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LA PIÙ BELLA
PAROLA DI DIO SEI TU!
Senza il corpo di Maria
il vangelo perde corpo.
Maria è così importante
perché è il luogo
dove la divinità
incontra la corporeità,
dove lo Spirito incontra
la materialità della vita.
Come in lei così in me:
Dio viene e modifica la vita.
In Maria,
ciascuno riscopre
l'alfabeto della vita.
Riscopre se stesso
come casa,
in cui il Misericordioso
senza casa, cerca casa.
In Maria il devoto
è reso grembo
capace di tenerezza,
di commozione, di pietà.
Bocca che si dischiude
nella lode del magnificat.
Occhi aperti
sul dolore dell'uomo
fino a piangere.
Udito attento
a percepire il gemito
della storia
fino a fremere.
Piedi pronti a correre
incontro all'altro.
Mano aperta
al dono della pace.
Ci insegna infine
ad accogliere,
lettera per lettera,
la più bella parola di Dio.
La più bella parola di Dio sei tu!
Ha fatto in te
cose meravigliose,
della tua vita
un luogo di prodigi,
dei tuoi giorni
un tempo di stupore.
PAROLA DI DIO SEI TU!
Senza il corpo di Maria
il vangelo perde corpo.
Maria è così importante
perché è il luogo
dove la divinità
incontra la corporeità,
dove lo Spirito incontra
la materialità della vita.
Come in lei così in me:
Dio viene e modifica la vita.
In Maria,
ciascuno riscopre
l'alfabeto della vita.
Riscopre se stesso
come casa,
in cui il Misericordioso
senza casa, cerca casa.
In Maria il devoto
è reso grembo
capace di tenerezza,
di commozione, di pietà.
Bocca che si dischiude
nella lode del magnificat.
Occhi aperti
sul dolore dell'uomo
fino a piangere.
Udito attento
a percepire il gemito
della storia
fino a fremere.
Piedi pronti a correre
incontro all'altro.
Mano aperta
al dono della pace.
Ci insegna infine
ad accogliere,
lettera per lettera,
la più bella parola di Dio.
La più bella parola di Dio sei tu!
Ha fatto in te
cose meravigliose,
della tua vita
un luogo di prodigi,
dei tuoi giorni
un tempo di stupore.
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ACCOLTO E TRACIMANTE
Se cerchiamo la firma inconfondibile di Gesù,
il suo marchio esclusivo,
lo troviamo in queste parole.
Pochi versetti, registrati durante l’ultima cena quando,
per l’unica volta
nel vangelo,
Gesù chiama
i suoi discepoli:
“Figlioli”, con un termine speciale, affettuoso,
carico di tenerezza: figliolini, bambini miei.
«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come
io vi ho amato».
Parole infinite,
in cui ci addentriamo
come in punta di cuore.
Ma perché comandarlo,
quando l’amore
non si finge,
non si mendica,
non si impone?
E perché ‘nuovo’,
se quel comando innerva già tutta la bibbia,
legge e profezia?
La Bibbia intera è
una biblioteca sull’arte
di amare. E qui
siamo forse al capitolo centrale: amatevi come
io ho amato voi.
La novità emerge dal piccolo avverbio “come”.
Gesù non dice
amate ‘quanto me’,
lui parla della qualità dell’amore.
Lo specifico del cristiano
non è amare,
lo fanno già in molti,
sotto ogni cielo,
bensì farlo come lui.
Non quanto me,
non ci arriveremmo mai.
ma ‘come me’,
imparate dal mio stile,
dal mio modo:
lui che lava i piedi
ai discepoli
e abbraccia i bambini;
che vede uno soffrire
e prova un crampo
nel ventre,
un’unghiata sul cuore;
che quando si commuove
va vicino e tocca,
tocca la carne,
la pelle, gli occhi.
Che non manda via nessuno mai.
In cerca dell’ultima pecora, alle volte coraggioso come un eroe, alle volte tenero
come un innamorato.
Amore non di emozioni,
ma di mani, fattivo, di pane.
Ecco come ci obbliga
a diventare grandi,
e accarezza e pettina
le nostre ali perché diventino più forti e possiamo spiccare il volo,
e volare lontano.
Come io ho amato voi.
Gesù usa i verbi al passato;
non parla della croce
che già si staglia
in fondo alla notte,
parla di cronaca concreta, appena vissuta,
nell’ultima cena,
quando Gesù,
nella sua creatività,
inventa gesti mai visti:
il Signore che lava i piedi nel gesto dello schiavo
o della donna,
che offre il pane
anche a Giuda,
che lo ha preso
ed è uscito.
E sprofonda nella notte.
Dio è amore che si offre
anche al traditore,
e fino all’ultimo
lo chiama amico.
Amore reciproco:
gli uni gli altri, cioè
cominciando da chi
è vicino, occhi negli occhi,
faccia a faccia, a tu per tu.
È la terminologia caratteristica della prima comunità cristiana.
E guai se ci fosse
un aggettivo a qualificare
chi merita il mio amore:
È l'uomo, ogni uomo.
Perfino l'inamabile,
perfino Caino,
perfino Giuda.
Allora capisco
il comandamento
non come una imposizione,
ma come
il fondamento della storia
e il compimento
della parabola della vita.
Se ami, non sbagli.
Se ami, non fallisci la vita.
