LA CONDIVISIONE:
IL MIRACOLO DEL DONO
Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra
non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava
di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane
è l’unico segno riferito
da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo
ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente,
di un evento decisivo
per capire la vita e
il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti
ad un eclatante miracolo
siamo di fronte
ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno
di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e
il Salmo del buon pastore,
c’è il monte
grande simbolo
della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette,
simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo
dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e
di gemme che fioriscono,
per grazia.
Modello del discepolo
oggi è un ragazzo
senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale
della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema
del nostro mondo
non è la penuria di pane,
ma la povertà
di quel lievito che incalza
e spinge a condividere,
a fare di ciò che hai
un sacramento
di comunione.
“Al mondo, il cristiano
non fornisce pane, fornisce lievito”
(Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane
che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane
sulla terra che
a condividerlo basterebbe
per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole
a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi
solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
IL MIRACOLO DEL DONO
Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra
non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava
di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane
è l’unico segno riferito
da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo
ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente,
di un evento decisivo
per capire la vita e
il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti
ad un eclatante miracolo
siamo di fronte
ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno
di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e
il Salmo del buon pastore,
c’è il monte
grande simbolo
della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette,
simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo
dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e
di gemme che fioriscono,
per grazia.
Modello del discepolo
oggi è un ragazzo
senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale
della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema
del nostro mondo
non è la penuria di pane,
ma la povertà
di quel lievito che incalza
e spinge a condividere,
a fare di ciò che hai
un sacramento
di comunione.
“Al mondo, il cristiano
non fornisce pane, fornisce lievito”
(Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane
che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane
sulla terra che
a condividerlo basterebbe
per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole
a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi
solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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INCIAMPANDO
SU TRACCE DI DIO DOVUNQUE
Mostraci il Padre,
e ci basta.
Parole grandi,
perfino troppo.
Davvero Dio ci basta?
Alzi la mano chi risponde
di sì,
con il cuore che non esita.
Teresa d’Avila cantava:
solo Dios basta.
Ma subito dopo aggiungeva:
“se sarò salva lo devo, dopo Dio, agli amici”.
Allora Dio non basta più,
neppure a te,
grande mistica?
Anche il tuo cuore
ha bisogno di persone?
Signore, mostraci il Padre. Vogliamo vedere,
toccare,
ascoltare,
sentire Dio.
Pensare Dio
non basta a nessuno.
I cinque sensi sono
i nostri promontori
attraverso i quali
ci addentriamo
nel mare del mondo,
sono le antenne
con cui lo esploriamo.
Mostraci il Padre…
perché Dio
non resti un’idea,
non sia un fantasma.
Lo chiedono i salmi:
“mostraci il tuo volto, Signore”.
E l’amato del Cantico
dei Cantici prega:
“il tuo viso fammi vedere,
la tua voce fammi sentire”.
La risposta di Gesù:
chi vede me,
vede il Padre.
Guardi Gesù,
come vive,
come ama,
come accoglie,
come si muove libero
e regale fra le cose,
come parla,
come muore,
e capisci che
un uomo così
non può essere che Dio.
Vedi Dio in un uomo.
E vedo che il grande
è rivelato nel piccolo,
che Dio lo vedi in un uomo.
Che lo Spirito si fa carne;
il Verbo mette
la sua tenda nel nostro accampamento;
il cielo è seminato
nella terra,
l’universo in un atomo.
MA È COSÌ BELLO
TUTTO QUESTO:
che Dio non stia
al di là delle stelle,
ma qui in questo nostro vivere, patire, sorridere, dubitare, inciampare, osare, tentare amore
e felicità.
É così bello che noi,
col nostro passo breve,
si possa “camminare” Dio,
che è il vicino/lontano.
BEATI i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno occhi tanto limpidi
da vedere tracce di Dio dovunque:
nelle spirali delle galassie e negli occhi di un bambino, nel misterioso servizio è alla vita del piccolo insetto,
nel gemito e
NELLA GIOIA
DI OGNI CREATURA
SOTTO IL SOLE.
SU TRACCE DI DIO DOVUNQUE
Mostraci il Padre,
e ci basta.
Parole grandi,
perfino troppo.
Davvero Dio ci basta?
Alzi la mano chi risponde
di sì,
con il cuore che non esita.
Teresa d’Avila cantava:
solo Dios basta.
Ma subito dopo aggiungeva:
“se sarò salva lo devo, dopo Dio, agli amici”.
Allora Dio non basta più,
neppure a te,
grande mistica?
Anche il tuo cuore
ha bisogno di persone?
Signore, mostraci il Padre. Vogliamo vedere,
toccare,
ascoltare,
sentire Dio.
Pensare Dio
non basta a nessuno.
I cinque sensi sono
i nostri promontori
attraverso i quali
ci addentriamo
nel mare del mondo,
sono le antenne
con cui lo esploriamo.
Mostraci il Padre…
perché Dio
non resti un’idea,
non sia un fantasma.
Lo chiedono i salmi:
“mostraci il tuo volto, Signore”.
E l’amato del Cantico
dei Cantici prega:
“il tuo viso fammi vedere,
la tua voce fammi sentire”.
La risposta di Gesù:
chi vede me,
vede il Padre.
Guardi Gesù,
come vive,
come ama,
come accoglie,
come si muove libero
e regale fra le cose,
come parla,
come muore,
e capisci che
un uomo così
non può essere che Dio.
Vedi Dio in un uomo.
E vedo che il grande
è rivelato nel piccolo,
che Dio lo vedi in un uomo.
Che lo Spirito si fa carne;
il Verbo mette
la sua tenda nel nostro accampamento;
il cielo è seminato
nella terra,
l’universo in un atomo.
MA È COSÌ BELLO
TUTTO QUESTO:
che Dio non stia
al di là delle stelle,
ma qui in questo nostro vivere, patire, sorridere, dubitare, inciampare, osare, tentare amore
e felicità.
