INVENTARSI UN GESTO,
UNA PAROLA
CHE POSSA DISARMARE
E DISARMARCI
«Avete inteso che
fu detto:
“Occhio per occhio
e dente per dente”.
Ma io vi dico
di non opporvi
al malvagio; anzi,
se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu pórgigli anche l’altra,
e a chi vuole portarti
in tribunale e toglierti
la tunica, tu lascia
anche il mantello. (...)
Vangelo davanti al quale
non sappiamo bene
come stare: se tentare
di edulcorarlo, oppure
relegarlo nel repertorio
delle pie illusioni.
Ci soccorre un elenco
di situazioni
molto concrete che
Gesù mette in fila:
schiaffo, tunica, miglio,
denaro in prestito.
E le soluzioni che propone, in perfetta sintonia:
l’altra guancia,
il mantello,
due miglia.
Molto semplice,
niente che un bambino
non possa capire,
nessuna teoria complicata,
solo gesti quotidiani,
una santità che sa di abiti,
di strade, di gesti,
di polvere.
“Gesù parla della vita con le parole proprie della vita”
(C. Bobin).
Fu detto:
occhio per occhio.
Ma io vi dico:
Se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu porgigli anche l’altra.
Quello che Gesù propone
non è la sottomissione
dei paurosi, ma
una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”,
fai tu il primo passo,
tocca a te ricominciare
la relazione,
rammendando
tenacemente il tessuto
dei legami
continuamente lacerato.
Sono i gesti di Gesù
che spiegano le sue parole:
quando riceve
uno schiaffo
nella notte della prigionia,
Gesù non risponde
porgendo l’altra guancia,
ma chiede ragione
alla guardia:
se ho parlato male dimostramelo.
Lo vediamo indignarsi,
e quante volte,
per un’ingiustizia,
per un bambino scacciato,
per il tempio fatto mercato,
per le maschere e il cuore
di pietra dei pii e dei devoti.
E collocarsi così dentro
la tradizione profetica
dell’ira sacra.
Non ci chiede di essere
lo zerbino della storia,
ma di inventarsi qualcosa
- un gesto, una parola -
che possa disarmare
e disarmarci.
Di scegliere,
liberamente,
di non far proliferare
il male,
attraverso il perdono
“che strappa
dai circoli viziosi,
spezza la coazione
a ripetere su altri
ciò che hai subito,
strappa la catena
della colpa e
della vendetta, spezza
le simmetrie dell’odio”.
(Hanna Arendt)
Perché noi siamo
più della storia che
ci ha partorito e ferito.
Siamo come il Padre:
“Perché siate figli
del Padre che fa sorgere
il sole sui cattivi
e sui buoni”.
Addirittura Gesù
inizia dai cattivi,
forse perché
i loro occhi
sono più in debito di luce,
più in ansia.
Io che non farò mai sorgere o tramontare nessun sole,
posso però far spuntare
un grammo di luce,
una minima stella.
Quante volte ho visto
sorgere il sole dentro
gli occhi di una persona:
bastava un ascolto
fatto col cuore,
un aiuto concreto,
un abbraccio vero!
Agisci come il Padre,
o amerai il contrario
della vita:
dona un po’ di sole,
un po’ d’acqua,
a chiunque,
senza chiederti
se lo meriti o no.
Perché chi ha meritato
un giorno di abbeverarsi all’oceano della Vita,
merita di bere oggi
al tuo ruscello.
UNA PAROLA
CHE POSSA DISARMARE
E DISARMARCI
«Avete inteso che
fu detto:
“Occhio per occhio
e dente per dente”.
Ma io vi dico
di non opporvi
al malvagio; anzi,
se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu pórgigli anche l’altra,
e a chi vuole portarti
in tribunale e toglierti
la tunica, tu lascia
anche il mantello. (...)
Vangelo davanti al quale
non sappiamo bene
come stare: se tentare
di edulcorarlo, oppure
relegarlo nel repertorio
delle pie illusioni.
Ci soccorre un elenco
di situazioni
molto concrete che
Gesù mette in fila:
schiaffo, tunica, miglio,
denaro in prestito.
E le soluzioni che propone, in perfetta sintonia:
l’altra guancia,
il mantello,
due miglia.
Molto semplice,
niente che un bambino
non possa capire,
nessuna teoria complicata,
solo gesti quotidiani,
una santità che sa di abiti,
di strade, di gesti,
di polvere.
“Gesù parla della vita con le parole proprie della vita”
(C. Bobin).
Fu detto:
occhio per occhio.
Ma io vi dico:
Se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu porgigli anche l’altra.
Quello che Gesù propone
non è la sottomissione
dei paurosi, ma
una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”,
fai tu il primo passo,
tocca a te ricominciare
la relazione,
rammendando
tenacemente il tessuto
dei legami
continuamente lacerato.
Sono i gesti di Gesù
che spiegano le sue parole:
quando riceve
uno schiaffo
nella notte della prigionia,
Gesù non risponde
porgendo l’altra guancia,
ma chiede ragione
alla guardia:
se ho parlato male dimostramelo.
Lo vediamo indignarsi,
e quante volte,
per un’ingiustizia,
per un bambino scacciato,
per il tempio fatto mercato,
per le maschere e il cuore
di pietra dei pii e dei devoti.
E collocarsi così dentro
la tradizione profetica
dell’ira sacra.
Non ci chiede di essere
lo zerbino della storia,
ma di inventarsi qualcosa
- un gesto, una parola -
che possa disarmare
e disarmarci.
Di scegliere,
liberamente,
di non far proliferare
il male,
attraverso il perdono
“che strappa
dai circoli viziosi,
spezza la coazione
a ripetere su altri
ciò che hai subito,
strappa la catena
della colpa e
della vendetta, spezza
le simmetrie dell’odio”.
(Hanna Arendt)
Perché noi siamo
più della storia che
ci ha partorito e ferito.
Siamo come il Padre:
“Perché siate figli
del Padre che fa sorgere
il sole sui cattivi
e sui buoni”.
Addirittura Gesù
inizia dai cattivi,
forse perché
i loro occhi
sono più in debito di luce,
più in ansia.
Io che non farò mai sorgere o tramontare nessun sole,
posso però far spuntare
un grammo di luce,
una minima stella.
