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COME UNA PREGHIERA SPONTANEA
Imparare a ringraziare
Ringraziare a oltranza,
ringraziare sempre,
ringraziare tutti.
Poiché noi viviamo
di ospitalità cosmica.
Se non impariamo
a ringraziare, come
una preghiera spontanea,
non verrà mai la pace
con l'altro,
né l'umile piacere di vivere.
Ermes Ronchi
Imparare a ringraziare
Ringraziare a oltranza,
ringraziare sempre,
ringraziare tutti.
Poiché noi viviamo
di ospitalità cosmica.
Se non impariamo
a ringraziare, come
una preghiera spontanea,
non verrà mai la pace
con l'altro,
né l'umile piacere di vivere.
Ermes Ronchi
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OCCHI MERAVIGLIABILI
Imparare a contemplare.
Avere occhi profondi, meravigliabili,
per la varietà e
la bellezza dei volti,
che sono la cosa
più bella del mondo;
per il creato che è
come un atto
d'amore sussurrato.
Guardare come bambini,
ascoltare come innamorati.
Con tenerezza e compassione,
che è il linguaggio che
il sordo può sentire,
che il cieco può vedere.
Ermes Ronchi
Imparare a contemplare.
Avere occhi profondi, meravigliabili,
per la varietà e
la bellezza dei volti,
che sono la cosa
più bella del mondo;
per il creato che è
come un atto
d'amore sussurrato.
Guardare come bambini,
ascoltare come innamorati.
Con tenerezza e compassione,
che è il linguaggio che
il sordo può sentire,
che il cieco può vedere.
Ermes Ronchi
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SOGNO DI PACE
Gv 14,23-29
Giovanni ci fa alzare
il capo, mentre ci trasmette
tutto quello che
ha sperimentato di Gesù.
E lo concentra in tre parole:
la prima è “DIMORA”.
Se uno mi ama,
io e il Padre verremo
e prenderemo dimora
in lui.
Dio è venuto,
mi abita,
è entrato in me
più dell’aria nei polmoni,
più del sangue nelle vene.
In me? Ma davvero?
Qui troverai ben poco Signore, starai alle strette; però ti assicuro che cercherò un pezzetto
di casa dove tu possa
sentirti amato,
un riparo,
un nido per la pace
che tu porti.
Seconda parola: “PACE”.
Gesù risorge e
incontrando i suoi
la prima parola
che erompe dal cuore è:
Pace a voi!
Lo ha ben capito anche
papa Leone, impostando
su questo sogno di pace
il suo primo messaggio.
Ma Gesù regala
una certezza,
non un augurio;
dice che la pace è già qui,
è nelle mani e nel cuore:
vi do la mia pace,
ma non come fa il mondo.
Scende pace, piove pace
sui cuori e sui giorni.
È pace.
La pace che
non si compra
e non si vende:
dono che diventa
conquista con
un artigianato paziente.
Come? Respingendo
i tre maledetti
verbi della guerra:
prendere, depredare e impossessarsi
anche di ciò che non è tuo;
salire, cercare prestigio
e grandezza,
essere il più grande;
dominare, la seduzione e
la prostituzione del potere.
A questi, Gesù
lungo tutto il suo vangelo
contrappone
tre verbi benedetti:
dare, condividere e donare, anziché
tenere in pugno;
scendere, come
il Samaritano buono,
che scende da cavallo
e si china sul dolore;
servire, verbo per
coraggiosi e innamorati,
per madri che sanno dire:
“prima vieni tu,
e dopo io”.
Dare, scendere servire.
Tre verbi benedetti, che
disarmano le menti.
Terza parola-promessa
riguarda lo Spirito Santo:
Vi ricorderà, vi insegnerà,
ri-porterà al cuore,
ri-accenderà tutto Gesù.
Inciderà di nuovo
nell’intimo gesti e parole
di lui, di quando passava
e guariva la vita.
Ma poi non basta,
lo Spirito vi insegnerà
nuove sillabe divine,
parole nuove
mai dette ancora
e nuovi pensieri,
vi farà affondare le mani
nel futuro,
rinnoverà la faccia
del mondo.