É così bello che noi,
col nostro passo breve,
si possa “camminare” Dio,
che è il vicino/lontano.
BEATI i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno occhi tanto limpidi
da vedere tracce di Dio dovunque:
nelle spirali delle galassie e negli occhi di un bambino, nel misterioso servizio è alla vita del piccolo insetto,
nel gemito e
NELLA GIOIA
DI OGNI CREATURA
SOTTO IL SOLE.
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TU, MI VUOI BENE?
I sette discepoli
sono tornati là dove
tutto avevaavuto inizio,
al loro mestiere di prima,
alle parole di sempre:
vado a pescare,
veniamo anche noi.
L’ultimo incontro
con il Risorto avviene
nella normalità
del quotidiano.
L’infinito scende
alla latitudine di casa.
Il cerchio delle azioni
di tutti i giorni è il luogo dove incontrare colui che
se n’è andato dai recinti
del sacro e abita
il “profano”:
l’infinito è nella vita,
e la vita è infinita.
L’abbandonato ritorna
da coloro che sanno
solo abbandonare, e
invece di chiedere loro
di inginocchiarsi,
è lui che si inginocchia
davanti al fuoco di brace,
come una madre che
si mette a preparare
il cibo per i suoi di casa,
come un amico.
È il suo stile:
tenerezza, umiltà, cura.
Amici, vi chiamo,
non servi.
E chiede:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
Così il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme,
e non li distingui più.
In questo clima di amicizia
e semplicità,
seduti all’alba attorno
a poche braci,
il dialogo sublime
tra Gesù e Pietro.
Gesù, maestro di umanità,
usa il linguaggio
più semplice,
pone domande risuonate
sulla terra infinite volte,
sotto tutti i cieli,
in bocca a tutti
gli innamorati che
non si stancano di sapere:
mi ami? Mi vuoi bene?
Semplicità estrema
di parole che
non bastano mai,
perché la vita ne ha fame;
di domande e risposte che
anche un bambino capisce
perché è quello che
si sente dire dalla mamma
tutti i giorni.
Il linguaggio del sacro
diventa il linguaggio
delle radici profonde
della vita.
La vera religione non è mai separata dalla vita.
E sono tre domande,
sempre uguali,
sempre diverse:
1. Simone di Giovanni,
mi ami più di tutti?
Pietro risponde
con un altro verbo,
quello più umile, più nostro,
verbo dell’amicizia
e dell’affetto:
ti voglio bene.
E non si misura con gli altri.
2. Seconda domanda:
Simone di Giovanni,
tu mi ami?
Pietro mantiene
il profilo basso
di chi conosce bene
il cuore dell’uomo,
e risponde ancora con quel nostro verbo così umano:
ti sono amico.
3. Nella terza domanda
succede qualcosa
di straordinario.
Gesù adotta il verbo
di Pietro, si abbassa,
si avvicina,
lo raggiunge là dov’è:
Simone, mi vuoi bene?
Dammi affetto,
se l’amore è troppo;
amicizia,
se l’amore ti mette paura.
Pietro, un po’ d’amicizia
posso averla da te?
E mi basterà, perché io cerco la sincerità del cuore.
Gesù rallenta il passo
sul ritmo del nostro,
la misura di Pietro
diventa più importante
delle sue esigenze;
così è l’amore vero,
che mette il tu prima dell’io.
Pietro sente il pianto
salirgli in gola:
vede Dio
mendicante d’amore,
Dio delle briciole,
cui basta così poco,
solo la verità
di un cuore sincero.
E credo che
nell’ultimo giorno,
anche se per mille volte
l’avrò deluso o tradito,
il Signore per mille volte
mi chiederà
come a Simone:
Mi vuoi bene?
E io non dovrò fare altro
che rispondere,
per mille volte,
solo questo:
Sì, ti voglio bene!
I sette discepoli
sono tornati là dove
tutto avevaavuto inizio,
al loro mestiere di prima,
alle parole di sempre:
vado a pescare,
veniamo anche noi.
L’ultimo incontro
con il Risorto avviene
nella normalità
del quotidiano.
L’infinito scende
alla latitudine di casa.
Il cerchio delle azioni
di tutti i giorni è il luogo dove incontrare colui che
se n’è andato dai recinti
del sacro e abita
il “profano”:
l’infinito è nella vita,
e la vita è infinita.
L’abbandonato ritorna
da coloro che sanno
solo abbandonare, e
invece di chiedere loro
di inginocchiarsi,
è lui che si inginocchia
davanti al fuoco di brace,
come una madre che
si mette a preparare
il cibo per i suoi di casa,
come un amico.
È il suo stile:
tenerezza, umiltà, cura.
Amici, vi chiamo,
non servi.
E chiede:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
Così il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme,
e non li distingui più.
In questo clima di amicizia
e semplicità,
seduti all’alba attorno
a poche braci,
il dialogo sublime
tra Gesù e Pietro.
Gesù, maestro di umanità,
usa il linguaggio
più semplice,
pone domande risuonate
sulla terra infinite volte,
sotto tutti i cieli,
in bocca a tutti
gli innamorati che
non si stancano di sapere:
mi ami? Mi vuoi bene?
Semplicità estrema
di parole che
non bastano mai,
perché la vita ne ha fame;
di domande e risposte che
anche un bambino capisce
perché è quello che
si sente dire dalla mamma
tutti i giorni.
Il linguaggio del sacro
diventa il linguaggio
delle radici profonde
della vita.
La vera religione non è mai separata dalla vita.
E sono tre domande,
sempre uguali,
sempre diverse:
1. Simone di Giovanni,
mi ami più di tutti?
Pietro risponde
con un altro verbo,
quello più umile, più nostro,
verbo dell’amicizia
e dell’affetto:
ti voglio bene.
E non si misura con gli altri.
2. Seconda domanda:
Simone di Giovanni,
tu mi ami?
Pietro mantiene
il profilo basso
di chi conosce bene
il cuore dell’uomo,
e risponde ancora con quel nostro verbo così umano:
ti sono amico.
