SEGUIRLO È SCOPRIRE
UNA RICCHEZZA
MAI IMMAGINATA
Il primo personaggio
che entra in scena
è un generoso e dice:
Ti seguirò, dovunque
tu vada!
Gesù deve avere gioito
per lo slancio,
deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane
di quest'uomo.
Eppure risponde:
Pensaci! Neanche un nido, neanche una tana,
solo strada, ancora strada.
Non un posto dove
posare il capo,
se non in Dio,
quotidianamente
dipendente dal cielo.
Così è Gesù:
nudo amore che
deve essere amato
in nuda povertà.
Eppure, seguirlo è
scoprire una ricchezza
che mai avrei immaginato.
É diventare ricchi,
non di cose,
di luoghi o nidi,
ma di incontri,
di opportunità,
di luce.
Gesù non ha una casa,
ma ne trova cento
sul suo cammino,
colme di volti amici.
Le parole di Gesù
sono sempre,
anche quelle dure,
una risposta al nostro
bisogno di felicità.
Il secondo riceve un invito diretto:
Seguimi!
E questi risponde: sì.
Solo permettimi di andare
prima a seppellire
mio padre.
La richiesta più legittima
che si possa pensare,
dovere di figlio,
compito di umanità
Gesù replica con parole
tra le più dure del vangelo:
Lascia che i morti
seppelliscano i morti!
Parole che dicono:
è possibile essere
dei morti dentro,
vivere una vita spenta,
una religiosità oscura, tenebrosa, intrisa di paure.
Parole dure che
sottintendono però:
segui me, io ti darò
il segreto della vita autentica!
Il Vangelo è sempre
un inno alla vita,
scoperta di bellezza,
incremento di umanità.
Gesù non cerca
eroi incrollabili
per il suo regno,
ma uomini e donne
autentici che
sappiano sceglierlo
ogni giorno di nuovo,
che sappiano rispondere «sì», ogni volta,
come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene?
UNA RICCHEZZA
MAI IMMAGINATA
Il primo personaggio
che entra in scena
è un generoso e dice:
Ti seguirò, dovunque
tu vada!
Gesù deve avere gioito
per lo slancio,
deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane
di quest'uomo.
Eppure risponde:
Pensaci! Neanche un nido, neanche una tana,
solo strada, ancora strada.
Non un posto dove
posare il capo,
se non in Dio,
quotidianamente
dipendente dal cielo.
Così è Gesù:
nudo amore che
deve essere amato
in nuda povertà.
Eppure, seguirlo è
scoprire una ricchezza
che mai avrei immaginato.
É diventare ricchi,
non di cose,
di luoghi o nidi,
ma di incontri,
di opportunità,
di luce.
Gesù non ha una casa,
ma ne trova cento
sul suo cammino,
colme di volti amici.
Le parole di Gesù
sono sempre,
anche quelle dure,
una risposta al nostro
bisogno di felicità.
Il secondo riceve un invito diretto:
Seguimi!
E questi risponde: sì.
Solo permettimi di andare
prima a seppellire
mio padre.
La richiesta più legittima
che si possa pensare,
dovere di figlio,
compito di umanità
Gesù replica con parole
tra le più dure del vangelo:
Lascia che i morti
seppelliscano i morti!
Parole che dicono:
è possibile essere
dei morti dentro,
vivere una vita spenta,
una religiosità oscura, tenebrosa, intrisa di paure.
Parole dure che
sottintendono però:
segui me, io ti darò
il segreto della vita autentica!
Il Vangelo è sempre
un inno alla vita,
scoperta di bellezza,
incremento di umanità.
Gesù non cerca
eroi incrollabili
per il suo regno,
ma uomini e donne
autentici che
sappiano sceglierlo
ogni giorno di nuovo,
che sappiano rispondere «sì», ogni volta,
come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene?
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LA PASSIONE
PER IL MARE APERTO
Le piccole barche
sono al sicuro,
ormeggiate nel porto,
ma non è per questo
che sono state costruite.
Sono fatte per navigare,
e anche per affrontare burrasche.
Noi siamo naviganti
su fragili legni nel mare della vita, su gusci di noci.
Eppure ci raggiunge
la parola di Gesù:
passiamo all'altra riva,
andiamo oltre.
C'è un oltre che abita
le cose.
Non è nel segno
del Vangelo
restarsene al sicuro,
attraccati alla banchina
o fermi all'ancora.
Il nostro posto non è
nei successi, ma
in una barca in mare, mare aperto, dove prima o poi durante la navigazione della vita verranno acque agitate e vento contrario.
Vera pedagogia è quella di Gesù:
trasmettere non paura ma
la passione per
il mare aperto,
il desiderio di
navigare avanti,
la gioia del mare alto
e infinito.
Nella breve navigazione
Gesù si addormenta, sfinito.
Io non so perché si alzano tempeste nella vita.
Non lo sanno Luca, Marco, Matteo: raccontano tempeste sempre uguali e tutte senza perché.
Vorrei anch'io un cielo
sempre sereno
e luci chiare a indicare
la navigazione,
un porto sicuro e vicino.
Ma intanto la barca,
simbolo di me,
della mia vita fragile,
della grande comunità,
intanto resiste.
E non per il morire del vento,
non perché finiscono i problemi,
ma per il miracolo umile
dei rematori che
non abbandonano i remi,
che sostengono ciascuno
la speranza dell'altro.
A noi invece pare di essere abbandonati appena
si alza il vento
di una malattia,
di una crisi familiare,
di relazioni che dolgono.
Ci sentiamo naufraghi
in una storia dove Dio
sembra dormire, anziché
intervenire subito,
ai primi segni della fatica,
al primo morso della paura, appena il dolore ci artiglia
come un predatore
Allora ecco il grido:
Non ti importa che moriamo?
Eloquenza dei gesti:
si destò, minacciò
il vento e il mare..., perché
sì, mi importa di voi.
Mi importano i passeri
del cielo e voi valete più
di molti passeri.
Mi importano i gigli
del campo e voi siete
più belli di tutti i fiori
del mondo.
Mi importi al punto che
ti ho contato i capelli
in capo e tutta la paura
che porti nel cuore.
E sono con te,
a farmi argine al buio,
luce nel riflesso più profondo
delle tue lacrime.
Nelle mie notti
Dio è con me;
intreccia il suo respiro con il mio,
e «non mi salva
“dalla” tempesta
ma “nella” tempesta.
Non protegge dal dolore
ma nel dolore.
Non salva il Figlio
dalla croce ma nella croce».
(D. Bonhoeffer)
Lui è con noi, a salvarci
da tutti i nostri naufragi,
è qui da prima del miracolo: è nelle braccia forti degli uomini sui remi; nella presa salda
del timoniere;
nelle mani che svuotano
il fondo della barca.
