ABBIAMO BISOGNO DELLO SPIRITO
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
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LO SPIRITO GENERA VANGELO IN NOI E SOGNI DI FUTURO
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
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NOSTALGIA DI CIELO
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
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LEGGEREZZA E ATTENZIONE
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel sole:
così vede i discepoli
il Vangelo.
Gente dalla vita verticale.
Allora il nostro compito è
di sentirci
parte dell'intero creato,
avvolti da una energia
più grande di noi,
connessi a
una storia immensa,
dove anche
la mia piccola vicenda
é preziosa e potente,
perché gravida di Dio:
Gesù chiede ai suoi
leggerezza e attenzione,
per leggere la storia come
un grembo di nascite.
Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita
e a ciò che ci supera infinitamente:
esisterà pur sempre
anche qui un pezzetto
di cielo che si potrà guardare, e abbastanza
spazio dentro di me
per poter congiungere
le mani nella preghiera”.
(Etty Hillesum)
Chiede un cuore leggero e attento,
per vegliare sui germogli,
su ciò che spunta,
sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace,
sul respiro della luce
che si disegna sul muro
della notte,
sui primi vagiti della vita
e dei suoi germogli.
Il Vangelo ci consegna questa vocazione
a una duplice attenzione:
alla vita e all'infinito.
Ermes Ronchi
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel sole:
così vede i discepoli
il Vangelo.
Gente dalla vita verticale.
Allora il nostro compito è
di sentirci
parte dell'intero creato,
avvolti da una energia
più grande di noi,
connessi a
una storia immensa,
dove anche
la mia piccola vicenda
é preziosa e potente,
perché gravida di Dio:
Gesù chiede ai suoi
leggerezza e attenzione,
per leggere la storia come
un grembo di nascite.
Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita
e a ciò che ci supera infinitamente:
esisterà pur sempre
anche qui un pezzetto
di cielo che si potrà guardare, e abbastanza
spazio dentro di me
per poter congiungere
le mani nella preghiera”.
(Etty Hillesum)
Chiede un cuore leggero e attento,
per vegliare sui germogli,
su ciò che spunta,
sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace,
sul respiro della luce
che si disegna sul muro
della notte,
sui primi vagiti della vita
e dei suoi germogli.
Il Vangelo ci consegna questa vocazione
a una duplice attenzione:
alla vita e all'infinito.
Ermes Ronchi
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UNA BENEDIZIONE
DI SPERANZA CONSOLANTE SU DI NOI
Luca ci offre
l'unica pagina evangelica
in cui protagoniste
sono le donne.
Due madri,
entrambe incinte
in modo «impossibile»,
sono le prime profetesse
del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza,
se non quella
del mistero di Dio
pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne
e benedetto il frutto
del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna
la prima parola
di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada
e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta
un abbraccio,
ripeto la sua prima parola:
che tu sia benedetto!
Tu sei benedizione
scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto
la melodia, ha iniziato
a battere il ritmo dell'anima,
e Maria è diventata
musica e danza,
il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce
il canto di Maria?
Ha sentito Dio
entrare nella storia,
venire come vita
nel grembo,
intervenire non
con le gesta spettacolari
di comandanti o eroi,
ma attraverso il miracolo
umile e strepitoso
della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce,
un bimbo di sei mesi
che danza di gioia
all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo
di tutti quelli che
salvano vite,
in terra e in mare.
Il Magnificat è
il vangelo di Maria,
la sua bella notizia
che raggiunge tutte
le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose,
che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo
della fede non è quello che
io faccio per Dio, ma
quello che Dio fa per me.
La salvezza è
che lui mi ama,
non che io lo amo.
E che io sia amato
dipende da lui,
non dipende da me.
Maria vede un Dio
con le mani impigliate
nel folto della vita.
E usa i verbi al passato,
con uno stratagemma
profetico, come se
tutto fosse già accaduto.
Invece, è
il suo modo audace
per affermare che si farà,
con assoluta certezza,
una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo
quanto il passato, che
questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat
è affacciarsi con lei
al balcone del futuro.