3. Nella terza domanda
succede qualcosa
di straordinario.
Gesù adotta il verbo
di Pietro, si abbassa,
si avvicina,
lo raggiunge là dov’è:
Simone, mi vuoi bene?
Dammi affetto,
se l’amore è troppo;
amicizia,
se l’amore ti mette paura.
Pietro, un po’ d’amicizia
posso averla da te?
E mi basterà, perché io cerco la sincerità del cuore.
Gesù rallenta il passo
sul ritmo del nostro,
la misura di Pietro
diventa più importante
delle sue esigenze;
così è l’amore vero,
che mette il tu prima dell’io.
Pietro sente il pianto
salirgli in gola:
vede Dio
mendicante d’amore,
Dio delle briciole,
cui basta così poco,
solo la verità
di un cuore sincero.
E credo che
nell’ultimo giorno,
anche se per mille volte
l’avrò deluso o tradito,
il Signore per mille volte
mi chiederà
come a Simone:
Mi vuoi bene?
E io non dovrò fare altro
che rispondere,
per mille volte,
solo questo:
Sì, ti voglio bene!
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SETE DI CIELO
Gv 6,22-29
Gesù rispose:
In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni,
ma perché avete mangiato di quei pani e
vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo
che perisce,
ma quello che dura
per la vita eterna, e che
il Figlio dell’uomo vi darà (…)
Gesù ha compiuto
il miracolo al quale
tiene di più,
la condivisione dei pani,
quando il pane passava
di mano in mano e intanto
restava in ogni mano.
Ed è il miracolo che i vangeli raccontano di più
e che gli riesce di meno,
nel senso che è
il più frainteso,
il meno capito di tutti.
Infatti lo cercano,
lo inseguono,
lo raggiungono:
ecco uno che ci risolverà i problemi per sempre!
Siamo a posto,
è uno che fa tutto lui.
E inizia un dialogo tra sordi.
Prima domanda.
Quando sei venuto qua?
Gesù sa che a loro
non interessa il quando
e il come,
ma il fatto che li ha mollati
e se n’è andato.
E risponde senza giri
di parole: voi mi cercate perché avete mangiato, perché pensate
alla pancia piena.
Invece datevi da fare
per il cibo che dura!
Quello che sazia il cuore,
che nutre il desiderio
più profondo,
quella fame di felicità
che non si colma
neppure quando investiamo
un’altra creatura
(fidanzato, marito,
moglie, figli, genitori)
della responsabilità
di saziare il nostro cuore.
Sete di cielo che
inutilmente
cerchiamo di placare
con grandi sorsate di terra.
Seconda domanda:
che cosa dobbiamo compiere
per fare le opere di Dio?
Grande domanda.
Ma quali sono
le opere di Dio?
I dieci comandamenti?
La triade colpa, castigo, premio? No!
OPERA DI DIO È L’IMMENSITA’ DELLE COSTELLAZIONI E LA GOCCIA DI RUGIADA.
È il vino buono di Cana,
il profumo di Betania,
l’abbraccio al figlio
che si era perduto,
una pietra che rotola
nell’alba di Pasqua,
cinque pani per 5000,
una croce sulla collina.
La sua opera è creazione, liberazione,
alleanza,
e farsi carne,
e farsi pane,
e farsi ferita
dove grida il dolore.
E io essere con lui
con-creatore e liberatore
e alleato e custode
di ogni vita.
La storia bella di Dio
è Gesù.
Ecco perché:
l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato.
Ma io credo in Gesù?
Mi fido e mi affido?
Come quando sei innamorato
e affidi al tuo uomo
o alla tua donna,
la tua felicità,
il tuo futuro,
sogni e progetti,
il senso dei giorni?
Al cuore della fede
sta la tenace,
dolcissima fiducia
che Dio è Gesù,
uno che sa
soltanto amare,
guaritore del disamore
del mondo.
Nessun aspetto minaccioso,
ma solo le due ali aperte
di una chioccia che
protegge e custodisce
i suoi pulcini (Lc 13,34),
con tenerezza combattiva,
da cui nulla mai
ci potrà separare.
Gv 6,22-29
Gesù rispose:
In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni,
ma perché avete mangiato di quei pani e
vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo
che perisce,
ma quello che dura
per la vita eterna, e che
il Figlio dell’uomo vi darà (…)
Gesù ha compiuto
il miracolo al quale
tiene di più,
la condivisione dei pani,
quando il pane passava
di mano in mano e intanto
restava in ogni mano.
Ed è il miracolo che i vangeli raccontano di più
e che gli riesce di meno,
nel senso che è
il più frainteso,
il meno capito di tutti.
Infatti lo cercano,
lo inseguono,
lo raggiungono:
ecco uno che ci risolverà i problemi per sempre!
Siamo a posto,
è uno che fa tutto lui.
E inizia un dialogo tra sordi.
Prima domanda.
Quando sei venuto qua?
Gesù sa che a loro
non interessa il quando
e il come,
ma il fatto che li ha mollati
e se n’è andato.
E risponde senza giri
di parole: voi mi cercate perché avete mangiato, perché pensate
alla pancia piena.
Invece datevi da fare
per il cibo che dura!
Quello che sazia il cuore,
che nutre il desiderio
più profondo,
quella fame di felicità
che non si colma
neppure quando investiamo
un’altra creatura
(fidanzato, marito,
moglie, figli, genitori)
della responsabilità
di saziare il nostro cuore.
Sete di cielo che
inutilmente
cerchiamo di placare
con grandi sorsate di terra.
Seconda domanda:
che cosa dobbiamo compiere
per fare le opere di Dio?
Grande domanda.
Ma quali sono
le opere di Dio?
I dieci comandamenti?
La triade colpa, castigo, premio? No!
OPERA DI DIO È L’IMMENSITA’ DELLE COSTELLAZIONI E LA GOCCIA DI RUGIADA.