Quante volte ho visto
sorgere il sole dentro
gli occhi di una persona:
bastava un ascolto
fatto col cuore,
un aiuto concreto,
un abbraccio vero!
Agisci come il Padre,
o amerai il contrario
della vita:
dona un po’ di sole,
un po’ d’acqua,
a chiunque,
senza chiederti
se lo meriti o no.
Perché chi ha meritato
un giorno di abbeverarsi all’oceano della Vita,
merita di bere oggi
al tuo ruscello.
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LA FORZA SOLARE
DI CHI
AMA PER PRIMO
Amate i vostri nemici.
Fate sorgere il sole
nel loro cielo.
Non altre cose:
ordini, dichiarazioni,
leggi, condanne.
Voi potete fare anche se
sembra impossibile.
Voi potete non voi dovete.
Non si ama per costrizione.
Io ve ne darò la capacità
se lo desiderate,
se lo chiedete.
Gli imperativi ‘impossibili’
di Gesù: amate i nemici,
pregate per loro,
porgete l’altra guancia:
sono porte spalancate
verso delle possibilità,
l’offerta di un potere,
la trasmissione
da Dio all’uomo
di una forza divina,
quella che guida il sole
e la pioggia sui campi
di tutti, di chi è buono
e di chi no,
la forza solare di chi
ama per primo,
ama in perdita,
ama senza aspettare contraccambio.
Allora capisco
e allora mi entusiasmo.
Io posso amare come Dio!
E sento che amando
realizzo me stesso,
che dare agli altri
non toglie a me,
ma mi trasforma
a immagine di Dio,
rende la mia vita piena,
ricca, bella, felice.
Apre strade.
Che dare agli altri non è
in contrasto col mio
desiderio di felicità,
che amore del prossimo
e amore di sé,
non stanno su due binari
che non si incontrano mai,
ma coincidono.
Che Dio regala gioia
a chi produce amore.
Tutta la Bibbia canta
dall’inizio alla fine:
Dio ci ama, Dio è amore,
Dio ha un cuore.
Questo cuore di Dio
è il cuore al quale
dobbiamo cercare
di conformarci,
ed è il cuore
che avremo un giorno.
DI CHI
AMA PER PRIMO
Amate i vostri nemici.
Fate sorgere il sole
nel loro cielo.
Non altre cose:
ordini, dichiarazioni,
leggi, condanne.
Voi potete fare anche se
sembra impossibile.
Voi potete non voi dovete.
Non si ama per costrizione.
Io ve ne darò la capacità
se lo desiderate,
se lo chiedete.
Gli imperativi ‘impossibili’
di Gesù: amate i nemici,
pregate per loro,
porgete l’altra guancia:
sono porte spalancate
verso delle possibilità,
l’offerta di un potere,
la trasmissione
da Dio all’uomo
di una forza divina,
quella che guida il sole
e la pioggia sui campi
di tutti, di chi è buono
e di chi no,
la forza solare di chi
ama per primo,
ama in perdita,
ama senza aspettare contraccambio.
Allora capisco
e allora mi entusiasmo.
Io posso amare come Dio!
E sento che amando
realizzo me stesso,
che dare agli altri
non toglie a me,
ma mi trasforma
a immagine di Dio,
rende la mia vita piena,
ricca, bella, felice.
Apre strade.
Che dare agli altri non è
in contrasto col mio
desiderio di felicità,
che amore del prossimo
e amore di sé,
non stanno su due binari
che non si incontrano mai,
ma coincidono.
Che Dio regala gioia
a chi produce amore.
Tutta la Bibbia canta
dall’inizio alla fine:
Dio ci ama, Dio è amore,
Dio ha un cuore.
Questo cuore di Dio
è il cuore al quale
dobbiamo cercare
di conformarci,
ed è il cuore
che avremo un giorno.
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TU, SCINTILLA DIVINA
Amerai il tuo prossimo
come ami te stesso.
Ed è quasi
un terzo comandamento
sempre dimenticato:
ama te stesso,
amati come un prodigio
della mano di Dio,
scintilla divina.
Se non ami te stesso,
non sarai capace
di amare nessuno,
saprai solo prendere
e accumulare,
fuggire o violare,
senza gioia
né intelligenza
né stupore.
Ermes Ronchi
Amerai il tuo prossimo
come ami te stesso.
Ed è quasi
un terzo comandamento
sempre dimenticato:
ama te stesso,
amati come un prodigio
della mano di Dio,
scintilla divina.
Se non ami te stesso,
non sarai capace
di amare nessuno,
saprai solo prendere
e accumulare,
fuggire o violare,
senza gioia
né intelligenza
né stupore.
Ermes Ronchi
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TUTTI QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO
Signore insegnaci a pregare.
Tutto prega nel mondo:
gli alberi della foresta
e i gigli del campo,
monti e colline,
fiumi e sorgenti,
i cipressi sul colle e
l'infinita pazienza
della luce.
Pregano senza parole:
«ogni creatura prega cantando l'inno
della sua esistenza,
cantando il salmo della sua vita»
(Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera
o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte,
avevano un salterio intero
a fare da stella polare.
Ma chiedono:
insegnaci a stare davanti
a Dio come stai tu,
nelle tue notti di veglia,
nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme.
“Pregare è riattaccare la terra al cielo” (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci
a Dio, come si attacca
la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro:
quando pregate
dite "padre".
Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome.
È il nome della sorgente, parola degli inizi
e dell'infanzia,
il nome della vita.
Pregare è dare
del tu a Dio,
chiamandolo "padre",
dicendogli "papà",
nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini,
nel dialetto del cuore
e non in quello degli scribi.
È un Dio che sa
di abbracci e di casa;
un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere
le poche cose indispensabili
per vivere bene.
Santificato sia
il tuo nome.
Il tuo nome è "amore".
Che l'amore sia santificato sulla terra,
da tutti, in tutto il mondo.
Che l'amore santifichi
la terra, trasformi e trasfiguri questa storia
di idoli feroci
o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri
sono principi e
i bambini entrano
per primi.
E sia più bello di tutti
i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte
per raggiungerlo.
Continua ogni giorno
a donarci il pane nostro quotidiano.
Siamo qui, insieme,
tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché
se uno è sazio e uno muore di fame, quello
non è il tuo pane.