Santa Maria,
assunta in cielo,
vittoriosa sul drago,
fa scendere su di noi una benedizione di speranza,
consolante, su tutto ciò
che rappresenta il nostro
male di vivere:
una benedizione
sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate,
sulle solitudini patite,
sul decadimento di
questo nostro corpo,
sulla corruzione
della morte,
sulle sofferenze
dei volti cari,
sul nostro piccolo o
grande drago rosso,
che però non vincerà,
perché la bellezza
e la tenerezza sono,
nel tempo e nell'eterno,
più forti della violenza.
DI SPERANZA CONSOLANTE SU DI NOI
Luca ci offre
l'unica pagina evangelica
in cui protagoniste
sono le donne.
Due madri,
entrambe incinte
in modo «impossibile»,
sono le prime profetesse
del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza,
se non quella
del mistero di Dio
pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne
e benedetto il frutto
del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna
la prima parola
di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada
e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta
un abbraccio,
ripeto la sua prima parola:
che tu sia benedetto!
Tu sei benedizione
scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto
la melodia, ha iniziato
a battere il ritmo dell'anima,
e Maria è diventata
musica e danza,
il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce
il canto di Maria?
Ha sentito Dio
entrare nella storia,
venire come vita
nel grembo,
intervenire non
con le gesta spettacolari
di comandanti o eroi,
ma attraverso il miracolo
umile e strepitoso
della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce,
un bimbo di sei mesi
che danza di gioia
all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo
di tutti quelli che
salvano vite,
in terra e in mare.
Il Magnificat è
il vangelo di Maria,
la sua bella notizia
che raggiunge tutte
le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose,
che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo
della fede non è quello che
io faccio per Dio, ma
quello che Dio fa per me.
La salvezza è
che lui mi ama,
non che io lo amo.
E che io sia amato
dipende da lui,
non dipende da me.
Maria vede un Dio
con le mani impigliate
nel folto della vita.
E usa i verbi al passato,
con uno stratagemma
profetico, come se
tutto fosse già accaduto.
Invece, è
il suo modo audace
per affermare che si farà,
con assoluta certezza,
una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo
quanto il passato, che
questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat
è affacciarsi con lei
al balcone del futuro.
Santa Maria,
assunta in cielo,
vittoriosa sul drago,
fa scendere su di noi una benedizione di speranza,
consolante, su tutto ciò
che rappresenta il nostro
male di vivere:
una benedizione
sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate,
sulle solitudini patite,
sul decadimento di
questo nostro corpo,
sulla corruzione
della morte,
sulle sofferenze
dei volti cari,
sul nostro piccolo o
grande drago rosso,
che però non vincerà,
perché la bellezza
e la tenerezza sono,
nel tempo e nell'eterno,
più forti della violenza.
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UNA FESSURA APERTA SULL’OLTRE
Lc 24,46-53
ASCENSIONE: con Cristo
anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo,
una fessura aperta sull'oltre,
su ciò che dura
al di là del tramonto:
sapere che il nostro amare
non è inutile ma
sarà raccolto
goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”.
L'ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che
ci raggiunge tutti,
una in-finita,
mai finita benedizione
che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull'uomo che cade
e su chi è ferito,
ad assicurare che la vita
è più forte delle sue ferite.
Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è
una vittoria sulla forza
di gravità, Gesù
non è salito verso l'alto,
è ‘asceso’ nel profondo degli esseri,
è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature.
Lui ha preso dimora nel profondo del creato,
nel rigore della pietra
come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi
e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri:
delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose.
Ma lui sa che nessuno
di loro lo dimenticherà,
è la sola garanzia di cui
ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo
e il suo sogno.
“Ho amato ogni cosa con l'addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.
Gesto prolungato,
a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo
e vicinissima a me.
Una benedizione
ha lasciato il Signore;
una parola bella su noi.
Perché si benedice
chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto
a Dio?
Eppure egli benedice
i miei sandali rotti e
i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa:
i discepoli tornarono
a Gerusalemme
con grande gioia.
