio
verso la creazione:
per vincere il buio
della notte accende
ogni giorno il suo mattino.
Per vincere l'inverno
invia il sole della primavera;
per far fiorire la steppa
fa volare nell'aria milioni
di semi.
Così il nostro spirito
è capace di cose grandi
soltanto se ha forti
passioni positive, non
grandi reazioni istintive.
Ciascuno di noi
può adottare
verso il campo del cuore
questo sguardo positivo
e vitale,
liberandosi dai falsi esami
di coscienza negativi.
La nostra coscienza matura, chiara e sincera
deve mettere a fuoco
non tanto i difetti, ma
il bene e il bello che
è stato seminato in noi.
Poi, il nostro lavoro
religioso di fondo sarà
far maturare,
in noi e negli altri,
i semi divini,
i talenti, le potenzialità,
i germi di cielo.
Facciamo che erompano
in tutta la loro potenza,
in tutta la loro bellezza e
vedremo le forze buone spingere la notte più in là.
Una parabola leggera
e potente che, accolta,
può cambiare
il nostro rapporto con Dio, portandoci
dal negativo al positivo,
dallo sguardo giudicante
a quello abbracciante,
da occhi d'ombra
a occhi di mattino.
È successo anche a me,
tanti anni fa:
mi ha fatto uscire
dalla fede intesa come
un'aula di tribunale, e
mi sono felicemente perso
in un campo di grano.
Questione di sguardo:
gli occhi dei servi si fissano
sulla zizzania, sul negativo,
quelli del padrone
riposano sul buon grano.
Questione di priorità:
vuoi che andiamo
a strapparla via?
La risposta è netta:
no, perché mettete
a rischio il grano,
che viene prima
e vale di più.
Questione di metodo:
vuoi che sradichiamo?
Il Dio dalla pazienza contadina
usa altri modi.
Lui non è distruttivo,
semina;
non distrugge,
crea.
La voce dell'istinto
mi suggerisce di seguire
il modo dei servi:
sradica subito i tuoi difetti,
il puerile, sbagliato, immaturo, difettoso
che è in te.
Strappa e starai bene.
Il Vangelo parla
con un’altra voce:
abbi pazienza,
non avere fretta,
non demolire!
Tu non sei i tuoi difetti,
ma le tue maturazioni.
Non coincidi
con la zizzania
che hai nel cuore, ma
con le tue spighe buone.
Abbi venerazione
per tutte le energie positive,
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia che
Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano
in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
Il padrone del campo
è un grande:
non teme che
la zizzania prevalga,
ha fiducia che
sarà il grano a vincere.
Non si consulta con le sue paure ma con i sogni:
il grano che arriva
ad altezza del cuore,
profumo di pane
sulla tavola,
profezia di fame saziata.
Prospettiva solare,
fiduciosa, divina:
il male non revoca il bene;
è invece il bene
che revoca il male
nella tua vita.
Dobbiamo agire
verso noi stessi come Dio
verso la creazione:
per vincere il buio
della notte accende
ogni giorno il suo mattino.
Per vincere l'inverno
invia il sole della primavera;
per far fiorire la steppa
fa volare nell'aria milioni
di semi.
Così il nostro spirito
è capace di cose grandi
soltanto se ha forti
passioni positive, non
grandi reazioni istintive.
Ciascuno di noi
può adottare
verso il campo del cuore
questo sguardo positivo
e vitale,
liberandosi dai falsi esami
di coscienza negativi.
La nostra coscienza matura, chiara e sincera
deve mettere a fuoco
non tanto i difetti, ma
il bene e il bello che
è stato seminato in noi.
Poi, il nostro lavoro
religioso di fondo sarà
far maturare,
in noi e negli altri,
i semi divini,
i talenti, le potenzialità,
i germi di cielo.
Facciamo che erompano
in tutta la loro potenza,
in tutta la loro bellezza e
vedremo le forze buone spingere la notte più in là.
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UN DIO CHE SA
DI ABBRACCI E DI CASA
Lc 11, 1-13
“Signore,
insegnaci a pregare!”
Pregare è cosa
che si impara.
I dodici sapevano
lo shemà israel
e le diciotto benedizioni,
ma sono affascinati
da come Gesù si pone
davanti a Colui
che chiama “Abbà”.
“Nella moltitudine
delle preghiere giudaiche
non si trova
un solo esempio
della parola “Abbà”
riferita a Dio” (J.Jeremias).
Che è, nel dialetto di casa,
nella lingua del cuore,
la parola dei bambini
per dire ‘padre’.
Un Dio che sa
di abbracci e di casa.
La preghiera che Gesù insegna
è un dittico che si apre,
un libro spalancato
su due facciate.
Nella prima
l’uomo si interessa
delle cose di Dio,
nella seconda
è Dio che si interessa
di quelle dell’uomo.
Gesù ci chiede di
interessarci di Dio
perché anche lui
è povero,
gli manca qualcosa,
forse l’ultima pecora
o gli manco io.
Il Padre Nostro intreccia
Dio con noi
come quando intrecci
due funicelle che
diventano una corda sola,
una fune fortissima.
Così Dio intreccia
il suo respiro con il mio,
la sua vita con la mia.
Il Padre nostro non dice mai
‘io’ o ‘mio’, ma
sempre ‘tu, tuo e nostro’.
Come la parabola dell’amico
che bussa di notte
alla porta dell’amico,
e chiede pane
per un terzo amico
che è giunto ed ha fame.
Il pane per me
è un fatto materiale,
il pane per mio fratello
è un fatto spirituale.
Una storia di amicizia e di pane ci insegna a pregare!
“Amico prestami tre pani
perché è arrivato un amico”.
Anche noi siamo così,
povera gente ricca solo di amici.
Che per amicizia trova
il coraggio di uscire nella notte,
di bussare a porte chiuse,
guidata dalla bussola del cuore.
