ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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CORPO E SPIRITO ABBRACCIATI
 
Per i discepoli, quella sera, Gesù aveva finito
il suo lavoro.

Aveva predicato e nutrito
il loro spirito,
ed era sufficiente così.
Per Gesù no.

Lui non riusciva ad amare l'anima senza amare
i corpi.

Corpo e Spirito abbracciati.

Oggi non è la festa
degli ostensori dorati,
portati in processione,
con l’ostia da venerare.

Oggi celebriamo Cristo
che viene a fare
comunione con noi.

É Lui in cammino,
Lui che percorre i cieli,
Lui che mi chiede
di mangiare quel Pane,
e dice:

io voglio stare
nelle tue mani come dono,
nella tua bocca
come pane,
nella tua mente
come sogno
”.

La vita vive di vita donata.
Vorrei essere uno
dei cinquemila, quella sera,
sul lago. Li invidio.

E non per il pane e il pesce che non finiscono, ma
per quel fascino che
li ha presi e li tiene lì,
che gli fa dimenticare l’ora,
la distanza, la fame,
la stanchezza.

Invidio quei cinquemila affascinati da qualcosa
che solo Gesù ha,
e nessun altro sa dare:
lo ascoltano,
brucia loro il cuore,
riparte il motore della vita.

Quel pane è fuoco
gettato in mezzo a loro,
è il cuore di Dio che
si moltiplica in frammenti,
come già il Fuoco
di Pentecoste.

In quella sera infinita,
il dialogo tra Gesù e
gli apostoli è spiazzante:

Mandali a comprare,
dicono gli apostoli.
Mentalità che è la nostra,
razionale, logica.
Niente di scandaloso,
ma niente che voli alto.

Mandali via! Aggiungono.
Ma Gesù non ha mai
mandato vianessuno,
e oppone un imperativo
che scardina la loro logica:

Date voi il pane. Fatelo voi! Come se la potenza di Dio
fosse messa
nelle nostre mani.

I cinque pani passano
dalle mani di un anonimo
a quelle di Gesù, da quelle
di Gesù a quelle dei dodici,
e dalle mani dei dodici a
quelle di tutti i cinquemila.

Un pesciolino ogni duemilacinquecento persone, quasi niente.

Ma il vangelo è il racconto di epiche sproporzioni.
La fame inizia quando
io tengo il mio pane
solo per me, quando l'Occidente ricco
tiene stretto il proprio pane per paura.

Non è solo spirituale o liturgica questa festa
del Pane per tutti, perché “una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono
i poveri, dei veleni che avvelenano la terra,
una religione così è sterile come la polvere” (M. L. King).

Quella sera tutti sono sfamati, tutti. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, donne e bambini, peccatori pentiti e quelli che
ancora non lo sono; tutti.

Ne sono degni? Ma che triste domanda!
Non è da Gesù.
Certo che no!
Chi è degno di Dio?
Dio non si merita,
si accoglie, in un passo
di danza a due.

Festa del corpo e del sangue di un Dio
da mangiare,
da esserne vivi.

Che si dirama in me e
mi trasforma, che diventa una cosa sola con me.

E ci chiede: ‘fate questo in memoria di me’.

Fatevi pane buono, spezzato per la fame e
la pace del mondo.

Allora saremo come Lui:
io non sono ancora e mai il Cristo...ma io sono questa infinita possibilità” (D.M. Turoldo).
 
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IL CUORE DA COLTIVARE
COME UN EDEN

Perché guardi la pagliuzza
che è nell'occhio
di tuo fratello?


Notiamo la precisione
del verbo
:
perché "guardi",
e non semplicemente "vedi".

Perché osservi, fissi
lo sguardo su pagliuzze, sciocchezze,
piccole cose storte,
scruti l'ombra anziché
la luce di quell'occhio?

Con una sorta
di piacere maligno a ricercare ed evidenziare
il punto debole dell'altro,
a godere dei suoi difetti.