È il vino buono di Cana,
il profumo di Betania,
l’abbraccio al figlio
che si era perduto,
una pietra che rotola
nell’alba di Pasqua,
cinque pani per 5000,
una croce sulla collina.
La sua opera è creazione, liberazione,
alleanza,
e farsi carne,
e farsi pane,
e farsi ferita
dove grida il dolore.
E io essere con lui
con-creatore e liberatore
e alleato e custode
di ogni vita.
La storia bella di Dio
è Gesù.
Ecco perché:
l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato.
Ma io credo in Gesù?
Mi fido e mi affido?
Come quando sei innamorato
e affidi al tuo uomo
o alla tua donna,
la tua felicità,
il tuo futuro,
sogni e progetti,
il senso dei giorni?
Al cuore della fede
sta la tenace,
dolcissima fiducia
che Dio è Gesù,
uno che sa
soltanto amare,
guaritore del disamore
del mondo.
Nessun aspetto minaccioso,
ma solo le due ali aperte
di una chioccia che
protegge e custodisce
i suoi pulcini (Lc 13,34),
con tenerezza combattiva,
da cui nulla mai
ci potrà separare.
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PANE D’AZZURRO
Gv 6,24-35
Dopo il segno del pane,
il lago si riempie di barche e di domande. Da dove nascerà un lungo scontro verbale, nella sinagoga di Cafarnao, duro fino ad una soglia di rottura, e non solo con occasionali ascoltatori, ma proprio con i suoi discepoli.
Sarà un dialogo tra sordi, che si articola all'inizio attorno a tre domande:
1. Quando sei venuto qua? E Gesù capisce che
alla gente non interessa sapere il quando e il come, ma il perché.
E risponde senza giri di parole:
voi mi cercate perché avete mangiato,
perché pensate di avere
un tornaconto,
per la pancia piena.
Contesta la loro e la mia fede illusoria, “economica”:
io amo Dio o i suoi favori? Amo il Donatore o i suoi doni?
C'è il cuore da saziare,
che è un abisso insondabile (salmo 64,7),
e non il ventre.
2. Cosa dobbiamo fare per essere in sintonia con Dio?
Mettersi in sintonia con Gesù: credere, fidarsi, fondarsi, affidarsi.
Al cuore della fede sta la tenace, dolcissima fiducia che l'opera di Dio è Gesù: volto alto e luminoso dell'umano,
libero come nessuno,
guaritore del disamore del mondo.
Volto vero di un Dio che viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, come le due ali aperte di una chioccia che protegge e custodisce i suoi pulcini (Lc 13,34), con tenerezza combattiva.
3. Tu, quale opera fai perché ti crediamo?
Gesù risponde con due parole immense:
Dio dà.
Un verbo così facile,
così chiaro: dare, che racchiude il cuore di Dio. Dio dà vita.
Siamo davanti a uno dei vertici del vangelo, a uno dei nomi più belli di Dio:
Lui è nella vita,
donatore di vita.
Dalle sue mani la vita fluisce illimitata e inarrestabile.
L'opera di Dio è dare.
Dio non prende, dona. Non esige, offre.
Non pretende, colma.
Non dà pane in cambio
di potere, neppure
del potere sulle anime.
Offre qualcosa che solo può colmare le profondità della vita: “pane dal cielo”.
E qui scatta come una molla, come una freccia,
la pretesa totale,
perfino eccessiva di Gesù: io sono il pane,
io faccio vivere!
L'uomo nasce affamato,
ed è la sua fortuna.
Il bambino ha fame della madre,
gli amanti hanno fame l'uno dell'altro e poi
di un figlio che incarni
il loro amore, come
un balcone sul futuro.
E quando una famiglia è completa, dovrebbe sentirsi appagata.
E invece l'uomo sente la felicità sempre minacciata. Ed ha fame ed ha paura, desidera amici e teme tradimenti.
Ha fame di corpi e poi
di infinito;
ha fame di cielo:
cerca pane d'azzurro.
Pane non è solo un pugno di farina e acqua, ma indica tutto ciò che ci mantiene in vita.
Amore. Pace. Dignità. Energia. Libertà. Sogno. Fioritura piena del nostro essere.
Felicità. Pane ‘dal' cielo,
ma non solo: pane ‘di' cielo, composto di ciò che compone il cielo,
fatto della stessa materia di cui è fatto Dio.
Gv 6,24-35
Dopo il segno del pane,
il lago si riempie di barche e di domande. Da dove nascerà un lungo scontro verbale, nella sinagoga di Cafarnao, duro fino ad una soglia di rottura, e non solo con occasionali ascoltatori, ma proprio con i suoi discepoli.
Sarà un dialogo tra sordi, che si articola all'inizio attorno a tre domande:
1. Quando sei venuto qua? E Gesù capisce che
alla gente non interessa sapere il quando e il come, ma il perché.
E risponde senza giri di parole:
voi mi cercate perché avete mangiato,
perché pensate di avere
un tornaconto,
per la pancia piena.
Contesta la loro e la mia fede illusoria, “economica”:
io amo Dio o i suoi favori? Amo il Donatore o i suoi doni?
C'è il cuore da saziare,
che è un abisso insondabile (salmo 64,7),
e non il ventre.
2. Cosa dobbiamo fare per essere in sintonia con Dio?
Mettersi in sintonia con Gesù: credere, fidarsi, fondarsi, affidarsi.
Al cuore della fede sta la tenace, dolcissima fiducia che l'opera di Dio è Gesù: volto alto e luminoso dell'umano,
libero come nessuno,
guaritore del disamore del mondo.
Volto vero di un Dio che viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, come le due ali aperte di una chioccia che protegge e custodisce i suoi pulcini (Lc 13,34), con tenerezza combattiva.
3. Tu, quale opera fai perché ti crediamo?
Gesù risponde con due parole immense:
Dio dà.
Un verbo così facile,
così chiaro: dare, che racchiude il cuore di Dio. Dio dà vita.
Siamo davanti a uno dei vertici del vangelo, a uno dei nomi più belli di Dio:
Lui è nella vita,
donatore di vita.
