ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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FESTA DEI SANTI E DEI PECCATORI CHE SI TENGONO PER MANO

nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte:

santità è uguale a felicità.

Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi.

Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.

Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui.

Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...

Sembrano doti umane, atteggiamenti umani.
È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana.

Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.

Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.

È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra».

La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.

Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.

I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà.

I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.

Tutti siamo chiamati a essere beati.
È la sola grandezza che sia alla portata di tutti.
Tutti chiamati a essere felici.

Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi.
La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).

Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire.

Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.

Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.
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L’ETERNITÀ FIORISCE NEI VERBI DELLA GIOIA

La liturgia non ha pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte, ma la risurrezione.

La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti non pronuncia parole sulla fine ma sulla vita.

«Se tu fossi stato qui mio fratello Lazzaro non sarebbe morto».
Marta ha fede in Gesù, eppure si sbaglia.

Così noi ripetiamo le sue parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare, dov’è Dio?

Se Dio esiste, perché questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei cari non moriranno.

Invece Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla morte.

Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti.

Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta.

L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore.

Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore (Rm 8,35-37).

Questo mi basta.
Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte.

La sua vendetta è la risurrezione, un amore mai più separato.

Dio salva, questo è il suo nome.
Salvare significa conservare.

Per sua precisa volontà nulla andrà perduto,
non un affetto,
non un bicchiere d’acqua fresca,
neanche il più piccolo filo d’erba
.

Una preghiera per i defunti, forse la più bella, invoca: ammettili a godere la luce del tuo volto.

I verbi della fede cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo: GODERE.

La ragione cede alla gioia,
la fede al godimento.

L’eternità fiorisce nei verbi della gioia. Perché Dio non è risposta al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di felicità, lo è per i miei sensi,
lo spirito,
gli affetti e il cuore,
per la totalità della mia persona.

La nostra esperienza sostiene che tutto va dalla vita verso la morte.
La fede cristiana dichiara invece che l’esistenza dell’uomo va da morte a vita.

Dal santuario di Dio che è la terra e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso l’esterno.

Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta?
Non lo sai?
Sulla vita!
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I DUE CUORI

Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...

Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.

La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.

Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:

shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...


Fa tenerezza un Dio che chiede:Ascoltami, per favore!

Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.

Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.

Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita
.

Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.

Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.

Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.

Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...

In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.

La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...

Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.

Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.

Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.

Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature
.

Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.

Vivere è convivere, esistere è coesistere.

Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare
.

«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart).

Che cosa genera?
Amore che è vita
.
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NEI TERRITORI DELLA GRATUITÀ

Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, fratelli, vicini (belli questi quattro segmenti del cerchio caldo degli affetti, la gioiosa mappa del cuore).

Non invitarli, perché tutto non si chiuda nell'equilibrio illusorio del pareggio tra dare e avere.

Ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi: quattro gradini che ti portano oltre il circolo degli interessi e del tornaconto, nei territori della gratuità.

Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie,

crea una tavolata di ospiti male in arnese: suona come una proposta illogica, da vertigine,
e infatti ci parla di un Dio che ama in perdita,
ama senza clausole,
senza calcolare,

che entra in quelle vite scure come una offerta di sole, un gesto che renda più affettuosa la loro vita.

Per noi, tutti prigionieri dello schema dell'utilità e dell'interesse, quale scopo, quale risultato potrà mai avere un invito rivolto ai più poveri dei poveri?

La spiegazione che Gesù offre è paradossale: sarai beato perché non hanno da ricambiarti.

Non hanno cose da darti,
e allora hanno se stessi,
la loro persona
e la loro gioia da darti.

«Noi amiamo per,
preghiamo per,
compiamo opere buone per...

Ma motivare l'amore non è amare.
Avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta» (G. Vannucci)
.

L'amore non ha altra ragione che l'amore stesso.

E sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore
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GESÙ, PIENEZZA DELLA POLIFONIA DELL’ESISTENZA

Se uno non mi ama più di quanto ami padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita, non può...

Parole dure e severe. Alcune bruciano come chiodi di una crocifissione del cuore.