Insegnerà a ciascuno,
perché lo Spirito Santo
non è la riserva
di qualche eletto,
perché ogni cristiano
ha tanto Spirito
quanto ne ha il papa,
ha tutto lo Spirito di cui
ha bisogno per fiorire,
creare, ed essere nella vita
donatore di vita.
Lo Spirito ci fa innamorare
di un cristianesimo
che sia visione,
incantamento, fervore,
poesia, slancio.
E fioritura anche
delle mie spine.
Dimora. Spirito. Pace.
Parole impastate
di leggerezza e
di soffio ardente.
La pace si fa solo piantando
piccole oasi di alleanza
là dove siamo chiamati
a vivere, ciascuno
con la sua piccola palma
di pace piantata
nel deserto della storia.
E quando la mia oasi
più la tua,
il mio metro quadro
di pace più il tuo,
più quello
di un altro al nostro fianco,
più quello del vicino,
quando saranno milioni,
le piccole oasi conquisteranno il deserto e lo faranno fiorire.
Gv 14,23-29
Giovanni ci fa alzare
il capo, mentre ci trasmette
tutto quello che
ha sperimentato di Gesù.
E lo concentra in tre parole:
la prima è “DIMORA”.
Se uno mi ama,
io e il Padre verremo
e prenderemo dimora
in lui.
Dio è venuto,
mi abita,
è entrato in me
più dell’aria nei polmoni,
più del sangue nelle vene.
In me? Ma davvero?
Qui troverai ben poco Signore, starai alle strette; però ti assicuro che cercherò un pezzetto
di casa dove tu possa
sentirti amato,
un riparo,
un nido per la pace
che tu porti.
Seconda parola: “PACE”.
Gesù risorge e
incontrando i suoi
la prima parola
che erompe dal cuore è:
Pace a voi!
Lo ha ben capito anche
papa Leone, impostando
su questo sogno di pace
il suo primo messaggio.
Ma Gesù regala
una certezza,
non un augurio;
dice che la pace è già qui,
è nelle mani e nel cuore:
vi do la mia pace,
ma non come fa il mondo.
Scende pace, piove pace
sui cuori e sui giorni.
È pace.
La pace che
non si compra
e non si vende:
dono che diventa
conquista con
un artigianato paziente.
Come? Respingendo
i tre maledetti
verbi della guerra:
prendere, depredare e impossessarsi
anche di ciò che non è tuo;
salire, cercare prestigio
e grandezza,
essere il più grande;
dominare, la seduzione e
la prostituzione del potere.
A questi, Gesù
lungo tutto il suo vangelo
contrappone
tre verbi benedetti:
dare, condividere e donare, anziché
tenere in pugno;
scendere, come
il Samaritano buono,
che scende da cavallo
e si china sul dolore;
servire, verbo per
coraggiosi e innamorati,
per madri che sanno dire:
“prima vieni tu,
e dopo io”.
Dare, scendere servire.
Tre verbi benedetti, che
disarmano le menti.
Terza parola-promessa
riguarda lo Spirito Santo:
Vi ricorderà, vi insegnerà,
ri-porterà al cuore,
ri-accenderà tutto Gesù.
Inciderà di nuovo
nell’intimo gesti e parole
di lui, di quando passava
e guariva la vita.
Ma poi non basta,
lo Spirito vi insegnerà
nuove sillabe divine,
parole nuove
mai dette ancora
e nuovi pensieri,
vi farà affondare le mani
nel futuro,
rinnoverà la faccia
del mondo.
Insegnerà a ciascuno,
perché lo Spirito Santo
non è la riserva
di qualche eletto,
perché ogni cristiano
ha tanto Spirito
quanto ne ha il papa,
ha tutto lo Spirito di cui
ha bisogno per fiorire,
creare, ed essere nella vita
donatore di vita.
Lo Spirito ci fa innamorare
di un cristianesimo
che sia visione,
incantamento, fervore,
poesia, slancio.
E fioritura anche
delle mie spine.
Dimora. Spirito. Pace.
