TUTTI EVANGELISTI!
Tutti… con il proprio
quinto vangelo in mano,
da comporre e
da consegnare
al mondo.
https://youtu.be/igMk6DJSDyk?si=FpCposx70VuGEM_M
Tutti… con il proprio
quinto vangelo in mano,
da comporre e
da consegnare
al mondo.
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Del tuo Spirito, Signore, é piena la terra
Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata
in santa Maria:
incarna in me la Parola,
la fa crescere,
ci rende tutti e tutte
madri di Dio.
"Il Vangelo non è finito, è infinito,
e cresce con chi lo legge".(Gregorio Magno).
Cresce con te.
Tu…
in santa Maria:
incarna in me la Parola,
la fa crescere,
ci rende tutti e tutte
madri di Dio.
"Il Vangelo non è finito, è infinito,
e cresce con chi lo legge".(Gregorio Magno).
Cresce con te.
Tu…
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CONQUISTA OCCHI
DI MADRE,
GUARDA CON OCCHI
DI FIGLIO:
SONO GLI UNICI CHE
VEDONO VERAMENTE!
Gesù disse al discepolo:
Ecco la tua madre
Ma le parole esatte
del Vangelo sono:
Guarda: è tua madre!
E questo verbo,
questo imperativo,
è indirizzato a ogni discepolo:
Guarda, rivolgi gli occhi,
tieni fisso lo sguardo
su Maria.
È l'ultimo comandamento
che il Signore morente
lascia a ciascuno di noi:
Se vuoi essere discepolo,
guarda a Maria,
impara da lei,
dai suoi gesti,
dalle sue parole,
dai suoi silenzi;
lasciati educare e
formare da lei, come fa ogni madre con i suoi figli
E ripeti il suo ascolto,
la sua lode, la sua cura,
la sua fortezza,
la sua capacità di essere madre ancora quando
un figlio muore e
un altro figlio le è dato.
Quando tutto muore,
quando tutto si fa nero
sul Golgota, Gesù pronuncia parole di vita.
Dice "madre”
Dice "figlio”.
Dice generazione e affetto e vita che riprende
a scorrere.
Sul Calvario è Gesù che
prega un uomo e
una donna di riannodare
il filo spezzato della vita.
Nel vertice del dolore
non sono gli uomini
che pregano Dio,
ma è Dio che prega
l'uomo e gli dice:
“Conquista occhi
di madre, guarda
con occhi di figlio:
sono gli unici che
vedono veramente!”
Dio invoca l'uomo
sul Calvario, perché
l'uomo converta
lo sguardo con cui vede
il mondo e il cuore
con cui opera nel mondo.
Perché cambi le mani con cui prende e dà la vita
e la morte.
Nel giorno del grande dolore,
noi ci aggrappiamo a Dio.
Invece sul Calvario è Dio
che si aggrappa a noi,
a quella parte sana e
buona, a quella parte
affettuosa e forte,
a quella porzione di fiducia,
anzi, alla cosa più forte
– istinto, energia, amore –
alla cosa più forte che
esista sulla terra,
il rapporto madre-figlio.
Per ricostruire da li
un cammino che passi
oltre le infinite croci.
Sul Calvario, Gesù,
ci affida una vocazione.
Ai piedi della croce è
la prima cellula della
chiesa, Maria e Giovanni.
Ciò che è detto a loro
è detto a tutta la chiesa.
Anche a noi Gesù dice:
Ecco tuo figlio!
Lo dice a me, a te,
a ciascuno, indicando
chiunque ci cammina
a fianco nell'esistenza:
Ecco tuo figlio!
A ciascuno ripete:
Ecco tua madre
indicando chiunque
un giorno ci abbia aiutato
a vivere, innumerevoli piccole madri nella nostra esistenza,
chiunque ancora oggi
ci sostenga nella vita.
Figlio e madre
ad ogni creatura,
questo è l'uomo di Dio.
Figlio e madre a ogni vita,
questo è il discepolo
di Cristo.
E la nostra vocazione è
custodire, proteggere,
prendersi cura, amare,
prendere Maria
e tutti coloro che
ti furono madre
tra le tue cose care.
Come ha fatto Giovanni.
Tutti noi abbiamo
un compito supremo:
Custodire delle vite
con la nostra vita,
soprattutto là dove la vita langue ed è prossima
a spegnersi. (E. Canetti).
La nostra vocazione
è la maternità.
È stare con Maria
accanto alle infinite croci
della terra, dove Cristo
è ancora crocifisso
nei suoi fratelli,
per portare conforto e lavorare alla redenzione.
DI MADRE,
GUARDA CON OCCHI
DI FIGLIO:
SONO GLI UNICI CHE
VEDONO VERAMENTE!
Gesù disse al discepolo:
Ecco la tua madre
Ma le parole esatte
del Vangelo sono:
Guarda: è tua madre!
E questo verbo,
questo imperativo,
è indirizzato a ogni discepolo:
Guarda, rivolgi gli occhi,
tieni fisso lo sguardo
su Maria.
È l'ultimo comandamento
che il Signore morente
lascia a ciascuno di noi:
Se vuoi essere discepolo,
guarda a Maria,
impara da lei,
dai suoi gesti,
dalle sue parole,
dai suoi silenzi;
lasciati educare e
formare da lei, come fa ogni madre con i suoi figli
E ripeti il suo ascolto,
la sua lode, la sua cura,
la sua fortezza,
la sua capacità di essere madre ancora quando
un figlio muore e
un altro figlio le è dato.
Quando tutto muore,
quando tutto si fa nero
sul Golgota, Gesù pronuncia parole di vita.
Dice "madre”
Dice "figlio”.
Dice generazione e affetto e vita che riprende
a scorrere.
Sul Calvario è Gesù che
prega un uomo e
una donna di riannodare
il filo spezzato della vita.