Se ami, la tua vita è stata
un successo, comunque.
Se ognuno di noi sarà
il racconto di un gesto
di Cristo, diventerà canale
attraverso il quale l'amore,
come acqua che feconda,
circolerà nel mondo.
Se cerchiamo la firma inconfondibile di Gesù,
il suo marchio esclusivo,
lo troviamo in queste parole.
Pochi versetti, registrati durante l’ultima cena quando,
per l’unica volta
nel vangelo,
Gesù chiama
i suoi discepoli:
“Figlioli”, con un termine speciale, affettuoso,
carico di tenerezza: figliolini, bambini miei.
«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come
io vi ho amato».
Parole infinite,
in cui ci addentriamo
come in punta di cuore.
Ma perché comandarlo,
quando l’amore
non si finge,
non si mendica,
non si impone?
E perché ‘nuovo’,
se quel comando innerva già tutta la bibbia,
legge e profezia?
La Bibbia intera è
una biblioteca sull’arte
di amare. E qui
siamo forse al capitolo centrale: amatevi come
io ho amato voi.
La novità emerge dal piccolo avverbio “come”.
Gesù non dice
amate ‘quanto me’,
lui parla della qualità dell’amore.
Lo specifico del cristiano
non è amare,
lo fanno già in molti,
sotto ogni cielo,
bensì farlo come lui.
Non quanto me,
non ci arriveremmo mai.
ma ‘come me’,
imparate dal mio stile,
dal mio modo:
lui che lava i piedi
ai discepoli
e abbraccia i bambini;
che vede uno soffrire
e prova un crampo
nel ventre,
un’unghiata sul cuore;
che quando si commuove
va vicino e tocca,
tocca la carne,
la pelle, gli occhi.
Che non manda via nessuno mai.
In cerca dell’ultima pecora, alle volte coraggioso come un eroe, alle volte tenero
come un innamorato.
Amore non di emozioni,
ma di mani, fattivo, di pane.
Ecco come ci obbliga
a diventare grandi,
e accarezza e pettina
le nostre ali perché diventino più forti e possiamo spiccare il volo,
e volare lontano.
Come io ho amato voi.
Gesù usa i verbi al passato;
non parla della croce
che già si staglia
in fondo alla notte,
parla di cronaca concreta, appena vissuta,
nell’ultima cena,
quando Gesù,
nella sua creatività,
inventa gesti mai visti:
il Signore che lava i piedi nel gesto dello schiavo
o della donna,
che offre il pane
anche a Giuda,
che lo ha preso
ed è uscito.
E sprofonda nella notte.
Dio è amore che si offre
anche al traditore,
e fino all’ultimo
lo chiama amico.
Amore reciproco:
gli uni gli altri, cioè
cominciando da chi
è vicino, occhi negli occhi,
faccia a faccia, a tu per tu.
È la terminologia caratteristica della prima comunità cristiana.
E guai se ci fosse
un aggettivo a qualificare
chi merita il mio amore:
È l'uomo, ogni uomo.
Perfino l'inamabile,
perfino Caino,
perfino Giuda.
Allora capisco
il comandamento
non come una imposizione,
ma come
il fondamento della storia
e il compimento
della parabola della vita.
Se ami, non sbagli.
Se ami, non fallisci la vita.
Se ami, la tua vita è stata
un successo, comunque.
Se ognuno di noi sarà
il racconto di un gesto
di Cristo, diventerà canale
attraverso il quale l'amore,
come acqua che feconda,
circolerà nel mondo.
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BEATI I COSTRUTTORI,
I MURATORI,
I MANOVALI,
I CARPENTIERI
DELLA PACE
Gv 14,27-31
Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
“Vi lascio la pace”,
questo miracolo fragile continuamente infranto.
Un dono da ricercare pazientemente,
da costruire ‘artigianalmente’ (papa Francesco),
ciascuno a piantare
la sua piccola palma
di pace nel deserto, ciascuno con la sua minima oasi di pace
dentro le relazioni quotidiane che è chiamato a vivere.
Il quasi niente, in apparenza.
Ma se alla mia oasi si somma la tua, e poi quella di nostro fratello,
se le oasi saranno migliaia e poi milioni, conquisteranno e faranno fiorire il deserto.
Altra strada non c’è.
“Vi do la mia pace, non come fa il mondo”.
Gesù non fa ai suoi un augurio, ma una constatazione, al presente; dice che la pace è lasciata, è data, “è” già qui, nelle mani nostre,
che oramai SIETE in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi, con il creato.
SCENDE PACE, PIOVE PACE SUI CUORI E SUI GIORNI.
Miracolo continuamente tradito, ma continuamente rifatto.
La pace CHE NON SI COMPRA e NON SI VENDE, ma è un dono di Dio che deve diventare nostra conquista, con un artigianato paziente:
BEATI I COSTRUTTORI,
I MURATORI, I MANOVALI, I CARPENTIERI DELLA PACE.
Non come la dà il mondo, io do la pace… per la logica del mondo la pace è frutto di un equilibrio di paure, parità di forze militari o di testate nucleari, oppure come la vittoria del più forte sopra il più debole.
Non gli importa dei diritti dell’altro, anzi pensa a come strappargli via, brano a brano, altri pezzi del suo diritto, e blindare i propri privilegi. Preparando così la miccia di nuove guerre.
Gesù ha detto a Pietro: “metti via la spada”.