Parole impastate
di leggerezza e
di soffio ardente.
La pace si fa solo piantando
piccole oasi di alleanza
là dove siamo chiamati
a vivere, ciascuno
con la sua piccola palma
di pace piantata
nel deserto della storia.
E quando la mia oasi
più la tua,
il mio metro quadro
di pace più il tuo,
più quello
di un altro al nostro fianco,
più quello del vicino,
quando saranno milioni,
le piccole oasi conquisteranno il deserto e lo faranno fiorire.
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ABBIAMO BISOGNO DELLO SPIRITO
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
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LO SPIRITO GENERA VANGELO IN NOI E SOGNI DI FUTURO
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
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NOSTALGIA DI CIELO
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
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LEGGEREZZA E ATTENZIONE
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel sole:
così vede i discepoli
il Vangelo.
Gente dalla vita verticale.
Allora il nostro compito è
di sentirci
parte dell'intero creato,
avvolti da una energia
più grande di noi,
connessi a
una storia immensa,
dove anche
la mia piccola vicenda
é preziosa e potente,
perché gravida di Dio:
Gesù chiede ai suoi
leggerezza e attenzione,
per leggere la storia come
un grembo di nascite.
Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita
e a ciò che ci supera infinitamente:
esisterà pur sempre
anche qui un pezzetto
di cielo che si potrà guardare, e abbastanza
spazio dentro di me
per poter congiungere
le mani nella preghiera”.
(Etty Hillesum)
Chiede un cuore leggero e attento,
per vegliare sui germogli,
su ciò che spunta,
sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace,
sul respiro della luce
che si disegna sul muro
della notte,
sui primi vagiti della vita
e dei suoi germogli.
Il Vangelo ci consegna questa vocazione
a una duplice attenzione:
alla vita e all'infinito.
Ermes Ronchi
Uomini e donne in piedi,
a testa alta,
occhi nel sole:
così vede i discepoli
il Vangelo.
Gente dalla vita verticale.
Allora il nostro compito è
di sentirci
parte dell'intero creato,
avvolti da una energia
più grande di noi,
connessi a
una storia immensa,
dove anche
la mia piccola vicenda
é preziosa e potente,
perché gravida di Dio:
Gesù chiede ai suoi
leggerezza e attenzione,
per leggere la storia come
un grembo di nascite.
Chiede attenzione ai piccoli dettagli della vita
e a ciò che ci supera infinitamente:
esisterà pur sempre
anche qui un pezzetto
di cielo che si potrà guardare, e abbastanza
spazio dentro di me
per poter congiungere
le mani nella preghiera”.
(Etty Hillesum)
Chiede un cuore leggero e attento,
per vegliare sui germogli,
su ciò che spunta,
sul nuovo che nasce,
sui primi passi della pace,
sul respiro della luce
che si disegna sul muro
della notte,
sui primi vagiti della vita
e dei suoi germogli.
Il Vangelo ci consegna questa vocazione
a una duplice attenzione:
alla vita e all'infinito.
Ermes Ronchi
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UNA BENEDIZIONE
DI SPERANZA CONSOLANTE SU DI NOI
Luca ci offre
l'unica pagina evangelica
in cui protagoniste
sono le donne.
Due madri,
entrambe incinte
in modo «impossibile»,
sono le prime profetesse
del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza,
se non quella
del mistero di Dio
pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne
e benedetto il frutto
del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna
la prima parola
di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada
e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta
un abbraccio,
ripeto la sua prima parola:
che tu sia benedetto!
Tu sei benedizione
scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto
la melodia, ha iniziato
a battere il ritmo dell'anima,
e Maria è diventata
musica e danza,
il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce
il canto di Maria?
Ha sentito Dio
entrare nella storia,
venire come vita
nel grembo,
intervenire non
con le gesta spettacolari
di comandanti o eroi,
ma attraverso il miracolo
umile e strepitoso
della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce,
un bimbo di sei mesi
che danza di gioia
all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo
di tutti quelli che
salvano vite,
in terra e in mare.