Il terzo amico,
quello che di notte arriva
inatteso, carico di fame
e di stanchezze,
rappresenta tutti quelli che,
anche senza parole,
mi hanno chiesto aiuto.
La preghiera è lasciarsi raggiungere dalla vita,
è ospitalità della vita.
Bisogna essere molto vivi
per pregare bene,
avere il cuore pieno
di volti e di nomi.
Apri la porta e ti accorgi
di non avere né pane,
né olio, né forze sufficienti,
e allora vai alla sorgente
anche se è notte,
perché sai la strada
e la sorgente
non verrà mai meno.
Da duemila anni
ripetiamo il Padre Nostro
e il pane continua a mancare; eppure sulla terra c’è tanto pane che basterebbe per tutti;
manca a molti a causa dell’avidità o della volontà
di morte di pochi.
E ci sono luoghi,
Gaza e non solo,
dove si muore uscendo
a cercare il pane,
l’esatto contrario della parabola.
Abbiamo anche
tanto pregato per la pace
e la pace non è venuta.
Ma Dio esaudisce
le nostre preghiere?
“Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse” (D. Bonhoeffer):
non vi lascio soli,
non sarete mai abbandonati,
farete cose che
meritano di non morire.
Pregare è come respirare.
Perché respiri?
Semplice: per vivere!
Prego perché
senza il respiro del cielo
la terra muore.
DI ABBRACCI E DI CASA
Lc 11, 1-13
“Signore,
insegnaci a pregare!”
Pregare è cosa
che si impara.
I dodici sapevano
lo shemà israel
e le diciotto benedizioni,
ma sono affascinati
da come Gesù si pone
davanti a Colui
che chiama “Abbà”.
“Nella moltitudine
delle preghiere giudaiche
non si trova
un solo esempio
della parola “Abbà”
riferita a Dio” (J.Jeremias).
Che è, nel dialetto di casa,
nella lingua del cuore,
la parola dei bambini
per dire ‘padre’.
Un Dio che sa
di abbracci e di casa.
La preghiera che Gesù insegna
è un dittico che si apre,
un libro spalancato
su due facciate.
Nella prima
l’uomo si interessa
delle cose di Dio,
nella seconda
è Dio che si interessa
di quelle dell’uomo.
Gesù ci chiede di
interessarci di Dio
perché anche lui
è povero,
gli manca qualcosa,
forse l’ultima pecora
o gli manco io.
Il Padre Nostro intreccia
Dio con noi
come quando intrecci
due funicelle che
diventano una corda sola,
una fune fortissima.
Così Dio intreccia
il suo respiro con il mio,
la sua vita con la mia.
Il Padre nostro non dice mai
‘io’ o ‘mio’, ma
sempre ‘tu, tuo e nostro’.
Come la parabola dell’amico
che bussa di notte
alla porta dell’amico,
e chiede pane
per un terzo amico
che è giunto ed ha fame.
Il pane per me
è un fatto materiale,
il pane per mio fratello
è un fatto spirituale.
Una storia di amicizia e di pane ci insegna a pregare!
“Amico prestami tre pani
perché è arrivato un amico”.
Anche noi siamo così,
povera gente ricca solo di amici.
Che per amicizia trova
il coraggio di uscire nella notte,
di bussare a porte chiuse,
guidata dalla bussola del cuore.
Il terzo amico,
quello che di notte arriva
inatteso, carico di fame
e di stanchezze,
rappresenta tutti quelli che,
anche senza parole,
mi hanno chiesto aiuto.
La preghiera è lasciarsi raggiungere dalla vita,
è ospitalità della vita.
Bisogna essere molto vivi
per pregare bene,
avere il cuore pieno
di volti e di nomi.
Apri la porta e ti accorgi
di non avere né pane,
né olio, né forze sufficienti,
e allora vai alla sorgente
anche se è notte,
perché sai la strada
e la sorgente
non verrà mai meno.
Da duemila anni
ripetiamo il Padre Nostro
e il pane continua a mancare; eppure sulla terra c’è tanto pane che basterebbe per tutti;
manca a molti a causa dell’avidità o della volontà
di morte di pochi.
E ci sono luoghi,
Gaza e non solo,
dove si muore uscendo
a cercare il pane,
l’esatto contrario della parabola.
Abbiamo anche
tanto pregato per la pace
e la pace non è venuta.
Ma Dio esaudisce
le nostre preghiere?
“Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse” (D. Bonhoeffer):
non vi lascio soli,
non sarete mai abbandonati,
farete cose che
meritano di non morire.
Pregare è come respirare.
Perché respiri?
Semplice: per vivere!
Prego perché
senza il respiro del cielo
la terra muore.
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Prego perché
senza il respiro del cielo
la terra muore.
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senza il respiro del cielo
la terra muore.
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Signore, insegnaci a pregare!
Gesù ci chiede
di interessarci di Dio
perché anche lui è povero,
gli manca qualcosa,
forse l'ultima pecora
o gli manco io.
di interessarci di Dio
perché anche lui è povero,
gli manca qualcosa,
forse l'ultima pecora
o gli manco io.
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L’INFINITO DI DIO
RACCONTATO DA
UN MINUSCOLO SEME
Il futuro nella freschezza
di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore,
che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo
le sue energie in forme seminali, germinali,
come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea
un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio,
l'intera creazione,
il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni,
nel mondo e nel cuore
il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione
tra il granello di senape,
il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero
che ne nascerà.
Senza voli retorici:
il granello non salverà
il mondo.
Noi non salveremo
il mondo.
Ma, dice Gesù,
gli uccelli verranno e
vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno
in molti,
all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro,
fare il nido.
La parabola del granello
di senape racconta
la preferenza di Dio
per i mezzi poveri.
Dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone,
per l'energia propria della bellezza,
della tenerezza,
della verità, della bontà*.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano;
noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci, è capace, con la punta fragilissima
del suo germoglio,
di aprirsi una strada
nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe
di bontà divina che,
con il suo assedio dolce e implacabile,
spezzerà la crosta arida
di tutte le epoche,
per riportarvi sentori
di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia
è in questo:
Dio è all'opera in seno
alla storia e in me,
in alto silenzio e con piccole cose.
RACCONTATO DA
UN MINUSCOLO SEME
Il futuro nella freschezza
di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore,
che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo
le sue energie in forme seminali, germinali,
come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea
un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio,
l'intera creazione,
il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni,
nel mondo e nel cuore
il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione
tra il granello di senape,
il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero
che ne nascerà.
Senza voli retorici:
il granello non salverà
il mondo.
Noi non salveremo
il mondo.
Ma, dice Gesù,
gli uccelli verranno e
vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno
in molti,
all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro,
fare il nido.
La parabola del granello
di senape racconta
la preferenza di Dio
per i mezzi poveri.
Dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone,
per l'energia propria della bellezza,
della tenerezza,
della verità, della bontà*.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano;
noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci, è capace, con la punta fragilissima
del suo germoglio,
di aprirsi una strada
nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe
di bontà divina che,
con il suo assedio dolce e implacabile,
spezzerà la crosta arida
di tutte le epoche,
per riportarvi sentori
di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia
è in questo:
Dio è all'opera in seno
alla storia e in me,
in alto silenzio e con piccole cose.
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COLUI-CHE-TU-AMI
IL NOME DI OGNUNO
Di Lazzaro
sappiamo poche cose,
ma sono quelle
che contano:
la sua casa è ospitale,
è fratello amato di Marta
e Maria,
amico speciale di Gesù.
Il suo nome è:
ospite, amico e fratello,
insieme a quello coniato
dalle sorelle:
colui-che-Tu-ami,
il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro
sono giunte a noi
due tra le parole
più importanti del Vangelo:
io sono la risurrezione
e la vita.
Non già: io sarò,
in un lontano ultimo giorno,
in un’altra vita, ma qui,
adesso, io sono.
Notiamo la disposizione
delle parole:
prima viene la risurrezione
e poi la vita.
Secondo logica dovrebbe
essere il contrario.
Invece no:
io sono risurrezione
delle vite spente,
sono il risvegliarsi dell’umano,
il rialzarsi della vita
che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza
di risorgere, di uscire fuori
dalle nostre grotte buie,
lasciare che siano sciolte
le chiusure e le serrature
che ci bloccano,
tolte le bende dagli occhi
e da vecchie ferite,
e partire di nuovo nel sole:
scioglietelo e lasciatelo andare.
Verso cose che meritano
di non morire,
verso la Galilea
del primo incontro.
Io invidio Lazzaro,
e non perché ritorna in vita,
ma perché è circondato
di gente che gli vuol bene
fino alle lacrime.
Perché la sua risurrezione?
Per le lacrime di Gesù, per
il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché
il mio nome è lo stesso:
amato per sempre;
perché il Signore
non accetta di essere derubato dei suoi amati.
Non la vita vince la morte,
ma l’amore.
Se Dio è amore,
dire Dio e dire risurrezione
sono la stessa cosa…
Quante volte sono morto,
mi ero arreso,
era finito l’olio nella lampada,
finita la voglia di amare
e di vivere.
In qualche grotta
dell’anima una voce diceva:
non mi interessa più niente,
né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha
cominciato a germogliare,
non so perché;
una pietra si è smossa,
è entrato un raggio di sole,
un amico ha spezzato
il silenzio, lacrime hanno
bagnato le mie bende,
e ciò è accaduto
per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore:
un Dio innamorato
dei suoi amici,
che non lascerà
in mano alla morte.
IL NOME DI OGNUNO
Di Lazzaro
sappiamo poche cose,
ma sono quelle
che contano:
la sua casa è ospitale,
è fratello amato di Marta
e Maria,
amico speciale di Gesù.
Il suo nome è:
ospite, amico e fratello,
insieme a quello coniato
dalle sorelle:
colui-che-Tu-ami,
il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro
sono giunte a noi
due tra le parole
più importanti del Vangelo:
io sono la risurrezione
e la vita.
Non già: io sarò,
in un lontano ultimo giorno,
in un’altra vita, ma qui,
adesso, io sono.
Notiamo la disposizione
delle parole:
prima viene la risurrezione
e poi la vita.
Secondo logica dovrebbe
essere il contrario.
Invece no:
io sono risurrezione
delle vite spente,
sono il risvegliarsi dell’umano,
il rialzarsi della vita
che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza
di risorgere, di uscire fuori
dalle nostre grotte buie,
lasciare che siano sciolte
le chiusure e le serrature
che ci bloccano,
tolte le bende dagli occhi
e da vecchie ferite,
e partire di nuovo nel sole:
scioglietelo e lasciatelo andare.
Verso cose che meritano
di non morire,
verso la Galilea
del primo incontro.
Io invidio Lazzaro,
e non perché ritorna in vita,
ma perché è circondato
di gente che gli vuol bene
fino alle lacrime.
Perché la sua risurrezione?
Per le lacrime di Gesù, per
il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché
il mio nome è lo stesso:
amato per sempre;
perché il Signore
non accetta di essere derubato dei suoi amati.
Non la vita vince la morte,
ma l’amore.
Se Dio è amore,
dire Dio e dire risurrezione
sono la stessa cosa…
Quante volte sono morto,
mi ero arreso,
era finito l’olio nella lampada,
finita la voglia di amare
e di vivere.