Lui è in tutti coloro che, insieme, compiono i gesti
esatti e semplici
che proteggono la vita.
PER IL MARE APERTO
Le piccole barche
sono al sicuro,
ormeggiate nel porto,
ma non è per questo
che sono state costruite.
Sono fatte per navigare,
e anche per affrontare burrasche.
Noi siamo naviganti
su fragili legni nel mare della vita, su gusci di noci.
Eppure ci raggiunge
la parola di Gesù:
passiamo all'altra riva,
andiamo oltre.
C'è un oltre che abita
le cose.
Non è nel segno
del Vangelo
restarsene al sicuro,
attraccati alla banchina
o fermi all'ancora.
Il nostro posto non è
nei successi, ma
in una barca in mare, mare aperto, dove prima o poi durante la navigazione della vita verranno acque agitate e vento contrario.
Vera pedagogia è quella di Gesù:
trasmettere non paura ma
la passione per
il mare aperto,
il desiderio di
navigare avanti,
la gioia del mare alto
e infinito.
Nella breve navigazione
Gesù si addormenta, sfinito.
Io non so perché si alzano tempeste nella vita.
Non lo sanno Luca, Marco, Matteo: raccontano tempeste sempre uguali e tutte senza perché.
Vorrei anch'io un cielo
sempre sereno
e luci chiare a indicare
la navigazione,
un porto sicuro e vicino.
Ma intanto la barca,
simbolo di me,
della mia vita fragile,
della grande comunità,
intanto resiste.
E non per il morire del vento,
non perché finiscono i problemi,
ma per il miracolo umile
dei rematori che
non abbandonano i remi,
che sostengono ciascuno
la speranza dell'altro.
A noi invece pare di essere abbandonati appena
si alza il vento
di una malattia,
di una crisi familiare,
di relazioni che dolgono.
Ci sentiamo naufraghi
in una storia dove Dio
sembra dormire, anziché
intervenire subito,
ai primi segni della fatica,
al primo morso della paura, appena il dolore ci artiglia
come un predatore
Allora ecco il grido:
Non ti importa che moriamo?
Eloquenza dei gesti:
si destò, minacciò
il vento e il mare..., perché
sì, mi importa di voi.
Mi importano i passeri
del cielo e voi valete più
di molti passeri.
Mi importano i gigli
del campo e voi siete
più belli di tutti i fiori
del mondo.
Mi importi al punto che
ti ho contato i capelli
in capo e tutta la paura
che porti nel cuore.
E sono con te,
a farmi argine al buio,
luce nel riflesso più profondo
delle tue lacrime.
Nelle mie notti
Dio è con me;
intreccia il suo respiro con il mio,
e «non mi salva
“dalla” tempesta
ma “nella” tempesta.
Non protegge dal dolore
ma nel dolore.
Non salva il Figlio
dalla croce ma nella croce».
(D. Bonhoeffer)
Lui è con noi, a salvarci
da tutti i nostri naufragi,
è qui da prima del miracolo: è nelle braccia forti degli uomini sui remi; nella presa salda
del timoniere;
nelle mani che svuotano
il fondo della barca.
Lui è in tutti coloro che, insieme, compiono i gesti
esatti e semplici
che proteggono la vita.
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CHI ENTRA
IN CONTATTO CON
GESÙ DI NAZARETH,
È ROVINATO, FORTUNATAMENTE ROVINATO
Sono due,
“ma due non è
due volte uno:
due è duemila volte uno»
(G. K. Chesterton,
L'uomo che fu Giovedì),
perciò questi indemoniati
sono moltitudine.
Gesù giunse… e
gli indemoniati uscirono
e gli andarono incontro.
Come Gesù fungesse
da calamita.
La miseria attrae la misericordia.
Questa moltitudine dice
a Gesù: cosa vuoi da noi? Sei venuto a tormentarci prima del tempo?
Sì, Gesù è venuto
a disturbarci,
a creare scompiglio
nelle nostre vite,
nella nostra
quiete mortifera.
Lui è la Parola di verità
che ci disturba
nel nostro quieto vivere.
Il vecchio Simeone,
al tempio ebbe a dire dinanzi al bambino Gesù: «Egli è qui per la
rovina di molti in Israele» (Lc 2, 34 vers. ’74).
Chi entra in contatto
con Gesù di Nazareth,
è rovinato,
fortunatamente rovinato.
«Non crediate che io
sia venuto a portare pace sulla terra; non sono
venuto a portare pace,
ma una spada»
e la spada,
che è la Parola di Dio,
è il suo vangelo.
E chi accosta
seriamente la Parola,
deve decidersi, e
decidere = recidere.
Da che parte stai?
«Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente»
(David Maria Turoldo).
Cristo è definito
dolce rovina.
Infatti, o Cristo ci è rovina,
o è inutile stargli assieme.
Cristo è venuto a portare
la spada e non la pace
(Mt 10, 34),
il fuoco che brucia
e consuma,
non a riscaldare i cuori.
Cristo è la rovina di
tutto ciò che in me
non è bellezza:
abbatte chiusure, demolisce maschere e paure, ogni mediocrità,
il volare basso,
l'omologarsi al pensiero dominante.
Impossibile amarti e non essere trasformati.
Dio è fuoco e
non si torna indenni
dall'incontro con il fuoco.
Dio è luce e non ci si espone impunemente
alla luce,
senza lasciarsi irradiare,
senza raccoglierla in noi
e poi rilasciarla
goccia a goccia.
Dio è Spirito e
il suo Vento
non lascia dormire
la polvere, sul cuore,
sulla mente.
IN CONTATTO CON
GESÙ DI NAZARETH,
È ROVINATO, FORTUNATAMENTE ROVINATO
Sono due,
“ma due non è
due volte uno:
due è duemila volte uno»
(G. K. Chesterton,
L'uomo che fu Giovedì),
perciò questi indemoniati
sono moltitudine.
Gesù giunse… e
gli indemoniati uscirono
e gli andarono incontro.
Come Gesù fungesse
da calamita.
La miseria attrae la misericordia.
Questa moltitudine dice
a Gesù: cosa vuoi da noi? Sei venuto a tormentarci prima del tempo?
Sì, Gesù è venuto
a disturbarci,
a creare scompiglio
nelle nostre vite,
nella nostra
quiete mortifera.
Lui è la Parola di verità
che ci disturba
nel nostro quieto vivere.
Il vecchio Simeone,
al tempio ebbe a dire dinanzi al bambino Gesù: «Egli è qui per la
rovina di molti in Israele» (Lc 2, 34 vers. ’74).