Nel vertice del dolore
non sono gli uomini
che pregano Dio,
ma è Dio che prega
l'uomo e gli dice:
“Conquista occhi
di madre, guarda
con occhi di figlio:
sono gli unici che
vedono veramente!”
Dio invoca l'uomo
sul Calvario, perché
l'uomo converta
lo sguardo con cui vede
il mondo e il cuore
con cui opera nel mondo.
Perché cambi le mani con cui prende e dà la vita
e la morte.
Nel giorno del grande dolore,
noi ci aggrappiamo a Dio.
Invece sul Calvario è Dio
che si aggrappa a noi,
a quella parte sana e
buona, a quella parte
affettuosa e forte,
a quella porzione di fiducia,
anzi, alla cosa più forte
– istinto, energia, amore –
alla cosa più forte che
esista sulla terra,
il rapporto madre-figlio.
Per ricostruire da li
un cammino che passi
oltre le infinite croci.
Sul Calvario, Gesù,
ci affida una vocazione.
Ai piedi della croce è
la prima cellula della
chiesa, Maria e Giovanni.
Ciò che è detto a loro
è detto a tutta la chiesa.
Anche a noi Gesù dice:
Ecco tuo figlio!
Lo dice a me, a te,
a ciascuno, indicando
chiunque ci cammina
a fianco nell'esistenza:
Ecco tuo figlio!
A ciascuno ripete:
Ecco tua madre
indicando chiunque
un giorno ci abbia aiutato
a vivere, innumerevoli piccole madri nella nostra esistenza,
chiunque ancora oggi
ci sostenga nella vita.
Figlio e madre
ad ogni creatura,
questo è l'uomo di Dio.
Figlio e madre a ogni vita,
questo è il discepolo
di Cristo.
E la nostra vocazione è
custodire, proteggere,
prendersi cura, amare,
prendere Maria
e tutti coloro che
ti furono madre
tra le tue cose care.
Come ha fatto Giovanni.
Tutti noi abbiamo
un compito supremo:
Custodire delle vite
con la nostra vita,
soprattutto là dove la vita langue ed è prossima
a spegnersi. (E. Canetti).
La nostra vocazione
è la maternità.
È stare con Maria
accanto alle infinite croci
della terra, dove Cristo
è ancora crocifisso
nei suoi fratelli,
per portare conforto e lavorare alla redenzione.
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IL DISCEPOLO-LUCE É
UNO CHE OGNI GIORNO
ACCAREZZA LA VITA
E RIVELA IL BELLO
DELLE PERSONE
Voi siete il sale,
voi siete la luce.
Siete come
un istinto di vita
che penetra nelle cose,
come il sale,
si oppone al loro degrado
e le fa durare.
Siete un istinto
di bellezza,
che si posa
sulla superficie delle cose,
le accarezza,
come la luce,
e non fa violenza mai,
ne rivela invece forme, colori, armonie e legami.
Così il discepolo-luce
è uno che ogni giorno
accarezza la vita e rivela
il bello delle persone,
uno dai cui occhi emana
il rispetto amoroso
per ogni vivente.
Voi siete il sale,
avete il compito di
preservare ciò che
nel mondo vale e merita
di durare, di opporvi
a ciò che corrompe,
di far gustare il sapore buono della vita.
Voi siete la luce del mondo.
Una affermazione
che ci sorprende, che
Dio sia luce lo crediamo;
ma credere che
anche l’uomo sia luce, che
lo sia anch’io e anche tu,
con i nostri limiti e
le nostre ombre,
questo è sorprendente.
E lo siamo già adesso,
se respiriamo vangelo:
la luce è il dono naturale
di chi ha respirato Dio.
Chi vive secondo
il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia
al mondo (Luigi Verdi).
E non impalcandosi
a maestro o giudice,
ma con i gesti:
risplenda la vostra luce
nelle vostre opere buone.
Sono opere di luce
i gesti dei miti, di chi
ha un cuore bambino,
degli affamati di giustizia,
dei mai arresi cercatori
di pace, i gesti
delle beatitudini,
che si oppongono a ciò che corrompe il cammino
del mondo:
violenza e denaro.
Quando due sulla terra
si amano
compiono l’opera:
diventano luce nel buio,
lampada ai passi di molti,
piacere di vivere e
di credere.
In ogni casa dove
ci si vuol bene,
viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.
Mi sembra impossibile,
da parte di Gesù, riporre
tanta stima e tanta fiducia
in queste sue creature!
In me, che lo so bene,
non sono né luce né sale.
Eppure, il vangelo
mi incoraggia
a prenderne coscienza:
Non fermarti
alla superficie di te,
al ruvido dell’argilla
di cui sei fatto,
cerca in profondità,
verso la cella segreta
del cuore, scendi
nel tuo santuario e
troverai una lucerna accesa,
una manciata di sale:
frammento di Dio in te.
L’umiltà della luce e
del sale: la luce
non illumina se stessa,
nessuno mangia il sale
da solo.
Così ogni discepolo
deve apprendere
la loro prima lezione:
a partire da me,
ma non per me.
La povertà del sale
e della luce è
perdersi dentro le cose,
senza fare rumore,
né violenza,
e risorgere con loro.
Come suggerisce il profeta Isaia: Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita (Isaia 58,8).
Non restare curvo
sulle tue storie e
sulle tue sconfitte,
chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
Tu occupati della terra
e della città, e
la tua luce sorgerà
come un meriggio di sole.
UNO CHE OGNI GIORNO
ACCAREZZA LA VITA
E RIVELA IL BELLO
DELLE PERSONE
Voi siete il sale,
voi siete la luce.
Siete come
un istinto di vita
che penetra nelle cose,
come il sale,
si oppone al loro degrado
e le fa durare.
Siete un istinto
di bellezza,
che si posa
sulla superficie delle cose,
le accarezza,
come la luce,
e non fa violenza mai,
ne rivela invece forme, colori, armonie e legami.