Quasi a giustificare i tuoi. Un motivo c'è: chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno
a sé.
Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.

Invece, colui che
è riconciliato con
il suo profondo, guarda l'altro con benedizion
e. Con sguardo benedicente.

Dio guardò e vide che tutto era cosa molto buona (Gen 1,31).

Il Dio biblico
è un Dio felice
, che
non solo vede il bene,
ma lo emana, perché
ha un cuore di luce e
il suo occhio buono è come una lampada,
dove si posa diffonde luce (Mt 6,22
).

Un occhio cattivo invece emana oscurità,
moltiplica pagliuzze, diffonde amore
per l'ombra.
Alza una trave davanti
al sole.

Non c'è albero buono
che faccia frutti cattivi
.

La morale evangelica è un'etica della fecondità,
di frutti buoni,
di sterilità vinta e non
di perfezione.

Dio non cerca alberi
senza difetti
,
con nessun ramo spezzato dalla bufera o contorto
di fatica o bucato
dal picchio o dall'insetto.

L'albero ultimato,
giunto a perfezione,
non è quello senza difetti,
ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi
di sole e di succhi buoni
.

Così, nell'ultimo giorno, quello della verità di ogni cuore (Mt 25),
lo sguardo del Signore
non si poserà sul male
ma sul bene
;

non sulle mani pulite o no, ma sui frutti di cui saranno cariche, spighe e pane, grappoli, sorrisi,
lacrime asciugate.

La legge della vita è dare.

È scritto negli alberi:
non crescono tra terra
e cielo per decine d'anni
per se stessi, semplicemente
per riprodursi:

alla quercia e al castagno basterebbe una ghianda,
un riccio ogni 30 anni
.
Invece, ad ogni autunno
offrono lo spettacolo
di uno scialo di frutti,
uno spreco di semi,
un eccesso di raccolto
,
ben più che riprodursi.

È vita a servizio della vita,
degli uccelli del cielo,
degli insetti affamati,
dei figli dell'uomo,
di madre terra.

Le leggi della realtà fisica
e quelle dello spirito coincidono
.

Anche la persona,
per star bene, deve dare,
è la legge della vita:
deve farlo il figlio, il marito,
la moglie, la mamma
con il suo bambino,
l'anziano con i suoi ricordi.

Ogni uomo buono
trae fuori il bene dal
buon tesoro del suo cuore.

Noi tutti abbiamo
un tesoro,

è il cuore: da coltivare
come un Eden
,
da spendere
come un pane,
da custodire
con ogni cura perché
è la fonte della vita
(Proverbi, 4, 23).

Allora, non essere avaro
del tuo cuore: donalo
.
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GIOVANNI, IL BATTISTA,
DONO DI DIO


Per Elisabetta si compì
il tempo e diede alla luce un figlio
.

I figli vengono alla luce
come compimento
di un progetto,
vengono da Dio.

Caduti da una stella
nelle braccia della madre,
portano con sé scintille
d'infinito: gioia
(e i vicini si rallegravano
con la madre
)
e parola di Dio.

Non nascono per caso,
ma per profezia.

Nel loro vecchio cuore
i genitori sentono che
il piccolo appartiene
ad una storia più grande,
che i figli non sono nostri:
appartengono a Dio,
a se stessi,
alla loro vocazione,
al mondo.

Il genitore è solo l'arco
che scocca la freccia,
per farla volare lontano.

Il passaggio
tra i due testamenti
è un tempo di silenzio:
la parola, tolta al tempio
e al sacerdozio, si sta
intessendo nel ventre
di due madri.

Dio traccia la sua storia
sul calendario della vita, e
non nel confine stretto
delle istituzioni.

Un rivoluzionario
rovesciamento delle parti,
il sacerdote tace ed è la
donna a prendere la parola:
si chiamerà Giovanni,
che in ebraico significa:
dono di Dio.