In qualche grotta
dell’anima una voce diceva:
non mi interessa più niente,
né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha
cominciato a germogliare,
non so perché;
una pietra si è smossa,
è entrato un raggio di sole,
un amico ha spezzato
il silenzio, lacrime hanno
bagnato le mie bende,
e ciò è accaduto
per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore:
un Dio innamorato
dei suoi amici,
che non lascerà
in mano alla morte.
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LA PEDAGOGIA
DELLA GIOIA
Tesoro: parola magica, così poco usata nella religione, parola d'innamorati, di favole, di storie grandi. E di Vangelo. Che capovolge la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Un tesoro ci attende: a dire che l'esito della storia sarà comunque felice; che nell'uomo è posto un eccesso di desiderio che nessuna cosa concreta o quotidiana potrà esaurire.
Nascosto in un campo: che è il mondo, che è il cuore; e la vita altro non è che un pellegrinaggio verso il luogo del cuore (Olivier Clè ment), là dove maturano tesori. Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo, e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Dal tesoro deriva una seconda parola: per la gioia quell'uomo va, vende, compra. È la gioia, radice della vita, che muove, mette fretta, fa decidere.
Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov'è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo. Chiedi al Signore la gioia, ed Egli ti risponderà dandoti la vita. Gioia non facile, quindi: c'è un campo da lavorare, rovi e sudore, un tesoro da trovare e nascondere, un tutto da vendere e investire.
Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista (sant'Agostino). Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro: Dio in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia. E mettervi tutte le mie energie. Allora lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto.
Questa è la croce che fa rifiorire la rosa del mondo (Berdiaeff). E se non ho posto tutte le mie forze, almeno una volta nella vita, la totalità del cuore, tutto, a servizio di qualcosa, Dio, un fratello, un sogno, non riuscirò mai a credere alla Risurrezione. Noi talvolta agiamo come se la rinuncia fosse la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi.
Le parabole di oggi ci ricordano che l'ordine è inverso. Se la gioia di un innamoramento, di un "che bello!" a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo, lontananza, disamore, consumazione del cuore. Come diventerò cercatore di perle? Chiedendo il dono di Salomone: donami Tu un cuore che ascolta. Dono immenso da chiedere sempre: per ascoltare Dio e il grido di Abele, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza e la cattedra dei piccoli della terra. Allora matureranno tesori.
Un tesoro ci attende. E lo Spirito santo è questo soffio divino che fa nascere i cercatori d'oro. Immaginiamo allora una storia, personale e collettiva, costellata di tesori; sentiamo la vita come intrisa di perle e della loro bellezza. E noi a intingere la spola dei nostri giorni, i nostri sogni dentro tesori, dentro la gioia. Il tesoro non si compra, è un dono.
L'uomo compra il campo.
DELLA GIOIA
Tesoro: parola magica, così poco usata nella religione, parola d'innamorati, di favole, di storie grandi. E di Vangelo. Che capovolge la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Un tesoro ci attende: a dire che l'esito della storia sarà comunque felice; che nell'uomo è posto un eccesso di desiderio che nessuna cosa concreta o quotidiana potrà esaurire.
Nascosto in un campo: che è il mondo, che è il cuore; e la vita altro non è che un pellegrinaggio verso il luogo del cuore (Olivier Clè ment), là dove maturano tesori. Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo, e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Dal tesoro deriva una seconda parola: per la gioia quell'uomo va, vende, compra. È la gioia, radice della vita, che muove, mette fretta, fa decidere.
Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov'è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo. Chiedi al Signore la gioia, ed Egli ti risponderà dandoti la vita. Gioia non facile, quindi: c'è un campo da lavorare, rovi e sudore, un tesoro da trovare e nascondere, un tutto da vendere e investire.
Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista (sant'Agostino). Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro: Dio in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia. E mettervi tutte le mie energie. Allora lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto.
Questa è la croce che fa rifiorire la rosa del mondo (Berdiaeff). E se non ho posto tutte le mie forze, almeno una volta nella vita, la totalità del cuore, tutto, a servizio di qualcosa, Dio, un fratello, un sogno, non riuscirò mai a credere alla Risurrezione. Noi talvolta agiamo come se la rinuncia fosse la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi.
Le parabole di oggi ci ricordano che l'ordine è inverso. Se la gioia di un innamoramento, di un "che bello!" a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo, lontananza, disamore, consumazione del cuore. Come diventerò cercatore di perle? Chiedendo il dono di Salomone: donami Tu un cuore che ascolta. Dono immenso da chiedere sempre: per ascoltare Dio e il grido di Abele, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza e la cattedra dei piccoli della terra. Allora matureranno tesori.
Un tesoro ci attende. E lo Spirito santo è questo soffio divino che fa nascere i cercatori d'oro. Immaginiamo allora una storia, personale e collettiva, costellata di tesori; sentiamo la vita come intrisa di perle e della loro bellezza. E noi a intingere la spola dei nostri giorni, i nostri sogni dentro tesori, dentro la gioia. Il tesoro non si compra, è un dono.
L'uomo compra il campo.
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IL MISTERO RANNICCHIATO
SULLA SOGLIA
DELLA NOSTRA CASA
La sinagoga è incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato.
Poi, quasi senza spiegazione, lo conducono sul ciglio del monte per gettarlo giù. Nazaret passa di colpo dalla fierezza, dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida.
Dalla meraviglia alla furia.
L'entusiasmo passa in fretta, i compaesani hanno già catalogato Gesù: non è costui il figlio di Giuseppe?
Che un profeta sia un uomo straordinario, siamo pronti ad accettarlo. Ma che la profezia sia nella casa del falegname, in uno che non è neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica come me, che ha più o meno i problemi che ho io, con quella famiglia così così, ci pare impossibile.