Dice a noi: mettete via le armi. Ma non come munizione conservate al sicuro per la prossima battaglia.
Mettete via le spese militari. Se l’Italia avesse investito di più in ospedali anziché in aerei da combattimento, quanti morti di meno…
METTETE VIA LE ARMI. Anzi: mettete via, cancellate il concetto stesso di nemico.
Si può vincere il male, ma non con un supplemento di male. UCCIDENDO IN NOI L’INIMICIZIA, e non il nemico.
I MURATORI,
I MANOVALI,
I CARPENTIERI
DELLA PACE
Gv 14,27-31
Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
“Vi lascio la pace”,
questo miracolo fragile continuamente infranto.
Un dono da ricercare pazientemente,
da costruire ‘artigianalmente’ (papa Francesco),
ciascuno a piantare
la sua piccola palma
di pace nel deserto, ciascuno con la sua minima oasi di pace
dentro le relazioni quotidiane che è chiamato a vivere.
Il quasi niente, in apparenza.
Ma se alla mia oasi si somma la tua, e poi quella di nostro fratello,
se le oasi saranno migliaia e poi milioni, conquisteranno e faranno fiorire il deserto.
Altra strada non c’è.
“Vi do la mia pace, non come fa il mondo”.
Gesù non fa ai suoi un augurio, ma una constatazione, al presente; dice che la pace è lasciata, è data, “è” già qui, nelle mani nostre,
che oramai SIETE in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi, con il creato.
SCENDE PACE, PIOVE PACE SUI CUORI E SUI GIORNI.
Miracolo continuamente tradito, ma continuamente rifatto.
La pace CHE NON SI COMPRA e NON SI VENDE, ma è un dono di Dio che deve diventare nostra conquista, con un artigianato paziente:
BEATI I COSTRUTTORI,
I MURATORI, I MANOVALI, I CARPENTIERI DELLA PACE.
Non come la dà il mondo, io do la pace… per la logica del mondo la pace è frutto di un equilibrio di paure, parità di forze militari o di testate nucleari, oppure come la vittoria del più forte sopra il più debole.
Non gli importa dei diritti dell’altro, anzi pensa a come strappargli via, brano a brano, altri pezzi del suo diritto, e blindare i propri privilegi. Preparando così la miccia di nuove guerre.
Gesù ha detto a Pietro: “metti via la spada”.
Dice a noi: mettete via le armi. Ma non come munizione conservate al sicuro per la prossima battaglia.
Mettete via le spese militari. Se l’Italia avesse investito di più in ospedali anziché in aerei da combattimento, quanti morti di meno…
METTETE VIA LE ARMI. Anzi: mettete via, cancellate il concetto stesso di nemico.
Si può vincere il male, ma non con un supplemento di male. UCCIDENDO IN NOI L’INIMICIZIA, e non il nemico.
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PAROLA INAUDITA:
DIO E IO SIAMO
LA STESSA VITE
La bibbia è un libro pieno
di olivi, di fichi e di viti. Pieno di uomini di cui Dio
si prende cura e dai quali riceve un vino di gioia.
Con le parole di oggi
Gesù ci comunica Dio, cose da capogiro, attraverso lo specchio delle creature più semplici.
Ci porta a scuola
in un vigneto, a lezione dalla sapienza della vite
e da un Dio contadino, profumato di sole e di terra.
All'inizio della primavera mio padre mi portava nella vigna dietro casa.
Sui tralci potati affiorava,
in punta, una goccia di linfa che tremava e luccicava
al vento di marzo.
E mi diceva: guarda,
è la vite che va in amore! C’è un amore che muove
il sole e le altre stelle,
che ascende lungo i ceppi di tutte le viti del mondo,
e l’ho visto aprire esistenze che sembravano finite,
far ripartire famiglie
che sembravano distrutte.
E perfino le mie spine
ha fatto rifiorire.
Dobbiamo salvare
la linfa di Dio,
il cromosoma divino in noi.
Che Dio sia descritto come creatore non ci sorprende, l’abbiamo sentito.
Ma Gesù afferma oggi
una cosa mai udita prima: io sono la vite, voi i tralci.
Io e voi la stessa cosa! Stesso tronco, stessa vita, unica radice, una sola linfa.
E mentre nei profeti antichi Dio appariva piantatore, coltivatore, vendemmiatore,
ma sempre altro rispetto alle viti, oggi ascoltiamo una parola inaudita:
Dio e io siamo
la stessa vite;
lui tronco, io tralcio;
lui mare, io onda;
lui fuoco, io fiamma.
Il creatore si è fatto creatura.
Dio è in me, non come padrone, ma come linfa vitale. É in me, per meglio prendersi cura di me.
Rimanete in me e io in voi.
Non è da conquistare l’unione con Dio,
è cosa di cui prendere consapevolezza:
siamo già in Dio,
ci avvolge con il suo affetto, lo respiri, lo urti!
E Dio è in noi, è qui,
è dentro, scorre nelle vene della vita.
Dio che vivi in me, nonostante tutte le distrazioni e i miei inverni,
e tutte le forze che ci trascinano via.
Ma via da lui non c'è niente.
Questa comunione precede ogni liturgia,
è energia che sale, cromosoma divino che scorre in noi.
Ed ogni tralcio che porta frutto, egli lo pota perché porti più frutto.