Chi entra in contatto
con Gesù di Nazareth,
è rovinato,
fortunatamente rovinato.
«Non crediate che io
sia venuto a portare pace sulla terra; non sono
venuto a portare pace,
ma una spada»
e la spada,
che è la Parola di Dio,
è il suo vangelo.
E chi accosta
seriamente la Parola,
deve decidersi, e
decidere = recidere.
Da che parte stai?
«Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente»
(David Maria Turoldo).
Cristo è definito
dolce rovina.
Infatti, o Cristo ci è rovina,
o è inutile stargli assieme.
Cristo è venuto a portare
la spada e non la pace
(Mt 10, 34),
il fuoco che brucia
e consuma,
non a riscaldare i cuori.
Cristo è la rovina di
tutto ciò che in me
non è bellezza:
abbatte chiusure, demolisce maschere e paure, ogni mediocrità,
il volare basso,
l'omologarsi al pensiero dominante.
Impossibile amarti e non essere trasformati.
Dio è fuoco e
non si torna indenni
dall'incontro con il fuoco.
Dio è luce e non ci si espone impunemente
alla luce,
senza lasciarsi irradiare,
senza raccoglierla in noi
e poi rilasciarla
goccia a goccia.
Dio è Spirito e
il suo Vento
non lascia dormire
la polvere, sul cuore,
sulla mente.
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TOMMASO,
UN PREZIOSO
COMPAGNO DI VIAGGIO
A noi giovò più l'incredulità
di Tommaso che non
la fede degli apostoli
(Gregorio Magno).
Tommaso ci è più utile degli altri. Perché ci mostra quale grande educatore fosse Gesù:
aveva formato Tommaso
alla libertà interiore,
al coraggio di dissentire
per seguire
la propria coscienza.
Erano chiuse le porte
del luogo dove
si trovavano i discepoli
per paura dei Giudei.
Una comunità chiusa,
impaurita, a porte sbarrate.
Tommaso no,
lui va e viene,
è un coraggioso
(aveva esortato i suoi compagni:
andiamo anche noi
a morire con lui!).
Lì dentro si sentiva
mancare l'aria.
Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri,
gli dicono.
E lui: se non vedo
con i miei occhi
non vi credo.
Tommaso è un prezioso compagno di viaggio,
come tutti quelli,
dentro e fuori della chiesa,
che vogliono vedere,
vogliono toccare,
con la serietà che merita
la fede.
Come tutti quelli che
sono esigenti e radicali,
e non si accontentano
del sentito dire, ma
vogliono una fede
che si incida
nel cuore e nella storia.
Che bello se anche
nella Chiesa
fossimo educati
con lo stile di Gesù, che
formava più alla serietà
e all'approfondimento,
alla libertà e al coraggio,
che non all'ubbidienza.
P. Vannucci esortava:
non pensate pensieri
già pensati da altri.
Per non fare spreco
dello Spirito.
Poi il momento centrale:
l'incontro con il Risorto.
Gesù invece di imporsi,
si propone, si espone:
Metti qui il tuo dito;
tendi la tua mano e
mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la sua fatica
e i suoi dubbi.
Rispetta i tempi
di ciascuno e
la complessità del vivere.
Non si scandalizza,
si ripropone
con le sue ferite aperte.
La risurrezione non ha
richiuso i fori dei chiodi,
perché la morte di croce
non è un semplice
incidente da superare,
è invece qualcosa che
deve restare
per l'eternità,
gloria e vanto di Cristo,
il punto più alto,
la rivelazione massima
dell'amore di Dio.
Nel cuore del cielo sta,
per sempre,
carne d'uomo ferita.
Nostro alfabeto d'amore.
Perché mi hai veduto,
tu hai creduto;
beati quelli che
non hanno visto e
hanno creduto!
Ecco una beatitudine che
sento finalmente mia,
le altre le ho sempre
sentite difficili,
cose per pochi coraggiosi,
per pochi affamati
di immenso.
Finalmente
una beatitudine per tutti,
per chi fa fatica,
per chi cerca a tentoni,
per chi non vede,
per chi ricomincia.
Beati voi...
grazie a tutti quelli che
credono senza necessità
di segni, anche se
hanno mille dubbi,
come Tommaso.
Sono quelli che
se una volta potessero
toccare Gesù da vicino,
vedere il volto,
toccare il volto,
se una volta potranno
vederlo, ma in noi,
anch'essi diranno:
Mio Signore e mio Dio!
UN PREZIOSO
COMPAGNO DI VIAGGIO
A noi giovò più l'incredulità
di Tommaso che non
la fede degli apostoli
(Gregorio Magno).
Tommaso ci è più utile degli altri. Perché ci mostra quale grande educatore fosse Gesù:
aveva formato Tommaso
alla libertà interiore,
al coraggio di dissentire
per seguire
la propria coscienza.
Erano chiuse le porte
del luogo dove
si trovavano i discepoli
per paura dei Giudei.
Una comunità chiusa,
impaurita, a porte sbarrate.
Tommaso no,
lui va e viene,
è un coraggioso
(aveva esortato i suoi compagni:
andiamo anche noi
a morire con lui!).
Lì dentro si sentiva
mancare l'aria.
Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri,
gli dicono.
E lui: se non vedo
con i miei occhi
non vi credo.
Tommaso è un prezioso compagno di viaggio,
come tutti quelli,
dentro e fuori della chiesa,
che vogliono vedere,
vogliono toccare,
con la serietà che merita
la fede.
Come tutti quelli che
sono esigenti e radicali,
e non si accontentano
del sentito dire, ma
vogliono una fede
che si incida
nel cuore e nella storia.
Che bello se anche
nella Chiesa
fossimo educati
con lo stile di Gesù, che
formava più alla serietà
e all'approfondimento,
alla libertà e al coraggio,
che non all'ubbidienza.
P. Vannucci esortava:
non pensate pensieri
già pensati da altri.
Per non fare spreco
dello Spirito.
Poi il momento centrale:
l'incontro con il Risorto.
Gesù invece di imporsi,
si propone, si espone:
Metti qui il tuo dito;
tendi la tua mano e
mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la sua fatica
e i suoi dubbi.
Rispetta i tempi
di ciascuno e
la complessità del vivere.
Non si scandalizza,
si ripropone
con le sue ferite aperte.
La risurrezione non ha
richiuso i fori dei chiodi,
perché la morte di croce
non è un semplice
incidente da superare,
è invece qualcosa che
deve restare
per l'eternità,
gloria e vanto di Cristo,
il punto più alto,
la rivelazione massima
dell'amore di Dio.
Nel cuore del cielo sta,
per sempre,
carne d'uomo ferita.
Nostro alfabeto d'amore.