L'hanno chiuso nei loro preconcetti e, con l'abitudine, hanno spento il mistero e la sorpresa, così l'altro, invece di essere una finestra di cielo, una benedizione che cammina, è solo il figlio di Giuseppe, o il falegname, l'idraulico, il postino, la maestra…
Dico di conoscerlo, ma cosa so, io, del mistero di quella persona?
C'è profezia nel quotidiano, profezia di casa mia, ma come tutta Nazaret non riesco a vederla.
Perché la folla passa rapidamente dall'entusiasmo all'odio?
Difficile dirlo, ma la storia biblica insegna che la persecuzione rivela sempre l'autenticità del profeta.
Essi non cercano Dio,
ma un taumaturgo che intervenga nei loro naufragi, uno che dirotti la forza di Dio fra i vicoli del loro paese.
Ma questo non è il Dio
dei profeti.
Infatti Gesù risponde parlando di un Dio padre anche delle vedove di Sidone e dei lebbrosi di Siria.
“Non farò miracoli qui”,
dice Gesù.
Li ho fatti a Cafarnao,
li ho fatti a Sarepta e nel corpo del lebbroso.
Il mondo è pieno di miracoli, eppure non bastano, perché voi li preferite alla Parola di Dio.
Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro, e Dio non si impossessa, Dio non invade.
Quando lo condussero sul monte per gettarlo giù, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un “ma”.
Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa: non fugge, passa in mezzo aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia,
ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (F. De Andrè).
Bellissimo Spirito che accende il suo roveto all'angolo di ogni strada, che disperde la Parola
nelle sillabe di ogni volto.
Non sprechiamo i nostri profeti! Anche la nostra Chiesa e il nostro Paese traboccano di mistici, profeti, sognatori coraggiosi.
A mancare sono solo gli ascoltatori; noi, che fatichiamo a vedere l'infinito all'angolo della strada, il mistero rannicchiato sulla soglia della nostra casa.
SULLA SOGLIA
DELLA NOSTRA CASA
La sinagoga è incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato.
Poi, quasi senza spiegazione, lo conducono sul ciglio del monte per gettarlo giù. Nazaret passa di colpo dalla fierezza, dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida.
Dalla meraviglia alla furia.
L'entusiasmo passa in fretta, i compaesani hanno già catalogato Gesù: non è costui il figlio di Giuseppe?
Che un profeta sia un uomo straordinario, siamo pronti ad accettarlo. Ma che la profezia sia nella casa del falegname, in uno che non è neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica come me, che ha più o meno i problemi che ho io, con quella famiglia così così, ci pare impossibile.
L'hanno chiuso nei loro preconcetti e, con l'abitudine, hanno spento il mistero e la sorpresa, così l'altro, invece di essere una finestra di cielo, una benedizione che cammina, è solo il figlio di Giuseppe, o il falegname, l'idraulico, il postino, la maestra…
Dico di conoscerlo, ma cosa so, io, del mistero di quella persona?
C'è profezia nel quotidiano, profezia di casa mia, ma come tutta Nazaret non riesco a vederla.
Perché la folla passa rapidamente dall'entusiasmo all'odio?
Difficile dirlo, ma la storia biblica insegna che la persecuzione rivela sempre l'autenticità del profeta.
Essi non cercano Dio,
ma un taumaturgo che intervenga nei loro naufragi, uno che dirotti la forza di Dio fra i vicoli del loro paese.
Ma questo non è il Dio
dei profeti.
Infatti Gesù risponde parlando di un Dio padre anche delle vedove di Sidone e dei lebbrosi di Siria.
“Non farò miracoli qui”,
dice Gesù.
Li ho fatti a Cafarnao,
li ho fatti a Sarepta e nel corpo del lebbroso.
Il mondo è pieno di miracoli, eppure non bastano, perché voi li preferite alla Parola di Dio.
Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro, e Dio non si impossessa, Dio non invade.
Quando lo condussero sul monte per gettarlo giù, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un “ma”.
Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa: non fugge, passa in mezzo aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia,
ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (F. De Andrè).
Bellissimo Spirito che accende il suo roveto all'angolo di ogni strada, che disperde la Parola
nelle sillabe di ogni volto.
Non sprechiamo i nostri profeti! Anche la nostra Chiesa e il nostro Paese traboccano di mistici, profeti, sognatori coraggiosi.
A mancare sono solo gli ascoltatori; noi, che fatichiamo a vedere l'infinito all'angolo della strada, il mistero rannicchiato sulla soglia della nostra casa.
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UN PIZZICO DI ANIMA NEL FUTURO
“Maestro, dividi l’eredità tra me e mio fratello”.
Da sempre la fratellanza affatica intere famiglie. Come domenica scorsa, con Marta e la sorella.
E Gesù cosa fa?
Scavalca,
va oltre le domande,
passa a un piano più profondo.
E lo fa con una storia:
si inventa la parabola dell’uomo ricco, euforicamente preso dentro il vortice delle moltecose:
Ho molti soldi per molti anni. Anima mia, mangia, bevi, riposa e divertiti”.
Niente di sbagliato fino a qui. Il Vangelo non è moralista, non vuole disamorarci della vita,
della gioia di vivere.
Gesù stesso ha tra i suoi seguaci gente anche molto ricca, come Zaccheo, Lazzaro, Giuseppe d’Arimatea, donne con molti averi.
Ma la felicità non può mai essere solitaria ed ha a che fare con il dono.
L’innesco del dramma è la solitudine dell’uomo ricco, il suo deserto di relazioni: nessun volto,
nessuno in casa,
nessuno nel cuore. Neanche Dio.
E quando ragiona tra sé e sé, quest’uomo ha un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”:
i miei raccolti, i miei magazzini, la mia vita,
dirò a me stesso,
anima mia.
Questa stregoneria del “mio” è la passione più stupida che ci sia.
Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta indietro la tua vita.