Dalle sue mani la vita fluisce illimitata e inarrestabile.
L'opera di Dio è dare.
Dio non prende, dona. Non esige, offre.
Non pretende, colma.
Non dà pane in cambio
di potere, neppure
del potere sulle anime.
Offre qualcosa che solo può colmare le profondità della vita: “pane dal cielo”.
E qui scatta come una molla, come una freccia,
la pretesa totale,
perfino eccessiva di Gesù: io sono il pane,
io faccio vivere!
L'uomo nasce affamato,
ed è la sua fortuna.
Il bambino ha fame della madre,
gli amanti hanno fame l'uno dell'altro e poi
di un figlio che incarni
il loro amore, come
un balcone sul futuro.
E quando una famiglia è completa, dovrebbe sentirsi appagata.
E invece l'uomo sente la felicità sempre minacciata. Ed ha fame ed ha paura, desidera amici e teme tradimenti.
Ha fame di corpi e poi
di infinito;
ha fame di cielo:
cerca pane d'azzurro.
Pane non è solo un pugno di farina e acqua, ma indica tutto ciò che ci mantiene in vita.
Amore. Pace. Dignità. Energia. Libertà. Sogno. Fioritura piena del nostro essere.
Felicità. Pane ‘dal' cielo,
ma non solo: pane ‘di' cielo, composto di ciò che compone il cielo,
fatto della stessa materia di cui è fatto Dio.
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Poesia, letteratura, musica, natura e riflessione biblica da gustare in amicizia QOL LEV, con tutto il ♥️.
Summer school eco-biblica 20/22 giugno a Crespano del Grappa (Tv). Dal venerdì pomeriggio alla domenica con noi, in profondità e leggerezza. Scrivici a sentieriparola@gmail.com
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Salvare vuol dire conservare.
E nulla andrà perduto,
non un sospiro,
non una lacrima,
non un filo d'erba.
Non va perduta nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza,
nessun gesto di cura
per quanto piccolo
e nascosto.
Ermes Ronchi
E nulla andrà perduto,
non un sospiro,
non una lacrima,
non un filo d'erba.
Non va perduta nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza,
nessun gesto di cura
per quanto piccolo
e nascosto.
Ermes Ronchi
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PENSIERI DI VANGELO,
DI BELLEZZA, DI BONTÀ
Giovanni 6,44-51
Nessuno può venire a me
se non lo attira
il Padre mio.
Io sono il pane della vita disceso dal cielo,
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio.
Con che cosa ci attira
e ci seduce Dio?
Forse con la sua onnipotenza, la perfezione, l’onniscienza, l’eternità?
Per tutte queste qualità
lo puoi anche ammirare, perfino obbedire,
ma non puoi rispondere con lo slancio
di chi vuole bene.
La seduzione di Dio
è arrivata, a me, attraverso
lo stupore per la bellezza di Gesù:
libero come nessuno, limpido come nessuno,
che non si è fatto comprare da nessuno,
capace di amare
come nessuno mai.
Era talmente uomo
che i discepoli dissero:
un uomo così
non può che essere Dio.
Io sono il pane
disceso dal cielo,
sono il pane della vita.
Nasce una domanda:
io di che pane mi nutro?
Noi di che cosa alimentiamo anima
e pensieri?
Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità?
Oppure stiamo nutrendoci di egoismi, intolleranze, miopie dello spirito, insensatezza del vivere, paure di tutto e di tutti?
Se diamo spazio dentro
di noi a pensieri bassi, degradati, non limpidi,
se li facciamo sedere alla nostra tavola e mangiare nel nostro piatto,
questi ci trasformeranno
a poco a poco
a loro immagine.
Se invece accogliamo pensieri di vangelo,
di bellezza, di bontà,
essi ci faranno uomini e donne della bellezza
e della bontà.
Se ci nutriamo della buona notizia del vangelo,
avremo in cuore buone notizie per chi ci incontra.
Se ci nutriamo di Cristo, egli ci trasforma in sé, dando forma al nostro modo di pensare,
di sentire, di amare.
Per esempio:
perché siamo fissati,
un po’ maniaci
della Parola?
Per aver scoperto che
nel vangelo
PUOI TROVARE E RITROVARE UN SENSO, UNA DIREZIONE,
una direttrice alla vita.
Un boccone di pane.
Se uno mangia di questo pane vivrà meglio.
Uno dei più grandi mistici del ‘900, p. Giovanni Vannucci, pregava così:
“tu sei in ogni gesto di bontà,
in ogni segno di bellezza,
in ogni rinuncia
per un più grande amore.
Tu sei nel grido vittorioso del bambino che nasce,
sei nell’abbraccio
di chi ama,
sei nell’ultimo respiro
del morente”.
Goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.
DI BELLEZZA, DI BONTÀ
Giovanni 6,44-51
Nessuno può venire a me
se non lo attira
il Padre mio.
Io sono il pane della vita disceso dal cielo,
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio.
Con che cosa ci attira
e ci seduce Dio?
Forse con la sua onnipotenza, la perfezione, l’onniscienza, l’eternità?
Per tutte queste qualità
lo puoi anche ammirare, perfino obbedire,
ma non puoi rispondere con lo slancio
di chi vuole bene.
La seduzione di Dio
è arrivata, a me, attraverso
lo stupore per la bellezza di Gesù:
libero come nessuno, limpido come nessuno,
che non si è fatto comprare da nessuno,
capace di amare
come nessuno mai.
Era talmente uomo
che i discepoli dissero:
un uomo così
non può che essere Dio.
Io sono il pane
disceso dal cielo,
sono il pane della vita.
Nasce una domanda:
io di che pane mi nutro?
Noi di che cosa alimentiamo anima
e pensieri?
Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità?
Oppure stiamo nutrendoci di egoismi, intolleranze, miopie dello spirito, insensatezza del vivere, paure di tutto e di tutti?
