ANDATE,
PROFUMATE DI CIELO
LE VITE CHE INCONTRATE
Gesù compie un atto di enorme,
illogica fiducia
in uomini e donne
che dubitano ancora.
Non rimane con loro
ancora un tempo,
per spiegare meglio,
per chiarire meglio.
Ma affida la lieta notizia
ai loro dubbi.
I dubbi sono come i poveri,
li avremo sempre con noi.
Ma come i poveri ci sono dati
per la nostra salvezza.
Per non arrendersi
all’ovvio e al risaputo.
Il dubbio fa parte
della natura della fede,
non esiste fede vera
senza dubbi.
Gesù affida il suo vangelo
e il mondo nuovo
che hanno sognato insieme alla fragilità
degli 11 e di alcune donne, e non all’intelligenza dei primi della classe.
È grande, proprio perché non si pone come colui che ti risolve i problemi
ma come uno che offre orizzonti e incalza
ad avanzare.
Con fiducia totale affida
ai dubitanti la verità,
chiama i claudicanti
ad andare,
gli zoppicanti a correre
fino agli estremi della terra: è la legge del granello
di senape,
del pizzico di sale,
dei piccoli che possono essere contagio di vangelo e di nascite.
Con quale scopo?
Arruolare devoti,
rinforzare il movimento? No!
Ma per un contagio, un’epidemia divina
da spargere sulla terra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate,
insegnate il mestiere
di vivere, così come
l’avete visto in me, mostrate loro quanto
sono belli e grandi e amati.
Immergeteli in Dio,
‘battezzare’ vuol dire questo:
rendere intrisi di Dio,
come è intriso, inzuppato, imbevuto d’acqua
chi è calato nel fiume,
o sotto una cascata,
nel lago, nell’oceano.
Cosa devono fare i discepoli?
Fare del mondo un laboratorio di immersione in Dio. Nel Dio che è
libertà e amore
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
ad ogni creatura.
Sono le parole che mi rivelano il cuore di Gesù,
il suo desiderio impellente che nessuno sia escluso:
Gesù mai stanco di dare vita ad ogni creatura,
in ogni angolo della terra.
E guardate chi sceglie per prolungare la sua stessa opera: creature imperfette, dalla fede fragile.
Come noi.
Come me.
Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli:
“Annunciate!” Niente altro.
Non dice: organizzate, occupate i posti chiave,
fate grandi opere caritative,
ma semplicemente: “Annunciate!”
E che cosa devo annunciare?
Il Vangelo, una lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio.
Non le mie idee più belle, non le soluzioni di tutti
i problemi, non una politica o una teologia migliore: solo il Vangelo, la vita
e la persona di Gesù, racconto della tenerezza del Padre.
A sigillo del vangelo di Marco, questa bella definizione di Gesù:
Il Signore è energia che opera con i credenti.
Il Risorto è sinergia con te, agisce in ogni gesto di bontà, ogni volta che porgi una parola fresca e viva, costruisce con te
quando costruisci pace,
quando poni segni di vita.
PROFUMATE DI CIELO
LE VITE CHE INCONTRATE
Gesù compie un atto di enorme,
illogica fiducia
in uomini e donne
che dubitano ancora.
Non rimane con loro
ancora un tempo,
per spiegare meglio,
per chiarire meglio.
Ma affida la lieta notizia
ai loro dubbi.
I dubbi sono come i poveri,
li avremo sempre con noi.
Ma come i poveri ci sono dati
per la nostra salvezza.
Per non arrendersi
all’ovvio e al risaputo.
Il dubbio fa parte
della natura della fede,
non esiste fede vera
senza dubbi.
Gesù affida il suo vangelo
e il mondo nuovo
che hanno sognato insieme alla fragilità
degli 11 e di alcune donne, e non all’intelligenza dei primi della classe.
È grande, proprio perché non si pone come colui che ti risolve i problemi
ma come uno che offre orizzonti e incalza
ad avanzare.
Con fiducia totale affida
ai dubitanti la verità,
chiama i claudicanti
ad andare,
gli zoppicanti a correre
fino agli estremi della terra: è la legge del granello
di senape,
del pizzico di sale,
dei piccoli che possono essere contagio di vangelo e di nascite.