Elisabetta ha capito che
la vita, l'amore che sente fremere dentro di sé,
sono un pezzetto di Dio.
Che l'identità del suo
bambino è di essere dono.

E questa è anche l'identità profonda di noi tutti:
il nome di ogni bambino è
«dono perfetto».

Stava la parola
murata dentro,
fino a quando
la donna fu madre e
la casa, casa di profeti.

Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all'annuncio dell'angelo. Ha chiuso l'orecchio
del cuore e da allora
ha perso la parola.

Non ha ascoltato, e ora
non ha più niente da dire.

Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti,
non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.

Eppure il dubitare
del vecchio sacerdote
non ferma l'azione di Dio.

Qualcosa di grande e
di consolante: i miei difetti,
la mia poca fede non
arrestano il fiume di Dio.

Zaccaria incide il nome
del figlio: «Dono-di-Dio»,
e subito riprende a fiorire
la parola e benediceva Dio.

Benedire subito,
dire-bene come il Creatore all'origine (crescete e moltiplicatevi):
la benedizione è
una energia di vita,
una forza di crescita e
di nascita che scende dall'alto,
ci raggiunge,
ci avvolge, e ci fa vivere
la vita come un debito d'amore che si estingue
solo ridonando vita.

Che sarà mai
questo bambino?

Grande domanda da ripetere,
con venerazione,
davanti al mistero
di ogni culla.

Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall'alto?
Cosa porterà al mondo?

Un dono unico e irriducibile:
lo spazio della sua gioia;
e la profezia
di una parola unica che
Dio ha pronunciato e
che non ripeterà mai più (Vannucci).

Sarà «voce»,
proprio come il Battista,
la Parola sarà un Altro.
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Un invito ad essere
noi stessi
persone autentiche, semplicemente uomini e donne sinceri nel cuore
.
Questo per non diminuire in umanità.

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VOLONTÀ DEL PADRE É
CHE NESSUN UOMO
SIA SOLO


La gente ascoltava Gesù
e capiva. Capiva che
per entrare nel suo sogno
(il regno dei cieli è il mondo come lui lo sogna)
non servivano lunghe preghiere, né i riti
e le formule esatte
dei dottori della Legge
Signore, Signore...»).

Che bastava percorrere una strada più libera e
più viva:
la volontà del Padre.

La gente ascoltava
il giovane Rabbi e capiva
che la volontà del Padre
non era come gliel'avevano sempre descritta.

Aleggiava tristezza
quando i farisei evocavano
la volontà di Dio.
Era la giustificazione
di tutte le tragedie,
di malattie e dolori,
di torri rovinate addosso
ai costruttori,
di sangue versato
dai romani
nelle mille rivolte di Giudea.

Nasceva pace e fiducia quando la presentava Gesù:

volontà del Padre è che
nessun uomo sia solo
,
che fiorisca a immagine
di Dio,
che abbia compagni
d'amicizia e di festa
,
che sia creativo e
ostinato nell'amore.

Non una spada minacciosa, ma
l'annuncio che
gli occhi dei suoi figli,
Dio li vuole pieni
di dolce speranza
.

«In quel giorno» ci sarà folla davanti alle porte chiuse.
Quanta gente straordinaria è lasciata fuori:
profeti con parole di luce,
gente che cacciava demoni,
grandi taumaturghi!
Ma è questo ciò che
il Vangelo chiede?

È dalle cose eccezionali che riconosceranno
i suoi discepoli? No.

Ma «se avrete amore gli uni per gli altri».
Nel nostro servizio
non contano i risultati, ma quanto amore metti in ciò che fai (Madre Teresa di Calcutta).

Sulla soglia dell'eterno, l'amore cerca in te qualcosa in cui specchiarsi, l'unica cosa che valga a dire Dio.

Nella parabola
delle due case
,
la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo:
mettere in pratica o non mettere in pratica
le parole ascoltate.

Non nelle appartenenze o in belle liturgie,
non in profezie o prodigi,
la differenza sta nel «fare» le sue parole,
nel ricrearle in me
.
È la crisi del «dire».