Perché mi hai veduto,
tu hai creduto;
beati quelli che
non hanno visto e
hanno creduto!
Ecco una beatitudine che
sento finalmente mia,
le altre le ho sempre
sentite difficili,
cose per pochi coraggiosi,
per pochi affamati
di immenso.
Finalmente
una beatitudine per tutti,
per chi fa fatica,
per chi cerca a tentoni,
per chi non vede,
per chi ricomincia.
Beati voi...
grazie a tutti quelli che
credono senza necessità
di segni, anche se
hanno mille dubbi,
come Tommaso.
Sono quelli che
se una volta potessero
toccare Gesù da vicino,
vedere il volto,
toccare il volto,
se una volta potranno
vederlo, ma in noi,
anch'essi diranno:
Mio Signore e mio Dio!
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VERSO UN REGNO
PIENO DI PECCATORI PERDONATI:
GENTE COME NOI
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa, di volti,
di amici, molti
si premura di dirmi,
e peccatori, chiamati
ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio: guarisce la vita, la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio, ma
la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me e
mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi: la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
PIENO DI PECCATORI PERDONATI:
GENTE COME NOI
Vorrei tanto conoscere
le emozioni di Matteo,
l’energia misteriosa
di quelle parole,
che cosa lo sedusse.
Ma Matteo non parla di sé,
il centro della scena deve essere di Cristo:
Segui Me.
E queste
parole senza perché,
questa mancanza
di ragioni,
sono la vera ragione
del discepolo.
È la persona di Cristo
la causa, il senso,
l’orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza
che fa partire.
E se Matteo potesse rispondere, direbbe che
si è convertito a Cristo, perché ha visto Cristo convertirsi a lui,
fermarsi e girarsi
dalla sua parte;
e io ho più di Matteo,
di Cristo io ho la croce.
Direbbe che no,
non è stato un sacrificio;
mi parlerebbe del piacere dell’essere discepolo,
del piacere del credere.
Ma l’avevo già intuito,
leggendo di quella casa
piena di festa, di volti,
di amici, molti
si premura di dirmi,
e peccatori, chiamati
ben prima
di essere convertiti.
Convertiti
perché chiamati.
Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio: guarisce la vita, la fa risplendere;
non è la mortificazione
che dà lode a Dio, ma
la vita piena, forte, vibrante.
Gesù mangia con me e
mi assicura che il principio
della salvezza non è
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me.
Ci guarisce fermandosi
con noi: la sua vicinanza
è la medicina,
il condividere vita, pane, festa, strada, sogni, comunione.
Solo la comunione dà
la felicità,
così nel matrimonio,
così nella fede.
Voglio l’amore!
Grido di Dio e dell’uomo.
Non sono venuto
a chiamare i giusti
ma i peccatori.
Qual è il merito
dei peccatori?
Nessuno!
Sono coloro che
non ce la fanno,
che non sono all’altezza, ma scoprono un Dio
più grande del loro cuore.
Dio non si merita,
si accoglie.
Gesù ancora cerca
il peccatore che è in me.
Assolvere una lista
di peccati, per quanto lunga e impressionante, non gli basta.
Vuole impadronirsi
della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi.
Beata debolezza!
E io, felice d’essere debole, dimoro quietamente
nella misericordia,
verso un Regno pieno
non di santi,
ma di peccatori perdonati,
di gente come noi.
Quando sono debole
è allora che sono forte.
Nessun lassismo però.
Vuoi restare nel peccato
perché abbondi la grazia?
Assurdo (Rom 6,1).
Ma oggi mi godo
la festa del peccatore
che ha scoperto un Dio
più grande del suo cuore.
Solo questo
mi converte ancora.
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ALTRA STRADA NON C’È
CHE QUELLA DI
UN CUORE NUOVO
Matteo racconta
il piacere del credere,
il piacere della fede
provato dai discepoli
in quei giorni
del loro libero andare.
Cristo come festa,
fariseismo come penitenza.
Religione di persone,
splendore d'incontri,
e religione di leggi
e di sospetti.
Alternativa antica
quanto Adamo.
La fede non è un dovere,
ma il sereno godimento
del giardino della vita.
Mia sposa è la vita.
E i sensi sono divine tastiere (Turoldo)
suonate da un Dio
che mi parla anche
attraverso il mio sentire.
È il Dio «sensibile
al cuore» di Pascal, che
nel giorno del giudizio,
secondo una tradizione
ebraica, chiederà
a ciascuno:
perché non hai goduto
di tutte le cose belle
che ho creato per te?
Perché non sei stato felice
con le mie cose buone?
«Ti attirerò a me, ti farò
mia sposa per sempre,
dice il profeta Osea,
parlerò al tuo cuore».
Anzi: ti parlerò sul cuore.
«Molti parlano;
pochi parlano al cuore;
uno solo ti parla
sul cuore,
il Dio innamorato»
(L. Pozzoli).
Tu sei il desiderio di Dio.
Trono, anfora,
pagina di Dio
è il tuo cuore.
E senti come
un abbraccio,
prossimità assoluta,
la stretta infaticata
di Uno che di te
non è stanco.
Allora conoscerai
il tuo Signore, dice Osea:
è uno sposo,
con la carica emozionale,
di entusiasmo,
di desiderio,
carnale quasi, che evoca.
Sposo e sposa
sono parole che
da sole non vivono,
hanno bisogno
l'una dell'altra.
Io ho bisogno di Dio,
ma Dio ha bisogno di me.
Lui ha ancora più sete.
Dio è l'altra parte dell'uomo,
l'uomo è l'altra parte di Dio.
Sposo: definizione
di Gesù di una profondità
mai sospettata prima.
Ma poi vengono giorni
in cui lo sposo è tolto,
l'amore è esiliato,
l'uomo è per l'uomo Caino.
Sono i nostri giorni.
E non c'è luna di miele
in cui restare,
devo proclamare che
la vita è in pericolo,
che la terra è minacciata,
che sono
giorni senza amore,
desideri senza Sposo.
Ma anche che un altro
mondo è possibile.
La terra veste
abiti da guerra,
un vestito troppo vecchio ormai e senza futuro, che
si sogna forte ed è logoro.
Dai suoi strappi traspare
solo la notte. E la morte.
Ma un altro vestito
è possibile,
un altro cuore,
un'altra umanità.
Forse abbiamo versato
vino nuovo in otri vecchi,
rattoppato un cuore
d'uomo troppo lacerato,
uno straccio di cuore,
cui siamo rimasti
inutilmente attaccati.
E abbiamo sciupato
e rovinato il vangelo,
come vino perduto.
Altra strada non c'è che
quella di un cuore nuovo.