Con quale scopo?
Arruolare devoti,
rinforzare il movimento? No!
Ma per un contagio, un’epidemia divina
da spargere sulla terra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate,
insegnate il mestiere
di vivere, così come
l’avete visto in me, mostrate loro quanto
sono belli e grandi e amati.
Immergeteli in Dio,
‘battezzare’ vuol dire questo:
rendere intrisi di Dio,
come è intriso, inzuppato, imbevuto d’acqua
chi è calato nel fiume,
o sotto una cascata,
nel lago, nell’oceano.
Cosa devono fare i discepoli?
Fare del mondo un laboratorio di immersione in Dio. Nel Dio che è
libertà e amore
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
ad ogni creatura.
Sono le parole che mi rivelano il cuore di Gesù,
il suo desiderio impellente che nessuno sia escluso:
Gesù mai stanco di dare vita ad ogni creatura,
in ogni angolo della terra.
E guardate chi sceglie per prolungare la sua stessa opera: creature imperfette, dalla fede fragile.
Come noi.
Come me.
Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli:
“Annunciate!” Niente altro.
Non dice: organizzate, occupate i posti chiave,
fate grandi opere caritative,
ma semplicemente: “Annunciate!”
E che cosa devo annunciare?
Il Vangelo, una lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio.
Non le mie idee più belle, non le soluzioni di tutti
i problemi, non una politica o una teologia migliore: solo il Vangelo, la vita
e la persona di Gesù, racconto della tenerezza del Padre.
A sigillo del vangelo di Marco, questa bella definizione di Gesù:
Il Signore è energia che opera con i credenti.
Il Risorto è sinergia con te, agisce in ogni gesto di bontà, ogni volta che porgi una parola fresca e viva, costruisce con te
quando costruisci pace,
quando poni segni di vita.
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CORAGGIO DI PACE CONTROCORRENTE
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo
venne di nuovo Gesù,
a posare la sua pace
sulle paure di Tommaso,
a posare la sua carezza
sui suoi dubbi.
In nessun testo è scritto
che sia meglio
la fede granitica,
tutta d’un pezzo,
piuttosto che quella
intrecciata ai dubbi.
Tommaso è il solo coraggioso,
l’unico che se la sente
di uscire da quella stanza e
da quella paura soffocanti.
L’unico che guarda
in faccia i propri dubbi
e li chiama per nome:
“non ci credo!”
Venne Gesù
e stette in mezzo a loro.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì.
Li ha inviati per le strade
e li ritrova ancora chiusi
in quella stanza,
ma non chiede loro
di essere perfetti,
ma di essere veri.
Pace a voi, annuncia,
come carezza
sui vostri sensi di colpa,
sui sogni non raggiunti,
sulla tristezza
che scolora i giorni.
Pace: parola viva che oggi muore nelle ipocrisie,
nelle case distrutte,
negli ospedali bombardati,
nelle file infinite
per l’acqua sporca
nella tanica,
nelle pozzanghere di fango
dove i bambini riescono ancora a
vedere il cielo.
Quel cielo sulle pozzanghere
è il nome della speranza.
Ma noi preferiamo
la vittoria sul nemico,
alla pace con lui.
Il dialogo costa fatica,
papa Francesco lo ha ripetuto fino allo sfinimento.
Noi preferiamo il subito della forza,
alla pazienza della giustizia
e del perdono.
La pace di Gesù va oltre,
è disarmante:
metti via la spada.
La pace comincia dentro,
nel disarmare le parole,
per disarmare la terra.
Poi Gesù si rivolge a Tommaso,
detto “didimo”,
cioè nostro gemello
di dubbi e di fede,
che lui aveva educato
alla libertà interiore e,
quando necessario,
a dissentire dal gruppo.
L’aveva fatto rigoroso
e coraggioso.
Gesù si propone alle sue mani:
Metti, guarda;
tendi la mano,
rispettando la fatica
di ciascuno
e i dubbi di tutti.
Onora i tempi
e “la complessità del vivere,
che ci fa tutti diversi e perciò necessari”(papa Francesco).
Gesù le piaghe non le nasconde,
quasi le esibisce.