La gente ascoltava Gesù
e capiva che c'è
un combaciare profondo
tra l'uomo e la volontà
di Dio
,
più profondo delle parole,
più delle confessioni di fede,
ed è in chiunque
ha creduto all'amore”
(1 Gv
), e non conta
se dentro e fuori
le sinagoghe e le chiese.

Ascolta e tieni salda
la sua parola
,
anche se non la capisci,
lascia che entri
nella tua memoria
come seme nel terreno
:
darà come frutto
il combaciare con Dio,
una esistenza nella consistenza.
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SONO IO
L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME


Ecco la passione
del pastore, quasi
un inseguimento
della sua pecora
per steppe e pietraie
.

Se noi lo perdiamo,
lui non ci perde mai
.

Non è la pecora smarrita
a trovare il pastore,
è trovata
.
Non sta tornando all'ovile,
se ne sta allontanando.

Il pastore non la punisce,
è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle
perché sia meno faticoso
il ritorno
.

Immagine bellissima:
Dio non guarda
la nostra colpa,
ma la nostra debolezza
.

Non traccia consuntivi,
ma preventivi.

Dio è amico della vita:
Gesù guarisce ciechi,
zoppi, lebbrosi non perché diventino bravi osservanti,
tanto meglio se accadrà, ma perché tornino
persone piene, felici,
realizzate, uomini finalmente promossi
a uomini.

Un padre che
non ha figli da perdere
,
e se ne perde uno solo
la sua casa è vuota
.

Che non punta il dito e
non colpevolizza
i figli spariti
dalla sua vista
, ma
li fa sentire un piccolo
grande tesoro
di cui ha bisogno.


E corre e gli getta
le braccia al collo e
non gli importa niente
di tutte le scuse che
ha preparato, perché
alla fedeltà del figlio
preferisce la sua felicità.

L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge
cielo e terra:
vi sarà gioia nel cielo
per un solo peccatore
che si converte, più che
per novantanove giusti
...

Da che cosa nasce
questa felicità di Dio?
Da un innamoramento,
come in un perenne
Cantico dei Cantici
.

Dio è l'Amata che gira
di notte nella città e
a tutti chiede
una sola cosa
:
avete visto l'amato
del mio cuore?”


Sono io l'amato perduto.
Dio è in cerca di me
.
Se lo capisco,
invece di fuggire
correrò verso di lui.
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È APPARSO
NELLA STORIA
UN CUORE
SENZA DIVISIONI


Verrà una Donna
e sarà lo splendore
della vera alba del mondo
come da te ideata, Signore!
Riviera e stanza
ove si abbracciano
l'uomo e il suo Dio.
(D. M. Turoldo)



Immacolata la chiama
il popolo cristiano.
Piena di grazia
la dice l'angelo:
ed è la stessa cosa.

In santa Maria finalmente
è stato possibile estrarre
dalla creazione
uno sguardo che
non perde l'innocenza
del suo brillare
.

È emerso nel mondo
un essere che
è solo bontà
,
una mano incapace
di colpire,
una innocenza minacciata
eppure vittoriosa
,
un gesto che
non racchiude
alcuna ambiguità.

È apparso nella storia
un cuore senza divisioni
,
un servizio che non teme
d'essere strumentalizzato,
una verginità senza rimpianti,
un frutto non avvelenato
dal serpente,
una bellezza e
una tenerezza
non più in frammenti
.

Porrò inimicizia tra te
e la donna

dice il Signore al serpente
tra la tua stirpe e la sua”.

Perché nemico dell'uomo
è il peccato e
nemico della storia.

Riscopriamo quest'inimicizia originaria, opponendoci ad ogni connivenza con il male.
Tu le insidierai
il calcagno
”.

Il male può ferire l'umanità,
ma può solo ferirla
.
Il male ti colpirà
alle spalle”:


é l'inganno di ieri che
si contrappone al progetto,
al cammino, al futuro.
L'uomo ha un anticipo,
un vantaggio sul male.