Stolto non vuol dire cattivo o disonesto, ma poco intelligente, perché ha sbagliato investimento.
Lui investe sulle cose,
cose che hanno un fondo, ma il fondo delle cose è vuoto.
Altro che magazzini più grandi, è lì la tomba della sua anima!
“E se l’anima scende dal suo trono, la terra muore” (M. Gualtieri).
Gesù ci richiama a un rapporto sano con il futuro, che è fatto di anima: essere vivi domani mattina non è un diritto, è un dono. Rivedere il sole e i volti cari, non mi è dovuto. E’ un regalodi cui ringraziare con tutta l’anima. Metti un po’ di anima nel tuo futuro!
Gesù così propone due semplici leggi evangeliche, che però cambiano ogni logica economica:
1. Non accumulare.
Il problema di chi è ricco è di non avere mai abbastanza; all’avido, tutto non basta mai.
Ma si può aver bisogno di poco, e vivere molto.
Non consumare compulsivamente, sappi godere di ciò che hai,
resta fedele al tuo pane quotidiano, al poco che ti dà pace: a quel briciolo di allegria, alla gioia sufficiente per cantare, a quel filo d’amicizia per sorridere.
2. Se hai qualcosa, è per condividere. I tuoi granai sono le case dei poveri.
Il tuo IBAN è il loro indirizzo.
Davanti a Dio siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso;
anche di un solo sorso d’acqua fresca donato,
di un cuore capace di perdono per sette o per settanta volte sette.
Alla fine sulle colonne dell’avere troveremo solo ciò che abbiamo perso per qualcuno.
La spiritualità vera è la capacità di godere con poco, e quel poco che hai di condividerlo con chi ha fame, sete, un sogno, o è solo; è il ritorno sereno alle piccole cose, alle persone, alla natura.
E al ringraziare.
“Maestro, dividi l’eredità tra me e mio fratello”.
Da sempre la fratellanza affatica intere famiglie. Come domenica scorsa, con Marta e la sorella.
E Gesù cosa fa?
Scavalca,
va oltre le domande,
passa a un piano più profondo.
E lo fa con una storia:
si inventa la parabola dell’uomo ricco, euforicamente preso dentro il vortice delle moltecose:
Ho molti soldi per molti anni. Anima mia, mangia, bevi, riposa e divertiti”.
Niente di sbagliato fino a qui. Il Vangelo non è moralista, non vuole disamorarci della vita,
della gioia di vivere.
Gesù stesso ha tra i suoi seguaci gente anche molto ricca, come Zaccheo, Lazzaro, Giuseppe d’Arimatea, donne con molti averi.
Ma la felicità non può mai essere solitaria ed ha a che fare con il dono.
L’innesco del dramma è la solitudine dell’uomo ricco, il suo deserto di relazioni: nessun volto,
nessuno in casa,
nessuno nel cuore. Neanche Dio.
E quando ragiona tra sé e sé, quest’uomo ha un solo aggettivo nel suo vocabolario: “mio”:
i miei raccolti, i miei magazzini, la mia vita,
dirò a me stesso,
anima mia.
Questa stregoneria del “mio” è la passione più stupida che ci sia.
Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta indietro la tua vita.
Stolto non vuol dire cattivo o disonesto, ma poco intelligente, perché ha sbagliato investimento.
Lui investe sulle cose,
cose che hanno un fondo, ma il fondo delle cose è vuoto.
Altro che magazzini più grandi, è lì la tomba della sua anima!
“E se l’anima scende dal suo trono, la terra muore” (M. Gualtieri).
Gesù ci richiama a un rapporto sano con il futuro, che è fatto di anima: essere vivi domani mattina non è un diritto, è un dono. Rivedere il sole e i volti cari, non mi è dovuto. E’ un regalodi cui ringraziare con tutta l’anima. Metti un po’ di anima nel tuo futuro!
Gesù così propone due semplici leggi evangeliche, che però cambiano ogni logica economica:
1. Non accumulare.
Il problema di chi è ricco è di non avere mai abbastanza; all’avido, tutto non basta mai.
Ma si può aver bisogno di poco, e vivere molto.
Non consumare compulsivamente, sappi godere di ciò che hai,
resta fedele al tuo pane quotidiano, al poco che ti dà pace: a quel briciolo di allegria, alla gioia sufficiente per cantare, a quel filo d’amicizia per sorridere.
2. Se hai qualcosa, è per condividere. I tuoi granai sono le case dei poveri.
Il tuo IBAN è il loro indirizzo.
Davanti a Dio siamo ricchi solo di ciò che abbiamo condiviso;
anche di un solo sorso d’acqua fresca donato,
di un cuore capace di perdono per sette o per settanta volte sette.
Alla fine sulle colonne dell’avere troveremo solo ciò che abbiamo perso per qualcuno.
La spiritualità vera è la capacità di godere con poco, e quel poco che hai di condividerlo con chi ha fame, sete, un sogno, o è solo; è il ritorno sereno alle piccole cose, alle persone, alla natura.
E al ringraziare.
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L’ALBA DELLA GRATUITÀ
DELL’AMORE SQUILIBRATO
E SENZA CALCOLI
Vorrei tanto essere
uno dei cinquemila,
quella sera, sul lago.
Li invidio, non per
il miracolo dei pani,
ma per la seduzione
che hanno provato,
più forte di ogni paura:
sono andati da Gesù,
ascoltano e vivono,
ascoltano e brucia il cuore,
ascoltano e risplende
la vita.
Stare con lui:
e quando scende la sera,
la notte e il deserto
profumano di pane.
Stare con lui:
e sentire che più vivo
di così non sarò mai.
I discepoli, uomini pratici,
dicono a Gesù:
“Congeda la folla,
perché vadano
a comprarsi da mangiare”.
Se non li congeda lui,
non se ne andranno spontaneamente.