E se il pane fragrante,
che ci attende
al centro della tavola,
è troppo per noi,
donaci buon seme
per la nostra terra; e
se un pane già pronto
non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi
i nostri peccati.
Gettali via,
lontano dal cuore.
Abbraccia la nostra fragilità e noi,
come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non lasciarci soli
a salmodiare
le nostre paure. Ma prendici per mano,
e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e
lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte,
da ogni tipo di morte.
Signore insegnaci a pregare.
Tutto prega nel mondo:
gli alberi della foresta
e i gigli del campo,
monti e colline,
fiumi e sorgenti,
i cipressi sul colle e
l'infinita pazienza
della luce.
Pregano senza parole:
«ogni creatura prega cantando l'inno
della sua esistenza,
cantando il salmo della sua vita»
(Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera
o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte,
avevano un salterio intero
a fare da stella polare.
Ma chiedono:
insegnaci a stare davanti
a Dio come stai tu,
nelle tue notti di veglia,
nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme.
“Pregare è riattaccare la terra al cielo” (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci
a Dio, come si attacca
la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro:
quando pregate
dite "padre".
Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome.
È il nome della sorgente, parola degli inizi
e dell'infanzia,
il nome della vita.
Pregare è dare
del tu a Dio,
chiamandolo "padre",
dicendogli "papà",
nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini,
nel dialetto del cuore
e non in quello degli scribi.
È un Dio che sa
di abbracci e di casa;
un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere
le poche cose indispensabili
per vivere bene.
Santificato sia
il tuo nome.
Il tuo nome è "amore".
Che l'amore sia santificato sulla terra,
da tutti, in tutto il mondo.
Che l'amore santifichi
la terra, trasformi e trasfiguri questa storia
di idoli feroci
o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri
sono principi e
i bambini entrano
per primi.
E sia più bello di tutti
i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte
per raggiungerlo.
Continua ogni giorno
a donarci il pane nostro quotidiano.
Siamo qui, insieme,
tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché
se uno è sazio e uno muore di fame, quello
non è il tuo pane.
E se il pane fragrante,
che ci attende
al centro della tavola,
è troppo per noi,
donaci buon seme
per la nostra terra; e
se un pane già pronto
non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi
i nostri peccati.
Gettali via,
lontano dal cuore.
Abbraccia la nostra fragilità e noi,
come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non lasciarci soli
a salmodiare
le nostre paure. Ma prendici per mano,
e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e
lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte,
da ogni tipo di morte.
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DOV’É IL TUO TESORO
LÍ C’É IL TUO CUORE
E qual è il tuo tesoro
se non il cumulo
delle tue speranze e
le persone per cui trepidi
e soffri?
Un tesoro di persone
e di speranze
è il motore della vita.
Il mio tesoro è un Dio
che si fa servitore.
Il cuore vive
se gli offriamo
tesori da amare,
da sperare,
da cercare.
Altrimenti non vive.
La nostra vita è viva se
abbiamo coltivato
tesori di persone,
tesori di speranza,
la passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per l'amore possibile,
un mondo migliore possibile.
La nostra vita è viva
quando abbia un tesoro
per cui valga la pena
mettersi in viaggio,
in un glorioso emigrare
verso la vita,
verso Colui
che ha nome Amore,
pastore di costellazioni
e di cuori,
che alla fine della notte
ci metterà a tavola
e passerà a servirci.
LÍ C’É IL TUO CUORE
E qual è il tuo tesoro
se non il cumulo
delle tue speranze e
le persone per cui trepidi
e soffri?
Un tesoro di persone
e di speranze
è il motore della vita.
Il mio tesoro è un Dio
che si fa servitore.
Il cuore vive
se gli offriamo
tesori da amare,
da sperare,
da cercare.
Altrimenti non vive.
La nostra vita è viva se
abbiamo coltivato
tesori di persone,
tesori di speranza,
la passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per l'amore possibile,
un mondo migliore possibile.
La nostra vita è viva
quando abbia un tesoro
per cui valga la pena
mettersi in viaggio,
in un glorioso emigrare
verso la vita,
verso Colui
che ha nome Amore,
pastore di costellazioni
e di cuori,
che alla fine della notte
ci metterà a tavola
e passerà a servirci.
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QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO
Gesù rilancia la sua sfida per un altro modo
di essere uomini:
non preoccupatevi delle cose, c'è dell'altro che vale di più.
È la sfida contenuta nella preghiera del Padre Nostro: dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Ti chiediamo solo il pane sufficiente per oggi,
il pane che basta giorno per giorno,
come la manna nel deserto,
non l'affanno del di più.
È la sfida del monaco: conosco monasteri che vivono così, come uccelli e come gigli, quotidianamente dipendenti dal cielo.
Ma questa sfida è anche per tutti noi, pieni di cose e spaventati dal futuro.
La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Occuparsi meno delle cose e di più della vita vera,
che è fatta di relazioni, consapevolezza, libertà, amore.
Vuoi volare alto,
come un uccello,
vuoi fiorire nella vita
come un giglio?
Allora devi deporre
dei pesi.
Madre Teresa di Calcutta soleva dire: tutto ciò che non serve pesa!
Meno cose e più cuore! Non una rinuncia,
ma una liberazione.
Dalle cose, dalla 'roba' diventata padrona dei pensieri.
Guardate gli uccelli del cielo...
Osservate i gigli del campo...
se l'uccello avesse paura perché domani può arrivare il falco o
il cacciatore,
non canterebbe più,
non sarebbe più una nota di libertà nell'azzurro.
Se il giglio temesse la tempesta che domani
può arrivare, o ricordasse
il temporale di ieri,
non fiorirebbe più.
Gesù osserva la vita, e
la vita gli parla di fiducia
e di Dio.
E a noi dice:
beati i puri di cuore
perché vedranno Dio, vedranno in tutto ciò
che esiste
un punto verginale e fiducioso che è
la presenza di Dio,
vi scopriranno un altare dove si celebra
la comunione
tra visibile e invisibile.
Allora: non affannatevi, quell'affanno che toglie
il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo per chi si ama,
per contemplare un fiore, una musica, la primavera.
Cercate prima di tutto
il Regno di Dio e queste cose vi saranno date in più.