Ha in sé l'immagine di Dio
e non quella del serpente.
Ha davanti un Eden e
non un baratro avvelenato.

«Solo dietro di te è il male e insidia il tuo calcagno

E questo ritardo del male,
per grazia di Dio,
sarà un ritardo eterno.

«Essa ti schiaccerà il capo»
Il male sarà sconfitto
perché il bene è più forte
.

La grazia è più forte.
Non ha verità il male,
è l'antilogica, l'antistoria.

Allora il paradiso terrestre
non è stato
completamente perduto
.

Il giardino dell'Eden
non è solo nel passato,
non è solo nostalgia,
ma attesa, non è rimpianto,
ma progetto.

E non solamente
in un futuro lontano:

c'è un presente dove
i sogni non muoiono
a ogni risveglio,
ma si realizzano
:

é Maria
il nostro presente,
la prima dei redenti,
la prima degli amanti
.


In lei la creazione tutta
è vergine di nuovo,
in lei ogni inizio fiorisce
per grazia
, da quando
non era che una perla
di sangue e di luce,
per grazia di un Dio
che privilegia non
lo sforzo, ma il dono.

Ciò che è avvenuto
in Maria, prima cellula dell'umanità
finalmente riuscita,
avverrà in ciascuno
.

Ermes Ronchi
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ROCCIA E NIDO DI DIO
Mt 16, 13-19

San Pietro e Paolo

Tutti i credenti
possono essere roccia e
chiave del nido di Dio
,
che è
il suo cuore innamorato
:
roccia che dà sicurezza alla vita;
chiave che apre le porte
belle di Dio
.

Oggi Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione:

La gente,
chi dice che io sia?
L'opinione del­la gente è bella e incompleta:

Dicono che sei un profeta!
Una creatura di fuoco e
di lu­ce, come Elia o
il Battista; che sei bocca
di Dio e bocca dei poveri
.

Quanto bisogno
di credere in qualcuno
dai super poteri!

Ma Gesù non è semplicemente
un profeta che ritorna,
fosse pure il più grande.

Bisogna cercare ancora:
Ma voi, chi dite che io sia?

Prima di tutto c'è un
ma voi”, in opposizione
a ciò che dice la gente.

Voi non accontentatevi
di ciò che sentite dire,
non omologatevi
al pensiero dominante
.

Non offre risposte, Gesù, non distribuisce
facili soluzioni,
lui innesca domande;
non dà lezioni, invita
a cercare dentro di sè.

Ecco un maestro
dell'esistenza che
ci vuole tutti
pensatori liberi,

tutti poeti della vita.

Egli non indottrina nessuno,
apre domande
per stimolare risposte.
E così, feconda nascite.

E Pietro risponde
da innamorato
, ne ha
finalmente l’occasione:
Tu sei il Figlio del Dio vivente”.
La vita, innanzi tutto.
L’eternità
.
Qui in mezzo a noi.

Sei il figlio, vuol dire
“tu porti Dio qui, fra noi.
Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente, che fa vivere.

Sei il suo volto,
il suo braccio,
il suo progetto,
la sua bocca,
il suo cuor
e”.

Provo anch'io a rispondere: Tu sei per me
crocifisso amore,
l'unico che non inganna
.

Tu sei disarmato amore, che non si impone.
Tu sei l’amore che vince.
Tu sei indissolubile amore.

«Nulla mai,
né vita né morte,
né angeli né demoni,
nulla mai
né tempo né eternità,
nulla mai ci separerà dall'amore» (Rom 8,38
). Nulla, mai!

Poi i due simboli:
a te darò le chiavi;
tu sei roccia
.

Pietro, e secondo
la tradizione
i suoi successori,
sono roccia per la Chiesa nella misura in cui continuano ad annunciare che Cristo è il Figlio
del Dio vivente.