E verrà se insisto
a cercare, ad ascoltare
Uno che mi parli
sul cuore.
Verrà, se insisto
ad amarlo.
Verrà, perché il cuore
si trasforma in ciò che ama.
Verrà se prenderò
il Vangelo come
mio abito,
se indosserò
le beatitudini,
se comporrò
le mie parabole di vita,
con il suo cuore di Cristo,
con le mani.
CHE QUELLA DI
UN CUORE NUOVO
Matteo racconta
il piacere del credere,
il piacere della fede
provato dai discepoli
in quei giorni
del loro libero andare.
Cristo come festa,
fariseismo come penitenza.
Religione di persone,
splendore d'incontri,
e religione di leggi
e di sospetti.
Alternativa antica
quanto Adamo.
La fede non è un dovere,
ma il sereno godimento
del giardino della vita.
Mia sposa è la vita.
E i sensi sono divine tastiere (Turoldo)
suonate da un Dio
che mi parla anche
attraverso il mio sentire.
È il Dio «sensibile
al cuore» di Pascal, che
nel giorno del giudizio,
secondo una tradizione
ebraica, chiederà
a ciascuno:
perché non hai goduto
di tutte le cose belle
che ho creato per te?
Perché non sei stato felice
con le mie cose buone?
«Ti attirerò a me, ti farò
mia sposa per sempre,
dice il profeta Osea,
parlerò al tuo cuore».
Anzi: ti parlerò sul cuore.
«Molti parlano;
pochi parlano al cuore;
uno solo ti parla
sul cuore,
il Dio innamorato»
(L. Pozzoli).
Tu sei il desiderio di Dio.
Trono, anfora,
pagina di Dio
è il tuo cuore.
E senti come
un abbraccio,
prossimità assoluta,
la stretta infaticata
di Uno che di te
non è stanco.
Allora conoscerai
il tuo Signore, dice Osea:
è uno sposo,
con la carica emozionale,
di entusiasmo,
di desiderio,
carnale quasi, che evoca.
Sposo e sposa
sono parole che
da sole non vivono,
hanno bisogno
l'una dell'altra.
Io ho bisogno di Dio,
ma Dio ha bisogno di me.
Lui ha ancora più sete.
Dio è l'altra parte dell'uomo,
l'uomo è l'altra parte di Dio.
Sposo: definizione
di Gesù di una profondità
mai sospettata prima.
Ma poi vengono giorni
in cui lo sposo è tolto,
l'amore è esiliato,
l'uomo è per l'uomo Caino.
Sono i nostri giorni.
E non c'è luna di miele
in cui restare,
devo proclamare che
la vita è in pericolo,
che la terra è minacciata,
che sono
giorni senza amore,
desideri senza Sposo.
Ma anche che un altro
mondo è possibile.
La terra veste
abiti da guerra,
un vestito troppo vecchio ormai e senza futuro, che
si sogna forte ed è logoro.
Dai suoi strappi traspare
solo la notte. E la morte.
Ma un altro vestito
è possibile,
un altro cuore,
un'altra umanità.
Forse abbiamo versato
vino nuovo in otri vecchi,
rattoppato un cuore
d'uomo troppo lacerato,
uno straccio di cuore,
cui siamo rimasti
inutilmente attaccati.
E abbiamo sciupato
e rovinato il vangelo,
come vino perduto.
Altra strada non c'è che
quella di un cuore nuovo.
E verrà se insisto
a cercare, ad ascoltare
Uno che mi parli
sul cuore.
Verrà, se insisto
ad amarlo.
Verrà, perché il cuore
si trasforma in ciò che ama.
Verrà se prenderò
il Vangelo come
mio abito,
se indosserò
le beatitudini,
se comporrò
le mie parabole di vita,
con il suo cuore di Cristo,
con le mani.
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1+1= COMUNITÀ
Luca 10,1-9
Le nostre comunità vivono
una stagione di stanchezze
e di sconcerto per i numeri
che calano.
Gesù no, lui custodiva
e incoraggiava
quel germoglio nascente:
designò altri 72 e li inviò.
É il cristianesimo
ad essere in crisi? No,
è in crisi un certo modo di
intendere il cristianesimo.
Ricominciamo dal vangelo:
1. La prima parola oggi:
la messe è molta, ma
sono pochi quelli che
vi lavorano.
Lo sguardo di Gesù
vede gente bella e
dal cuore aperto.
Persone che si prodigano ovunque senza rumore, guardando dritto.
Ma gli operai sono pochi...
forse abbiamo capito male.
Non è il numero
il problema,
il numero è un criterio
anti-evangelico;
la vera domanda è se
noi lavoriamo a questa messe o se stiamo
alla finestra a guardare.
Siamo noi quei settantadue inviati. Tutti.
Laici, frati, donne e uomini;
ma siamo capaci
di dire Dio?
Di dire pace?
In casa mia, nel lavoro,
con i miei amici o
in famiglia,
nelle associazioni?
Gesù non dà i dettagli dell’anno catechistico o a che orari mettere le messe; lui ci dice l’essenziale,
ci indica la consegna amorosa e contagiosa
del vangelo,
dove la passione è
la grande assente.
2. A due a due;
neanche il parroco o
il priore fa da solo;
ha bisogno dell’altro come
stimolo e come limite.
A due a due,
un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore.
Il numero due non indica
la somma di uno più uno,
ma è l’inizio della comunione,
l’avvio della comunità e
del cerchio grande, filo
doppio che non si spezza.
3. Le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche:
pace a questa casa,
Dio è vicino.
Parole dirette.
Non si tratta di una pace generica, ma pace
a questa casa,
a questa tavola,
a questi volti.
Pace è una parola
da riempire di gesti,
di muri da abbattere,
di perdoni chiesti e donati,
di fiducia concessa
di nuovo,
di ascolti e abbracci.
Ripudiate l’odio. Amatevi, altrimenti vi distruggerete.
È tutto qui il vangelo.
4. Vi mando come agnelli
fra i lupi.
Senza zanne o artigli, ma
non allo sbaraglio, bensì
a mostrare il mondo
in altra luce.
Vi mando come
presenza disarmata,
ad opporvi al male
con un "di più" di bontà.
5. Vi mando
senza, senza, senza.
Non è l’abbondanza
dei mezzi a rendere efficace l’annuncio.
Non sei un buon parroco
perché hai tanti soldi,
neanche un buon padre
di famiglia per tanto
denaro, ma perché
sei credibile,
come credente
o come padre.
6. Non salutate nessuno
per strada, che
non vuol dire: girate a
muso duro fra la gente.
Non disperdetevi, dice Gesù, restate concentrati sulla missione, andate diritti al vostro scopo.