Il grande e coraggioso dono della potatura! Potare non è sinonimo di amputare ma di dare vita, ogni contadino lo sa.
Togliere il superfluo equivale a fare
molto frutto.
Il filo d’oro che cuce il brano e illumina ogni dettaglio è “frutto”.
Sei volte viene ribadito ribadisce, perché sia ben chiaro: il vangelo sogna mani di vendemmia e non mani perfette,
magari pulite ma vuote, che non si sono volute mischiare con la materia incandescente e macchiante della vita.
Per il vangelo la santità non risiede nella perfezione
ma nella fecondità.
Dov’è mai questa perfezione nei discepoli di Gesù, pronti alla fuga e alla bugia, duri a capire...
La morale evangelica ha la colonna sonora delle canzoni della vendemmia, di una festa sull’aia;
sogna fecondità
e non osservanze.
Più generosità, più pace, più coraggio.
E mi piace tanto
il Dio di Gesù,
che si affatica attorno a me perché io porti frutto,
che non impugna lo scettro ma la zappa, non siede
sul trono ma sul muretto della vigna.
A contemplarmi,
con occhi belli di speranza.
DIO E IO SIAMO
LA STESSA VITE
La bibbia è un libro pieno
di olivi, di fichi e di viti. Pieno di uomini di cui Dio
si prende cura e dai quali riceve un vino di gioia.
Con le parole di oggi
Gesù ci comunica Dio, cose da capogiro, attraverso lo specchio delle creature più semplici.
Ci porta a scuola
in un vigneto, a lezione dalla sapienza della vite
e da un Dio contadino, profumato di sole e di terra.
All'inizio della primavera mio padre mi portava nella vigna dietro casa.
Sui tralci potati affiorava,
in punta, una goccia di linfa che tremava e luccicava
al vento di marzo.
E mi diceva: guarda,
è la vite che va in amore! C’è un amore che muove
il sole e le altre stelle,
che ascende lungo i ceppi di tutte le viti del mondo,
e l’ho visto aprire esistenze che sembravano finite,
far ripartire famiglie
che sembravano distrutte.
E perfino le mie spine
ha fatto rifiorire.
Dobbiamo salvare
la linfa di Dio,
il cromosoma divino in noi.
Che Dio sia descritto come creatore non ci sorprende, l’abbiamo sentito.
Ma Gesù afferma oggi
una cosa mai udita prima: io sono la vite, voi i tralci.
Io e voi la stessa cosa! Stesso tronco, stessa vita, unica radice, una sola linfa.
E mentre nei profeti antichi Dio appariva piantatore, coltivatore, vendemmiatore,
ma sempre altro rispetto alle viti, oggi ascoltiamo una parola inaudita:
Dio e io siamo
la stessa vite;
lui tronco, io tralcio;
lui mare, io onda;
lui fuoco, io fiamma.
Il creatore si è fatto creatura.
Dio è in me, non come padrone, ma come linfa vitale. É in me, per meglio prendersi cura di me.
Rimanete in me e io in voi.
Non è da conquistare l’unione con Dio,
è cosa di cui prendere consapevolezza:
siamo già in Dio,
ci avvolge con il suo affetto, lo respiri, lo urti!
E Dio è in noi, è qui,
è dentro, scorre nelle vene della vita.
Dio che vivi in me, nonostante tutte le distrazioni e i miei inverni,
e tutte le forze che ci trascinano via.
Ma via da lui non c'è niente.
Questa comunione precede ogni liturgia,
è energia che sale, cromosoma divino che scorre in noi.
Ed ogni tralcio che porta frutto, egli lo pota perché porti più frutto.
Il grande e coraggioso dono della potatura! Potare non è sinonimo di amputare ma di dare vita, ogni contadino lo sa.
Togliere il superfluo equivale a fare
molto frutto.
Il filo d’oro che cuce il brano e illumina ogni dettaglio è “frutto”.
Sei volte viene ribadito ribadisce, perché sia ben chiaro: il vangelo sogna mani di vendemmia e non mani perfette,
magari pulite ma vuote, che non si sono volute mischiare con la materia incandescente e macchiante della vita.
Per il vangelo la santità non risiede nella perfezione
ma nella fecondità.
Dov’è mai questa perfezione nei discepoli di Gesù, pronti alla fuga e alla bugia, duri a capire...
La morale evangelica ha la colonna sonora delle canzoni della vendemmia, di una festa sull’aia;
sogna fecondità
e non osservanze.
Più generosità, più pace, più coraggio.
E mi piace tanto
il Dio di Gesù,
che si affatica attorno a me perché io porti frutto,
che non impugna lo scettro ma la zappa, non siede
sul trono ma sul muretto della vigna.
A contemplarmi,
con occhi belli di speranza.
❤21🥰5🙏3🔥2👍1😍1
Audio ottimizzato
per un’esperienza
ancora più coinvolgente
con Federico Faggin e
p. Ermes Ronchi
https://youtu.be/kSVM-knzMiM
per un’esperienza
ancora più coinvolgente
con Federico Faggin e
p. Ermes Ronchi
https://youtu.be/kSVM-knzMiM
YouTube
Scienza e spiritualità in connessione: Federico Faggin con p. Ermes Ronchi
AUDIO OTTIMIZZATO per un'esperienza ancora più coinvolgente
Incontro tenuto a Isola Vicentina il 19 maggio 2025.