Sono roccia per l'intera umanità, se ripetono senza stancarsi che Dio è amore; che Cristo è vivo,
vivo tesoro per tutti.

Essere roccia,
parola di Gesù che
si estende
a ogni discepolo:
sulla tua pietra viva edificherò la mia casa.

A tutti è detto:
ciò che legherai sulla terra,
i legami che intreccerai,
le persone che unirai
alla tua vita, le ritroverai
per sempre
.

Ciò che scioglierai sulla terra: tutti i nodi, i grovigli,
i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libertà e respiro, avranno da Dio libertà per sempre
e respiro nei cieli
.

Tutti i credenti possono e devono essere roccia
e chiave del nido di Dio,
che è il suo cuore amante
e innamorato
: roccia
che dà appoggio e sicurezza
alla vita d'altri.
Chiave che apre
le porte belle di Dio
.
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SEGUIRLO È SCOPRIRE
UNA RICCHEZZA
MAI IMMAGINATA


Il primo personaggio
che entra in scena
è un generoso e dice:

Ti seguirò, dovunque
tu vada!


Gesù deve avere gioito
per lo slancio,
deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane
di quest'uomo.

Eppure risponde:
Pensaci! Neanche un nido, neanche una tana,
solo strada, ancora strada
.

Non un posto dove
posare il capo,
se non in Dio,
quotidianamente
dipendente dal cielo.

Così è Gesù:
nudo amore che
deve essere amato
in nuda povertà
.

Eppure, seguirlo è
scoprire una ricchezza
che mai avrei immaginato
.

É diventare ricchi,
non di cose,
di luoghi o nidi,
ma di incontri,
di opportunità,
di luce.

Gesù non ha una casa,
ma ne trova cento

sul suo cammino,
colme di volti amici.

Le parole di Gesù
sono sempre,
anche quelle dure,
una risposta al nostro
bisogno di felicità
.

Il secondo riceve un invito diretto:

Seguimi!

E questi risponde: sì.
Solo permettimi di andare
prima a seppellire
mio padre
.

La richiesta più legittima
che si possa pensare,
dovere di figlio,
compito di umanità

Gesù replica con parole
tra le più dure del vangelo:
Lascia che i morti
seppelliscano i morti!

Parole che dicono:
è possibile essere
dei morti dentro
,
vivere una vita spenta,
una religiosità oscura, tenebrosa, intrisa di paure.

Parole dure che
sottintendono però:
segui me, io ti darò
il segreto della vita autentica!


Il Vangelo è sempre
un inno alla vita
,
scoperta di bellezza,
incremento di umanità.

Gesù non cerca
eroi incrollabili
per il suo regno,
ma uomini e donne
autentici che
sappiano sceglierlo
ogni giorno di nuovo
,

che sappiano rispondere «sì», ogni volta,
come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene?
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LA PASSIONE
PER IL MARE APERTO


Le piccole barche
sono al sicuro,
ormeggiate nel porto,
ma non è per questo
che sono state costruite.
Sono fatte per navigare,
e anche per affrontare burrasche.

Noi siamo naviganti
su fragili legni nel mare della vita
, su gusci di noci.

Eppure ci raggiunge
la parola di Gesù:
passiamo all'altra riva,
andiamo oltre.

C'è un oltre che abita
le cose
.
Non è nel segno
del Vangelo
restarsene al sicuro,
attraccati alla banchina
o fermi all'ancora.

Il nostro posto non è
nei successi, ma
in una barca in mare, mare aperto, dove prima o poi durante la navigazione della vita verranno acque agitate e vento contrario.

Vera pedagogia è quella di Gesù:
trasmettere
non paura ma
la passione per
il mare aperto,
il desiderio di
navigare avanti,
la gioia del mare alto
e infinito
.

Nella breve navigazione
Gesù si addormenta, sfinito.

Io non so perché si alzano tempeste nella vita.
Non lo sanno Luca, Marco, Matteo: raccontano tempeste sempre uguali e tutte senza perché.