Così il discepolo-luce
è uno che ogni giorno
accarezza la vita e rivela
il bello delle persone,
uno dai cui occhi emana
il rispetto amoroso
per ogni vivente.
Voi siete il sale,
avete il compito di
preservare ciò che
nel mondo vale e merita
di durare, di opporvi
a ciò che corrompe,
di far gustare il sapore buono della vita.
Voi siete la luce del mondo.
Una affermazione
che ci sorprende, che
Dio sia luce lo crediamo;
ma credere che
anche l’uomo sia luce, che
lo sia anch’io e anche tu,
con i nostri limiti e
le nostre ombre,
questo è sorprendente.
E lo siamo già adesso,
se respiriamo vangelo:
la luce è il dono naturale
di chi ha respirato Dio.
Chi vive secondo
il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia
al mondo (Luigi Verdi).
E non impalcandosi
a maestro o giudice,
ma con i gesti:
risplenda la vostra luce
nelle vostre opere buone.
Sono opere di luce
i gesti dei miti, di chi
ha un cuore bambino,
degli affamati di giustizia,
dei mai arresi cercatori
di pace, i gesti
delle beatitudini,
che si oppongono a ciò che corrompe il cammino
del mondo:
violenza e denaro.
Quando due sulla terra
si amano
compiono l’opera:
diventano luce nel buio,
lampada ai passi di molti,
piacere di vivere e
di credere.
In ogni casa dove
ci si vuol bene,
viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.
Mi sembra impossibile,
da parte di Gesù, riporre
tanta stima e tanta fiducia
in queste sue creature!
In me, che lo so bene,
non sono né luce né sale.
Eppure, il vangelo
mi incoraggia
a prenderne coscienza:
Non fermarti
alla superficie di te,
al ruvido dell’argilla
di cui sei fatto,
cerca in profondità,
verso la cella segreta
del cuore, scendi
nel tuo santuario e
troverai una lucerna accesa,
una manciata di sale:
frammento di Dio in te.
L’umiltà della luce e
del sale: la luce
non illumina se stessa,
nessuno mangia il sale
da solo.
Così ogni discepolo
deve apprendere
la loro prima lezione:
a partire da me,
ma non per me.
La povertà del sale
e della luce è
perdersi dentro le cose,
senza fare rumore,
né violenza,
e risorgere con loro.
Come suggerisce il profeta Isaia: Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita (Isaia 58,8).
Non restare curvo
sulle tue storie e
sulle tue sconfitte,
chi guarda
solo a se stesso
non si illumina mai.
Tu occupati della terra
e della città, e
la tua luce sorgerà
come un meriggio di sole.
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SIGNORE, IL TUO SOGNO
non è fatto
di figli obbedienti
alla fatica, ma
di vigne fiorite,
di grappoli gonfi di miele
e di sole.
Tu e io a far maturare
la vigna della storia.
Signore,
questo mondo spesso
non mi piace:
una vendemmia di sangue.
Eppure è la Tua
e la mia casa, la Tua
piantagione preferita:
voglio impegnarmi,
io e non gli altri, senza pretendere che gli altri
si impegnino per me,
senza giudicare,
senza accusare
chi non si impegna.
Mi impegno non
per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma
per amarlo e portarvi frutto, perchè il mondo si muove
se io mi muovo,
muta se io divento nuovo,
si imbarbarisce se lasciamo libera la belva che è in noi.
Signore,
unifica il mio cuore,
fa’ che io non abbia
due cuori in lotta fra loro.
Donami un cuore
semplice e integro,
che sia con Te
maturatore di frutti,
con Te vignaiolo,
in tutte le nostre piccole
vigne segrete, dove
ci impegnamo a rendere
meno arida la terra,
meno soli gli uomini,
meno contraddittorio
il nostro cuore.
non è fatto
di figli obbedienti
alla fatica, ma
di vigne fiorite,
di grappoli gonfi di miele
e di sole.
Tu e io a far maturare
la vigna della storia.
Signore,
questo mondo spesso
non mi piace:
una vendemmia di sangue.
Eppure è la Tua
e la mia casa, la Tua
piantagione preferita:
voglio impegnarmi,
io e non gli altri, senza pretendere che gli altri
si impegnino per me,
senza giudicare,
senza accusare
chi non si impegna.
Mi impegno non
per riordinare il mondo,
non per rifarlo, ma
per amarlo e portarvi frutto, perchè il mondo si muove
se io mi muovo,
muta se io divento nuovo,
si imbarbarisce se lasciamo libera la belva che è in noi.
Signore,
unifica il mio cuore,
fa’ che io non abbia
due cuori in lotta fra loro.
Donami un cuore
semplice e integro,
che sia con Te
maturatore di frutti,
con Te vignaiolo,
in tutte le nostre piccole
vigne segrete, dove
ci impegnamo a rendere
meno arida la terra,
meno soli gli uomini,
meno contraddittorio
il nostro cuore.
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LA DIROMPENTE NOVITÀ PORTATA DA GESÙ
Vi fu detto, ma io vi dico
Il coraggio del cuore,
il coraggio del sogno
di Dio.
Fu detto: non ucciderai;
ma io vi dico:
chiunque si adira
con il proprio fratello,
chi nutre rancore è
nel suo cuore un omicida.
Gesù va diritto al movente
delle azioni, al laboratorio
interiore dove si formano.
L’apostolo Giovanni
afferma una cosa enorme:
“Chi non ama suo fratello
è omicida” (1 Gv 3,15).
Chi non ama, uccide.
Il disamore non è solo
il mio lento morire,
ma è un incubatore
di omicidi.
Chiunque si adira
con il fratello,
o gli dice pazzo,
o stupido,
è sulla linea di Caino...
Gesù mostra i primi
tre passi verso la morte:
l'ira,
l'insulto,
il disprezzo,
tre forme di omicidio.