La risurrezione
non ha richiuso
i fori dei chiodi,
che restano il punto
più alto del suo amore,
la sua gloria,
e per questo resteranno aperte per l’eternità.
Metti qui la tua mano...
qualche volta mi perdo
a immaginare che forse
un giorno anch’io sentirò
quelle parole:
toccami,
e lascerò che la sua mano
guidi la mia
nel cuore di Dio.
Nel crepacuore di Dio.
Il vangelo non dice
che Tommaso l’abbia fatto.
Che bisogno c’era?
Si fida:
mio Signore e mio Dio.
Che inganno c’è
in chi si è lasciato
spaccare il cuore per te?
La fede se non integra
l’aggettivo “mio”,
non è vera fede:
sarà religione, catechismo,
paura, teoria,
ma la fede vera è
ciò che arde (Ch. Bobin):
mani,
parole,
occhi,
cuore che ardono
Mio Signore,
mio dev’essere,
con la certezza
dell’amata del Cantico,
mio non di possesso
ma di appartenenza:
il mio amato è per me
e io sono per lui.
Tu parte di me, e io parte di te.
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo
venne di nuovo Gesù,
a posare la sua pace
sulle paure di Tommaso,
a posare la sua carezza
sui suoi dubbi.
In nessun testo è scritto
che sia meglio
la fede granitica,
tutta d’un pezzo,
piuttosto che quella
intrecciata ai dubbi.
Tommaso è il solo coraggioso,
l’unico che se la sente
di uscire da quella stanza e
da quella paura soffocanti.
L’unico che guarda
in faccia i propri dubbi
e li chiama per nome:
“non ci credo!”
Venne Gesù
e stette in mezzo a loro.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì.
Li ha inviati per le strade
e li ritrova ancora chiusi
in quella stanza,
ma non chiede loro
di essere perfetti,
ma di essere veri.
Pace a voi, annuncia,
come carezza
sui vostri sensi di colpa,
sui sogni non raggiunti,
sulla tristezza
che scolora i giorni.
Pace: parola viva che oggi muore nelle ipocrisie,
nelle case distrutte,
negli ospedali bombardati,
nelle file infinite
per l’acqua sporca
nella tanica,
nelle pozzanghere di fango
dove i bambini riescono ancora a
vedere il cielo.
Quel cielo sulle pozzanghere
è il nome della speranza.
Ma noi preferiamo
la vittoria sul nemico,
alla pace con lui.
Il dialogo costa fatica,
papa Francesco lo ha ripetuto fino allo sfinimento.
Noi preferiamo il subito della forza,
alla pazienza della giustizia
e del perdono.
La pace di Gesù va oltre,
è disarmante:
metti via la spada.
La pace comincia dentro,
nel disarmare le parole,
per disarmare la terra.
Poi Gesù si rivolge a Tommaso,
detto “didimo”,
cioè nostro gemello
di dubbi e di fede,
che lui aveva educato
alla libertà interiore e,
quando necessario,
a dissentire dal gruppo.
L’aveva fatto rigoroso
e coraggioso.
Gesù si propone alle sue mani:
Metti, guarda;
tendi la mano,
rispettando la fatica
di ciascuno
e i dubbi di tutti.
Onora i tempi
e “la complessità del vivere,
che ci fa tutti diversi e perciò necessari”(papa Francesco).
Gesù le piaghe non le nasconde,
quasi le esibisce.
La risurrezione
non ha richiuso
i fori dei chiodi,
che restano il punto
più alto del suo amore,
la sua gloria,
e per questo resteranno aperte per l’eternità.
Metti qui la tua mano...
qualche volta mi perdo
a immaginare che forse
un giorno anch’io sentirò
quelle parole:
toccami,
e lascerò che la sua mano
guidi la mia
nel cuore di Dio.
Nel crepacuore di Dio.
Il vangelo non dice
che Tommaso l’abbia fatto.
Che bisogno c’era?
Si fida:
mio Signore e mio Dio.
Che inganno c’è
in chi si è lasciato
spaccare il cuore per te?