Moderatore Alfonso Nardi
Incontro tenuto a Isola Vicentina il 19 maggio 2025.
Moderatore Alfonso Nardi
❤13🙏3👍1
NELLA SINFONIA DI DIO
Gv 15,9-17
Giovanni propone
una pagina in cui pare custodita l’essenza
del cristianesimo,
un canto d’amore al cuore degli insegnamenti
di Gesù.
Musica dolcissima e profonda, ritmata sul lessico degli amanti: rimanere, amore, amare, gioia, pienezza, frutti…
É la melodia della nostra fede.
Come il Padre ha amato me,
io ho amato voi.
Di amore parliamo come
di un nostro compito.
Ma non possiamo far sgorgare amore se non ci viene prima donato.
Siamo letti di fiume che Dio trasforma in sorgenti, e che diventeranno cascata.
Rimanete nel mio amore.
Nell’amore si entra e si dimora.
Rimanete,
non andatevene,
non fuggite dall’amore.
Credi in lui, sebbene
la sua voce possa frantumare sogni e strappare fiori nel giardino della tua anima (Gibran).
Gesù indica la strada
per stare dentro l’amore: osservate i miei comandamenti.
Che non sono il decalogo ma il modo di agire di Dio, colui che libera
e fonda alleanze,
che pianta la sua tenda
in mezzo al nostro accampamento.
Resto nell’amore se faccio le cose che Dio fa.
Il brano è tutto un alternarsi di misura umana e di misura divina nell’amore.
Gesù non dice semplicemente: amate. Non basta amare,
potrebbe essere solo mero opportunismo, dipendenza, sentimentalismo, oppure una necessità storica, perché se non ci amiamo
ci distruggiamo.
Non dice neanche: amate gli altri con la misura con cui amate voi stessi.
Conosco gli sbandamenti del cuore, i testacoda
della volontà, io non sono misura a nessuno.
Dice invece:
amatevi come io
vi ho amato
E diventa Dio
la misura dell’amore,
musica per il cuore dell’uomo,
per stare alla pari, per dire uguaglianza e affetto.
Non vi chiamo più servi, ma amici.
Parola dolce,
sinfonia nel cuore.
L’amicizia, qualcosa che non si impone,
non si finge,
non si mendica, che è l’incontro di due libertà.
Vi chiamo amici:
un Dio tenerissimo che non vuole stare solo.
Amico è un nome di Dio, per noi la più bella avventura.
Amicizia è umanissimo rito e alta teologia: parla di Dio come ne parlava Gesù, e nel farlo conforta la nostra vita.
Ma perché rimanere dentro questa logica?
Tutto inizia da un fatto:
tu sei amato; ne deriva che ogni essere respira non solo aria, ma amore,
e se questo respiro cessa, non vive più.
Tutto procede ad un traguardo, dolce e fedele: per essere nella gioia!
Ecco la risposta, semplice, che cercavamo:
questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
L’amore ha ali di fuoco (sant’Ambrogio) che incidono di gioia il cuore.
Gioia che è
un attimo immenso,
un sintomo grande
a dire che il tuo cammino
è buono.
Vangelo che
mi dà una certezza:
l’amore non è un sentimento, qualcosa prodotto da me o un mio desiderio, ma una realtà come un luogo,
un continente, una tenda dove ci puoi vivere dentro.
L’amore è.
Minacciato dal nostro vivere inesatto,
sottile come il respiro e possente come
le grandi acque,
l’amore è la materia
di cui è fatto Dio. Di cui sono fatti i suoi figli.
Gv 15,9-17
Giovanni propone
una pagina in cui pare custodita l’essenza
del cristianesimo,
un canto d’amore al cuore degli insegnamenti
di Gesù.
Musica dolcissima e profonda, ritmata sul lessico degli amanti: rimanere, amore, amare, gioia, pienezza, frutti…
É la melodia della nostra fede.
Come il Padre ha amato me,
io ho amato voi.
Di amore parliamo come
di un nostro compito.
Ma non possiamo far sgorgare amore se non ci viene prima donato.
Siamo letti di fiume che Dio trasforma in sorgenti, e che diventeranno cascata.
Rimanete nel mio amore.
Nell’amore si entra e si dimora.
Rimanete,
non andatevene,
non fuggite dall’amore.
Credi in lui, sebbene
la sua voce possa frantumare sogni e strappare fiori nel giardino della tua anima (Gibran).
Gesù indica la strada
per stare dentro l’amore: osservate i miei comandamenti.
Che non sono il decalogo ma il modo di agire di Dio, colui che libera
e fonda alleanze,
che pianta la sua tenda
in mezzo al nostro accampamento.
Resto nell’amore se faccio le cose che Dio fa.
Il brano è tutto un alternarsi di misura umana e di misura divina nell’amore.
Gesù non dice semplicemente: amate. Non basta amare,
potrebbe essere solo mero opportunismo, dipendenza, sentimentalismo, oppure una necessità storica, perché se non ci amiamo
ci distruggiamo.
Non dice neanche: amate gli altri con la misura con cui amate voi stessi.
Conosco gli sbandamenti del cuore, i testacoda
della volontà, io non sono misura a nessuno.
Dice invece:
amatevi come io
vi ho amato
. E diventa Dio
la misura dell’amore,
musica per il cuore dell’uomo,
per stare alla pari, per dire uguaglianza e affetto.