L'uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell'altro.
Chi gli dice pazzo
sarà destinato al fuoco della Geenna.
Geenna non è l'inferno,
ma quel vallone,
alla periferia di Gerusalemme,
dove si bruciavano
le immondizie della città,
da cui saliva
perennemente un fumo
acre e maleodorante.
Gesù dice:
se tu disprezzi
e insulti l’altro
tu fai spazzatura
della tua vita,
la butti nell'immondizia;
è ben di più di un castigo,
è la tua umanità che
marcisce e va in fumo.
Custodisci il cuore perché
è la sorgente della vita.
“Custodiscilo tu, Signore,
questo fragile,
contorto,
splendido dono
che ci hai dato:
questo cuore
che è di carne,
ma che sa anche di cielo”.
Vi fu detto, ma io vi dico
Il coraggio del cuore,
il coraggio del sogno
di Dio.
Fu detto: non ucciderai;
ma io vi dico:
chiunque si adira
con il proprio fratello,
chi nutre rancore è
nel suo cuore un omicida.
Gesù va diritto al movente
delle azioni, al laboratorio
interiore dove si formano.
L’apostolo Giovanni
afferma una cosa enorme:
“Chi non ama suo fratello
è omicida” (1 Gv 3,15).
Chi non ama, uccide.
Il disamore non è solo
il mio lento morire,
ma è un incubatore
di omicidi.
Chiunque si adira
con il fratello,
o gli dice pazzo,
o stupido,
è sulla linea di Caino...
Gesù mostra i primi
tre passi verso la morte:
l'ira,
l'insulto,
il disprezzo,
tre forme di omicidio.
L'uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell'altro.
Chi gli dice pazzo
sarà destinato al fuoco della Geenna.
Geenna non è l'inferno,
ma quel vallone,
alla periferia di Gerusalemme,
dove si bruciavano
le immondizie della città,
da cui saliva
perennemente un fumo
acre e maleodorante.
Gesù dice:
se tu disprezzi
e insulti l’altro
tu fai spazzatura
della tua vita,
la butti nell'immondizia;
è ben di più di un castigo,
è la tua umanità che
marcisce e va in fumo.
Custodisci il cuore perché
è la sorgente della vita.
“Custodiscilo tu, Signore,
questo fragile,
contorto,
splendido dono
che ci hai dato:
questo cuore
che è di carne,
ma che sa anche di cielo”.
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UN SALTO DI QUALITÀ:
PASSARE DALLA LEGGE
ALLA PERSONA
Se guardi una donna
per desiderarla
sei già adultero.
Non è il desiderio
ad essere condannato,
ma quel 'per',
vale a dire che
se ti adoperi con gesti
e parole allo scopo
di sedurre o manipolare l'altro, tu pecchi contro
la grandezza e la bellezza di quella persona.
Le rubi il sogno di Dio
e l'immagine sua, perché
in quel modo immiserisci una creatura che invece è abisso e cielo, profondità e vertigine.
Pecchi non contro
la morale, ma contro
la nobiltà, l'unicità,
il divino
di quella persona stessa.
Lo scopo della legge morale, quindi,
non è altro che
custodire, coltivare,
far fiorire l'umanità
della persona.
È un unico salto di qualità quello che Gesù propone, una svolta:
passare dalla legge
alla persona,
dall’ esteriorità all’interiorità,
proprio là dove nascono
i grandi “perché”
delle azioni.
Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini.
Non aggiunge fatica,
non cerca eroi, ma
uomini e donne veri.
Fiori belli che sbocceranno e profumeranno l’aiuola dove la vita li ha seminati.
PASSARE DALLA LEGGE
ALLA PERSONA
Se guardi una donna
per desiderarla
sei già adultero.
Non è il desiderio
ad essere condannato,
ma quel 'per',
vale a dire che
se ti adoperi con gesti
e parole allo scopo
di sedurre o manipolare l'altro, tu pecchi contro
la grandezza e la bellezza di quella persona.
Le rubi il sogno di Dio
e l'immagine sua, perché
in quel modo immiserisci una creatura che invece è abisso e cielo, profondità e vertigine.
Pecchi non contro
la morale, ma contro
la nobiltà, l'unicità,
il divino
di quella persona stessa.
Lo scopo della legge morale, quindi,
non è altro che
custodire, coltivare,
far fiorire l'umanità
della persona.
È un unico salto di qualità quello che Gesù propone, una svolta:
passare dalla legge
alla persona,
dall’ esteriorità all’interiorità,
proprio là dove nascono
i grandi “perché”
delle azioni.
Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini.
Non aggiunge fatica,
non cerca eroi, ma
uomini e donne veri.
Fiori belli che sbocceranno e profumeranno l’aiuola dove la vita li ha seminati.
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Gesù dichiara la purezza
di ogni realtà vivente.
Benedice di nuovo le cose. Ogni cosa é pura:
il cielo, la terra, il cibo,
il corpo dell’uomo e
della donna.
Attribuisce al cuore
la possibilità di rendere pure o impure le cose,
di illuminarle o sporcarle.
https://youtu.be/WG3fvVnjcn8
di ogni realtà vivente.
Benedice di nuovo le cose. Ogni cosa é pura:
il cielo, la terra, il cibo,
il corpo dell’uomo e
della donna.
Attribuisce al cuore
la possibilità di rendere pure o impure le cose,
di illuminarle o sporcarle.
https://youtu.be/WG3fvVnjcn8
YouTube
Gesù inaugura la religione dell'interiorità: la via del cuore
Il messaggio festoso di Gesù é questo:
che il mondo é puro,
le cose tutte sono buone,
sei libero da tutte le forme esteriori.
Devi custodire con cura il tuo cuore,
perché lì é la fonte della vita.
che il mondo é puro,
le cose tutte sono buone,
sei libero da tutte le forme esteriori.
