SCIENZA E SPIRITUALITÀ SI UNISCONO - Federico Faggin con Ermes Ronchi
https://youtu.be/jmJS7EPwOBM?si=YGvrPbA72D9IsOuf
https://youtu.be/jmJS7EPwOBM?si=YGvrPbA72D9IsOuf
YouTube
OLTRE L'INVISIBILE - Federico Faggin dialoga con Ermes Ronchi
DOVE SCIENZA E SPIRITUALITÀ SI UNISCONO
❤3
CI SALVEREMO INSIEME, O NON CI SARÀ SALVEZZA
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore.
Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico.
Nessuno può dire: io faccio un'altra strada, io non c'entro. Siamo tutti sulla medesima strada.
E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza.
Un sacerdote scendeva per quella stessa strada.
Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l'uomo ferito ma passa oltre.
Non passare oltre il sangue di Abele!
Oltre non c'è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.
Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino.
Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo.
Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità.
Non c'è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto.
Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.
I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”
Vedere é lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro.
Il mondo è un immenso pianto, e “Dio naviga in questo fiume di lacrime”(Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita.
Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui».
Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo solleva, lo carica, lo porta.
Toccare l'altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico»
Toccare l'altro è la massima vicinanza, dirgli: “Sono qui per te” accettare ciò che lui è, così com'è.
Toccare l'altro è un atto di riverenza,
di riconoscimento,
di venerazione per la bontà dell'intera sua persona.
Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l'amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, ma pagò... fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò...
Questo è il nuovo decalogo, perché l'uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici.
Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Uno dei racconti più belli al mondo. Solo poche righe, di sangue, polvere e splendore.
Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico.
Nessuno può dire: io faccio un'altra strada, io non c'entro. Siamo tutti sulla medesima strada.
E ci salveremo insieme, o non ci sarà salvezza.
Un sacerdote scendeva per quella stessa strada.
Il primo che passa è un prete, un rappresentante di Dio e del potere, vede l'uomo ferito ma passa oltre.
Non passare oltre il sangue di Abele!
Oltre non c'è nulla, tantomeno Dio, solo una religione sterile come la polvere.
Invece un samaritano, che era in viaggio, vide, ne ebbe compassione, si fece vicino.
Un samaritano, gente ostile e disprezzata, che non frequenta il tempio, si commuove, si fa vicino, si fa prossimo.
Tutti termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità.
Non c'è umanità possibile senza compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, senza prossimità, il meno zuccheroso, il più concreto.
Il samaritano si avvicina. Non è spontaneo fermarsi, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Avvicinarsi non è un istinto, è una conquista; la fraternità non è un dato ma un compito.
I primi tre gesti concreti: vedere, fermarsi, toccare, tracciano i primi tre passi della risposta a “chi è il mio prossimo?”
Vedere é lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro.
Il mondo è un immenso pianto, e “Dio naviga in questo fiume di lacrime”(Turoldo), invisibili però a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita.
Fermarsi addosso alla vita che geme e si sta perdendo nella polvere della strada. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire «eccomi, sono qui».
Toccare: il samaritano versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo solleva, lo carica, lo porta.
Toccare l'altro è parlargli silenziosamente con il proprio corpo, con la mano: «Non ho paura e non sono nemico»
Toccare l'altro è la massima vicinanza, dirgli: “Sono qui per te” accettare ciò che lui è, così com'è.
Toccare l'altro è un atto di riverenza,
di riconoscimento,
di venerazione per la bontà dell'intera sua persona.
Il racconto di Luca poi si muove rapido, mettendo in fila dieci verbi per descrivere l'amore fattivo: vide, ebbe compassione, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, ma pagò... fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò...
Questo è il nuovo decalogo, perché l'uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi” e non da briganti o nemici.
Al centro del messaggio di Gesù una parabola; al centro della parabola un uomo; e quel verbo: Tu amerai. Fa così, e troverai la vita.
❤4
NASCA LA TERRA NUOVA COME TU LA SOGNI
Insegnaci a pregare, gli hanno chiesto.
Non per domandare cose, ma per essere trasformati.
Pregare è riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana, è aprire canali dove può scorrere cielo, è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, è chiamare vicino un Dio che sa di abbracci, e con lui custodire le poche cose indispensabili per vivere bene.
Ma custodirle da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché fuori dalla grammatica di Dio, fuori dal Padre Nostro, dove mai si dice “io”, mai “mio”, ma sempre Tu, tuo e nostro.