Vorrei anch'io un cielo
sempre sereno

e luci chiare a indicare
la navigazione,
un porto sicuro e vicino.

Ma intanto la barca,
simbolo di me,
della mia vita fragile,
della grande comunità,
intanto resiste.

E non per il morire del vento,
non perché finiscono i problemi,
ma per il miracolo umile
dei rematori
che
non abbandonano i remi,
che sostengono ciascuno
la speranza dell'altro
.

A noi invece pare di essere abbandonati appena
si alza il vento
di una malattia,
di una crisi familiare,
di relazioni che dolgono.

Ci sentiamo naufraghi
in una storia dove Dio
sembra dormire, anziché
intervenire subito,
ai primi segni della fatica,
al primo morso della paura, appena il dolore ci artiglia
come un predatore

Allora ecco il grido:
Non ti importa che moriamo?

Eloquenza dei gesti:
si destò, minacciò
il vento e il mare..., perché
sì, mi importa di voi.

Mi importano i passeri
del cielo e voi valete più
di molti passeri
.

Mi importano i gigli
del campo e voi siete
più belli di tutti i fiori
del mondo
.

Mi importi al punto che
ti ho contato i capelli
in capo e tutta la paura
che porti nel cuore
.

E sono con te,
a farmi argine al buio
,
luce nel riflesso più profondo
delle tue lacrime.

Nelle mie notti
Dio è con me;
intreccia il suo respiro con il mio,
e «non mi salva
“dalla” tempesta
ma “nella” tempesta.
Non protegge dal dolore
ma nel dolore.
Non salva il Figlio
dalla croce ma nella croce»
.
(D. Bonhoeffer
)

Lui è con noi, a salvarci
da tutti i nostri naufragi
,
è qui da prima del miracolo: è nelle braccia forti degli uomini sui remi; nella presa salda
del timoniere;
nelle mani che svuotano
il fondo della barca.

Lui è in tutti coloro che, insieme, compiono i gesti
esatti e semplici
che proteggono la vita.
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Fresco di stampa
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18
CHI ENTRA
IN CONTATTO CON
GESÙ DI NAZARETH,
È ROVINATO, FORTUNATAMENTE ROVINATO


Sono due,
ma due non è
due volte uno:
due è duemila volte uno»
(G. K. Chesterton,
L'uomo che fu Giovedì
),

perciò questi indemoniati
sono moltitudine.

Gesù giunse… e
gli indemoniati uscirono
e gli andarono incontro.

Come Gesù fungesse
da calamita.
La miseria attrae la misericordia.
Questa moltitudine dice
a Gesù: cosa vuoi da noi? Sei venuto a tormentarci prima del tempo?

Sì, Gesù è venuto
a disturbarci,
a creare scompiglio
nelle nostre vite,
nella nostra
quiete mortifera
.

Lui è la Parola di verità
che ci disturba
nel nostro quieto vivere.

Il vecchio Simeone,
al tempio ebbe a dire dinanzi al bambino Gesù: «Egli è qui per la
rovina di molti in Israele» (Lc 2, 34 vers. ’74
).

Chi entra in contatto
con Gesù di Nazareth,
è rovinato,
fortunatamente rovinato
.

«Non crediate che io
sia venuto a portare pace sulla terra; non sono
venuto a portare pace,
ma una spada
»
e la spada,
che è la Parola di Dio,
è il suo vangelo
.

E chi accosta
seriamente la Parola,
deve decidersi
, e
decidere = recidere
.
Da che parte stai?

«Cristo, mia dolce rovina
Impossibile amarti
Impunemente»
(David Maria Turoldo
).

Cristo è definito
dolce rovina.
Infatti, o Cristo ci è rovina,
o è inutile stargli assieme
.
Cristo è venuto a portare
la spada e non la pace
(Mt 10, 34),
il fuoco che brucia
e consuma
,
non a riscaldare i cuori.