Devi custodire con cura il tuo cuore,
perché lì é la fonte della vita.
🔥15❤11🥰2🙏1
Fammi fiorire, Signore,
come il prato,
profumare
come il nardo.
Dammi rugiada e brezza,
sereno e caldo, perché
io sono la tua terra
e tu sei il mio sole.
Fammi fiorire, Signore,
come il prato,
profumare
come il nardo.
Dammi rugiada e brezza,
sereno e caldo, perché
io sono la tua terra
e tu sei il mio sole.
https://youtu.be/CDHSSDOu_34
come il prato,
profumare
come il nardo.
Dammi rugiada e brezza,
sereno e caldo, perché
io sono la tua terra
e tu sei il mio sole.
Fammi fiorire, Signore,
come il prato,
profumare
come il nardo.
Dammi rugiada e brezza,
sereno e caldo, perché
io sono la tua terra
e tu sei il mio sole.
https://youtu.be/CDHSSDOu_34
YouTube
Donami, Signore un cuore nuovo
Donami occhi piangenti
che non abbiano vergogna delle lacrime,
ma piuttosto di un'aridità pietrosa.
Dammi occhi nuovi, piedi nuovi,
mani nuove, perché possa correre
incontro a te nei fratelli.
Guardarti in modo nuovo,
fare passi con chi non ce la fa.
E…
che non abbiano vergogna delle lacrime,
ma piuttosto di un'aridità pietrosa.
Dammi occhi nuovi, piedi nuovi,
mani nuove, perché possa correre
incontro a te nei fratelli.
Guardarti in modo nuovo,
fare passi con chi non ce la fa.
E…
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IN PRINCIPIO IL LEGAME
TRINITÀ:
un solo Dio
in tre Persone.
Dogma che non capisco, croce di tutti i teologi, eppure liberante, perché
mi assicura che
l’essenza di Dio vibra
di un infinito
movimento d’amore.
In principio a tutto sta
la relazione.
Solitudine è il primo male, perfino nel cielo:
«neanche Dio può
stare solo»
(D. M. Turoldo),
e la Trinità è la vittoria
essenziale sulla solitudine,
quella che, per bocca
stessa di Dio, è
il primo male del cosmo, anteriore al peccato originale:
“non è bene che l’uomo sia solo”.
Un dogma, questo, che non cerca di far coincidere
il Tre con l'Uno, ma è
sorgente di sapienza
del vivere:
se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per noi.
Il Creatore aveva detto
“Facciamo l’uomo a nostra
immagine e somiglianza”.
Nostra:
non a immagine del Padre,
non a immagine
dello Spirito e
neppure del Verbo.
Molto di più:
a immagine della Trinità,
a somiglianza
di un legame d'amore,
come icona di comunità.
In principio alla Trinità
sta il legame.
Vivere è convivere,
esistere è coesistere.
Allora capisco perché
quando sono con chi
mi vuole bene,
quando sono accolto e
a mia volta so accogliere,
sto così bene, così in pace:
perché realizzo
la mia umana e
divina vocazione.
Perfino i nomi che
Gesù sceglie
per dire il volto di Dio
sono nomi che
stringono legami:
Padre e Figlio indicano
relazioni salde
come il sangue, potenti
come la generazione.
Per raccontare la Trinità
non ci sono parole migliori
dei tre linguaggi
delle letture di oggi:
la poesia, il cuore pieno,
la ricerca.
La poesia del libro
dei Proverbi:
parlare di Dio attraverso
l’origine delle cose.
Non il Dio dei trattati,
ma quello gioioso
che moltiplica vita,
crea bellezza e armonia,
che gioca sul globo
terrestre e la sua gioia è
stare tra i figli dell’uomo
(Proverbi 8,31).
Poi il "cuore pieno"
di Paolo, passione e speranza che non delude.
A noi abituati a interpretare
tutto in chiave di degrado,
di impoverimento,
di sospetto,
che Paolo racconta di
un Dio che riempie il cuore:
“l'amore è stato riversato
-illimitato e inarrestabile-
nei vostri cuori”, e
riempie, tracima, dilaga.
Il nostro male è che siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto
(G. Vannucci).
Infine Gesù:
che è la piena rivelazione
e insieme
la ricerca inesausta,
sempre incompiuta,
che promette un lungo
corroborante cammino,
con un suggeritore
meraviglioso
che è lo Spirito.
I verbi per dire
lo Spirito Santo
sono tutti al futuro:
verrà, annuncerà,
guiderà, prenderà…,
sono parole in cammino,
che aprono strade.
Lo Spirito non sopporta
recinti, nemmeno
di parole sacre.
Noi credenti, nati
dal respiro di Dio come Adamo, apparteniamo
a un sistema aperto,
che avanza.
Tutto circola nell’universo,
tutto avanza e canta
con la soavità propria
di ciascuno, inconfondibile
e ammaliante:
pianeti e astri,
sangue, fiumi, vento
e uccelli migratori.
Vita che, se si ferma,
si ammala e si spegne.
TRINITÀ:
un solo Dio
in tre Persone.
Dogma che non capisco, croce di tutti i teologi, eppure liberante, perché
mi assicura che
l’essenza di Dio vibra
di un infinito
movimento d’amore.
In principio a tutto sta
la relazione.
Solitudine è il primo male, perfino nel cielo:
«neanche Dio può
stare solo»
(D. M. Turoldo),
e la Trinità è la vittoria
essenziale sulla solitudine,
quella che, per bocca
stessa di Dio, è
il primo male del cosmo, anteriore al peccato originale:
“non è bene che l’uomo sia solo”.
Un dogma, questo, che non cerca di far coincidere
il Tre con l'Uno, ma è
sorgente di sapienza
del vivere:
se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per noi.
Il Creatore aveva detto
“Facciamo l’uomo a nostra
immagine e somiglianza”.