Se diamo spazio dentro
di noi a pensieri bassi, degradati, non limpidi,
se li facciamo sedere alla nostra tavola e mangiare nel nostro piatto,
questi ci trasformeranno
a poco a poco
a loro immagine.
Se invece accogliamo pensieri di vangelo,
di bellezza, di bontà,
essi ci faranno uomini e donne della bellezza
e della bontà.
Se ci nutriamo della buona notizia del vangelo,
avremo in cuore buone notizie per chi ci incontra.
Se ci nutriamo di Cristo, egli ci trasforma in sé, dando forma al nostro modo di pensare,
di sentire, di amare.
Per esempio:
perché siamo fissati,
un po’ maniaci
della Parola?
Per aver scoperto che
nel vangelo
PUOI TROVARE E RITROVARE UN SENSO, UNA DIREZIONE,
una direttrice alla vita.
Un boccone di pane.
Se uno mangia di questo pane vivrà meglio.
Uno dei più grandi mistici del ‘900, p. Giovanni Vannucci, pregava così:
“tu sei in ogni gesto di bontà,
in ogni segno di bellezza,
in ogni rinuncia
per un più grande amore.
Tu sei nel grido vittorioso del bambino che nasce,
sei nell’abbraccio
di chi ama,
sei nell’ultimo respiro
del morente”.
Goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.
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FARMI COMUNIONE CON LUI
Chi mangia la mia carne vivrà in eterno.
Quasi un ritmo incantatorio,
una divina monotonia,
nello stile di Giovanni,
che avanza
per cerchi concentrici
e ascendenti,
come una spirale;
come un sasso
che getti nell'acqua
e vedi i cerchi delle onde
che si allargano
sempre più.
È il discorso
più dirompente di Gesù:
mangiate la mia carne e bevete il mio sangue.
Un invito che sconcerta
amici e avversari,
e lui che ostinatamente
ne ribadisce,
per otto volte,
come in otto cerchi,
la motivazione,
sempre più chiara e diretta:
per vivere,
semplicemente vivere,
per vivere davvero.
Altro è vivere,
altro è lasciarsi vivere.
È l'incalzante convinzione
di Gesù di possedere qualcosa che cambia
la direzione e
la qualità della vita.
È il dono di Dio.
Il dono di Dio è
Dio che si dona:
si dona e si perde
dentro le sue creature
come lievito dentro il pane,
come pane dentro il corpo.
«Carne,
sangue,
pane di cielo»
indicano la totalità
della sua vicenda umana
e divina,
le sue mani di carpentiere con il profumo del legno,
le sue lacrime,
le sue passioni,
la polvere delle strade,
la casa che si riempie
di profumo,
la pietra che rotola via.
E Dio in ogni fibra.
Un pezzo di Dio in me perché io salvi
un pezzetto di Dio
nel mondo.
Il suo invito pressante significa: mangia e bevi ogni goccia e
ogni fibra di me.
Vivi di me!
Prendi la mia vita come
misura alta del vivere,
come lievito del tuo pane,
seme del tuo campo,
sangue delle tue vene,
allora conoscerai cosa sia
vivere davvero.
Mangiare e bere Cristo significa più che «fare la comunione» eucaristica,
è «farmi comunione con Lui».
Il Verbo si è fatto carne
perché la carne
si faccia Spirito.
L'Eterno cerca la nostra setacciata briciola
di cielo; per poi ridarcela,
luminosa e serena.
Chi mangia la mia carne vivrà in eterno.
Quasi un ritmo incantatorio,
una divina monotonia,
nello stile di Giovanni,
che avanza
per cerchi concentrici
e ascendenti,
come una spirale;
come un sasso
che getti nell'acqua
e vedi i cerchi delle onde
che si allargano
sempre più.
È il discorso
più dirompente di Gesù:
mangiate la mia carne e bevete il mio sangue.
Un invito che sconcerta
amici e avversari,
e lui che ostinatamente
ne ribadisce,
per otto volte,
come in otto cerchi,
la motivazione,
sempre più chiara e diretta:
per vivere,
semplicemente vivere,
per vivere davvero.
Altro è vivere,
altro è lasciarsi vivere.
È l'incalzante convinzione
di Gesù di possedere qualcosa che cambia
la direzione e
la qualità della vita.
È il dono di Dio.
Il dono di Dio è
Dio che si dona:
si dona e si perde
dentro le sue creature
come lievito dentro il pane,
come pane dentro il corpo.
«Carne,
sangue,
pane di cielo»
indicano la totalità
della sua vicenda umana
e divina,
le sue mani di carpentiere con il profumo del legno,
le sue lacrime,
le sue passioni,
la polvere delle strade,
la casa che si riempie
di profumo,
la pietra che rotola via.
E Dio in ogni fibra.
Un pezzo di Dio in me perché io salvi
un pezzetto di Dio
nel mondo.
Il suo invito pressante significa: mangia e bevi ogni goccia e
ogni fibra di me.
Vivi di me!
Prendi la mia vita come
misura alta del vivere,
come lievito del tuo pane,
seme del tuo campo,
sangue delle tue vene,
allora conoscerai cosa sia
vivere davvero.
Mangiare e bere Cristo significa più che «fare la comunione» eucaristica,
è «farmi comunione con Lui».
Il Verbo si è fatto carne
perché la carne
si faccia Spirito.
L'Eterno cerca la nostra setacciata briciola
di cielo; per poi ridarcela,
luminosa e serena.
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PER TE VOGLIO STELLE IN CUORE,
PER CAMMINARE,
CORRERE, VOLARE
Da un mese stiamo leggendo il lungo sesto capitolo di Giovanni, quando Gesù passa,
forse in due ore,
dall'essere incoronato re,
all'essere abbandonato.
Siamo alla resa dei conti, tra guarigioni miracolose e pane che non finisce,
ma che all'improvviso sembra stancamente sfiorire.
E molti dei suoi discepoli
si tirarono indietro e non andavano più con lui.
E lo spiegano anche: questa parola è dura.
Dura lo è, perché rovescia i potenti e disperde i superbi, perché chiama a pensare in grande.