Parole che stanno lì come braccia aperte: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona.
La prima cosa da custodire: che il Tuo nome sia santificato.
Il nome contiene, nella lingua della Bibbia, tutta la persona: è come chiedere Dio a Dio, chiedere che Dio ci doni Dio.
E il nome di Dio è amore: che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti.
Se c'è qualcosa di santo e di eterno in noi, è la capacità di amare e di essere amati.
Venga il tuo Regno,
nasca la terra nuova come tu la sogni, una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.
Dacci il pane nostro quotidiano.
Il Padre Nostro mi vieta di chiedere solo per me: “il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale. (N. Berdiaev)”.
Dona a noi tutti ciò che ci fa vivere, il pane e l'amore, entrambi necessari, donaceli per oggi e per domani.
E perdona i nostri peccati,
togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo fa pesante.
Dona la forza per sciogliere le vele e salpare ad ogni alba verso terre intatte. Libera il futuro.
E noi, che conosciamo come il perdono potenzia la vita, lo doneremo ai nostri fratelli a noi stessi, per tornare leggeri a costruire di nuovo la pace.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non ti chiediamo di essere esentati dalla prova, ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male.
E dalla sfiducia e dalla paura tiraci fuori.
E da ogni ferita o caduta rialzaci tu, Samaritano buono delle nostre vite.
Il Padre Nostro, non va solo recitato, va sillabato ogni giorno di nuovo, sulle ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame dei fratelli.
Bisogna avere molta fame di vita per pregare bene.
Fame di Dio, perché nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso.
Un Dio che non signoreggia ma si coinvolge,
che intreccia il suo respiro con il mio,
che mescola le sue lacrime con le mie,
che chiede solo di lasciarlo essere amico.
Non potevo pensare avventura migliore.
Insegnaci a pregare, gli hanno chiesto.
Non per domandare cose, ma per essere trasformati.
Pregare è riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana, è aprire canali dove può scorrere cielo, è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, è chiamare vicino un Dio che sa di abbracci, e con lui custodire le poche cose indispensabili per vivere bene.
Ma custodirle da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché fuori dalla grammatica di Dio, fuori dal Padre Nostro, dove mai si dice “io”, mai “mio”, ma sempre Tu, tuo e nostro.
Parole che stanno lì come braccia aperte: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona.
La prima cosa da custodire: che il Tuo nome sia santificato.
Il nome contiene, nella lingua della Bibbia, tutta la persona: è come chiedere Dio a Dio, chiedere che Dio ci doni Dio.
E il nome di Dio è amore: che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti.
Se c'è qualcosa di santo e di eterno in noi, è la capacità di amare e di essere amati.
Venga il tuo Regno,
nasca la terra nuova come tu la sogni, una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.
Dacci il pane nostro quotidiano.
Il Padre Nostro mi vieta di chiedere solo per me: “il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale. (N. Berdiaev)”.
Dona a noi tutti ciò che ci fa vivere, il pane e l'amore, entrambi necessari, donaceli per oggi e per domani.
E perdona i nostri peccati,
togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo fa pesante.
Dona la forza per sciogliere le vele e salpare ad ogni alba verso terre intatte. Libera il futuro.
E noi, che conosciamo come il perdono potenzia la vita, lo doneremo ai nostri fratelli a noi stessi, per tornare leggeri a costruire di nuovo la pace.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non ti chiediamo di essere esentati dalla prova, ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male.
E dalla sfiducia e dalla paura tiraci fuori.
E da ogni ferita o caduta rialzaci tu, Samaritano buono delle nostre vite.
Il Padre Nostro, non va solo recitato, va sillabato ogni giorno di nuovo, sulle ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame dei fratelli.
Bisogna avere molta fame di vita per pregare bene.
Fame di Dio, perché nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso.
Un Dio che non signoreggia ma si coinvolge,
che intreccia il suo respiro con il mio,
che mescola le sue lacrime con le mie,
che chiede solo di lasciarlo essere amico.
Non potevo pensare avventura migliore.
❤4👍1
L’ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
Un Dio che inventa l’arcobaleno,
abbraccio lucente
tra cielo e terra
che sigilla il Signore
che non ti lascerà mai.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui no,
non lo farà.
Fidati dell’amore
in ogni forma,
della storia e del vivere.