Nostra:
non a immagine del Padre,
non a immagine
dello Spirito e
neppure del Verbo.
Molto di più:
a immagine della Trinità,
a somiglianza
di un legame d'amore,
come icona di comunità.
In principio alla Trinità
sta il legame.
Vivere è convivere,
esistere è coesistere.
Allora capisco perché
quando sono con chi
mi vuole bene,
quando sono accolto e
a mia volta so accogliere,
sto così bene, così in pace:
perché realizzo
la mia umana e
divina vocazione.
Perfino i nomi che
Gesù sceglie
per dire il volto di Dio
sono nomi che
stringono legami:
Padre e Figlio indicano
relazioni salde
come il sangue, potenti
come la generazione.
Per raccontare la Trinità
non ci sono parole migliori
dei tre linguaggi
delle letture di oggi:
la poesia, il cuore pieno,
la ricerca.
La poesia del libro
dei Proverbi:
parlare di Dio attraverso
l’origine delle cose.
Non il Dio dei trattati,
ma quello gioioso
che moltiplica vita,
crea bellezza e armonia,
che gioca sul globo
terrestre e la sua gioia è
stare tra i figli dell’uomo
(Proverbi 8,31).
Poi il "cuore pieno"
di Paolo, passione e speranza che non delude.
A noi abituati a interpretare
tutto in chiave di degrado,
di impoverimento,
di sospetto,
che Paolo racconta di
un Dio che riempie il cuore:
“l'amore è stato riversato
-illimitato e inarrestabile-
nei vostri cuori”, e
riempie, tracima, dilaga.
Il nostro male è che siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto
(G. Vannucci).
Infine Gesù:
che è la piena rivelazione
e insieme
la ricerca inesausta,
sempre incompiuta,
che promette un lungo
corroborante cammino,
con un suggeritore
meraviglioso
che è lo Spirito.
I verbi per dire
lo Spirito Santo
sono tutti al futuro:
verrà, annuncerà,
guiderà, prenderà…,
sono parole in cammino,
che aprono strade.
Lo Spirito non sopporta
recinti, nemmeno
di parole sacre.
Noi credenti, nati
dal respiro di Dio come Adamo, apparteniamo
a un sistema aperto,
che avanza.
Tutto circola nell’universo,
tutto avanza e canta
con la soavità propria
di ciascuno, inconfondibile
e ammaliante:
pianeti e astri,
sangue, fiumi, vento
e uccelli migratori.
Vita che, se si ferma,
si ammala e si spegne.
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INVENTARSI UN GESTO,
UNA PAROLA
CHE POSSA DISARMARE
E DISARMARCI
«Avete inteso che
fu detto:
“Occhio per occhio
e dente per dente”.
Ma io vi dico
di non opporvi
al malvagio; anzi,
se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu pórgigli anche l’altra,
e a chi vuole portarti
in tribunale e toglierti
la tunica, tu lascia
anche il mantello. (...)
Vangelo davanti al quale
non sappiamo bene
come stare: se tentare
di edulcorarlo, oppure
relegarlo nel repertorio
delle pie illusioni.
Ci soccorre un elenco
di situazioni
molto concrete che
Gesù mette in fila:
schiaffo, tunica, miglio,
denaro in prestito.
E le soluzioni che propone, in perfetta sintonia:
l’altra guancia,
il mantello,
due miglia.
Molto semplice,
niente che un bambino
non possa capire,
nessuna teoria complicata,
solo gesti quotidiani,
una santità che sa di abiti,
di strade, di gesti,
di polvere.
“Gesù parla della vita con le parole proprie della vita”
(C. Bobin).
Fu detto:
occhio per occhio.
Ma io vi dico:
Se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu porgigli anche l’altra.
Quello che Gesù propone
non è la sottomissione
dei paurosi, ma
una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”,
fai tu il primo passo,
tocca a te ricominciare
la relazione,
rammendando
tenacemente il tessuto
dei legami
continuamente lacerato.
Sono i gesti di Gesù
che spiegano le sue parole:
quando riceve
uno schiaffo
nella notte della prigionia,
Gesù non risponde
porgendo l’altra guancia,
ma chiede ragione
alla guardia:
se ho parlato male dimostramelo.
Lo vediamo indignarsi,
e quante volte,
per un’ingiustizia,
per un bambino scacciato,
per il tempio fatto mercato,
per le maschere e il cuore
di pietra dei pii e dei devoti.
E collocarsi così dentro
la tradizione profetica
dell’ira sacra.
Non ci chiede di essere
lo zerbino della storia,
ma di inventarsi qualcosa
- un gesto, una parola -
che possa disarmare
e disarmarci.
Di scegliere,
liberamente,
di non far proliferare
il male,
attraverso il perdono
“che strappa
dai circoli viziosi,
spezza la coazione
a ripetere su altri
ciò che hai subito,
strappa la catena
della colpa e
della vendetta, spezza
le simmetrie dell’odio”.
(Hanna Arendt)
Perché noi siamo
più della storia che
ci ha partorito e ferito.
Siamo come il Padre:
“Perché siate figli
del Padre che fa sorgere
il sole sui cattivi
e sui buoni”.
Addirittura Gesù
inizia dai cattivi,
forse perché
i loro occhi
sono più in debito di luce,
più in ansia.
Io che non farò mai sorgere o tramontare nessun sole,
posso però far spuntare
un grammo di luce,
una minima stella.
Quante volte ho visto
sorgere il sole dentro
gli occhi di una persona:
bastava un ascolto
fatto col cuore,
un aiuto concreto,
un abbraccio vero!
Agisci come il Padre,
o amerai il contrario
della vita:
dona un po’ di sole,
un po’ d’acqua,
a chiunque,
senza chiederti
se lo meriti o no.
Perché chi ha meritato
un giorno di abbeverarsi all’oceano della Vita,
merita di bere oggi
al tuo ruscello.
