OFFRIRMI A DIO PERCHÈ
mandi me come
operaio della compassione,
mandi me come
lavoratore della pietà,
mandi me
con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con chi piange,
a bere il calice di sofferenza con chi soffre,
a lottare contro il male.
Mandi me,
con mani che sanno sorreggere e accarezzare,
asciugare lacrime e trasmettere forza,
e dire così Dio.
mandi me come
operaio della compassione,
mandi me come
lavoratore della pietà,
mandi me
con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con chi piange,
a bere il calice di sofferenza con chi soffre,
a lottare contro il male.
Mandi me,
con mani che sanno sorreggere e accarezzare,
asciugare lacrime e trasmettere forza,
e dire così Dio.
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L’INFINITO DI DIO RACCONTATO DA UN MINUSCOLO SEME
Il futuro nella freschezza di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore, che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo le sue energie in forme seminali, germinali, come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio, l'intera creazione, il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni, nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà.
Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo.
Ma, dice Gesù, gli uccelli verranno e vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno in molti, all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro, fare il nido.
La parabola del granello di senape racconta la preferenza di Dio per i mezzi poveri; dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone, per l'energia propria della bellezza, della tenerezza, della verità, della bontà.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano; noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci; è capace, con la punta fragilissima del suo germoglio, di aprirsi una strada nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per riportarvi sentori di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.
Il futuro nella freschezza di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore, che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo le sue energie in forme seminali, germinali, come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio, l'intera creazione, il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni, nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà.
Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo.
Ma, dice Gesù, gli uccelli verranno e vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno in molti, all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro, fare il nido.
La parabola del granello di senape racconta la preferenza di Dio per i mezzi poveri; dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone, per l'energia propria della bellezza, della tenerezza, della verità, della bontà.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano; noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci; è capace, con la punta fragilissima del suo germoglio, di aprirsi una strada nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per riportarvi sentori di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.
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Un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore.
Senza alcun intervento esterno.
Ermes Ronchi
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore.
Senza alcun intervento esterno.
Ermes Ronchi
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QUELLA CASA DELLA GIOIA CON LA PORTA STRETTA
Signore, sono pochi quelli che si salvano?
Salvarsi:
parola che capisce solo chi sta affogando o chi si è perso, e di cui non si vede il fondo.
Con la parabola di oggi, Gesù aggiunge un altro capitolo al suo racconto della salvezza,
parla di una porta,
di una casa sonante di festa,
di gente accalcata che chiede di entrare.
Una casa, prima di tutto: una casa grande, grande quanto il mondo:
verranno da oriente e da occidente,
da settentrione e da mezzogiorno
e siederanno a mensa nel regno di Dio.
La salvezza è una casa che risuona di una confusione multicolore, dove sono approdate le navi del sud e le carovane d'oriente.
Quella casa sembra
quasi il nodo alle trasversali del mondo,
il centro di gravità della storia,
l'approdo.
Così ci racconta la salvezza, come una casa piena di festa,
casa fatta tavola,
casa fatta liturgia di volti e di occhi lucenti attorno al profumo del pane e alle coppe del vino:
“entra, siediti, è in tavola la vita!”
Per star bene, tutti noi abbiamo bisogno di poche cose: un po' di pane, un po' d'affetto, un luogo dove sentirci a casa (G. Verdi), non raminghi o esuli, non naufraghi o fuggiaschi, ma con il caldo di un fuoco, difesi da una porta che spinge un po' più in là la notte.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi rimasti fuori, comincerete a bussare dicendo:
Signore aprici.
Abbiamo mangiato e bevuto con te, hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli vi dichiarerà:
non vi conosco.
Se trasportiamo quelle immagini sul piano della nostra vita spirituale o comunitaria, quelle parole diventano:
Signore, siamo noi,
siamo sempre venuti in chiesa,
abbiamo ascoltato tanto Vangelo e tante prediche,
ci siamo confessati e comunicati,
aprici!