Non vi chiamo più servi, ma amici.
Parola dolce,
sinfonia nel cuore.
L’amicizia, qualcosa che non si impone,
non si finge,
non si mendica, che è l’incontro di due libertà.
Vi chiamo amici:
un Dio tenerissimo che non vuole stare solo.
Amico è un nome di Dio, per noi la più bella avventura.
Amicizia è umanissimo rito e alta teologia: parla di Dio come ne parlava Gesù, e nel farlo conforta la nostra vita.
Ma perché rimanere dentro questa logica?
Tutto inizia da un fatto:
tu sei amato; ne deriva che ogni essere respira non solo aria, ma amore,
e se questo respiro cessa, non vive più.
Tutto procede ad un traguardo, dolce e fedele: per essere nella gioia!
Ecco la risposta, semplice, che cercavamo:
questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
L’amore ha ali di fuoco (sant’Ambrogio) che incidono di gioia il cuore.
Gioia che è
un attimo immenso,
un sintomo grande
a dire che il tuo cammino
è buono.
Vangelo che
mi dà una certezza:
l’amore non è un sentimento, qualcosa prodotto da me o un mio desiderio, ma una realtà come un luogo,
un continente, una tenda dove ci puoi vivere dentro.
L’amore è.
Minacciato dal nostro vivere inesatto,
sottile come il respiro e possente come
le grandi acque,
l’amore è la materia
di cui è fatto Dio. Di cui sono fatti i suoi figli.
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COME UNA PREGHIERA SPONTANEA
Imparare a ringraziare
Ringraziare a oltranza,
ringraziare sempre,
ringraziare tutti.
Poiché noi viviamo
di ospitalità cosmica.
Se non impariamo
a ringraziare, come
una preghiera spontanea,
non verrà mai la pace
con l'altro,
né l'umile piacere di vivere.
Ermes Ronchi
Imparare a ringraziare
Ringraziare a oltranza,
ringraziare sempre,
ringraziare tutti.
Poiché noi viviamo
di ospitalità cosmica.
Se non impariamo
a ringraziare, come
una preghiera spontanea,
non verrà mai la pace
con l'altro,
né l'umile piacere di vivere.
Ermes Ronchi
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OCCHI MERAVIGLIABILI
Imparare a contemplare.
Avere occhi profondi, meravigliabili,
per la varietà e
la bellezza dei volti,
che sono la cosa
più bella del mondo;
per il creato che è
come un atto
d'amore sussurrato.
Guardare come bambini,
ascoltare come innamorati.
Con tenerezza e compassione,
che è il linguaggio che
il sordo può sentire,
che il cieco può vedere.
Ermes Ronchi
Imparare a contemplare.
Avere occhi profondi, meravigliabili,
per la varietà e
la bellezza dei volti,
che sono la cosa
più bella del mondo;
per il creato che è
come un atto
d'amore sussurrato.
Guardare come bambini,
ascoltare come innamorati.
Con tenerezza e compassione,
che è il linguaggio che
il sordo può sentire,
che il cieco può vedere.
Ermes Ronchi
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SOGNO DI PACE
Gv 14,23-29
Giovanni ci fa alzare
il capo, mentre ci trasmette
tutto quello che
ha sperimentato di Gesù.
E lo concentra in tre parole:
la prima è “DIMORA”.
Se uno mi ama,
io e il Padre verremo
e prenderemo dimora
in lui.
Dio è venuto,
mi abita,
è entrato in me
più dell’aria nei polmoni,
più del sangue nelle vene.
In me? Ma davvero?
Qui troverai ben poco Signore, starai alle strette; però ti assicuro che cercherò un pezzetto
di casa dove tu possa
sentirti amato,
un riparo,
un nido per la pace
che tu porti.
Seconda parola: “PACE”.
Gesù risorge e
incontrando i suoi
la prima parola
che erompe dal cuore è:
Pace a voi!
Lo ha ben capito anche
papa Leone, impostando
su questo sogno di pace
il suo primo messaggio.
Ma Gesù regala
una certezza,
non un augurio;
dice che la pace è già qui,
è nelle mani e nel cuore:
vi do la mia pace,
ma non come fa il mondo.
Scende pace, piove pace
sui cuori e sui giorni.
È pace.
La pace che
non si compra
e non si vende:
dono che diventa
conquista con
un artigianato paziente.
Come? Respingendo
i tre maledetti
verbi della guerra:
prendere, depredare e impossessarsi
anche di ciò che non è tuo;
salire, cercare prestigio
e grandezza,
essere il più grande;
dominare, la seduzione e
la prostituzione del potere.
A questi, Gesù
lungo tutto il suo vangelo
contrappone
tre verbi benedetti:
dare, condividere e donare, anziché
tenere in pugno;
scendere, come
il Samaritano buono,
che scende da cavallo
e si china sul dolore;
servire, verbo per
coraggiosi e innamorati,
per madri che sanno dire:
“prima vieni tu,
e dopo io”.
Dare, scendere servire.
Tre verbi benedetti, che
disarmano le menti.
Terza parola-promessa
riguarda lo Spirito Santo:
Vi ricorderà, vi insegnerà,
ri-porterà al cuore,
ri-accenderà tutto Gesù.
Inciderà di nuovo
nell’intimo gesti e parole
di lui, di quando passava
e guariva la vita.