Ma Gesù non li manda via,
non ha mai mandato via
nessuno.
È bello questo
preoccuparsi dei discepoli,
ma più bello è Gesù che
“prova compassione”.
Anzi, letteralmente,
preso alle viscere per loro
dice: “date loro voi stessi
da mangiare”.
I discepoli parlano
di comprare,
Gesù parla di dare.
Apre un altro modo
di essere:
dare senza calcolare,
dare senza chiedere,
generosamente,
gratuitamente,
per primi.
A noi,
che quotidianamente preghiamo:
“Dacci oggi il nostro pane”,
il Signore risponde:
“Voi date il vostro pane”.
“Dacci”, noi invochiamo.
“Donate”, ribatte lui.
Ci sono molti miracoli
in questo racconto:
il primo è quello della folla che, scesa ormai la notte nel deserto, non se ne va
e rimane con Gesù.
Il secondo sono
i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette nelle sue mani, fidandosi,
senza calcolare,
senza trattenere
qualcosa per sé.
È poco, ma è
tutta la sua cena.
Terzo miracolo: è poco,
eppure quel poco basta,
secondo una misteriosa
regola divina:
quando il «mio» pane
diventa il «nostro» pane,
il dono è seme di miracolo.
Infine il quarto:
la sovrabbondanza,
tipica di Dio:
“raccolsero gli avanzi
in dodici ceste”.
Una per ogni tribù,
una per ogni mese.
Tutti mangiano e
ne rimane per tutti,
e per sempre.
E hanno valore anche
gli avanzi,
le briciole,
il poco che sei,
il poco che sai fare,
il bicchiere d’acqua dato.
Nulla è troppo piccolo
di ciò che è donato
con tutto il cuore.
L’unico merito che
i cinquemila possono vantare, l’unico loro
diritto al pane è la fame.
Davanti a Dio mio vanto esclusivo è il bisogno.
“Di nulla mi vanterò se non
della mia debolezza”
(2 Cor 12, 5).
Davanti a Dio non c’è nulla
di meglio che essere nulla,
come l’aria davanti al sole,
come il polline nel vento
(Simone Weil),
nutrendo così la nostra
fame di sole e di pane,
di cielo e di mani
che conoscano il dono.
DELL’AMORE SQUILIBRATO
E SENZA CALCOLI
Vorrei tanto essere
uno dei cinquemila,
quella sera, sul lago.
Li invidio, non per
il miracolo dei pani,
ma per la seduzione
che hanno provato,
più forte di ogni paura:
sono andati da Gesù,
ascoltano e vivono,
ascoltano e brucia il cuore,
ascoltano e risplende
la vita.
Stare con lui:
e quando scende la sera,
la notte e il deserto
profumano di pane.
Stare con lui:
e sentire che più vivo
di così non sarò mai.
I discepoli, uomini pratici,
dicono a Gesù:
“Congeda la folla,
perché vadano
a comprarsi da mangiare”.
Se non li congeda lui,
non se ne andranno spontaneamente.
Ma Gesù non li manda via,
non ha mai mandato via
nessuno.
È bello questo
preoccuparsi dei discepoli,
ma più bello è Gesù che
“prova compassione”.
Anzi, letteralmente,
preso alle viscere per loro
dice: “date loro voi stessi
da mangiare”.
I discepoli parlano
di comprare,
Gesù parla di dare.
Apre un altro modo
di essere:
dare senza calcolare,
dare senza chiedere,
generosamente,
gratuitamente,
per primi.
A noi,
che quotidianamente preghiamo:
“Dacci oggi il nostro pane”,
il Signore risponde:
“Voi date il vostro pane”.
“Dacci”, noi invochiamo.
“Donate”, ribatte lui.
Ci sono molti miracoli
in questo racconto:
il primo è quello della folla che, scesa ormai la notte nel deserto, non se ne va
e rimane con Gesù.
Il secondo sono
i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette nelle sue mani, fidandosi,
senza calcolare,
senza trattenere
qualcosa per sé.
È poco, ma è
tutta la sua cena.
Terzo miracolo: è poco,
eppure quel poco basta,
secondo una misteriosa
regola divina:
quando il «mio» pane
diventa il «nostro» pane,
il dono è seme di miracolo.
Infine il quarto:
la sovrabbondanza,
tipica di Dio:
“raccolsero gli avanzi
in dodici ceste”.
Una per ogni tribù,
una per ogni mese.
Tutti mangiano e
ne rimane per tutti,
e per sempre.
E hanno valore anche
gli avanzi,
le briciole,
il poco che sei,
il poco che sai fare,
il bicchiere d’acqua dato.
Nulla è troppo piccolo
di ciò che è donato
con tutto il cuore.
L’unico merito che
i cinquemila possono vantare, l’unico loro
diritto al pane è la fame.
Davanti a Dio mio vanto esclusivo è il bisogno.
“Di nulla mi vanterò se non
della mia debolezza”
(2 Cor 12, 5).
Davanti a Dio non c’è nulla
di meglio che essere nulla,
come l’aria davanti al sole,
come il polline nel vento
(Simone Weil),
nutrendo così la nostra
fame di sole e di pane,
di cielo e di mani
che conoscano il dono.
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MANO FORTE
CHE TI AFFERRA
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte,
poi voce sul vento e infine
mano forte che ti afferra.
Un crescendo, dentro
una liturgia di onde,
di tempesta, di buio.
È commovente
questo Gesù che passa
di incontro in incontro:
saluta i cinquemila
appena sfamati, uno a uno,
con le donne e i bambini;
profumato di abbracci
e di gioia, ora desidera
l'abbraccio del Padre e
sale sul monte a pregare.
Poi, verso l'alba,
sente il desiderio
di tornare dai suoi.