Non è moralista il Vangelo, non si oppone al desiderio di cibo e vestito, dicendo: è sbagliato, è peccato, non serve. Anzi, tutto questo lo avrete, ma in tutt'altra luce. «Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione» (Vannucci).
Libera dai piccoli desideri, per desiderare di più e meglio, per cercare ciò che fa volare, ciò che fa fiorire e ti mette in armonia con tutto ciò che vive. Insegna un rapporto fiducioso e libero con se stessi, con il corpo, con il denaro, con gli altri, con le più piccole creature e con Dio.
Cercate il regno, occupatevi della vita interiore, delle relazioni, del cuore; cercate pace per voi e per gli altri, giustizia per voi e per gli altri, amore per voi e per gli altri.
Meno cose e più cuore!
E troverete libertà e volo.
Gesù rilancia la sua sfida per un altro modo
di essere uomini:
non preoccupatevi delle cose, c'è dell'altro che vale di più.
È la sfida contenuta nella preghiera del Padre Nostro: dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Ti chiediamo solo il pane sufficiente per oggi,
il pane che basta giorno per giorno,
come la manna nel deserto,
non l'affanno del di più.
È la sfida del monaco: conosco monasteri che vivono così, come uccelli e come gigli, quotidianamente dipendenti dal cielo.
Ma questa sfida è anche per tutti noi, pieni di cose e spaventati dal futuro.
La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Occuparsi meno delle cose e di più della vita vera,
che è fatta di relazioni, consapevolezza, libertà, amore.
Vuoi volare alto,
come un uccello,
vuoi fiorire nella vita
come un giglio?
Allora devi deporre
dei pesi.
Madre Teresa di Calcutta soleva dire: tutto ciò che non serve pesa!
Meno cose e più cuore! Non una rinuncia,
ma una liberazione.
Dalle cose, dalla 'roba' diventata padrona dei pensieri.
Guardate gli uccelli del cielo...
Osservate i gigli del campo...
se l'uccello avesse paura perché domani può arrivare il falco o
il cacciatore,
non canterebbe più,
non sarebbe più una nota di libertà nell'azzurro.
Se il giglio temesse la tempesta che domani
può arrivare, o ricordasse
il temporale di ieri,
non fiorirebbe più.
Gesù osserva la vita, e
la vita gli parla di fiducia
e di Dio.
E a noi dice:
beati i puri di cuore
perché vedranno Dio, vedranno in tutto ciò
che esiste
un punto verginale e fiducioso che è
la presenza di Dio,
vi scopriranno un altare dove si celebra
la comunione
tra visibile e invisibile.
Allora: non affannatevi, quell'affanno che toglie
il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo per chi si ama,
per contemplare un fiore, una musica, la primavera.
Cercate prima di tutto
il Regno di Dio e queste cose vi saranno date in più.
Non è moralista il Vangelo, non si oppone al desiderio di cibo e vestito, dicendo: è sbagliato, è peccato, non serve. Anzi, tutto questo lo avrete, ma in tutt'altra luce. «Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione» (Vannucci).
Libera dai piccoli desideri, per desiderare di più e meglio, per cercare ciò che fa volare, ciò che fa fiorire e ti mette in armonia con tutto ciò che vive. Insegna un rapporto fiducioso e libero con se stessi, con il corpo, con il denaro, con gli altri, con le più piccole creature e con Dio.
Cercate il regno, occupatevi della vita interiore, delle relazioni, del cuore; cercate pace per voi e per gli altri, giustizia per voi e per gli altri, amore per voi e per gli altri.
Meno cose e più cuore!
E troverete libertà e volo.
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CORPO E SPIRITO ABBRACCIATI
Per i discepoli, quella sera, Gesù aveva finito
il suo lavoro.
Aveva predicato e nutrito
il loro spirito,
ed era sufficiente così.
Per Gesù no.
Lui non riusciva ad amare l'anima senza amare
i corpi.
Corpo e Spirito abbracciati.
Oggi non è la festa
degli ostensori dorati,
portati in processione,
con l’ostia da venerare.
Oggi celebriamo Cristo
che viene a fare
comunione con noi.
É Lui in cammino,
Lui che percorre i cieli,
Lui che mi chiede
di mangiare quel Pane,
e dice:
“io voglio stare
nelle tue mani come dono,
nella tua bocca
come pane,
nella tua mente
come sogno”.
La vita vive di vita donata.
Vorrei essere uno
dei cinquemila, quella sera,
sul lago. Li invidio.
E non per il pane e il pesce che non finiscono, ma
per quel fascino che
li ha presi e li tiene lì,
che gli fa dimenticare l’ora,
la distanza, la fame,
la stanchezza.
Invidio quei cinquemila affascinati da qualcosa
che solo Gesù ha,
e nessun altro sa dare:
lo ascoltano,
brucia loro il cuore,
riparte il motore della vita.
Quel pane è fuoco
gettato in mezzo a loro,
è il cuore di Dio che
si moltiplica in frammenti,
come già il Fuoco
di Pentecoste.
In quella sera infinita,
il dialogo tra Gesù e
gli apostoli è spiazzante:
Mandali a comprare,
dicono gli apostoli.
Mentalità che è la nostra,
razionale, logica.
Niente di scandaloso,
ma niente che voli alto.
Mandali via! Aggiungono.
Ma Gesù non ha mai
mandato vianessuno,
e oppone un imperativo
che scardina la loro logica:
Date voi il pane. Fatelo voi! Come se la potenza di Dio
fosse messa
nelle nostre mani.
I cinque pani passano
dalle mani di un anonimo
a quelle di Gesù, da quelle
di Gesù a quelle dei dodici,
e dalle mani dei dodici a
quelle di tutti i cinquemila.
Un pesciolino ogni duemilacinquecento persone, quasi niente.
Ma il vangelo è il racconto di epiche sproporzioni.
La fame inizia quando
io tengo il mio pane
solo per me, quando l'Occidente ricco
tiene stretto il proprio pane per paura.
Non è solo spirituale o liturgica questa festa
del Pane per tutti, perché “una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono
i poveri, dei veleni che avvelenano la terra,
una religione così è sterile come la polvere” (M. L. King).
Quella sera tutti sono sfamati, tutti. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, donne e bambini, peccatori pentiti e quelli che
ancora non lo sono; tutti.
Ne sono degni? Ma che triste domanda!