La fede se non integra
l’aggettivo “mio”,
non è vera fede:
sarà religione, catechismo,
paura, teoria,
ma la fede vera è
ciò che arde (Ch. Bobin):
mani,
parole,
occhi,
cuore che ardono
Mio Signore,
mio dev’essere,
con la certezza
dell’amata del Cantico,
mio non di possesso
ma di appartenenza:
il mio amato è per me
e io sono per lui.
Tu parte di me, e io parte di te.
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E LA NOTTE S’ILLUMINA
Gv 3,1-8
Come può un uomo nascere di nuovo?
Gesù disse:
quello che è nato dalla carne è carne,
quello che è nato dallo spirito è spirito…
Il vento soffia dove vuole, non sai da dove viene
né dove va:
così è chiunque è nato dallo Spirito.
Nel dialogo notturno con Nicodemo Gesù se ne esce con una delle frasi più belle, per me almeno,
ed emozionanti del Vangelo: al versetto 6 “Quello che è nato dallo spirito è spirito”.
E la notte si illumina.
Un uomo che è nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito.
Non solo è tempio dello Spirito, ma è della stessa natura, della stessa pasta dello Spirito.
E non c’è maiuscolo o minuscolo nei testi originali del vangelo.
Maiuscolo per indicare lo Spirito di Dio,
la sua forza vitale e illimitata,
minuscolo per indicare lo spirito debole dell’uomo.
Non si riesce a distinguere se lo spirito si riferisca a quello dell’uomo o a quello di Dio.
Questa “confusione” è straordinaria.
Bellissima idea di Dio e uomo uniti nello spirito.
Molte volte san Paolo ha affermato:
Voi siete Tempio dello Spirito Santo, (1Cor 6,19-20) ma oggi il Vangelo annuncia qualcosa di molto più potente:
VOI NON SOLO SIETE CASA, tempio, santuario dello Spirito MA SIETE SPIRITO.
Io vivo delle mie radici e le mie radici sono lo Spirito di Dio.
Ogni essere genera figli secondo la propria specie.
Anche Dio genera figli secondo la specie di Dio.
Poterlo dire a te,
che ascolti, che credi,
che tremi,
che dubiti:
Tu sei Spirito,
perché lo Spirito è tuo Padre
e ti ha dato il suo DNA,
ti ha trasmesso i cromosomi divini,
che sono amore,
libertà, speranza, coraggio, vita eterna, bellezza, luce.
P. Giovanni Vannucci scriveva: l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue!
Nel sangue!
non come qualcosa di separato,
di sopraggiunto, ma
come vita della mia vita.
Così come non è separato il tralcio dalla vite,
non è separata l’acqua dalla sorgente.
Unica linfa, unica vita!
Gv 3,1-8
Come può un uomo nascere di nuovo?
Gesù disse:
quello che è nato dalla carne è carne,
quello che è nato dallo spirito è spirito…
Il vento soffia dove vuole, non sai da dove viene
né dove va:
così è chiunque è nato dallo Spirito.
Nel dialogo notturno con Nicodemo Gesù se ne esce con una delle frasi più belle, per me almeno,
ed emozionanti del Vangelo: al versetto 6 “Quello che è nato dallo spirito è spirito”.
E la notte si illumina.
Un uomo che è nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito.
Non solo è tempio dello Spirito, ma è della stessa natura, della stessa pasta dello Spirito.
E non c’è maiuscolo o minuscolo nei testi originali del vangelo.
Maiuscolo per indicare lo Spirito di Dio,
la sua forza vitale e illimitata,
minuscolo per indicare lo spirito debole dell’uomo.
Non si riesce a distinguere se lo spirito si riferisca a quello dell’uomo o a quello di Dio.
Questa “confusione” è straordinaria.
Bellissima idea di Dio e uomo uniti nello spirito.
Molte volte san Paolo ha affermato:
Voi siete Tempio dello Spirito Santo, (1Cor 6,19-20) ma oggi il Vangelo annuncia qualcosa di molto più potente:
VOI NON SOLO SIETE CASA, tempio, santuario dello Spirito MA SIETE SPIRITO.
Io vivo delle mie radici e le mie radici sono lo Spirito di Dio.
Ogni essere genera figli secondo la propria specie.
Anche Dio genera figli secondo la specie di Dio.