Invece d’essere tristi
perché se ne andava
il loro amico, sentono
dentro un amore che
abbraccia l'universo,
e ne sono felici:
finalmente hanno capito.
La "Chiesa in uscita"
inizia su quell’altura,
col chiedere agli apostoli
un cambio di sguardo.
Devono passare
da un gruppo che mette
se stesso al centro,
ad una Chiesa
al servizio dell'uomo,
della vita,
di ciò che conta davvero,
della Casa comune e
dei figli che verranno.
Benedici anche me,
Signore, che sto imparando,
che sto qualche volta camminando, come loro,
su sandali di gioia.
Lc 24,46-53
ASCENSIONE: con Cristo
anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo,
una fessura aperta sull'oltre,
su ciò che dura
al di là del tramonto:
sapere che il nostro amare
non è inutile ma
sarà raccolto
goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”.
L'ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che
ci raggiunge tutti,
una in-finita,
mai finita benedizione
che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull'uomo che cade
e su chi è ferito,
ad assicurare che la vita
è più forte delle sue ferite.
Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è
una vittoria sulla forza
di gravità, Gesù
non è salito verso l'alto,
è ‘asceso’ nel profondo degli esseri,
è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature.
Lui ha preso dimora nel profondo del creato,
nel rigore della pietra
come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi
e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri:
delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose.
Ma lui sa che nessuno
di loro lo dimenticherà,
è la sola garanzia di cui
ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo
e il suo sogno.
“Ho amato ogni cosa con l'addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.
Gesto prolungato,
a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo
e vicinissima a me.
Una benedizione
ha lasciato il Signore;
una parola bella su noi.
Perché si benedice
chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto
a Dio?
Eppure egli benedice
i miei sandali rotti e
i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa:
i discepoli tornarono
a Gerusalemme
con grande gioia.
Invece d’essere tristi
perché se ne andava
il loro amico, sentono
dentro un amore che
abbraccia l'universo,
e ne sono felici:
finalmente hanno capito.
La "Chiesa in uscita"
inizia su quell’altura,
col chiedere agli apostoli
un cambio di sguardo.
Devono passare
da un gruppo che mette
se stesso al centro,
ad una Chiesa
al servizio dell'uomo,
della vita,
di ciò che conta davvero,
della Casa comune e
dei figli che verranno.
Benedici anche me,
Signore, che sto imparando,
che sto qualche volta camminando, come loro,
su sandali di gioia.
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ABBIATE CORAGGIO:
IO HO VINTO IL MONDO!
C'è una speranza
per i fragili e i dubitanti.
Io non sono un eroe,
sono il primo dei paurosi,
sono l'ultimo
dei coraggiosi.
Ma il Signore non convoca eroi nel suo regno.
Ma uomini e donne veri.
Che lo accolgano.
Dio non si merita
si accoglie.
Il vangelo non si conquista,
si accoglie.
Penso alla fragilità mia
non come a un ostacolo, ma come a una opportunità
di speranza.
Gesù non si scaglia mai
contro la fragilità, bensì
contro l'ipocrisia dei pii
e dei potenti.
Pietro, dopo la pesca miracolosa dice a Gesù: allontanati da me
perché sono peccatore.
Gesù ha una reazione bellissima, non dice:
“Non è vero,
non sei peccatore,
non più degli altri”,
non lo giudica,
non lo umilia,
non minimizza,
ma neppure lo assolve.
Fa un'altra cosa.
Pronuncia una parola:
"Non temere. Tu sarai”.
Ed è il futuro che si apre,
che conta più
del presente
e di tutto il mio passato.
“D'ora in avanti tu sarai”
e il bene possibile
domani, vale più
del male di ieri e di oggi.
La tua vocazione conta
più della tua fragilità.
Il peccato rimane,
il peccato tornerà, ma
non può essere il mio alibi
per allontanare Dio,
per evitarlo, per
non impegnarmi con Lui.
Non temere, anche
la tua barca va bene!