Non è da Gesù.
Certo che no!
Chi è degno di Dio?
Dio non si merita,
si accoglie, in un passo
di danza a due.
Festa del corpo e del sangue di un Dio
da mangiare,
da esserne vivi.
Che si dirama in me e
mi trasforma, che diventa una cosa sola con me.
E ci chiede: ‘fate questo in memoria di me’.
Fatevi pane buono, spezzato per la fame e
la pace del mondo.
Allora saremo come Lui:
“io non sono ancora e mai il Cristo...ma io sono questa infinita possibilità” (D.M. Turoldo).
Per i discepoli, quella sera, Gesù aveva finito
il suo lavoro.
Aveva predicato e nutrito
il loro spirito,
ed era sufficiente così.
Per Gesù no.
Lui non riusciva ad amare l'anima senza amare
i corpi.
Corpo e Spirito abbracciati.
Oggi non è la festa
degli ostensori dorati,
portati in processione,
con l’ostia da venerare.
Oggi celebriamo Cristo
che viene a fare
comunione con noi.
É Lui in cammino,
Lui che percorre i cieli,
Lui che mi chiede
di mangiare quel Pane,
e dice:
“io voglio stare
nelle tue mani come dono,
nella tua bocca
come pane,
nella tua mente
come sogno”.
La vita vive di vita donata.
Vorrei essere uno
dei cinquemila, quella sera,
sul lago. Li invidio.
E non per il pane e il pesce che non finiscono, ma
per quel fascino che
li ha presi e li tiene lì,
che gli fa dimenticare l’ora,
la distanza, la fame,
la stanchezza.
Invidio quei cinquemila affascinati da qualcosa
che solo Gesù ha,
e nessun altro sa dare:
lo ascoltano,
brucia loro il cuore,
riparte il motore della vita.
Quel pane è fuoco
gettato in mezzo a loro,
è il cuore di Dio che
si moltiplica in frammenti,
come già il Fuoco
di Pentecoste.
In quella sera infinita,
il dialogo tra Gesù e
gli apostoli è spiazzante:
Mandali a comprare,
dicono gli apostoli.
Mentalità che è la nostra,
razionale, logica.
Niente di scandaloso,
ma niente che voli alto.
Mandali via! Aggiungono.
Ma Gesù non ha mai
mandato vianessuno,
e oppone un imperativo
che scardina la loro logica:
Date voi il pane. Fatelo voi! Come se la potenza di Dio
fosse messa
nelle nostre mani.
I cinque pani passano
dalle mani di un anonimo
a quelle di Gesù, da quelle
di Gesù a quelle dei dodici,
e dalle mani dei dodici a
quelle di tutti i cinquemila.
Un pesciolino ogni duemilacinquecento persone, quasi niente.
Ma il vangelo è il racconto di epiche sproporzioni.
La fame inizia quando
io tengo il mio pane
solo per me, quando l'Occidente ricco
tiene stretto il proprio pane per paura.
Non è solo spirituale o liturgica questa festa
del Pane per tutti, perché “una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono
i poveri, dei veleni che avvelenano la terra,
una religione così è sterile come la polvere” (M. L. King).
Quella sera tutti sono sfamati, tutti. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, donne e bambini, peccatori pentiti e quelli che
ancora non lo sono; tutti.
Ne sono degni? Ma che triste domanda!
Non è da Gesù.
Certo che no!
Chi è degno di Dio?
Dio non si merita,
si accoglie, in un passo
di danza a due.
Festa del corpo e del sangue di un Dio
da mangiare,
da esserne vivi.
Che si dirama in me e
mi trasforma, che diventa una cosa sola con me.
E ci chiede: ‘fate questo in memoria di me’.
Fatevi pane buono, spezzato per la fame e
la pace del mondo.
Allora saremo come Lui:
“io non sono ancora e mai il Cristo...ma io sono questa infinita possibilità” (D.M. Turoldo).
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IL CUORE DA COLTIVARE
COME UN EDEN
Perché guardi la pagliuzza
che è nell'occhio
di tuo fratello?
Notiamo la precisione
del verbo:
perché "guardi",
e non semplicemente "vedi".
Perché osservi, fissi
lo sguardo su pagliuzze, sciocchezze,
piccole cose storte,
scruti l'ombra anziché
la luce di quell'occhio?
Con una sorta
di piacere maligno a ricercare ed evidenziare
il punto debole dell'altro,
a godere dei suoi difetti.
Quasi a giustificare i tuoi. Un motivo c'è: chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno
a sé.
Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.
Invece, colui che
è riconciliato con
il suo profondo, guarda l'altro con benedizione. Con sguardo benedicente.
Dio guardò e vide che tutto era cosa molto buona (Gen 1,31).
Il Dio biblico
è un Dio felice, che
non solo vede il bene,
ma lo emana, perché
ha un cuore di luce e
il suo occhio buono è come una lampada,
dove si posa diffonde luce (Mt 6,22).
Un occhio cattivo invece emana oscurità,
moltiplica pagliuzze, diffonde amore
per l'ombra.
Alza una trave davanti
al sole.
Non c'è albero buono
che faccia frutti cattivi.
La morale evangelica è un'etica della fecondità,
di frutti buoni,
di sterilità vinta e non
di perfezione.
Dio non cerca alberi
senza difetti,
con nessun ramo spezzato dalla bufera o contorto
di fatica o bucato
dal picchio o dall'insetto.
L'albero ultimato,
giunto a perfezione,
non è quello senza difetti,
ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi
di sole e di succhi buoni.
Così, nell'ultimo giorno, quello della verità di ogni cuore (Mt 25),
lo sguardo del Signore
non si poserà sul male
ma sul bene;
non sulle mani pulite o no, ma sui frutti di cui saranno cariche, spighe e pane, grappoli, sorrisi,
lacrime asciugate.
La legge della vita è dare.
È scritto negli alberi:
non crescono tra terra
e cielo per decine d'anni
per se stessi, semplicemente
per riprodursi:
alla quercia e al castagno basterebbe una ghianda,
un riccio ogni 30 anni.
Invece, ad ogni autunno
offrono lo spettacolo
di uno scialo di frutti,
uno spreco di semi,
un eccesso di raccolto,
ben più che riprodursi.