UNA PAROLA
CHE POSSA DISARMARE
E DISARMARCI
«Avete inteso che
fu detto:
“Occhio per occhio
e dente per dente”.
Ma io vi dico
di non opporvi
al malvagio; anzi,
se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu pórgigli anche l’altra,
e a chi vuole portarti
in tribunale e toglierti
la tunica, tu lascia
anche il mantello. (...)
Vangelo davanti al quale
non sappiamo bene
come stare: se tentare
di edulcorarlo, oppure
relegarlo nel repertorio
delle pie illusioni.
Ci soccorre un elenco
di situazioni
molto concrete che
Gesù mette in fila:
schiaffo, tunica, miglio,
denaro in prestito.
E le soluzioni che propone, in perfetta sintonia:
l’altra guancia,
il mantello,
due miglia.
Molto semplice,
niente che un bambino
non possa capire,
nessuna teoria complicata,
solo gesti quotidiani,
una santità che sa di abiti,
di strade, di gesti,
di polvere.
“Gesù parla della vita con le parole proprie della vita”
(C. Bobin).
Fu detto:
occhio per occhio.
Ma io vi dico:
Se uno ti dà uno schiaffo
sulla guancia destra,
tu porgigli anche l’altra.
Quello che Gesù propone
non è la sottomissione
dei paurosi, ma
una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”,
fai tu il primo passo,
tocca a te ricominciare
la relazione,
rammendando
tenacemente il tessuto
dei legami
continuamente lacerato.
Sono i gesti di Gesù
che spiegano le sue parole:
quando riceve
uno schiaffo
nella notte della prigionia,
Gesù non risponde
porgendo l’altra guancia,
ma chiede ragione
alla guardia:
se ho parlato male dimostramelo.
Lo vediamo indignarsi,
e quante volte,
per un’ingiustizia,
per un bambino scacciato,
per il tempio fatto mercato,
per le maschere e il cuore
di pietra dei pii e dei devoti.
E collocarsi così dentro
la tradizione profetica
dell’ira sacra.
Non ci chiede di essere
lo zerbino della storia,
ma di inventarsi qualcosa
- un gesto, una parola -
che possa disarmare
e disarmarci.
Di scegliere,
liberamente,
di non far proliferare
il male,
attraverso il perdono
“che strappa
dai circoli viziosi,
spezza la coazione
a ripetere su altri
ciò che hai subito,
strappa la catena
della colpa e
della vendetta, spezza
le simmetrie dell’odio”.
(Hanna Arendt)
Perché noi siamo
più della storia che
ci ha partorito e ferito.
Siamo come il Padre:
“Perché siate figli
del Padre che fa sorgere
il sole sui cattivi
e sui buoni”.
Addirittura Gesù
inizia dai cattivi,
forse perché
i loro occhi
sono più in debito di luce,
più in ansia.
Io che non farò mai sorgere o tramontare nessun sole,
posso però far spuntare
un grammo di luce,
una minima stella.
Quante volte ho visto
sorgere il sole dentro
gli occhi di una persona:
bastava un ascolto
fatto col cuore,
un aiuto concreto,
un abbraccio vero!
Agisci come il Padre,
o amerai il contrario
della vita:
dona un po’ di sole,
un po’ d’acqua,
a chiunque,
senza chiederti
se lo meriti o no.
Perché chi ha meritato
un giorno di abbeverarsi all’oceano della Vita,
merita di bere oggi
al tuo ruscello.
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LA FORZA SOLARE
DI CHI
AMA PER PRIMO
Amate i vostri nemici.
Fate sorgere il sole
nel loro cielo.
Non altre cose:
ordini, dichiarazioni,
leggi, condanne.
Voi potete fare anche se
sembra impossibile.
Voi potete non voi dovete.
Non si ama per costrizione.
Io ve ne darò la capacità
se lo desiderate,
se lo chiedete.
Gli imperativi ‘impossibili’
di Gesù: amate i nemici,
pregate per loro,
porgete l’altra guancia:
sono porte spalancate
verso delle possibilità,
l’offerta di un potere,
la trasmissione
da Dio all’uomo
di una forza divina,
quella che guida il sole
e la pioggia sui campi
di tutti, di chi è buono
e di chi no,
la forza solare di chi
ama per primo,
ama in perdita,
ama senza aspettare contraccambio.
Allora capisco
e allora mi entusiasmo.
Io posso amare come Dio!
E sento che amando
realizzo me stesso,
che dare agli altri
non toglie a me,
ma mi trasforma
a immagine di Dio,
rende la mia vita piena,
ricca, bella, felice.
Apre strade.
Che dare agli altri non è
in contrasto col mio
desiderio di felicità,
che amore del prossimo
e amore di sé,
non stanno su due binari
che non si incontrano mai,
ma coincidono.
Che Dio regala gioia
a chi produce amore.
Tutta la Bibbia canta
dall’inizio alla fine:
Dio ci ama, Dio è amore,
Dio ha un cuore.
Questo cuore di Dio
è il cuore al quale
dobbiamo cercare
di conformarci,
ed è il cuore
che avremo un giorno.
DI CHI
AMA PER PRIMO
Amate i vostri nemici.
Fate sorgere il sole
nel loro cielo.
Non altre cose:
ordini, dichiarazioni,
leggi, condanne.
Voi potete fare anche se
sembra impossibile.
Voi potete non voi dovete.
Non si ama per costrizione.
Io ve ne darò la capacità
se lo desiderate,
se lo chiedete.
Gli imperativi ‘impossibili’
di Gesù: amate i nemici,
pregate per loro,
porgete l’altra guancia:
sono porte spalancate
verso delle possibilità,
l’offerta di un potere,
la trasmissione
da Dio all’uomo
di una forza divina,
quella che guida il sole
e la pioggia sui campi
di tutti, di chi è buono
e di chi no,
la forza solare di chi
ama per primo,
ama in perdita,
ama senza aspettare contraccambio.