Ma poi non basta,
lo Spirito vi insegnerà
nuove sillabe divine,
parole nuove
mai dette ancora
e nuovi pensieri,
vi farà affondare le mani
nel futuro,
rinnoverà la faccia
del mondo.
Insegnerà a ciascuno,
perché lo Spirito Santo
non è la riserva
di qualche eletto,
perché ogni cristiano
ha tanto Spirito
quanto ne ha il papa,
ha tutto lo Spirito di cui
ha bisogno per fiorire,
creare, ed essere nella vita
donatore di vita.
Lo Spirito ci fa innamorare
di un cristianesimo
che sia visione,
incantamento, fervore,
poesia, slancio.
E fioritura anche
delle mie spine.
Dimora. Spirito. Pace.
Parole impastate
di leggerezza e
di soffio ardente.
La pace si fa solo piantando
piccole oasi di alleanza
là dove siamo chiamati
a vivere, ciascuno
con la sua piccola palma
di pace piantata
nel deserto della storia.
E quando la mia oasi
più la tua,
il mio metro quadro
di pace più il tuo,
più quello
di un altro al nostro fianco,
più quello del vicino,
quando saranno milioni,
le piccole oasi conquisteranno il deserto e lo faranno fiorire.
Gv 14,23-29
Giovanni ci fa alzare
il capo, mentre ci trasmette
tutto quello che
ha sperimentato di Gesù.
E lo concentra in tre parole:
la prima è “DIMORA”.
Se uno mi ama,
io e il Padre verremo
e prenderemo dimora
in lui.
Dio è venuto,
mi abita,
è entrato in me
più dell’aria nei polmoni,
più del sangue nelle vene.
In me? Ma davvero?
Qui troverai ben poco Signore, starai alle strette; però ti assicuro che cercherò un pezzetto
di casa dove tu possa
sentirti amato,
un riparo,
un nido per la pace
che tu porti.
Seconda parola: “PACE”.
Gesù risorge e
incontrando i suoi
la prima parola
che erompe dal cuore è:
Pace a voi!
Lo ha ben capito anche
papa Leone, impostando
su questo sogno di pace
il suo primo messaggio.
Ma Gesù regala
una certezza,
non un augurio;
dice che la pace è già qui,
è nelle mani e nel cuore:
vi do la mia pace,
ma non come fa il mondo.
Scende pace, piove pace
sui cuori e sui giorni.
È pace.
La pace che
non si compra
e non si vende:
dono che diventa
conquista con
un artigianato paziente.
Come? Respingendo
i tre maledetti
verbi della guerra:
prendere, depredare e impossessarsi
anche di ciò che non è tuo;
salire, cercare prestigio
e grandezza,
essere il più grande;
dominare, la seduzione e
la prostituzione del potere.
A questi, Gesù
lungo tutto il suo vangelo
contrappone
tre verbi benedetti:
dare, condividere e donare, anziché
tenere in pugno;
scendere, come
il Samaritano buono,
che scende da cavallo
e si china sul dolore;
servire, verbo per
coraggiosi e innamorati,
per madri che sanno dire:
“prima vieni tu,
e dopo io”.
Dare, scendere servire.
Tre verbi benedetti, che
disarmano le menti.
Terza parola-promessa
riguarda lo Spirito Santo:
Vi ricorderà, vi insegnerà,
ri-porterà al cuore,
ri-accenderà tutto Gesù.
Inciderà di nuovo
nell’intimo gesti e parole
di lui, di quando passava
e guariva la vita.
Ma poi non basta,
lo Spirito vi insegnerà
nuove sillabe divine,
parole nuove
mai dette ancora
e nuovi pensieri,
vi farà affondare le mani
nel futuro,
rinnoverà la faccia
del mondo.
Insegnerà a ciascuno,
perché lo Spirito Santo
non è la riserva
di qualche eletto,
perché ogni cristiano
ha tanto Spirito
quanto ne ha il papa,
ha tutto lo Spirito di cui
ha bisogno per fiorire,
creare, ed essere nella vita
donatore di vita.
Lo Spirito ci fa innamorare
di un cristianesimo
che sia visione,
incantamento, fervore,
poesia, slancio.
E fioritura anche
delle mie spine.
Dimora. Spirito. Pace.
Parole impastate
di leggerezza e
di soffio ardente.
La pace si fa solo piantando
piccole oasi di alleanza
là dove siamo chiamati
a vivere, ciascuno
con la sua piccola palma
di pace piantata
nel deserto della storia.
E quando la mia oasi
più la tua,
il mio metro quadro
di pace più il tuo,
più quello
di un altro al nostro fianco,
più quello del vicino,
quando saranno milioni,
le piccole oasi conquisteranno il deserto e lo faranno fiorire.
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ABBIAMO BISOGNO DELLO SPIRITO
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
Quando verrà lo Spirito,
vi guiderà a tutta la verità.
È l'umiltà di Gesù,
che non pretende di aver detto tutto, di avere l'ultima parola su tutto, ma parla della nostra storia con Dio con solo verbi al futuro:
lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà.
Un senso di vitalità,
di energia, di spazi aperti!
Lo Spirito come una corrente che trascina la storia verso il futuro,
apre sentieri, fa avanzare.
Pregarlo è come affacciarsi al balcone del futuro. Che è la terra fertile e incolta della speranza.