I settantadue vanno,
più piccoli dei piccoli,
più poveri di un povero.
Li ha messi sulla strada
che è di tutti, che non
si ferma mai e ti porta via.
Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo
finalmente in pace.
Un sogno in cui
dobbiamo credere ancora, nonostante
tutte le smentite.
Luca 10,1-9
Le nostre comunità vivono
una stagione di stanchezze
e di sconcerto per i numeri
che calano.
Gesù no, lui custodiva
e incoraggiava
quel germoglio nascente:
designò altri 72 e li inviò.
É il cristianesimo
ad essere in crisi? No,
è in crisi un certo modo di
intendere il cristianesimo.
Ricominciamo dal vangelo:
1. La prima parola oggi:
la messe è molta, ma
sono pochi quelli che
vi lavorano.
Lo sguardo di Gesù
vede gente bella e
dal cuore aperto.
Persone che si prodigano ovunque senza rumore, guardando dritto.
Ma gli operai sono pochi...
forse abbiamo capito male.
Non è il numero
il problema,
il numero è un criterio
anti-evangelico;
la vera domanda è se
noi lavoriamo a questa messe o se stiamo
alla finestra a guardare.
Siamo noi quei settantadue inviati. Tutti.
Laici, frati, donne e uomini;
ma siamo capaci
di dire Dio?
Di dire pace?
In casa mia, nel lavoro,
con i miei amici o
in famiglia,
nelle associazioni?
Gesù non dà i dettagli dell’anno catechistico o a che orari mettere le messe; lui ci dice l’essenziale,
ci indica la consegna amorosa e contagiosa
del vangelo,
dove la passione è
la grande assente.
2. A due a due;
neanche il parroco o
il priore fa da solo;
ha bisogno dell’altro come
stimolo e come limite.
A due a due,
un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore.
Il numero due non indica
la somma di uno più uno,
ma è l’inizio della comunione,
l’avvio della comunità e
del cerchio grande, filo
doppio che non si spezza.
3. Le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche:
pace a questa casa,
Dio è vicino.
Parole dirette.
Non si tratta di una pace generica, ma pace
a questa casa,
a questa tavola,
a questi volti.
Pace è una parola
da riempire di gesti,
di muri da abbattere,
di perdoni chiesti e donati,
di fiducia concessa
di nuovo,
di ascolti e abbracci.
Ripudiate l’odio. Amatevi, altrimenti vi distruggerete.
È tutto qui il vangelo.
4. Vi mando come agnelli
fra i lupi.
Senza zanne o artigli, ma
non allo sbaraglio, bensì
a mostrare il mondo
in altra luce.
Vi mando come
presenza disarmata,
ad opporvi al male
con un "di più" di bontà.
5. Vi mando
senza, senza, senza.
Non è l’abbondanza
dei mezzi a rendere efficace l’annuncio.
Non sei un buon parroco
perché hai tanti soldi,
neanche un buon padre
di famiglia per tanto
denaro, ma perché
sei credibile,
come credente
o come padre.
6. Non salutate nessuno
per strada, che
non vuol dire: girate a
muso duro fra la gente.
Non disperdetevi, dice Gesù, restate concentrati sulla missione, andate diritti al vostro scopo.
I settantadue vanno,
più piccoli dei piccoli,
più poveri di un povero.
Li ha messi sulla strada
che è di tutti, che non
si ferma mai e ti porta via.
Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo
finalmente in pace.
Un sogno in cui
dobbiamo credere ancora, nonostante
tutte le smentite.
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DIO INONDA DI VITA
PROPRIO LE STRADE
PIÚ NERE
Gesù cammina accanto
al dolore di Giairo, padre
di una bambina morta
a 12 anni, l’età in cui
è d’obbligo fiorire,
non soccombere.
Come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa mia, e si
è portata via il mio sole?
Così una donna che aveva molto sofferto, ma che
si ribella al suo dolore,
si avvicina a Gesù, e
come mezzo per guarire vuole credere nel tocco della mano.
L'emorroissa, la donna impura, condannata a non essere toccata da nessuno - mai una carezza, mai un abbraccio - scardina la regola con il gesto più tenero e umano:
un tocco, una carezza
per dire: ci sono anch'io!
L'esclusa scavalca la legge perché crede in una forza
più grande della legge.
Si illude?
La fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridono.
Tu credi nella vita dopo la morte? Sei un illuso.
E Gesù a ripetere: "tu abbi fede", lascia che la Parola
salga alle labbra
con l'ostinazione
degli innamorati.
Dio è il Dio dei vivi e
non dei morti.
Allora Gesù cacciò tutti
fuori di casa.
Bellissimo e tremendo
questo “cacciare” ciò che
non vive, ciò che non crede
alla vita.
Costoro resteranno fuori,
con i loro flauti inutili,
fuori dal miracolo,
con tutto il loro realismo.
La morte è evidente, ma
l'evidenza della morte
è una illusione, perché Dio
inonda di vita proprio
le strade più nere.
Gesù prende
il padre e la madre,
i due che amano di più,
e non ordina cose da fare,
ma li prende con sé;
crea comunità
e vicinanza.
Ricrea il cerchio degli affetti attorno alla bambina,
perché ciò che vince
la morte non è la vita,
è l'amore.
E il tempo dell’amore è infinitamente più lungo
del tempo della vita.
E mentre si avvia
a un corpo a corpo
con la morte ed entra
nel suo mistero silenzioso,
Gesù porta i suoi tre discepoli alla scuola dell'esistenza,
vuole che
si addossino, anche solo
per un'ora,
il dolore di una famiglia, per
acquisire quella sapienza
del vivere che viene dalle
ferite vere, dalla sapienza sulla vita e sulla morte,
sull'amore e sul dolore che
non avrebbero mai potuto
apprendere dai libri:
c'è molta più “Presenza”,
molto più “Cielo” presso
un corpo o un'anima
nel dolore che presso
tutte le teorie dei teologi.
Ed entrò dove era la bambina.
Una stanzetta interna,
un lettino, una sedia,
un lume, sette persone
in tutto, e il dolore che
prende alla gola.
Quella non è solo la stanza interna della casa di Giairo, ma è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce.
Gesù entrerà nella morte perché là va
ogni suo amato.
E non spiega il male,
ci entra, lo invade
con la sua presenza,
dice: io ci sono.
Su ciascuno di noi,
qualunque sia la porzione
di dolore che portiamo dentro, qualunque sia
la nostra porzione di morte,
il Signore fa scendere
la benedizione
di quelle antiche parole:
Talità kum.
Giovane vita alzati,
riprendi la fede, la lotta,
la scoperta, la vita.