Cristo è la rovina di
tutto ciò che in me
non è bellezza:
abbatte chiusure, demolisce maschere e paure, ogni mediocrità,
il volare basso,
l'omologarsi al pensiero dominante.

Impossibile amarti e non essere trasformati.
Dio è fuoco e
non si torna indenni
dall'incontro con il fuoco.

Dio è luce e non ci si espone impunemente
alla luce
,
senza lasciarsi irradiare,
senza raccoglierla in noi
e poi rilasciarla
goccia a goccia.

Dio è Spirito e
il suo Vento
non lascia dormire
la polvere, sul cuore,
sulla mente
.
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TOMMASO,
UN PREZIOSO
COMPAGNO DI VIAGGIO


A noi giovò più l'incredulità
di Tommaso che non
la fede degli apostoli
(Gregorio Magno)
.

Tommaso ci è più utile degli altri. Per­ché ci mostra quale grande educatore fosse Gesù:
aveva formato Tommaso
alla libertà interiore,
al coraggio di dis­sentire
per seguire
la propria coscienza
.

Erano chiuse le porte
del luogo dove
si trovavano i discepoli
per paura dei Giu­dei
.

Una comunità chiusa,
impaurita, a porte sbarrate.
Tommaso no,
lui va e vie­ne,
è un coraggioso
(aveva esortato i suoi compagni:
andiamo anche noi
a morire con lui!
).
Lì dentro si sentiva
mancare l'aria
.

Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri,
gli dicono.

E lui: se non vedo
con i miei occhi
non vi credo
.

Tommaso è un prezioso compagno di viaggio,
come tutti quelli,
dentro e fuo­ri della chiesa,
che vogliono vedere,
vogliono toccare,
con la serietà che meri­ta
la fede.

Come tutti quelli che
sono esigenti e radicali
,
e non si accontentano
del sentito dire, ma
vogliono una fede
che si incida
nel cuore e nella storia
.

Che bello se anche
nella Chiesa
fossimo educati
con lo stile di Gesù
, che
forma­va più alla serietà
e all'approfondimen­to
,
alla libertà e al coraggio,
che non al­l'ubbidienza.

P. Vannucci esortava:
non pensate pensieri
già pensati da altri.
Per non fare spreco
dello Spirito.

Poi il momento centrale:
l'incontro con il Risorto.
Gesù invece di imporsi,
si pro­pone, si espone
:

Metti qui il tuo dito;
tendi la tua mano e
mettila nel mio fian­co
.

Gesù rispetta la sua fatica
e i suoi dubbi
.

Rispetta i tempi
di ciascuno
e
la complessità del vivere.
Non si scanda­lizza,
si ripropone
con le sue ferite a­perte
.

La risurrezione non ha
richiuso i fori dei chiodi
,
perché la morte di cro­ce
non è un semplice
incidente da su­perare,
è invece qualcosa che
deve re­stare
per l'eternità,
gloria e vanto di Cri­sto
,
il punto più alto,
la rivelazione mas­sima
dell'amore di Dio
.

Nel cuore del cielo sta,
per sempre,
carne d'uomo fe­rita.
Nostro alfabeto d'amore
.

Perché mi hai veduto,
tu hai creduto;
beati quelli che
non hanno visto e
han­no creduto!


Ecco una beatitudine che
sento finalmente mia
,
le altre le ho sem­pre
sentite difficili,
cose per pochi co­raggiosi,
per pochi affamati
di immen­so.

Finalmente
una beatitudine per tutti,
per chi fa fatica,
per chi cerca a tentoni,
per chi non vede,
per chi ricomincia
.

Beati voi...
grazie a tutti quelli che
credono senza necessità
di segni, anche se
hanno mille dubbi,
come Tommaso
.

So­no quelli che
se una volta potessero
toc­care Gesù da vicino,
vedere il volto,
toccare il volto,
se una volta potranno
ve­derlo, ma in noi,
anch'essi diranno:

Mio Signore e mio Dio!
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