E poi la domanda seria,
che guarda in faccia la realtà:
volete andarvene anche voi?
Se ne vanno in tanti, e Gesù non tenta di fermarli. Nessun ricatto emotivo, nessuna pressione.
E lo senti proprio tutto, quel velo di tristezza.
Ma più forte ancora è l'appello alla libertà
di ciascuno:
andate o restate,
siete liberi,
ma decidetevi e scegliete!
Questa non è roba
per gente tiepida.
E dice: Io voglio vita per te, voglio libertà.
Per te voglio stelle in cuore per camminare,
correre, volare.
Dio è così: accetta anche di essere abbandonato.
Nel momento dell'insuccesso si gira verso i suoi:
ve ne andate anche voi?
A noi così attenti ai like,
a non dire cose che possono disturbare,
a contare quante persone c'erano a messa...
Davanti a noi presi dalla concupiscenza dei risultati (E. Cioran) e dei numeri sta Lui, disposto a ricominciare da zero.
Ma i numeri non sono mai un criterio evangelico.
Pietro poteva tornarsene a Betsaida, alla piccola azienda di pesca e alla barca, ma quello sarebbe stato solo sopravvivere, uno sterile pescare, mangiare, dormire e poi
di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qui?
Non era vivere, non di una vita piena e indistruttibile. Non c'è barca che valga
o trasporti l'eternità
del cuore.
Risposta bellissima e spiazzante, quella di Pietro:
ma da chi mai potremmo andare?
Chi ti lascia più?
Tu sprigioni vita!
E spezziamola come pane, questa risposta,
parola per parola.
Tu solo. Dio solo.
Non ho altro, nessun altro di meglio a cui affidare
la vita.
Tu solo hai parole:
Dio parla,
il cielo non è muto,
e la sua parola apre strade e nuvole, carezze
e incendi.
Le tue sono parole di vita che mi accendono,
che danno vita alla mente, perché la mente vive
di verità, e la tua verità rende liberi.
Parole che dicono la vita eterna, che donano eternità a tutto ciò che
di più bello abbiamo
nel cuore, che ci fanno viva la vita.
E la domanda per uscire dal mio credere a metà,
è questa:
Gesù sprigiona per me
un ‘di più' di vita?
Questione che rimane aperta, con l'unica certezza che ho:
dove vuoi che vada,
se non da te?
Io non me ne vado,
non ti lascio.
Tu fai viva la mia vita!
PER CAMMINARE,
CORRERE, VOLARE
Da un mese stiamo leggendo il lungo sesto capitolo di Giovanni, quando Gesù passa,
forse in due ore,
dall'essere incoronato re,
all'essere abbandonato.
Siamo alla resa dei conti, tra guarigioni miracolose e pane che non finisce,
ma che all'improvviso sembra stancamente sfiorire.
E molti dei suoi discepoli
si tirarono indietro e non andavano più con lui.
E lo spiegano anche: questa parola è dura.
Dura lo è, perché rovescia i potenti e disperde i superbi, perché chiama a pensare in grande.
E poi la domanda seria,
che guarda in faccia la realtà:
volete andarvene anche voi?
Se ne vanno in tanti, e Gesù non tenta di fermarli. Nessun ricatto emotivo, nessuna pressione.
E lo senti proprio tutto, quel velo di tristezza.
Ma più forte ancora è l'appello alla libertà
di ciascuno:
andate o restate,
siete liberi,
ma decidetevi e scegliete!
Questa non è roba
per gente tiepida.
E dice: Io voglio vita per te, voglio libertà.
Per te voglio stelle in cuore per camminare,
correre, volare.
Dio è così: accetta anche di essere abbandonato.
Nel momento dell'insuccesso si gira verso i suoi:
ve ne andate anche voi?
A noi così attenti ai like,
a non dire cose che possono disturbare,
a contare quante persone c'erano a messa...
Davanti a noi presi dalla concupiscenza dei risultati (E. Cioran) e dei numeri sta Lui, disposto a ricominciare da zero.
Ma i numeri non sono mai un criterio evangelico.
Pietro poteva tornarsene a Betsaida, alla piccola azienda di pesca e alla barca, ma quello sarebbe stato solo sopravvivere, uno sterile pescare, mangiare, dormire e poi
di nuovo pescare, mangiare, dormire.
Tutto qui?
Non era vivere, non di una vita piena e indistruttibile. Non c'è barca che valga
o trasporti l'eternità
del cuore.
Risposta bellissima e spiazzante, quella di Pietro:
ma da chi mai potremmo andare?
Chi ti lascia più?
Tu sprigioni vita!
E spezziamola come pane, questa risposta,
parola per parola.
Tu solo. Dio solo.
Non ho altro, nessun altro di meglio a cui affidare
la vita.
Tu solo hai parole:
Dio parla,
il cielo non è muto,
e la sua parola apre strade e nuvole, carezze
e incendi.
Le tue sono parole di vita che mi accendono,
che danno vita alla mente, perché la mente vive
di verità, e la tua verità rende liberi.
Parole che dicono la vita eterna, che donano eternità a tutto ciò che
di più bello abbiamo
nel cuore, che ci fanno viva la vita.
E la domanda per uscire dal mio credere a metà,
è questa:
Gesù sprigiona per me
un ‘di più' di vita?
Questione che rimane aperta, con l'unica certezza che ho:
dove vuoi che vada,
se non da te?
Io non me ne vado,
non ti lascio.
Tu fai viva la mia vita!
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NESSUNO
CI SCIOGLIERÀ PIÙ DALL’ABBRACCIO
DELLE MANI SUE
Vangelo breve,
quattro soli versetti su
chi è Dio e chi siamo noi.
Le mie pecore ascoltano
la mia voce.
Per essere di Dio
ci vuole l’ascolto.
Facciamo attenzione
al piccolo dettaglio:
ascoltano la mia voce,
e non le mie parole,
perché le pecore
non comprendono
la lingua del pastore.