Non seguire forza,
intelligenza,
denaro,
ma fonda te stesso sull’amore che è Dio,
vicino e dentro te,
mite e possente energia
come seme in grembo di donna,
il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.
Hai davanti a te la vita.
Ti prego, non perderla!
Con me vivrai solo inizi.
Alza gli occhi e guarda:
l’arcobaleno ha preso radici in te.
Ermes Ronchi
❤2
DIO CERCA MADRI
È una donna che parla, anzi che alza la voce fra tanti a coprire quella di Gesù: beata tua madre!
Ed è come se dicesse: vorrei essere stata io tua madre! Vorrei aver avuto io un figlio come te.
E Gesù risponde: tu puoi esserlo, puoi diventare madre del Verbo, ed è cosa ancora più bella che dare ventre e seni alla fame di vita di un bambino.
Dio cerca madri.
Le trova in chi ascolta la parola e la custodisce.
Al ventre e al seno di santa Maria corrisponde l’orecchio e il cuore del discepolo:
È con l’orecchio che si sente, è con il cuore che si ascolta.
- ascoltare-accogliere, in analogia al grembo di una donna che accoglie in sé un bambino e gli fa spazio, lo fa crescere. Il discepolo fa fermentare, lievitare in sé la Parola.
- custodire, perché la parola è in pericolo, come Eden assediato dal deserto, seme nel campo, ci sono uccelli rapaci e aridità e spine e sassi.
Custodire la parola di Dio dai pericoli dell’oblio, della insignificanza, della distrazione.
Discepolo è culla di vangelo.
Custodire però non basta. Ogni legame d’amore sopravvive se cresce. Resiste se aumenta. Altrimenti si dissolve.
Come i seni di Maria hanno nutrito e fatto crescere il Bambino, così tu fallo crescere il Vangelo, dagli carne, storia, spessore.
Annuncialo, fallo cantare.
Gesù dice: beato chi è gravido di vangelo come un ventre gravido.
E lo alimenta e custodisce.
Il Vangelo ha bisogno di te, è come un bimbo che per vivere ha bisogno di sua madre.
Ha bisogno di te, della tua intelligenza,
della tua sensibilità,
della tua unicità,
del talento che sei.
“Dio che vivi di noi”, scrive Turoldo.
Due soli versetti in cui la parola più ripetuta è beato!
C’è una felicità del credere, come nella maternità , che è l’esperienza più felice di una donna.
C’è una felicità in Dio, lui regala gioia a chi produce amore, gioia per chi fa crescere vangelo.
Ermes Ronchi
È una donna che parla, anzi che alza la voce fra tanti a coprire quella di Gesù: beata tua madre!
Ed è come se dicesse: vorrei essere stata io tua madre! Vorrei aver avuto io un figlio come te.
E Gesù risponde: tu puoi esserlo, puoi diventare madre del Verbo, ed è cosa ancora più bella che dare ventre e seni alla fame di vita di un bambino.
Dio cerca madri.
Le trova in chi ascolta la parola e la custodisce.
Al ventre e al seno di santa Maria corrisponde l’orecchio e il cuore del discepolo:
È con l’orecchio che si sente, è con il cuore che si ascolta.
- ascoltare-accogliere, in analogia al grembo di una donna che accoglie in sé un bambino e gli fa spazio, lo fa crescere. Il discepolo fa fermentare, lievitare in sé la Parola.
- custodire, perché la parola è in pericolo, come Eden assediato dal deserto, seme nel campo, ci sono uccelli rapaci e aridità e spine e sassi.
Custodire la parola di Dio dai pericoli dell’oblio, della insignificanza, della distrazione.
Discepolo è culla di vangelo.
Custodire però non basta. Ogni legame d’amore sopravvive se cresce. Resiste se aumenta. Altrimenti si dissolve.
Come i seni di Maria hanno nutrito e fatto crescere il Bambino, così tu fallo crescere il Vangelo, dagli carne, storia, spessore.
Annuncialo, fallo cantare.
Gesù dice: beato chi è gravido di vangelo come un ventre gravido.
E lo alimenta e custodisce.
Il Vangelo ha bisogno di te, è come un bimbo che per vivere ha bisogno di sua madre.
Ha bisogno di te, della tua intelligenza,
della tua sensibilità,
della tua unicità,
del talento che sei.
“Dio che vivi di noi”, scrive Turoldo.
Due soli versetti in cui la parola più ripetuta è beato!