È vita a servizio della vita,
degli uccelli del cielo,
degli insetti affamati,
dei figli dell'uomo,
di madre terra.
Le leggi della realtà fisica
e quelle dello spirito coincidono.
Anche la persona,
per star bene, deve dare,
è la legge della vita:
deve farlo il figlio, il marito,
la moglie, la mamma
con il suo bambino,
l'anziano con i suoi ricordi.
Ogni uomo buono
trae fuori il bene dal
buon tesoro del suo cuore.
Noi tutti abbiamo
un tesoro,
è il cuore: da coltivare
come un Eden,
da spendere
come un pane,
da custodire
con ogni cura perché
è la fonte della vita
(Proverbi, 4, 23).
Allora, non essere avaro
del tuo cuore: donalo.
COME UN EDEN
Perché guardi la pagliuzza
che è nell'occhio
di tuo fratello?
Notiamo la precisione
del verbo:
perché "guardi",
e non semplicemente "vedi".
Perché osservi, fissi
lo sguardo su pagliuzze, sciocchezze,
piccole cose storte,
scruti l'ombra anziché
la luce di quell'occhio?
Con una sorta
di piacere maligno a ricercare ed evidenziare
il punto debole dell'altro,
a godere dei suoi difetti.
Quasi a giustificare i tuoi. Un motivo c'è: chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno
a sé.
Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.
Invece, colui che
è riconciliato con
il suo profondo, guarda l'altro con benedizione. Con sguardo benedicente.
Dio guardò e vide che tutto era cosa molto buona (Gen 1,31).
Il Dio biblico
è un Dio felice, che
non solo vede il bene,
ma lo emana, perché
ha un cuore di luce e
il suo occhio buono è come una lampada,
dove si posa diffonde luce (Mt 6,22).
Un occhio cattivo invece emana oscurità,
moltiplica pagliuzze, diffonde amore
per l'ombra.
Alza una trave davanti
al sole.
Non c'è albero buono
che faccia frutti cattivi.
La morale evangelica è un'etica della fecondità,
di frutti buoni,
di sterilità vinta e non
di perfezione.
Dio non cerca alberi
senza difetti,
con nessun ramo spezzato dalla bufera o contorto
di fatica o bucato
dal picchio o dall'insetto.
L'albero ultimato,
giunto a perfezione,
non è quello senza difetti,
ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi
di sole e di succhi buoni.
Così, nell'ultimo giorno, quello della verità di ogni cuore (Mt 25),
lo sguardo del Signore
non si poserà sul male
ma sul bene;
non sulle mani pulite o no, ma sui frutti di cui saranno cariche, spighe e pane, grappoli, sorrisi,
lacrime asciugate.
La legge della vita è dare.
È scritto negli alberi:
non crescono tra terra
e cielo per decine d'anni
per se stessi, semplicemente
per riprodursi:
alla quercia e al castagno basterebbe una ghianda,
un riccio ogni 30 anni.
Invece, ad ogni autunno
offrono lo spettacolo
di uno scialo di frutti,
uno spreco di semi,
un eccesso di raccolto,
ben più che riprodursi.
È vita a servizio della vita,
degli uccelli del cielo,
degli insetti affamati,
dei figli dell'uomo,
di madre terra.
Le leggi della realtà fisica
e quelle dello spirito coincidono.
Anche la persona,
per star bene, deve dare,
è la legge della vita:
deve farlo il figlio, il marito,
la moglie, la mamma
con il suo bambino,
l'anziano con i suoi ricordi.
Ogni uomo buono
trae fuori il bene dal
buon tesoro del suo cuore.
Noi tutti abbiamo
un tesoro,
è il cuore: da coltivare
come un Eden,
da spendere
come un pane,
da custodire
con ogni cura perché
è la fonte della vita
(Proverbi, 4, 23).
Allora, non essere avaro
del tuo cuore: donalo.
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GIOVANNI, IL BATTISTA,
DONO DI DIO
Per Elisabetta si compì
il tempo e diede alla luce un figlio.
I figli vengono alla luce
come compimento
di un progetto,
vengono da Dio.
Caduti da una stella
nelle braccia della madre,
portano con sé scintille
d'infinito: gioia
(e i vicini si rallegravano
con la madre)
e parola di Dio.
Non nascono per caso,
ma per profezia.
Nel loro vecchio cuore
i genitori sentono che
il piccolo appartiene
ad una storia più grande,
che i figli non sono nostri:
appartengono a Dio,
a se stessi,
alla loro vocazione,
al mondo.
Il genitore è solo l'arco
che scocca la freccia,
per farla volare lontano.
Il passaggio
tra i due testamenti
è un tempo di silenzio:
la parola, tolta al tempio
e al sacerdozio, si sta
intessendo nel ventre
di due madri.
Dio traccia la sua storia
sul calendario della vita, e
non nel confine stretto
delle istituzioni.
Un rivoluzionario
rovesciamento delle parti,
il sacerdote tace ed è la
donna a prendere la parola:
si chiamerà Giovanni,
che in ebraico significa:
dono di Dio.
Elisabetta ha capito che
la vita, l'amore che sente fremere dentro di sé,
sono un pezzetto di Dio.
Che l'identità del suo
bambino è di essere dono.
E questa è anche l'identità profonda di noi tutti:
il nome di ogni bambino è
«dono perfetto».
Stava la parola
murata dentro,
fino a quando
la donna fu madre e
la casa, casa di profeti.
Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all'annuncio dell'angelo. Ha chiuso l'orecchio
del cuore e da allora
ha perso la parola.
Non ha ascoltato, e ora
non ha più niente da dire.
Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti,
non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.
Eppure il dubitare
del vecchio sacerdote
non ferma l'azione di Dio.
Qualcosa di grande e
di consolante: i miei difetti,
la mia poca fede non
arrestano il fiume di Dio.
Zaccaria incide il nome
del figlio: «Dono-di-Dio»,
e subito riprende a fiorire
la parola e benediceva Dio.
Benedire subito,
dire-bene come il Creatore all'origine (crescete e moltiplicatevi):
la benedizione è
una energia di vita,
una forza di crescita e
di nascita che scende dall'alto,
ci raggiunge,
ci avvolge, e ci fa vivere
la vita come un debito d'amore che si estingue
solo ridonando vita.
Che sarà mai
questo bambino?