Anche la tua vita va bene
per il Vangelo.
Anche la tua zattera
anche se sembra
che perda i pezzi
e faccia acqua.
Gesù rialza, dà fiducia,
conforta la vita,
ma poi la incalza:
“D'ora in avanti - dice -
tu sarai”.
D'ora in avanti resterai
peccatore ma diventerai
pescatore di uomini.
E anche la barca di chi
non ha preso nulla
può riempirsi,
per la sua parola
non per il mio talento,
per il buon seme non
per il bravo seminatore.
E il miracolo del lago
non sono le barche
riempite di pesci,
non sono neppure
le barche abbandonate
per seguire il maestro,
il miracolo grande è Gesù
che non si lascia
impressionare
dai miei difetti,
che non è deluso
dalle mie labbra impure,
che non ha paura
dei miei peccati, ma
mi affida il Vangelo
e proprio là dove
mi ero fermato
mi fa ripartire.
Allontanati da me
aveva detto Pietro.
E invece si allontanano sì,
ma insieme, e verso
un mare più grande.
Allora posso dire:
Credo in te, Signore,
perché tu credi in me.
Ti do fiducia perché
tu mi dai fiducia.
Ho speranza perché
tu hai speranza in me.
Seguirò i tuoi passi
perché sulla mia barca
hai voluto salire.
Gesù non cerca in me
il giusto, l'uomo giusto
che non so se riuscirò mai
ad essere.
Cerca quella debolezza
che è in me radicale,
originaria, fontale, fatale.
Vuole impadronirsi della
mia debolezza profonda
quella che è a monte
di tutti i miei peccati.
E lì vuole incarnarsi
come lievito, come sole,
come fuoco, come spirito
dentro la creta, come
pace nella tempesta.
E questo mi dà speranza
perfino in me stesso.
IO HO VINTO IL MONDO!
C'è una speranza
per i fragili e i dubitanti.
Io non sono un eroe,
sono il primo dei paurosi,
sono l'ultimo
dei coraggiosi.
Ma il Signore non convoca eroi nel suo regno.
Ma uomini e donne veri.
Che lo accolgano.
Dio non si merita
si accoglie.
Il vangelo non si conquista,
si accoglie.
Penso alla fragilità mia
non come a un ostacolo, ma come a una opportunità
di speranza.
Gesù non si scaglia mai
contro la fragilità, bensì
contro l'ipocrisia dei pii
e dei potenti.
Pietro, dopo la pesca miracolosa dice a Gesù: allontanati da me
perché sono peccatore.
Gesù ha una reazione bellissima, non dice:
“Non è vero,
non sei peccatore,
non più degli altri”,
non lo giudica,
non lo umilia,
non minimizza,
ma neppure lo assolve.
Fa un'altra cosa.
Pronuncia una parola:
"Non temere. Tu sarai”.
Ed è il futuro che si apre,
che conta più
del presente
e di tutto il mio passato.
“D'ora in avanti tu sarai”
e il bene possibile
domani, vale più
del male di ieri e di oggi.
La tua vocazione conta
più della tua fragilità.
Il peccato rimane,
il peccato tornerà, ma
non può essere il mio alibi
per allontanare Dio,
per evitarlo, per
non impegnarmi con Lui.
Non temere, anche
la tua barca va bene!
Anche la tua vita va bene
per il Vangelo.
Anche la tua zattera
anche se sembra
che perda i pezzi
e faccia acqua.
Gesù rialza, dà fiducia,
conforta la vita,
ma poi la incalza:
“D'ora in avanti - dice -
tu sarai”.
D'ora in avanti resterai
peccatore ma diventerai
pescatore di uomini.
E anche la barca di chi
non ha preso nulla
può riempirsi,
per la sua parola
non per il mio talento,
per il buon seme non
per il bravo seminatore.
E il miracolo del lago
non sono le barche
riempite di pesci,
non sono neppure
le barche abbandonate
per seguire il maestro,
il miracolo grande è Gesù
che non si lascia
impressionare
dai miei difetti,
che non è deluso
dalle mie labbra impure,
che non ha paura
dei miei peccati, ma
mi affida il Vangelo
e proprio là dove
mi ero fermato
mi fa ripartire.