C’è una felicità del credere, come nella maternità , che è l’esperienza più felice di una donna.
C’è una felicità in Dio, lui regala gioia a chi produce amore, gioia per chi fa crescere vangelo.
Ermes Ronchi
❤2👍2
VUOI VIVERE DAVVERO?
Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù: un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.
E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.
Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.
Maestro buono, è vita o no, la mia? Domanda grandiosa. Tutta la bibbia ruota attorno a questo: sapere cosa è vita e cosa no.
È un appassionato, questo giovane, è uno convinto, ci crede. E incanta Gesù, quando risponde: “tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.
Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa: “Beati gli insoddisfatti, gli inquieti, perché diventeranno cercatori di tesori”.
Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.
Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.
E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:
“Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri...”
Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.
Vuoi vivere davvero? Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.
E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.
E lo facciamo per amore dei poveri, non della povertà.
L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone, dopo le cose.
Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
• Primo, non accumulare.
• Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.
Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto.
Infatti, il vangelo continua: Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?
Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.
Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra che impedisce il volo, la bella notizia è una addizione di vita.
Chi prova a farlo, solo per frammenti certo, può dire:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini).
Ermes Ronchi
Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù: un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.
E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.
Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.
Maestro buono, è vita o no, la mia? Domanda grandiosa. Tutta la bibbia ruota attorno a questo: sapere cosa è vita e cosa no.
È un appassionato, questo giovane, è uno convinto, ci crede. E incanta Gesù, quando risponde: “tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.
Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa: “Beati gli insoddisfatti, gli inquieti, perché diventeranno cercatori di tesori”.
Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.
Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.
E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:
“Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri...”
Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.
Vuoi vivere davvero? Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.
E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.
E lo facciamo per amore dei poveri, non della povertà.
L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone, dopo le cose.
Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
• Primo, non accumulare.
• Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.
Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto.
Infatti, il vangelo continua: Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?
Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.
Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra che impedisce il volo, la bella notizia è una addizione di vita.
Chi prova a farlo, solo per frammenti certo, può dire:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini).
Ermes Ronchi
❤3
UN UOMO VALE PER QUANTO VALE IL SUO CUORE
Guai a voi ricchi.
Non una minaccia, ma una lamentazione.
É il compianto di Gesù: il mondo non avanzerà per coloro che accumulano denaro, la terra nuova non fiorirà dalle mani di coloro che sono sazi.
Chi è sazio non crea, si difende.
Dalle sue mani fiorirà solo altra fame. Altra violenza.
È un appello accorato: la vostra vita è senza frutto, non avete capito che i beni non sono per il possesso, ma per il dono:
c'è fame da saziare e lacrime da asciugare, questo è il progetto che fa salire la creazione.
E io?
lo che sono povero con l'ansia di diventare ricco?
lo che non ho ancora capito che un uomo vale non per il suo successo, ma per quanto vale il suo cuore?
“lo che ho commesso un solo peccato serio, quello di non essere felice” (A. Merini)?
lo che ho dentro di me un cuore diviso: uno da padrone e uno, più piccolo, da servitore?
lo so che Qualcuno ha raccolto tutte le mie lacrime, ad una ad una, in un vaso, preziose come fossero il suo tesoro.
lo so che Lui è vicino a chi ha il cuore ferito (Salmo 34, 19).
Guai a voi ricchi.
Non una minaccia, ma una lamentazione.
É il compianto di Gesù: il mondo non avanzerà per coloro che accumulano denaro, la terra nuova non fiorirà dalle mani di coloro che sono sazi.
Chi è sazio non crea, si difende.
Dalle sue mani fiorirà solo altra fame. Altra violenza.
È un appello accorato: la vostra vita è senza frutto, non avete capito che i beni non sono per il possesso, ma per il dono:
c'è fame da saziare e lacrime da asciugare, questo è il progetto che fa salire la creazione.
E io?
lo che sono povero con l'ansia di diventare ricco?
lo che non ho ancora capito che un uomo vale non per il suo successo, ma per quanto vale il suo cuore?
“lo che ho commesso un solo peccato serio, quello di non essere felice” (A. Merini)?
lo che ho dentro di me un cuore diviso: uno da padrone e uno, più piccolo, da servitore?
lo so che Qualcuno ha raccolto tutte le mie lacrime, ad una ad una, in un vaso, preziose come fossero il suo tesoro.
lo so che Lui è vicino a chi ha il cuore ferito (Salmo 34, 19).
🥰1