Grande domanda da ripetere,
con venerazione,
davanti al mistero
di ogni culla.
Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall'alto?
Cosa porterà al mondo?
Un dono unico e irriducibile:
lo spazio della sua gioia;
e la profezia
di una parola unica che
Dio ha pronunciato e
che non ripeterà mai più (Vannucci).
Sarà «voce»,
proprio come il Battista,
la Parola sarà un Altro.
DONO DI DIO
Per Elisabetta si compì
il tempo e diede alla luce un figlio.
I figli vengono alla luce
come compimento
di un progetto,
vengono da Dio.
Caduti da una stella
nelle braccia della madre,
portano con sé scintille
d'infinito: gioia
(e i vicini si rallegravano
con la madre)
e parola di Dio.
Non nascono per caso,
ma per profezia.
Nel loro vecchio cuore
i genitori sentono che
il piccolo appartiene
ad una storia più grande,
che i figli non sono nostri:
appartengono a Dio,
a se stessi,
alla loro vocazione,
al mondo.
Il genitore è solo l'arco
che scocca la freccia,
per farla volare lontano.
Il passaggio
tra i due testamenti
è un tempo di silenzio:
la parola, tolta al tempio
e al sacerdozio, si sta
intessendo nel ventre
di due madri.
Dio traccia la sua storia
sul calendario della vita, e
non nel confine stretto
delle istituzioni.
Un rivoluzionario
rovesciamento delle parti,
il sacerdote tace ed è la
donna a prendere la parola:
si chiamerà Giovanni,
che in ebraico significa:
dono di Dio.
Elisabetta ha capito che
la vita, l'amore che sente fremere dentro di sé,
sono un pezzetto di Dio.
Che l'identità del suo
bambino è di essere dono.
E questa è anche l'identità profonda di noi tutti:
il nome di ogni bambino è
«dono perfetto».
Stava la parola
murata dentro,
fino a quando
la donna fu madre e
la casa, casa di profeti.
Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all'annuncio dell'angelo. Ha chiuso l'orecchio
del cuore e da allora
ha perso la parola.
Non ha ascoltato, e ora
non ha più niente da dire.
Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti,
non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.
Eppure il dubitare
del vecchio sacerdote
non ferma l'azione di Dio.
Qualcosa di grande e
di consolante: i miei difetti,
la mia poca fede non
arrestano il fiume di Dio.
Zaccaria incide il nome
del figlio: «Dono-di-Dio»,
e subito riprende a fiorire
la parola e benediceva Dio.
Benedire subito,
dire-bene come il Creatore all'origine (crescete e moltiplicatevi):
la benedizione è
una energia di vita,
una forza di crescita e
di nascita che scende dall'alto,
ci raggiunge,
ci avvolge, e ci fa vivere
la vita come un debito d'amore che si estingue
solo ridonando vita.
Che sarà mai
questo bambino?
Grande domanda da ripetere,
con venerazione,
davanti al mistero
di ogni culla.
Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall'alto?
Cosa porterà al mondo?
Un dono unico e irriducibile:
lo spazio della sua gioia;
e la profezia
di una parola unica che
Dio ha pronunciato e
che non ripeterà mai più (Vannucci).
Sarà «voce»,
proprio come il Battista,
la Parola sarà un Altro.
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Un invito ad essere
noi stessi
persone autentiche, semplicemente uomini e donne sinceri nel cuore.
Questo per non diminuire in umanità.
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noi stessi
persone autentiche, semplicemente uomini e donne sinceri nel cuore.
Questo per non diminuire in umanità.
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VOLONTÀ DEL PADRE É
CHE NESSUN UOMO
SIA SOLO
La gente ascoltava Gesù
e capiva. Capiva che
per entrare nel suo sogno
(il regno dei cieli è il mondo come lui lo sogna)
non servivano lunghe preghiere, né i riti
e le formule esatte
dei dottori della Legge
(«Signore, Signore...»).
Che bastava percorrere una strada più libera e
più viva:
la volontà del Padre.
La gente ascoltava
il giovane Rabbi e capiva
che la volontà del Padre
non era come gliel'avevano sempre descritta.
Aleggiava tristezza
quando i farisei evocavano
la volontà di Dio.
Era la giustificazione
di tutte le tragedie,
di malattie e dolori,
di torri rovinate addosso
ai costruttori,
di sangue versato
dai romani
nelle mille rivolte di Giudea.
Nasceva pace e fiducia quando la presentava Gesù:
volontà del Padre è che
nessun uomo sia solo,
che fiorisca a immagine
di Dio,
che abbia compagni
d'amicizia e di festa,
che sia creativo e
ostinato nell'amore.
Non una spada minacciosa, ma
l'annuncio che
gli occhi dei suoi figli,
Dio li vuole pieni
di dolce speranza.
«In quel giorno» ci sarà folla davanti alle porte chiuse.
Quanta gente straordinaria è lasciata fuori:
profeti con parole di luce,
gente che cacciava demoni,
grandi taumaturghi!
Ma è questo ciò che
il Vangelo chiede?
È dalle cose eccezionali che riconosceranno
i suoi discepoli? No.
Ma «se avrete amore gli uni per gli altri».
Nel nostro servizio
non contano i risultati, ma quanto amore metti in ciò che fai (Madre Teresa di Calcutta).
Sulla soglia dell'eterno, l'amore cerca in te qualcosa in cui specchiarsi, l'unica cosa che valga a dire Dio.
Nella parabola
delle due case,
la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo:
mettere in pratica o non mettere in pratica
le parole ascoltate.
Non nelle appartenenze o in belle liturgie,
non in profezie o prodigi,
la differenza sta nel «fare» le sue parole,
nel ricrearle in me.
È la crisi del «dire».
La gente ascoltava Gesù
e capiva che c'è
un combaciare profondo
tra l'uomo e la volontà
di Dio,
più profondo delle parole,
più delle confessioni di fede,
ed è in chiunque
“ha creduto all'amore”
(1 Gv), e non conta
se dentro e fuori
le sinagoghe e le chiese.
Ascolta e tieni salda
la sua parola,
anche se non la capisci,
lascia che entri
nella tua memoria
come seme nel terreno:
darà come frutto
il combaciare con Dio,
una esistenza nella consistenza.