Il Magnificat è
il vangelo di Maria,
la sua bella notizia
che raggiunge tutte
le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose,
che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo
della fede non è quello che
io faccio per Dio, ma
quello che Dio fa per me.
La salvezza è
che lui mi ama,
non che io lo amo.
E che io sia amato
dipende da lui,
non dipende da me.
Maria vede un Dio
con le mani impigliate
nel folto della vita.
E usa i verbi al passato,
con uno stratagemma
profetico, come se
tutto fosse già accaduto.
Invece, è
il suo modo audace
per affermare che si farà,
con assoluta certezza,
una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo
quanto il passato, che
questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat
è affacciarsi con lei
al balcone del futuro.
Santa Maria,
assunta in cielo,
vittoriosa sul drago,
fa scendere su di noi una benedizione di speranza,
consolante, su tutto ciò
che rappresenta il nostro
male di vivere:
una benedizione
sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate,
sulle solitudini patite,
sul decadimento di
questo nostro corpo,
sulla corruzione
della morte,
sulle sofferenze
dei volti cari,
sul nostro piccolo o
grande drago rosso,
che però non vincerà,
perché la bellezza
e la tenerezza sono,
nel tempo e nell'eterno,
più forti della violenza.
DI SPERANZA CONSOLANTE SU DI NOI
Luca ci offre
l'unica pagina evangelica
in cui protagoniste
sono le donne.
Due madri,
entrambe incinte
in modo «impossibile»,
sono le prime profetesse
del Nuovo Testamento.
Sole, nessun'altra presenza,
se non quella
del mistero di Dio
pulsante nel grembo.
Benedetta tu fra le donne
e benedetto il frutto
del tuo grembo!
Elisabetta ci insegna
la prima parola
di ogni dialogo vero:
a chi ci sta vicino,
a chi condivide strada
e casa,
a chi mi porta luce,
a chi mi porta
un abbraccio,
ripeto la sua prima parola:
che tu sia benedetto!
Tu sei benedizione
scesa sulla mia vita!
Elisabetta ha introdotto
la melodia, ha iniziato
a battere il ritmo dell'anima,
e Maria è diventata
musica e danza,
il suo corpo è un salmo:
L'anima mia magnifica il Signore!
Da dove nasce
il canto di Maria?
Ha sentito Dio
entrare nella storia,
venire come vita
nel grembo,
intervenire non
con le gesta spettacolari
di comandanti o eroi,
ma attraverso il miracolo
umile e strepitoso
della vita:
una ragazza che dice sì, un'anziana che rifiorisce,
un bimbo di sei mesi
che danza di gioia
all'abbraccio delle madri.
Viene attraverso il miracolo
di tutti quelli che
salvano vite,
in terra e in mare.
Il Magnificat è
il vangelo di Maria,
la sua bella notizia
che raggiunge tutte
le generazioni.
Per dieci volte ripete:
è lui che ha guardato,
è lui che fa grandi cose,
che ha dispiegato,
che ha disperso,
che ha rovesciato,
che ha innalzato,
che ha ricolmato,
che ha rimandato,
che ha soccorso,
che si è ricordato....
è lui, per dieci volte.
La pietra d'angolo
della fede non è quello che
io faccio per Dio, ma
quello che Dio fa per me.
La salvezza è
che lui mi ama,
non che io lo amo.
E che io sia amato
dipende da lui,
non dipende da me.
Maria vede un Dio
con le mani impigliate
nel folto della vita.
E usa i verbi al passato,
con uno stratagemma
profetico, come se
tutto fosse già accaduto.
Invece, è
il suo modo audace
per affermare che si farà,
con assoluta certezza,
una terra e un cielo nuovi, che il futuro di Dio è certo
quanto il passato, che
questo mondo porta un altro mondo nel grembo.
Pregare il Magnificat
è affacciarsi con lei
al balcone del futuro.