Un elenco puntiglioso di sette oggetti d'amore che compongono la geografia del cuore, la nostra mappa della felicità.

Se uno non mi ama più della propria vita... sembrano le parole di un esaltato.

MA DAVVERO QUESTO BRANO PARLA DI SACRIFICARE QUALSIASI LEGAME DEL CUORE?

Credo si tratti di colpi duri che spezzano la conchiglia per trovare la perla.

Il punto di comparazione è attorno al verbo «amare», in una formula per me meravigliosa e creativa «AMARE DI PIÙ».

Le condizioni che Gesù pone contengono “il morso del più”, il loro obiettivo non è una diminuzione ma un potenziamento, il cuore umano non è figlio di sottrazioni ma di addizioni, non è chiesto di sacrificare ma di aggiungere.

Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto gli affetti ti lavorino per farti uomo realizzato, donna felice, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale.

Gesù si offre come incremento, accrescimento di vita. Una vita intensa, piena, profondamente amata e mai rinnegata.

Chi non porta la propria croce...

La croce non è da portare per amore della sofferenza. “Credimi, è così semplice quando si ama” (J. Twardowski): là dove metti il tuo cuore, lì troverai anche le tue ferite.

Con il suo “amare di piùGesù non intende instaurare una competizione sentimentale o emotiva tra sé e la costellazione degli affetti del discepolo.

Da una simile sfida affettiva sa bene che non uscirebbe vincitore, se non presso pochi “folli di Dio”.

Per comprendere nel giusto senso il verbo amare, occorre considerare il retroterra biblico, confrontarsi con il Dio geloso dell'Alleanza (Dt 6,15) che chiede di essere amato con tutto il cuore e l'anima e le forze (in modo radicale come Gesù).

La richiesta di amare Dio non è primariamente affettiva. Lungo tutta l'Alleanza e i Profeti significa essere fedeli, non seguire gli idoli, ascoltare, ubbidire, essere giusti nella vita.

Amare “con tutto il cuore”, la totalità del cuore non significa esclusività.

Amerai Dio con tutto il cuore, non significa amerai solo lui.

Con tutto il cuore amerai anche tua madre, tuo figlio, tuo marito, il tuo amico. Senza amori dimezzati.

Ascolta Israele: non avrai altro Dio all'infuori di me, e non già: non avrai altri amori all'infuori di me.

Gesù si offre come ottavo oggetto d'amore al nostro cuore plurale,
come pienezza della polifonia dell'esistenza.

E lo può fare perché Lui possiede la chiave dell'arte di amare fino in fondo, fino all'estremo del dono.
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DIO NON GUARDA LA NOSTRA COLPA, MA LA NOSTRA DEBOLEZZA

Un pastore che sfida il deserto,

una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova.

LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA sono il vangelo del vangelo.

Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.

C'era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori,

un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti.

Gesù allora spiega questa amicizia con parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta.

Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.

Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai.

Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando.

Il pastore non la punisce, è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno.

Immagine bellissima: Dio non guarda la nostra colpa, ma la nostra debolezza.
Non traccia consuntivi, ma preventivi.

Dio è amico della vita:

Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici,
realizzate,
uomini finalmente promossi a uomini
.

La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa.

Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d'oro.

Queste parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge cielo e terra
:

vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti...

Da che cosa nasce questa felicità di Dio?

Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici.

Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa:

avete visto l'amato del mio cuore?

SONO IO L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME
.

Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
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FATEVI DEGLI AMICI

Un peccatore che fa lezione ai discepoli,
Gesù che mette sulla cattedra un disonesto.
E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento:

i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce.

Imparate, fosse anche da un peccatore
.

L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara:
farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.

Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.

Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione.

Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.

E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa.

Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio,
venti insperate misure di grano,
alla gioia che nascerà,
alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.

E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.

Fatevi degli amici.
Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia,
la eleva a programma di vita,
vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia,
il comandamento più gioioso e più umano.

Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta?

Giovanni Crisostomo scrive:
potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode.

Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra
.
E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.

Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.

La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri.

Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.

Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.

Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.

Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza.

Il culto della ricchezza,
dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere,
la disidratazione del cuore
, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.
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NELLA CHIESA FUORI I MERCANTI E DENTRO I POVERI

In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo all'altro della terra.

Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si è fatto dell'uomo la sua casa, e della terra intera la sua chiesa.

Nel Vangelo, Gesù con una frusta in mano.
Il Gesù che non ti aspetti, il coraggioso il cui parlare è si si, no no.

Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva tenerezza (Eg 85).

Gesù mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo.

E lo fa con gesti profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.

Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.

Gesù caccia i mercanti, perché la fede è stata monetizzata, Dio è diventato oggetto di compravendita.

I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo:

io ti do orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.

Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi.

Non pretende nulla, dona tutto.

Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri.

Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).

Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo.
Tutto il resto è decorativo.

Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.

Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per sempre.

C'è grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia dei volti, alla santità dei volti.

Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre città, dentro le nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri, con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mosè al roveto, allora ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale.
Che tutto il mondo è cielo, cielo di un solo Dio.
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STIGMA DI DIO SONO DUE SPICCIOLI

L’ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco è
una donna senza nome,
una maestra senza parole e senza titoli,
ma che conosce la sapienza del vivere
.

Gesù, seduto, osserva.
Il suo sguardo penetrante, affilato come quello dei profeti, nota in quella vedova povera un gesto da nulla, in cui si cela il divino, vede l’assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi.

Lei ha gettato due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.

Perché di più di tutti? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Conta quanto cuore c’è dentro, quanto peso di lacrime e quanta fede.

Per quella donna, le parole originarie che Marco spende sono geniali: gettò nel tesoro tutta intera la sua vita.
Ha gettato tutto ciò che le serviva per vivere
.

Chi dà tutto, non si meraviglia, poi, di ricevere tutto.

Quella donna ha immesso nel mondo il meglio che aveva: il suo molto coraggio, contenente una scheggia di divino.

Nel gesto discreto di lei, Gesù ci lascia una lezione fondamentale:
non cercate nella vita persone sante.
Forse le troverete o forse no
(infatti non sappiamo nulla della vita morale di quella donna).

Cercate piuttosto persone generose.
La generosità è lo stigma di Dio
.

Affidiamo la nostra vita ai generosi, andiamo a scuola da loro, e non dagli scribi pii e devoti.

Vangelo dalla domanda radicale:
Che cosa ci fa vivere?
Dalla risposta semplice:
il dono!

Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, concreto, asciutto, di mani: “dare”.
Non un fatto di emozioni ma di doni.

Architrave portante della religione è il dono, e non il dovere o i debiti da pagare.

Io credo nello Spirito è Signore e dà la vita”.

Dio dona.
Dona respiro al mio respiro,
dona agli uccelli di volare,
alla rosa di fiorire,
alle mamme l’abbraccio
che guarisce
,
alla vita di risorgere,
a una piccola donna povera di valere molto più
degli istruiti
,
più ancora dei più ricchi.

“Se tu ascoltassi per un’ora soltanto il tuo cuore, faresti lezione agli eruditi!” (Rumi).

Questa donna l’ha fatto, ha ascoltato il cuore e ha dato più di tutti.

La domanda dell’ultima sera risuonerà forse come eco di questo piccolo evento:

che cosa hai dato alla vita?
Hai dato molto o poco alle vite che ti erano affidate? Hai dato generosamente quello che avevi:
tempo,
affetti,
luce,
i motivi che ti fanno vivere, gioire e,
qualche volta almeno, tentare un passo di danza nel sole,
e perfino nella pioggia?


I primi posti non appartengono agli scribi esperti di religione,
ma a quelli che danno ciò che li fa vivere,
che regalano cuore
con gesti piccoli o grandi di cura,
attenzione,
gentilezza
.

L’infinito confina con una carezza,

l’assoluto con due spiccioli poveri,

la notte comincia con la prima stella,

l’amore con il primo sguardo,

il mondo nuovo con il piccolo gesto di una vedova senza nome.
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