Perché non si apre quella porta,
perché quel duro non vi conosco?
Sono uomini e donne devoti e praticanti, ma hanno sbagliato qualcosa che rovina tutto: portano un elenco di molte azioni compiute per Dio, ma nessuna per i fratelli.
Sono atti religiosi, ma che non hanno trasformato la loro vita sulla misura di quella di Cristo.
Non basta mangiare Gesù il pane vero, occorre farsi pane, per essere riconosciuti come discepoli, come quelli che prolungano la vita di Gesù.
“Non vi conosco”, voi celebrate belle liturgie, ma non celebrate la liturgia della vita.
La misura è nella vita: non si può “amare Dio impunemente” (Turoldo), senza cioè pagarne il prezzo in moneta di vita donata, impegnata per il bene degli altri, almeno con un bicchiere d'acqua fresca donato...
Non è da come uno mi parla delle cose del cielo che io capisco se ha soggiornato in Dio, ma da come parla e fa uso delle cose della terra (S. Weil).
Entra nel cielo di Dio solo chi ha addosso la terra degli uomini.
Signore, sono pochi quelli che si salvano?
Salvarsi:
parola che capisce solo chi sta affogando o chi si è perso, e di cui non si vede il fondo.
Con la parabola di oggi, Gesù aggiunge un altro capitolo al suo racconto della salvezza,
parla di una porta,
di una casa sonante di festa,
di gente accalcata che chiede di entrare.
Una casa, prima di tutto: una casa grande, grande quanto il mondo:
verranno da oriente e da occidente,
da settentrione e da mezzogiorno
e siederanno a mensa nel regno di Dio.
La salvezza è una casa che risuona di una confusione multicolore, dove sono approdate le navi del sud e le carovane d'oriente.
Quella casa sembra
quasi il nodo alle trasversali del mondo,
il centro di gravità della storia,
l'approdo.
Così ci racconta la salvezza, come una casa piena di festa,
casa fatta tavola,
casa fatta liturgia di volti e di occhi lucenti attorno al profumo del pane e alle coppe del vino:
“entra, siediti, è in tavola la vita!”
Per star bene, tutti noi abbiamo bisogno di poche cose: un po' di pane, un po' d'affetto, un luogo dove sentirci a casa (G. Verdi), non raminghi o esuli, non naufraghi o fuggiaschi, ma con il caldo di un fuoco, difesi da una porta che spinge un po' più in là la notte.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi rimasti fuori, comincerete a bussare dicendo:
Signore aprici.
Abbiamo mangiato e bevuto con te, hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli vi dichiarerà:
non vi conosco.
Se trasportiamo quelle immagini sul piano della nostra vita spirituale o comunitaria, quelle parole diventano:
Signore, siamo noi,
siamo sempre venuti in chiesa,
abbiamo ascoltato tanto Vangelo e tante prediche,
ci siamo confessati e comunicati,
aprici!
Perché non si apre quella porta,
perché quel duro non vi conosco?
Sono uomini e donne devoti e praticanti, ma hanno sbagliato qualcosa che rovina tutto: portano un elenco di molte azioni compiute per Dio, ma nessuna per i fratelli.
Sono atti religiosi, ma che non hanno trasformato la loro vita sulla misura di quella di Cristo.
Non basta mangiare Gesù il pane vero, occorre farsi pane, per essere riconosciuti come discepoli, come quelli che prolungano la vita di Gesù.
“Non vi conosco”, voi celebrate belle liturgie, ma non celebrate la liturgia della vita.
La misura è nella vita: non si può “amare Dio impunemente” (Turoldo), senza cioè pagarne il prezzo in moneta di vita donata, impegnata per il bene degli altri, almeno con un bicchiere d'acqua fresca donato...
Non è da come uno mi parla delle cose del cielo che io capisco se ha soggiornato in Dio, ma da come parla e fa uso delle cose della terra (S. Weil).
Entra nel cielo di Dio solo chi ha addosso la terra degli uomini.