Santa Maria,
assunta in cielo,
vittoriosa sul drago,
fa scendere su di noi una benedizione di speranza,
consolante, su tutto ciò
che rappresenta il nostro
male di vivere:
una benedizione
sugli anni che passano,
sulle tenerezze negate,
sulle solitudini patite,
sul decadimento di
questo nostro corpo,
sulla corruzione
della morte,
sulle sofferenze
dei volti cari,
sul nostro piccolo o
grande drago rosso,
che però non vincerà,
perché la bellezza
e la tenerezza sono,
nel tempo e nell'eterno,
più forti della violenza.
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UNA FESSURA APERTA SULL’OLTRE
Lc 24,46-53
ASCENSIONE: con Cristo
anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo,
una fessura aperta sull'oltre,
su ciò che dura
al di là del tramonto:
sapere che il nostro amare
non è inutile ma
sarà raccolto
goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”.
L'ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che
ci raggiunge tutti,
una in-finita,
mai finita benedizione
che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull'uomo che cade
e su chi è ferito,
ad assicurare che la vita
è più forte delle sue ferite.
Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è
una vittoria sulla forza
di gravità, Gesù
non è salito verso l'alto,
è ‘asceso’ nel profondo degli esseri,
è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature.
Lui ha preso dimora nel profondo del creato,
nel rigore della pietra
come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi
e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri:
delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose.
Ma lui sa che nessuno
di loro lo dimenticherà,
è la sola garanzia di cui
ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo
e il suo sogno.
“Ho amato ogni cosa con l'addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.
Gesto prolungato,
a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo
e vicinissima a me.
Una benedizione
ha lasciato il Signore;
una parola bella su noi.
Perché si benedice
chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto
a Dio?
Eppure egli benedice
i miei sandali rotti e
i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa:
i discepoli tornarono
a Gerusalemme
con grande gioia.
Invece d’essere tristi
perché se ne andava
il loro amico, sentono
dentro un amore che
abbraccia l'universo,
e ne sono felici:
finalmente hanno capito.
La "Chiesa in uscita"
inizia su quell’altura,
col chiedere agli apostoli
un cambio di sguardo.
Devono passare
da un gruppo che mette
se stesso al centro,
ad una Chiesa
al servizio dell'uomo,
della vita,
di ciò che conta davvero,
della Casa comune e
dei figli che verranno.
Benedici anche me,
Signore, che sto imparando,
che sto qualche volta camminando, come loro,
su sandali di gioia.
Lc 24,46-53
ASCENSIONE: con Cristo
anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo,
una fessura aperta sull'oltre,
su ciò che dura
al di là del tramonto:
sapere che il nostro amare
non è inutile ma
sarà raccolto
goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”.
L'ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che
ci raggiunge tutti,
una in-finita,
mai finita benedizione
che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull'uomo che cade
e su chi è ferito,
ad assicurare che la vita
è più forte delle sue ferite.
Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è
una vittoria sulla forza
di gravità, Gesù
non è salito verso l'alto,
è ‘asceso’ nel profondo degli esseri,
è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature.
Lui ha preso dimora nel profondo del creato,
nel rigore della pietra
come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi
e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri:
delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose.
Ma lui sa che nessuno
di loro lo dimenticherà,
è la sola garanzia di cui
ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo
e il suo sogno.
“Ho amato ogni cosa con l'addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.
Gesto prolungato,
a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo
e vicinissima a me.
Una benedizione
ha lasciato il Signore;
una parola bella su noi.
Perché si benedice
chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto
a Dio?
Eppure egli benedice
i miei sandali rotti e
i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa:
i discepoli tornarono
a Gerusalemme
con grande gioia.
Invece d’essere tristi
perché se ne andava
il loro amico, sentono
dentro un amore che
abbraccia l'universo,
e ne sono felici:
finalmente hanno capito.
La "Chiesa in uscita"
inizia su quell’altura,
col chiedere agli apostoli
un cambio di sguardo.
Devono passare
da un gruppo che mette
se stesso al centro,
ad una Chiesa
al servizio dell'uomo,
della vita,
di ciò che conta davvero,
della Casa comune e
dei figli che verranno.
Benedici anche me,
Signore, che sto imparando,
che sto qualche volta camminando, come loro,
su sandali di gioia.
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