Lo Spirito provoca come un cortocircuito nella storia e nel tempo: ci riporta al cuore, accende in noi, come una pietra focaia che alleva scintille, la bellezza di allora, di gesti e parole di quei tre anni di Galilea.
E innamorati della bellezza spirituale diventiamo «cercatori veraci di Dio, che inciampano in una stella e, tentando strade nuove, si smarriscono nel pulviscolo magico del deserto» (D.M. Montagna).
Siamo come pellegrini senza strada, ma tenacemente in cammino (Giovanni della Croce),
o anche in mezzo a un mare piatto, su un guscio di noce, dove tutto è più grande di noi.
In quel momento: bisogna sapere a ogni costo/ far sorgere una vela / sul vuoto del mare (Julian Gracq).
Una vela, e il mare cambia, non è più un vuoto in cui perdersi o affondare;
basta che sorga una vela e che si lasci investire dal soffio vigoroso dello Spirito (io la vela, Dio il vento) per iniziare una avventura appassionante, dimenticando il vuoto, seguendo una rotta.
Che cos'è lo Spirito Santo?
È Dio in libertà. Che inventa, apre, scuote,
fa cose che non t'aspetti.
Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta, e che in noi compie instancabilmente la medesima opera di allora: ci rende grembi del Verbo, che danno carne e sangue e storia alla Parola.
Dio in libertà, un vento nomade, che porta pollini là dove vuole, porta primavere e disperde le nebbie, e ci fa tutti vento nel suo Vento.
Dio in libertà, che non sopporta statistiche.
Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti; dicono: nella Bibbia Dio agisce così.
Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue mai degli schemi.
Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro mondo stagnante, senza slanci. Per questa Chiesa che fatica a sognare.
Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E l'umanità ha bisogno estremo di discepoli geniali.
Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità,
e così possa tenere alta la vita con l'inventiva,
il coraggio, la creatività, che sono doni della Spirito.
Allora non mancherà mai il vento al mio veliero, o a quella piccola vela che freme alta sul vuoto del mare.
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LO SPIRITO GENERA VANGELO IN NOI E SOGNI DI FUTURO
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
Gv 16,12-15
Trinità:
un solo Dio in tre persone.
Dogma che non capisco,
eppure liberante
perché mi assicura che
Dio non è in se stesso solitudine,
che l'oceano
della sua essenza
vibra di un infinito movimento d'amore.
C'è in Dio reciprocità, scambio,
superamento di sé,
incontro, abbraccio.
L'essenza di Dio è comunione.
Il dogma della Trinità non è una teoria dove si cerca
di far coincidere il Tre e l'Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere.
E se Dio si realizza
solo nella comunione,
così sarà anche per l'uomo.
Aveva detto in principio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».
Non solo a immagine
di Dio: molto di più!
L'uomo è fatto a somiglianza della Trinità.
Ad immagine e somiglianza della comunione,
di un legame d'amore, mistero di singolare e plurale.
In principio a tutto,
per Dio e per me,
c'è la relazione.
In principio a tutto qualcosa che mi lega a qualcuno, a molti.
Così è per tutte le cose,
tutto è in comunione.
Perfino i nomi che Gesù
sceglie per raccontare
il volto di Dio sono nomi
che contengono legami:
Padre e Figlio sono nomi che abbracciano e stringono legami.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto
e mi fa paura: perché
è contro la mia natura.
Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene,
quando so accogliere
e sono accolto,
sto così bene: perché
realizzo la mia vocazione
di comunione.
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso.
Gesù se ne va senza aver detto tutto.
Invece di concludere dicendo: questo è tutto, non c'è altro,
Gesù apre strade,
ci lancia in un sistema aperto,
promette una guida
per un lungo cammino.
Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera.
Lo Spirito genera Vangelo in noi, e sogni di futuro. Allora spirituale e reale coincidono,
la verità e la vita coincidono.
Questa è la bellezza della fede.
Credere è acquisire bellezza del vivere.
La festa della Trinità
è specchio del senso ultimo dell'universo.
Davanti alla Trinità mi sento piccolo
ma abbracciato,
come un bambino:
abbracciato dentro
un vento in cui naviga
l'intero creato e che
ha nome comunione.
Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce, ciò che
il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l'universo, dì loro che Dio non è quello che credono, che è un vino di festa,
un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui
che suona il flauto
nella luce piena del giorno, si avvicina
e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l'innocenza del suo volto, i suoi lineamenti,
il suo sorriso.
Dì loro che
Egli è il tuo spazio
e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di lui. Ma che è sempre oltre, sempre oltre.
(Comm. Franc. Cistercense)
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NOSTALGIA DI CIELO
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
Gesù non è andato
lontano o in alto,
in qualche angolo remoto
del cosmo.
È asceso nel profondo
delle cose,
nell’intimo del creato
e delle creature,
e da dentro preme
come benedizione,
forza ascensionale
verso più luminosa vita.
Non esiste nel mondo
solo la forza di gravità
verso il basso,
ma anche
una forza di gravità
verso l’alto,
che ci fa eretti,
che fa verticali gli alberi,
i fiori, la fiamma,
che solleva l’acqua
delle maree e
la lava dei vulcani.
Come una nostalgia
di cielo.
Se solo fossi capace
di avvertire questo
e di goderlo, scoprirei
la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo,
in un battesimo infinito.
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