Di abbraccio in abbraccio:
così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia
di burrasca, di paure e
di miracoli che falliscono.
Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede:
se sei figlio di Dio,
comandami di venire a te
camminando sulle acque.
Venire a te,
bellissima richiesta.
Camminando sulle acque, richiesta infantile
di un prodigio fine
a se stesso,
esibizione di forza che
non ha di mira il bene
di nessuno. E infatti
il miracolo non va
a buon fine.
Pietro scende dalla barca,
comincia a camminare
sulle acque, ma
in quel preciso momento,
proprio mentre vede, sente,
tocca il miracolo, comincia
a dubitare e ad affondare.
Uomo di poca fede
perché hai dubitato?
Pietro è uomo di poca fede
non perché dubita
del miracolo, ma proprio
in quanto lo cerca.
I miracoli non servono
alla fede. Infatti Dio
non si impone mai,
si propone.
I miracoli invece
si impongono e non convertono.
Lo mostra Pietro stesso:
fa passi di miracolo sull'acqua, eppure
proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine
del prodigio sotto
i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede
va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda
al Signore e alla sua parola: Vieni!
può camminare sul mare.
Quando guarda
a se stesso, alle difficoltà,
alle onde, alle crisi,
si blocca nel dubbio.
Così accade sempre.
Se noi guardiamo
al Signore e alla sua Parola,
se abbiamo occhi
che puntano in alto,
se mettiamo in primo piano progetti buoni,
noi avanziamo.
Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita,
i progetti danno ordini
al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà,
se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie,
se guardiamo ai nostri complessi,
ai fallimenti di ieri,
ai peccati che ricorrono,
iniziamo la discesa
nel buio.
Ringrazio Pietro per questo
suo intrecciare fede
e dubbio; per questo
suo oscillare
fra miracoli e abissi.
Pietro, dentro il miracolo,
dubita: Signore affondo;
dentro il dubitare, crede:
Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili.
A contendersi
in vicenda perenne
il cuore umano.
Ora so che qualsiasi
mio affondamento
può essere redento
da una invocazione
gridata nella notte,
gridata nella tempesta
come Pietro,
dalla croce come
il ladro morente.
CHE TI AFFERRA
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte,
poi voce sul vento e infine
mano forte che ti afferra.
Un crescendo, dentro
una liturgia di onde,
di tempesta, di buio.
È commovente
questo Gesù che passa
di incontro in incontro:
saluta i cinquemila
appena sfamati, uno a uno,
con le donne e i bambini;
profumato di abbracci
e di gioia, ora desidera
l'abbraccio del Padre e
sale sul monte a pregare.
Poi, verso l'alba,
sente il desiderio
di tornare dai suoi.
Di abbraccio in abbraccio:
così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia
di burrasca, di paure e
di miracoli che falliscono.
Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede:
se sei figlio di Dio,
comandami di venire a te
camminando sulle acque.
Venire a te,
bellissima richiesta.
Camminando sulle acque, richiesta infantile
di un prodigio fine
a se stesso,
esibizione di forza che
non ha di mira il bene
di nessuno. E infatti
il miracolo non va
a buon fine.
Pietro scende dalla barca,
comincia a camminare
sulle acque, ma
in quel preciso momento,
proprio mentre vede, sente,
tocca il miracolo, comincia
a dubitare e ad affondare.
Uomo di poca fede
perché hai dubitato?
Pietro è uomo di poca fede
non perché dubita
del miracolo, ma proprio
in quanto lo cerca.
I miracoli non servono
alla fede. Infatti Dio
non si impone mai,
si propone.
I miracoli invece
si impongono e non convertono.
Lo mostra Pietro stesso:
fa passi di miracolo sull'acqua, eppure
proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine
del prodigio sotto
i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede
va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda
al Signore e alla sua parola: Vieni!
può camminare sul mare.
Quando guarda
a se stesso, alle difficoltà,
alle onde, alle crisi,
si blocca nel dubbio.
Così accade sempre.
Se noi guardiamo
al Signore e alla sua Parola,
se abbiamo occhi
che puntano in alto,
se mettiamo in primo piano progetti buoni,
noi avanziamo.
Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita,
i progetti danno ordini
al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà,
se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie,
se guardiamo ai nostri complessi,
ai fallimenti di ieri,
ai peccati che ricorrono,
iniziamo la discesa
nel buio.
Ringrazio Pietro per questo
suo intrecciare fede
e dubbio; per questo
suo oscillare
fra miracoli e abissi.
Pietro, dentro il miracolo,
dubita: Signore affondo;
dentro il dubitare, crede:
Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili.
A contendersi
in vicenda perenne
il cuore umano.
Ora so che qualsiasi
mio affondamento
può essere redento
da una invocazione
gridata nella notte,
gridata nella tempesta
come Pietro,
dalla croce come
il ladro morente.
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LECH LECHÀ
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
Lc 9,28-36
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo
urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via
da questi bassipiani
per guardare
le cose dall’alto.
E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.
“Lech lechà”,
gli disse,
“vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.
A un bambino che nasce,
cosa augureresti?
A un uomo,
a una donna di oggi,
con la terra che brucia,
cosa diresti?
Le stesse parole di Dio
ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.
Vattene da questa storia,
dove ha ragione
il più armato,
il più violento,
il più immorale.
Vai a te stesso.
Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana
che non uccidere?
E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle.
Perditi con gli occhi
nel cielo a fare quello
che sembra impossibile.
L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
Questo giorno della luce
ci ricorda che abbiamo urgente bisogno
di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale.
Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.
Guardano i tre,
e sono storditi
perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.
“Che bello, Signore!”
esclama Pietro.
La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello”
gridato a piena voce,
da un innamoramento.
Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.
Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;
viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,
come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.
Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore.
Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:
“tienili per mano,
baciali in fronte”.
Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.
Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
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