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Ieri, alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”
SANTA MARIA, MADRE DEI CAMMINI E DONNA DI FRONTIERA
https://youtu.be/FpJnNXVpcVc
SANTA MARIA, MADRE DEI CAMMINI E DONNA DI FRONTIERA
https://youtu.be/FpJnNXVpcVc
YouTube
Santa Maria, Madre dei cammini e donna di frontiera
Suggestione per una Chiesa in comunione - Inaugurazione dell'anno accademico 2024\25 alla Pontificia Facoltà Teologica "Marianum".
30 ottobre 2024
30 ottobre 2024
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NELLA VITA DELL’ETERNO RITROVI
il pulsare delle stelle,
gli abissi dei mari,
l'esultanza degli amanti,
il grido vittorioso del bambino che nasce,
i tamburelli di Miriam mentre il popolo attraversa il mar Rosso.
C'è anche il volto stupefatto di tua madre, quando ti ha preso in braccio la prima volta.
Ermes Ronchi
il pulsare delle stelle,
gli abissi dei mari,
l'esultanza degli amanti,
il grido vittorioso del bambino che nasce,
i tamburelli di Miriam mentre il popolo attraversa il mar Rosso.
C'è anche il volto stupefatto di tua madre, quando ti ha preso in braccio la prima volta.
Ermes Ronchi
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FESTA DEI SANTI E DEI PECCATORI CHE SI TENGONO PER MANO
nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte:
santità è uguale a felicità.
Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi.
Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.
Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui.
Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...
Sembrano doti umane, atteggiamenti umani.
È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana.
Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.
Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.
È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra».
La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.
Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.
I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà.
I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.
Tutti siamo chiamati a essere beati.
È la sola grandezza che sia alla portata di tutti.
Tutti chiamati a essere felici.
Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi.
La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).
Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire.
Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.
Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.
nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte:
santità è uguale a felicità.
Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi.
Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.
Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui.
Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...
Sembrano doti umane, atteggiamenti umani.
È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana.
Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.
Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.
È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra».
La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.
Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.
I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà.
I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.
Tutti siamo chiamati a essere beati.
È la sola grandezza che sia alla portata di tutti.
Tutti chiamati a essere felici.
Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi.
La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).
Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire.
Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.
Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.
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L’ETERNITÀ FIORISCE NEI VERBI DELLA GIOIA
La liturgia non ha pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte, ma la risurrezione.
La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti non pronuncia parole sulla fine ma sulla vita.
«Se tu fossi stato qui mio fratello Lazzaro non sarebbe morto».
Marta ha fede in Gesù, eppure si sbaglia.
Così noi ripetiamo le sue parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare, dov’è Dio?
Se Dio esiste, perché questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei cari non moriranno.
Invece Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla morte.
Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti.
Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta.
L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore.
Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore (Rm 8,35-37).
Questo mi basta.
Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte.
La sua vendetta è la risurrezione, un amore mai più separato.
Dio salva, questo è il suo nome.
Salvare significa conservare.
Per sua precisa volontà nulla andrà perduto,
non un affetto,
non un bicchiere d’acqua fresca,
neanche il più piccolo filo d’erba.
Una preghiera per i defunti, forse la più bella, invoca: ammettili a godere la luce del tuo volto.
I verbi della fede cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo: GODERE.
La ragione cede alla gioia,
la fede al godimento.
L’eternità fiorisce nei verbi della gioia. Perché Dio non è risposta al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di felicità, lo è per i miei sensi,
lo spirito,
gli affetti e il cuore,
per la totalità della mia persona.
La nostra esperienza sostiene che tutto va dalla vita verso la morte.
La fede cristiana dichiara invece che l’esistenza dell’uomo va da morte a vita.
Dal santuario di Dio che è la terra e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso l’esterno.
Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta?
Non lo sai?
Sulla vita!
La liturgia non ha pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte, ma la risurrezione.
La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti non pronuncia parole sulla fine ma sulla vita.