PROPRIO LE STRADE
PIÚ NERE
Gesù cammina accanto
al dolore di Giairo, padre
di una bambina morta
a 12 anni, l’età in cui
è d’obbligo fiorire,
non soccombere.
Come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa mia, e si
è portata via il mio sole?
Così una donna che aveva molto sofferto, ma che
si ribella al suo dolore,
si avvicina a Gesù, e
come mezzo per guarire vuole credere nel tocco della mano.
L'emorroissa, la donna impura, condannata a non essere toccata da nessuno - mai una carezza, mai un abbraccio - scardina la regola con il gesto più tenero e umano:
un tocco, una carezza
per dire: ci sono anch'io!
L'esclusa scavalca la legge perché crede in una forza
più grande della legge.
Si illude?
La fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridono.
Tu credi nella vita dopo la morte? Sei un illuso.
E Gesù a ripetere: "tu abbi fede", lascia che la Parola
salga alle labbra
con l'ostinazione
degli innamorati.
Dio è il Dio dei vivi e
non dei morti.
Allora Gesù cacciò tutti
fuori di casa.
Bellissimo e tremendo
questo “cacciare” ciò che
non vive, ciò che non crede
alla vita.
Costoro resteranno fuori,
con i loro flauti inutili,
fuori dal miracolo,
con tutto il loro realismo.
La morte è evidente, ma
l'evidenza della morte
è una illusione, perché Dio
inonda di vita proprio
le strade più nere.
Gesù prende
il padre e la madre,
i due che amano di più,
e non ordina cose da fare,
ma li prende con sé;
crea comunità
e vicinanza.
Ricrea il cerchio degli affetti attorno alla bambina,
perché ciò che vince
la morte non è la vita,
è l'amore.
E il tempo dell’amore è infinitamente più lungo
del tempo della vita.
E mentre si avvia
a un corpo a corpo
con la morte ed entra
nel suo mistero silenzioso,
Gesù porta i suoi tre discepoli alla scuola dell'esistenza,
vuole che
si addossino, anche solo
per un'ora,
il dolore di una famiglia, per
acquisire quella sapienza
del vivere che viene dalle
ferite vere, dalla sapienza sulla vita e sulla morte,
sull'amore e sul dolore che
non avrebbero mai potuto
apprendere dai libri:
c'è molta più “Presenza”,
molto più “Cielo” presso
un corpo o un'anima
nel dolore che presso
tutte le teorie dei teologi.
Ed entrò dove era la bambina.
Una stanzetta interna,
un lettino, una sedia,
un lume, sette persone
in tutto, e il dolore che
prende alla gola.
Quella non è solo la stanza interna della casa di Giairo, ma è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce.
Gesù entrerà nella morte perché là va
ogni suo amato.
E non spiega il male,
ci entra, lo invade
con la sua presenza,
dice: io ci sono.
Su ciascuno di noi,
qualunque sia la porzione
di dolore che portiamo dentro, qualunque sia
la nostra porzione di morte,
il Signore fa scendere
la benedizione
di quelle antiche parole:
Talità kum.
Giovane vita alzati,
riprendi la fede, la lotta,
la scoperta, la vita.
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MANDA ME, SIGNORE,
A MANGIARE
PANE DI PIANTO
CON CHI PIANGE
“Gesù, vedendo le folle
ne sentì compassione”.
Tutto ciò che segue
è generato dalla compassione,
termine di una carica
e intensità infinite:
il Maestro prova dolore
per il dolore del mondo,
il molto dolore dell’uomo.
Gesù è la compassione,
il pianto di Dio fatto carne. Piangere è amare
con gli occhi.
“La messe è molta...”
Ciò che il suo occhio
guarda non è lo sterminato
accampamento umano
dove ha piantato
la sua tenda,
vede invece molti raccolti
di dolore,
tante messi di paure,
e greggi di pecore sfinite
perché
non hanno pastore.
La sua risposta è
un dolore che lo prende alle viscere. E chiama
i dodici e lo affida loro:
dovranno preservare,
custodire,
salvare la compassione,
il con-patire,
il meno zuccheroso
dei sentimenti.
Salvarlo e seminarlo
nel mondo, attraverso
sei azioni:
predicate,
guarite,
risuscitate,
sanate,
liberate e donate.
La missione è duplice:
predicare e guarire la vita,
o almeno prendersene cura.
E il rapporto è sbilanciato,
uno a cinque.
Cinque opere per guarire,
una per narrare.
Per proclamare che Dio
è così, si prende cura
e guarisce.
Dio è vicino a te,
con amore.
Forse ci saremmo aspettati
una risposta
più risolutiva al dolore
delle folle, un soccorso
più efficiente: perché
il Signore soccorre
la fragilità dell’uomo con
la fragilità di altri uomini,
anziché con la sua onnipotenza?
Perché Lui interviene per i suoi figli, attraverso gli altri suoi figli.
La risposta di Gesù alla sofferenza del mondo sono io.
Dio salva attraverso persone”
(R. Guardini).
Pregate il Signore della messe perché mandi operai… e capisco:
manda me, Signore,
come operaio
della compassione,
raccoglitore di dolore.
Manda me come
lavoratore della pietà,
mietitore di sofferenza.
Manda me,
a mangiare pane di pianto
con chi piange,
a bere calici di lacrime
con chi soffre,
a lottare con tutti
contro il male.
Manda me, Signore,
con mani che sostengono
e accarezzano,
con parole
che fasciano il cuore.
La compassione di Dio
spezza lo schema
buoni/cattivi,
meritevoli o no.
Posa due binari sui quali andare oltre i deserti aridi
del paradigma
buono/cattivo:
sono le mani della pietà e
le labbra della preghiera,
che rendono
l’amore cristiano
ciò che deve essere,
un amore sempre meno selettivo.
Ogni figlio di Dio che
ha bevuto
alla Fonte Amorosa
della vita, merita di bere
un sorso
al mio piccolo ruscello.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Scandalo e bellezza:
Dio non aspetta
di essere riamato,
intanto ama.
Non attende
di essere ricambiato,
intanto dona.
Gesù è il racconto
di questo Dio inedito,
passione di compassione,
annuncio che solo
un amore senza condizioni
può generare amanti
senza condizioni.
A MANGIARE
PANE DI PIANTO
CON CHI PIANGE
“Gesù, vedendo le folle
ne sentì compassione”.
Tutto ciò che segue
è generato dalla compassione,
termine di una carica
e intensità infinite:
il Maestro prova dolore
per il dolore del mondo,
il molto dolore dell’uomo.
Gesù è la compassione,
il pianto di Dio fatto carne. Piangere è amare
con gli occhi.
“La messe è molta...”