Come il neonato che
per qualche mese ascolta
la madre riconoscendola
come unica voce
al mondo
che lo incanta
fin da subito,
pur senza capirne
il senso.
Con il tono di voce possiamo graffiare, possiamo ferire
oppure accarezzare,
perché la voce
contiene tutto:
affetto,
devozione,
cura,
seduzione.
L’ascolto è ospitalità
della vita.
È l’esperienza di
Maria di Magdala
al mattino di Pasqua,
del bambino che riconosce la voce al di là della porta
e smette di piangere,
certo che la mamma
arriverà subito.
La voce è il canto amoroso dell’essere:
Una voce! L’amato mio!
Eccolo, viene saltando
per i monti, balzando
per le colline (Ct 2,8).
E prima ancora,
l’amato chiede il canto
della voce dell’amata:
la tua voce fammi sentire (Ct 2,14).
Ed ecco come continua
il vangelo:
io conosco le mie pecore.
Gesù mi parla come uno che mi vede da sempre,
dal grembo di mia madre.
Da quando ero appena
una perla di sangue
ha seguito ogni mio passo,
ha contato
ogni mio sospiro.
Perché le pecore ascoltano?
Non per costrizione,
ma perché la voce
è amica.
E per questo bellissima,
dove ha nido il futuro.
Io do loro la vita eterna.
Che non è quella cosa interminabile e
un po’ noiosa
dalla durata indefinita
e vaga, che poco
ci interessa.
La vita eterna è
la vita dell’Eterno;
vivere la sua vastità,
la sua intensità,
il suo legame caldo
con ogni creatura.
Il vangelo ci dà la sveglia
con una immagine di lotta:
Nessuno le strapperà
dalla mia mano (v.28).
Abbiamo in mente
la parabola di Luca,
il pastore buono
che va in cerca
della pecora perduta,
la trova, se la carica
sulle spalle, e torna.
Invece per Giovanni
il pastore è un vero guerriero, che come
il piccolo Davide
difende con la sua fionda
il gregge del padre,
da lupi e da orsi.
Le sue sono le mani forti
di un lottatore contro ladri e predatori, mani vigorose che stringono un bastone, per camminare e lottare.
E se abbiamo capito male e ci restano dei dubbi,
Gesù coinvolge il Padre:
nessuno può strapparle
dalla mano del Padre (v.29).
Nessuno, mai (v.28).
Due parole perfette, assolute, senza crepe.
Nessuno,
né creature né demoni,
neppure le guerre,
nessuno ci scioglierà più dall’abbraccio
delle mani sue.
Legame forte,
non lacerabile.
Nodo amoroso
che nulla scioglie.
L’eternità è la sua mano
che ti prende per mano.
E beato chi sa fare volare
queste parole lontano,
verso tutti gli agnellini
minacciati del mondo.
CI SCIOGLIERÀ PIÙ DALL’ABBRACCIO
DELLE MANI SUE
Vangelo breve,
quattro soli versetti su
chi è Dio e chi siamo noi.
Le mie pecore ascoltano
la mia voce.
Per essere di Dio
ci vuole l’ascolto.
Facciamo attenzione
al piccolo dettaglio:
ascoltano la mia voce,
e non le mie parole,
perché le pecore
non comprendono
la lingua del pastore.
Come il neonato che
per qualche mese ascolta
la madre riconoscendola
come unica voce
al mondo
che lo incanta
fin da subito,
pur senza capirne
il senso.
Con il tono di voce possiamo graffiare, possiamo ferire
oppure accarezzare,
perché la voce
contiene tutto:
affetto,
devozione,
cura,
seduzione.
L’ascolto è ospitalità
della vita.
È l’esperienza di
Maria di Magdala
al mattino di Pasqua,
del bambino che riconosce la voce al di là della porta
e smette di piangere,
certo che la mamma
arriverà subito.
La voce è il canto amoroso dell’essere:
Una voce! L’amato mio!
Eccolo, viene saltando
per i monti, balzando
per le colline (Ct 2,8).
E prima ancora,
l’amato chiede il canto
della voce dell’amata:
la tua voce fammi sentire (Ct 2,14).
Ed ecco come continua
il vangelo:
io conosco le mie pecore.
Gesù mi parla come uno che mi vede da sempre,
dal grembo di mia madre.
Da quando ero appena
una perla di sangue
ha seguito ogni mio passo,
ha contato
ogni mio sospiro.
Perché le pecore ascoltano?
Non per costrizione,
ma perché la voce
è amica.
E per questo bellissima,
dove ha nido il futuro.
Io do loro la vita eterna.
Che non è quella cosa interminabile e
un po’ noiosa
dalla durata indefinita
e vaga, che poco
ci interessa.
La vita eterna è
la vita dell’Eterno;
vivere la sua vastità,
la sua intensità,
il suo legame caldo
con ogni creatura.
Il vangelo ci dà la sveglia
con una immagine di lotta:
Nessuno le strapperà
dalla mia mano (v.28).
Abbiamo in mente
la parabola di Luca,
il pastore buono
che va in cerca
della pecora perduta,
la trova, se la carica
sulle spalle, e torna.
Invece per Giovanni
il pastore è un vero guerriero, che come
il piccolo Davide
difende con la sua fionda
il gregge del padre,
da lupi e da orsi.
Le sue sono le mani forti
di un lottatore contro ladri e predatori, mani vigorose che stringono un bastone, per camminare e lottare.
E se abbiamo capito male e ci restano dei dubbi,
Gesù coinvolge il Padre:
nessuno può strapparle
dalla mano del Padre (v.29).
Nessuno, mai (v.28).
Due parole perfette, assolute, senza crepe.
Nessuno,
né creature né demoni,
neppure le guerre,
nessuno ci scioglierà più dall’abbraccio
delle mani sue.
Legame forte,
non lacerabile.
Nodo amoroso
che nulla scioglie.
L’eternità è la sua mano
che ti prende per mano.
E beato chi sa fare volare
queste parole lontano,
verso tutti gli agnellini
minacciati del mondo.
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