CHE NESSUN UOMO
SIA SOLO
La gente ascoltava Gesù
e capiva. Capiva che
per entrare nel suo sogno
(il regno dei cieli è il mondo come lui lo sogna)
non servivano lunghe preghiere, né i riti
e le formule esatte
dei dottori della Legge
(«Signore, Signore...»).
Che bastava percorrere una strada più libera e
più viva:
la volontà del Padre.
La gente ascoltava
il giovane Rabbi e capiva
che la volontà del Padre
non era come gliel'avevano sempre descritta.
Aleggiava tristezza
quando i farisei evocavano
la volontà di Dio.
Era la giustificazione
di tutte le tragedie,
di malattie e dolori,
di torri rovinate addosso
ai costruttori,
di sangue versato
dai romani
nelle mille rivolte di Giudea.
Nasceva pace e fiducia quando la presentava Gesù:
volontà del Padre è che
nessun uomo sia solo,
che fiorisca a immagine
di Dio,
che abbia compagni
d'amicizia e di festa,
che sia creativo e
ostinato nell'amore.
Non una spada minacciosa, ma
l'annuncio che
gli occhi dei suoi figli,
Dio li vuole pieni
di dolce speranza.
«In quel giorno» ci sarà folla davanti alle porte chiuse.
Quanta gente straordinaria è lasciata fuori:
profeti con parole di luce,
gente che cacciava demoni,
grandi taumaturghi!
Ma è questo ciò che
il Vangelo chiede?
È dalle cose eccezionali che riconosceranno
i suoi discepoli? No.
Ma «se avrete amore gli uni per gli altri».
Nel nostro servizio
non contano i risultati, ma quanto amore metti in ciò che fai (Madre Teresa di Calcutta).
Sulla soglia dell'eterno, l'amore cerca in te qualcosa in cui specchiarsi, l'unica cosa che valga a dire Dio.
Nella parabola
delle due case,
la differenza tra quella che rimane salda e quella che va in rovina è tutta in un verbo solo:
mettere in pratica o non mettere in pratica
le parole ascoltate.
Non nelle appartenenze o in belle liturgie,
non in profezie o prodigi,
la differenza sta nel «fare» le sue parole,
nel ricrearle in me.
È la crisi del «dire».
La gente ascoltava Gesù
e capiva che c'è
un combaciare profondo
tra l'uomo e la volontà
di Dio,
più profondo delle parole,
più delle confessioni di fede,
ed è in chiunque
“ha creduto all'amore”
(1 Gv), e non conta
se dentro e fuori
le sinagoghe e le chiese.
Ascolta e tieni salda
la sua parola,
anche se non la capisci,
lascia che entri
nella tua memoria
come seme nel terreno:
darà come frutto
il combaciare con Dio,
una esistenza nella consistenza.
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SONO IO
L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME
Ecco la passione
del pastore, quasi
un inseguimento
della sua pecora
per steppe e pietraie.
Se noi lo perdiamo,
lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita
a trovare il pastore,
è trovata.
Non sta tornando all'ovile,
se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce,
è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle
perché sia meno faticoso
il ritorno.
Immagine bellissima:
Dio non guarda
la nostra colpa,
ma la nostra debolezza.
Non traccia consuntivi,
ma preventivi.
Dio è amico della vita:
Gesù guarisce ciechi,
zoppi, lebbrosi non perché diventino bravi osservanti,
tanto meglio se accadrà, ma perché tornino
persone piene, felici,
realizzate, uomini finalmente promossi
a uomini.
Un padre che
non ha figli da perdere,
e se ne perde uno solo
la sua casa è vuota.
Che non punta il dito e
non colpevolizza
i figli spariti
dalla sua vista, ma
li fa sentire un piccolo
grande tesoro
di cui ha bisogno.
E corre e gli getta
le braccia al collo e
non gli importa niente
di tutte le scuse che
ha preparato, perché
alla fedeltà del figlio
preferisce la sua felicità.
L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge
cielo e terra:
vi sarà gioia nel cielo
per un solo peccatore
che si converte, più che
per novantanove giusti...
Da che cosa nasce
questa felicità di Dio?
Da un innamoramento,
come in un perenne
Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira
di notte nella città e
a tutti chiede
una sola cosa:
“avete visto l'amato
del mio cuore?”
Sono io l'amato perduto.
Dio è in cerca di me.
Se lo capisco,
invece di fuggire
correrò verso di lui.
L’AMATO PERDUTO.
DIO É IN CERCA DI ME
Ecco la passione
del pastore, quasi
un inseguimento
della sua pecora
per steppe e pietraie.
Se noi lo perdiamo,
lui non ci perde mai.
Non è la pecora smarrita
a trovare il pastore,
è trovata.
Non sta tornando all'ovile,
se ne sta allontanando.
Il pastore non la punisce,
è viva e tanto basta.
E se la carica sulle spalle
perché sia meno faticoso
il ritorno.
Immagine bellissima:
Dio non guarda
la nostra colpa,
ma la nostra debolezza.
Non traccia consuntivi,
ma preventivi.
Dio è amico della vita:
Gesù guarisce ciechi,
zoppi, lebbrosi non perché diventino bravi osservanti,
tanto meglio se accadrà, ma perché tornino
persone piene, felici,
realizzate, uomini finalmente promossi
a uomini.
Un padre che
non ha figli da perdere,
e se ne perde uno solo
la sua casa è vuota.
Che non punta il dito e
non colpevolizza
i figli spariti
dalla sua vista, ma
li fa sentire un piccolo
grande tesoro
di cui ha bisogno.
E corre e gli getta
le braccia al collo e
non gli importa niente
di tutte le scuse che
ha preparato, perché
alla fedeltà del figlio
preferisce la sua felicità.
L'ultima nota è una gioia,
una contentezza,
una felicità che coinvolge
cielo e terra:
vi sarà gioia nel cielo
per un solo peccatore
che si converte, più che
per novantanove giusti...
Da che cosa nasce
questa felicità di Dio?
Da un innamoramento,
come in un perenne
Cantico dei Cantici.
Dio è l'Amata che gira
di notte nella città e
a tutti chiede
una sola cosa:
“avete visto l'amato
del mio cuore?”
Sono io l'amato perduto.
Dio è in cerca di me.
Se lo capisco,
invece di fuggire
correrò verso di lui.
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