Ciò che il suo occhio
guarda non è lo sterminato
accampamento umano
dove ha piantato
la sua tenda,
vede invece molti raccolti
di dolore,
tante messi di paure,
e greggi di pecore sfinite
perché
non hanno pastore.
La sua risposta è
un dolore che lo prende alle viscere. E chiama
i dodici e lo affida loro:
dovranno preservare,
custodire,
salvare la compassione,
il con-patire,
il meno zuccheroso
dei sentimenti.
Salvarlo e seminarlo
nel mondo, attraverso
sei azioni:
predicate,
guarite,
risuscitate,
sanate,
liberate e donate.
La missione è duplice:
predicare e guarire la vita,
o almeno prendersene cura.
E il rapporto è sbilanciato,
uno a cinque.
Cinque opere per guarire,
una per narrare.
Per proclamare che Dio
è così, si prende cura
e guarisce.
Dio è vicino a te,
con amore.
Forse ci saremmo aspettati
una risposta
più risolutiva al dolore
delle folle, un soccorso
più efficiente: perché
il Signore soccorre
la fragilità dell’uomo con
la fragilità di altri uomini,
anziché con la sua onnipotenza?
Perché Lui interviene per i suoi figli, attraverso gli altri suoi figli.
La risposta di Gesù alla sofferenza del mondo sono io.
Dio salva attraverso persone”
(R. Guardini).
Pregate il Signore della messe perché mandi operai… e capisco:
manda me, Signore,
come operaio
della compassione,
raccoglitore di dolore.
Manda me come
lavoratore della pietà,
mietitore di sofferenza.
Manda me,
a mangiare pane di pianto
con chi piange,
a bere calici di lacrime
con chi soffre,
a lottare con tutti
contro il male.
Manda me, Signore,
con mani che sostengono
e accarezzano,
con parole
che fasciano il cuore.
La compassione di Dio
spezza lo schema
buoni/cattivi,
meritevoli o no.
Posa due binari sui quali andare oltre i deserti aridi
del paradigma
buono/cattivo:
sono le mani della pietà e
le labbra della preghiera,
che rendono
l’amore cristiano
ciò che deve essere,
un amore sempre meno selettivo.
Ogni figlio di Dio che
ha bevuto
alla Fonte Amorosa
della vita, merita di bere
un sorso
al mio piccolo ruscello.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Scandalo e bellezza:
Dio non aspetta
di essere riamato,
intanto ama.
Non attende
di essere ricambiato,
intanto dona.
Gesù è il racconto
di questo Dio inedito,
passione di compassione,
annuncio che solo
un amore senza condizioni
può generare amanti
senza condizioni.
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COME IL GIRASOLE
Convertitevi
e credete nel Vangelo.
Immagino la conversione come il moto del girasole, che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole,
che si muove
verso la luce:
giratevi verso la luce
perché la luce è già qui.
Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio.
Fare memoria
di una bella notizia:
Dio è più vicino
oggi di ieri,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando.
E costruire la giornata
non tenendo
gli occhi bassi,
chini sui problemi
da affrontare,
ma alzando il capo, sollevandolo
verso la luce,
verso il Signore che dice:
sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
Ermes Ronchi
Convertitevi
e credete nel Vangelo.
Immagino la conversione come il moto del girasole, che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole,
che si muove
verso la luce:
giratevi verso la luce
perché la luce è già qui.
Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio.
Fare memoria
di una bella notizia:
Dio è più vicino
oggi di ieri,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando.
E costruire la giornata
non tenendo
gli occhi bassi,
chini sui problemi
da affrontare,
ma alzando il capo, sollevandolo
verso la luce,
verso il Signore che dice:
sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
Ermes Ronchi
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DIO CI CHIEDE
DI BENEDIRE
uomini e storie,
il blu del cielo
e il giro degli anni,
il cuore dell'uomo
e il volto di Dio.
Benedire è
invocare una forza
che accresca la vita
e la faccia risorgere.
Vuol dire alzarsi,
cercare,
trovare,
riconoscere il bene
che c'è in ogni fratello,
per una vita felice,
per una vita di pace.
La benedizione non è salute, denaro, fortuna, prestigio, ma è
la semplice luce di Dio
che ci benedice
ponendoci accanto
persone dal volto
e dal cuore luminosi.
Ermes Ronchi
DI BENEDIRE
uomini e storie,
il blu del cielo
e il giro degli anni,
il cuore dell'uomo
e il volto di Dio.
Benedire è
invocare una forza
che accresca la vita
e la faccia risorgere.
Vuol dire alzarsi,
cercare,
trovare,
riconoscere il bene
che c'è in ogni fratello,
per una vita felice,
per una vita di pace.
La benedizione non è salute, denaro, fortuna, prestigio, ma è
la semplice luce di Dio
che ci benedice
ponendoci accanto
persone dal volto
e dal cuore luminosi.
Ermes Ronchi
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MOLTIPLICAZIONE
DI VITA
Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco
noi abbiamo lasciato tutto
e ti abbiamo seguito,
cosa avremo in cambio?
Avrai cento fratelli e sorelle
e madri e figli.
La vita si riempie di volti
e di legami buoni,
come si è riempita di volti
la casa di Zaccheo,
il ricco che ha detto:
ecco metà dei miei beni
li dò ai poveri.
Seguire Cristo
non è un discorso
di sacrifici, ma di
moltiplicazione di vita:
lasciare tutto ma
per avere tutto.
Seguire il Vangelo
non è rinuncia, ma
incarnare un'altra logica
del vivere,
per un cuore moltiplicato,
per cieli nuovi e terra nuova.
Allora capiamo che
“il Regno di Dio verrà
con il fiorire della vita
in tutte le sue forme”.
(Giovanni Vannucci)
Che ogni discepolo vero
può pregare così:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire (M.Marcolini)
Ermes Ronchi
DI VITA
Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco
noi abbiamo lasciato tutto
e ti abbiamo seguito,
cosa avremo in cambio?
Avrai cento fratelli e sorelle
e madri e figli.
La vita si riempie di volti
e di legami buoni,
come si è riempita di volti
la casa di Zaccheo,
il ricco che ha detto:
ecco metà dei miei beni
li dò ai poveri.
Seguire Cristo
non è un discorso
di sacrifici, ma di
moltiplicazione di vita:
lasciare tutto ma
per avere tutto.
Seguire il Vangelo
non è rinuncia, ma
incarnare un'altra logica
del vivere,
per un cuore moltiplicato,
per cieli nuovi e terra nuova.
Allora capiamo che
“il Regno di Dio verrà
con il fiorire della vita
in tutte le sue forme”.
(Giovanni Vannucci)
Che ogni discepolo vero
può pregare così:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire (M.Marcolini)
Ermes Ronchi
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