Allora capisco
e allora mi entusiasmo.
Io posso amare come Dio!
E sento che amando
realizzo me stesso,
che dare agli altri
non toglie a me,
ma mi trasforma
a immagine di Dio,
rende la mia vita piena,
ricca, bella, felice.
Apre strade.
Che dare agli altri non è
in contrasto col mio
desiderio di felicità,
che amore del prossimo
e amore di sé,
non stanno su due binari
che non si incontrano mai,
ma coincidono.
Che Dio regala gioia
a chi produce amore.
Tutta la Bibbia canta
dall’inizio alla fine:
Dio ci ama, Dio è amore,
Dio ha un cuore.
Questo cuore di Dio
è il cuore al quale
dobbiamo cercare
di conformarci,
ed è il cuore
che avremo un giorno.
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TU, SCINTILLA DIVINA
Amerai il tuo prossimo
come ami te stesso.
Ed è quasi
un terzo comandamento
sempre dimenticato:
ama te stesso,
amati come un prodigio
della mano di Dio,
scintilla divina.
Se non ami te stesso,
non sarai capace
di amare nessuno,
saprai solo prendere
e accumulare,
fuggire o violare,
senza gioia
né intelligenza
né stupore.
Ermes Ronchi
Amerai il tuo prossimo
come ami te stesso.
Ed è quasi
un terzo comandamento
sempre dimenticato:
ama te stesso,
amati come un prodigio
della mano di Dio,
scintilla divina.
Se non ami te stesso,
non sarai capace
di amare nessuno,
saprai solo prendere
e accumulare,
fuggire o violare,
senza gioia
né intelligenza
né stupore.
Ermes Ronchi
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TUTTI QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO
Signore insegnaci a pregare.
Tutto prega nel mondo:
gli alberi della foresta
e i gigli del campo,
monti e colline,
fiumi e sorgenti,
i cipressi sul colle e
l'infinita pazienza
della luce.
Pregano senza parole:
«ogni creatura prega cantando l'inno
della sua esistenza,
cantando il salmo della sua vita»
(Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera
o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte,
avevano un salterio intero
a fare da stella polare.
Ma chiedono:
insegnaci a stare davanti
a Dio come stai tu,
nelle tue notti di veglia,
nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme.
“Pregare è riattaccare la terra al cielo” (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci
a Dio, come si attacca
la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro:
quando pregate
dite "padre".
Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome.
È il nome della sorgente, parola degli inizi
e dell'infanzia,
il nome della vita.
Pregare è dare
del tu a Dio,
chiamandolo "padre",
dicendogli "papà",
nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini,
nel dialetto del cuore
e non in quello degli scribi.
È un Dio che sa
di abbracci e di casa;
un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere
le poche cose indispensabili
per vivere bene.
Santificato sia
il tuo nome.
Il tuo nome è "amore".
Che l'amore sia santificato sulla terra,
da tutti, in tutto il mondo.
Che l'amore santifichi
la terra, trasformi e trasfiguri questa storia
di idoli feroci
o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri
sono principi e
i bambini entrano
per primi.
E sia più bello di tutti
i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte
per raggiungerlo.
Continua ogni giorno
a donarci il pane nostro quotidiano.
Siamo qui, insieme,
tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché
se uno è sazio e uno muore di fame, quello
non è il tuo pane.
E se il pane fragrante,
che ci attende
al centro della tavola,
è troppo per noi,
donaci buon seme
per la nostra terra; e
se un pane già pronto
non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi
i nostri peccati.
Gettali via,
lontano dal cuore.
Abbraccia la nostra fragilità e noi,
come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non lasciarci soli
a salmodiare
le nostre paure. Ma prendici per mano,
e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e
lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte,
da ogni tipo di morte.
Signore insegnaci a pregare.
Tutto prega nel mondo:
gli alberi della foresta
e i gigli del campo,
monti e colline,
fiumi e sorgenti,
i cipressi sul colle e
l'infinita pazienza
della luce.
Pregano senza parole:
«ogni creatura prega cantando l'inno
della sua esistenza,
cantando il salmo della sua vita»
(Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera
o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte,
avevano un salterio intero
a fare da stella polare.
Ma chiedono:
insegnaci a stare davanti
a Dio come stai tu,
nelle tue notti di veglia,
nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme.
“Pregare è riattaccare la terra al cielo” (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci
a Dio, come si attacca
la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro:
quando pregate
dite "padre".
Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome.
È il nome della sorgente, parola degli inizi
e dell'infanzia,
il nome della vita.
Pregare è dare
del tu a Dio,
chiamandolo "padre",
dicendogli "papà",
nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini,
nel dialetto del cuore
e non in quello degli scribi.
È un Dio che sa
di abbracci e di casa;
un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere
le poche cose indispensabili
per vivere bene.
Santificato sia
il tuo nome.
Il tuo nome è "amore".
Che l'amore sia santificato sulla terra,
da tutti, in tutto il mondo.
Che l'amore santifichi
la terra, trasformi e trasfiguri questa storia
di idoli feroci
o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri
sono principi e
i bambini entrano
per primi.
E sia più bello di tutti
i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte
per raggiungerlo.
Continua ogni giorno
a donarci il pane nostro quotidiano.
Siamo qui, insieme,
tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché
se uno è sazio e uno muore di fame, quello
non è il tuo pane.
E se il pane fragrante,
che ci attende
al centro della tavola,
è troppo per noi,
donaci buon seme
per la nostra terra; e
se un pane già pronto
non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi
i nostri peccati.
Gettali via,
lontano dal cuore.
Abbraccia la nostra fragilità e noi,
come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione.
Non lasciarci soli
a salmodiare
le nostre paure. Ma prendici per mano,
e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e
lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte,
da ogni tipo di morte.
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