«Se tu fossi stato qui mio fratello Lazzaro non sarebbe morto».
Marta ha fede in Gesù, eppure si sbaglia.
Così noi ripetiamo le sue parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare, dov’è Dio?
Se Dio esiste, perché questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei cari non moriranno.
Invece Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla morte.
Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti.
Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta.
L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore.
Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore (Rm 8,35-37).
Questo mi basta.
Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte.
La sua vendetta è la risurrezione, un amore mai più separato.
Dio salva, questo è il suo nome.
Salvare significa conservare.
Per sua precisa volontà nulla andrà perduto,
non un affetto,
non un bicchiere d’acqua fresca,
neanche il più piccolo filo d’erba.
Una preghiera per i defunti, forse la più bella, invoca: ammettili a godere la luce del tuo volto.
I verbi della fede cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo: GODERE.
La ragione cede alla gioia,
la fede al godimento.
L’eternità fiorisce nei verbi della gioia. Perché Dio non è risposta al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di felicità, lo è per i miei sensi,
lo spirito,
gli affetti e il cuore,
per la totalità della mia persona.
La nostra esperienza sostiene che tutto va dalla vita verso la morte.
La fede cristiana dichiara invece che l’esistenza dell’uomo va da morte a vita.
Dal santuario di Dio che è la terra e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso l’esterno.
Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta?
Non lo sai?
Sulla vita!
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I DUE CUORI
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
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NEI TERRITORI DELLA GRATUITÀ
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, fratelli, vicini (belli questi quattro segmenti del cerchio caldo degli affetti, la gioiosa mappa del cuore).
Non invitarli, perché tutto non si chiuda nell'equilibrio illusorio del pareggio tra dare e avere.
Ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi: quattro gradini che ti portano oltre il circolo degli interessi e del tornaconto, nei territori della gratuità.
Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie,
crea una tavolata di ospiti male in arnese: suona come una proposta illogica, da vertigine,
e infatti ci parla di un Dio che ama in perdita,
ama senza clausole,
senza calcolare,
che entra in quelle vite scure come una offerta di sole, un gesto che renda più affettuosa la loro vita.
Per noi, tutti prigionieri dello schema dell'utilità e dell'interesse, quale scopo, quale risultato potrà mai avere un invito rivolto ai più poveri dei poveri?
La spiegazione che Gesù offre è paradossale: sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti,
e allora hanno se stessi,
la loro persona
e la loro gioia da darti.
«Noi amiamo per,
preghiamo per,
compiamo opere buone per...
Ma motivare l'amore non è amare.
Avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta» (G. Vannucci).
L'amore non ha altra ragione che l'amore stesso.
E sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore
Quando offri un pranzo non invitare parenti, amici, fratelli, vicini (belli questi quattro segmenti del cerchio caldo degli affetti, la gioiosa mappa del cuore).
Non invitarli, perché tutto non si chiuda nell'equilibrio illusorio del pareggio tra dare e avere.
Ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi: quattro gradini che ti portano oltre il circolo degli interessi e del tornaconto, nei territori della gratuità.
Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie,
crea una tavolata di ospiti male in arnese: suona come una proposta illogica, da vertigine,
e infatti ci parla di un Dio che ama in perdita,
ama senza clausole,
senza calcolare,
che entra in quelle vite scure come una offerta di sole, un gesto che renda più affettuosa la loro vita.
Per noi, tutti prigionieri dello schema dell'utilità e dell'interesse, quale scopo, quale risultato potrà mai avere un invito rivolto ai più poveri dei poveri?
La spiegazione che Gesù offre è paradossale: sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
Non hanno cose da darti,
e allora hanno se stessi,
la loro persona
e la loro gioia da darti.
«Noi amiamo per,
preghiamo per,
compiamo opere buone per...
Ma motivare l'amore non è amare.
Avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta» (G. Vannucci).
L'amore non ha altra ragione che l'amore stesso.
E sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore
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