Allontanati da me
aveva detto Pietro.
E invece si allontanano sì,
ma insieme, e verso
un mare più grande.
Allora posso dire:
Credo in te, Signore,
perché tu credi in me.
Ti do fiducia perché
tu mi dai fiducia.
Ho speranza perché
tu hai speranza in me.
Seguirò i tuoi passi
perché sulla mia barca
hai voluto salire.
Gesù non cerca in me
il giusto, l'uomo giusto
che non so se riuscirò mai
ad essere.
Cerca quella debolezza
che è in me radicale,
originaria, fontale, fatale.
Vuole impadronirsi della
mia debolezza profonda
quella che è a monte
di tutti i miei peccati.
E lì vuole incarnarsi
come lievito, come sole,
come fuoco, come spirito
dentro la creta, come
pace nella tempesta.
E questo mi dà speranza
perfino in me stesso.
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ABBRACCIATO
DAL MISTERO
Questo Dio folle
che ha amato
non solo noi,
ma tutto il creato.
E che anch'io amo,
perché è opera
delle sue dita.
Coi suoi spazi,
le sue nuvole,
i suoi figli,
la sua dolce
e aspra bellezza.
Terra amata e paziente.
Grande giardino di Dio,
con noi suoi piccoli
"giardinieri planetari".
La Trinità è lo specchio
del mio senso ultimo,
e dell'universo stesso.
Incamminato verso
un Padre che mi dà vita,
verso un Figlio
che mi innamora,
verso uno Spirito che
accende di comunione
le mie solitudini.
Io mi sento piccolo ma abbracciato dal mistero,
come un bambino
col naso all'insù.
Resto saldo nel loro vento
in cui naviga
l'intero creato
che mi attende.
Mi attende, perché
il suo nome è comunione.
Ermes Ronchi
DAL MISTERO
Questo Dio folle
che ha amato
non solo noi,
ma tutto il creato.
E che anch'io amo,
perché è opera
delle sue dita.
Coi suoi spazi,
le sue nuvole,
i suoi figli,
la sua dolce
e aspra bellezza.
Terra amata e paziente.
Grande giardino di Dio,
con noi suoi piccoli
"giardinieri planetari".
La Trinità è lo specchio
del mio senso ultimo,
e dell'universo stesso.
Incamminato verso
un Padre che mi dà vita,
verso un Figlio
che mi innamora,
verso uno Spirito che
accende di comunione
le mie solitudini.
Io mi sento piccolo ma abbracciato dal mistero,
come un bambino
col naso all'insù.
Resto saldo nel loro vento
in cui naviga
l'intero creato
che mi attende.
Mi attende, perché
il suo nome è comunione.
Ermes Ronchi
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SE AMI,
si accende un sole.
Le azioni si caricano
di forza,
di intensità,
di profondità,
di bellezza.
Fiorisce la vita
come un fiore spontaneo.
https://youtu.be/rFbSPuFcPIk?si=n3c4JodWtv6AElt3
si accende un sole.
Le azioni si caricano
di forza,
di intensità,
di profondità,
di bellezza.
Fiorisce la vita
come un fiore spontaneo.
https://youtu.be/rFbSPuFcPIk?si=n3c4JodWtv6AElt3
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Se amate, entrerete in un mondo nuovo
Noi, di solito, pensiamo alla Trinità come a una circolazione d'amore,
che coinvolge tre soggetti.
Ma qui Gesù dice che i soggetti sono quattro:
Padre, Gesù, Spirito e noi figli.
Abbiamo sbagliato a contare.
Ci siamo dimenticati di noi.
Quale padre lascerebbe…
che coinvolge tre soggetti.
Ma qui Gesù dice che i soggetti sono quattro:
Padre, Gesù, Spirito e noi figli.
Abbiamo sbagliato a contare.
Ci siamo dimenticati di noi.
Quale padre lascerebbe…
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