Poterlo dire a te,
che ascolti, che credi,
che tremi,
che dubiti:
Tu sei Spirito,
perché lo Spirito è tuo Padre
e ti ha dato il suo DNA,
ti ha trasmesso i cromosomi divini,
che sono amore,
libertà, speranza, coraggio, vita eterna, bellezza, luce.
P. Giovanni Vannucci scriveva: l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue!
Nel sangue!
non come qualcosa di separato,
di sopraggiunto, ma
come vita della mia vita.
Così come non è separato il tralcio dalla vite,
non è separata l’acqua dalla sorgente.
Unica linfa, unica vita!
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VOI AVETE IL NIDO NELLE SUE MANI
Il Battista è in carcere,
in Galilea crescono
rifiuto e ostilità,
i miracoli di Cafarnao e di Betsaida
non convertono nessuno,
eppure,
nel pieno della crisi,
Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi,
ai piccoli.
In quell'aria di sconfitta,
si apre uno squarcio inatteso che lo riempie di gioia:
Padre, ti benedico,
ti rendo lode,
ti ringrazio,
perché ti sei rivelato
ai piccoli.
Gesù non se l'aspettava e si stupisce della novità.
La meraviglia lo invade
e lo senti felice.
I piccoli sono coloro che
ce la fanno a vivere solo
se qualcuno si prende
cura di loro.
Dio è vicino
a ciò che è piccolo,
ama ciò che è spezzato.
Quando gli uomini dicono: "perduto", egli dice: "trovato", quando dicono: "condannato", egli dice: "salvato!" (Bonhoeffer).
Il posto vuoto dei grandi
lo riempiono pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani.
I preferiti di Dio.
E per entrare pienamente
nel mistero Suo
vale più un'ora passata
dentro il mondo di uno
di questi piccoli,
che anni di studi
di teologia.
Ti voglio bene, mio Dio, perché hai rivelate queste cose ai piccoli...
di quali cose si tratta?
Un piccolo, un bambino capisce subito l'essenziale: se gli vuoi bene o no.
In fondo è questo il segreto della vita buona,
e non ce n'è un altro.
Voi valete più di molti passeri,
voi avete il nido
nelle sue mani.
Allora venite a me,
voi stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro.
La pace si sceglie.
La pienezza della vita
si impara.
E a vivere si impara, scegliendo il cuore di Dio, alla cui scuola andava
la vita di Gesù.
Quest’uomo senza poteri, libero come il vento, leggero come la luce, dignitoso e nobile,
che nulla e nessuno
ha mai potuto piegare.
Venite a me,
voi tutti che siete stanchi
e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Non un nuovo sistema
di pensiero,
ma il ristoro,
il conforto del vivere.
Le nostre prediche,
i nostri tanti incontri devono raccontare
la speranza,
altrimenti sono
la tomba della domanda dell'uomo
e della risposta di Dio.
Invece, là dove
le domande dell'uomo
e la bellezza del Dio di Gesù si incontrano,
lì esplode la vita.
Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero:
il giogo, nella Bibbia,
indica la Legge,
e la legge di Gesù
è l'amore.
Prendetelo su di voi! L’amore è un re leggero,
un tiranno amabile, instancabile nel generare, curare,
Non è difficile Dio:
sta al fianco
di chi non ce la fa,
porta quel pane d'amore
di cui ha bisogno
ogni cuore.
Io non amerò
un Dio generico,
amerò il Padre di Gesù Cristo, l'Abbà,
e lo amerò come figlio, come uno dei piccoli
a cui si è rivelato.
E poi non farò altro, perché: “attraverso il riposo
e la pace del vostro cuore, in migliaia attorno a voi saranno salvati,
e troveranno ristoro” (A. Louf).
Il Battista è in carcere,
in Galilea crescono
rifiuto e ostilità,
i miracoli di Cafarnao e di Betsaida
non convertono nessuno,
eppure,
nel pieno della crisi,
Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi,
ai piccoli.
In quell'aria di sconfitta,
si apre uno squarcio inatteso che lo riempie di gioia:
Padre, ti benedico,
ti rendo lode,
ti ringrazio,
perché ti sei rivelato
ai piccoli.
Gesù non se l'aspettava e si stupisce della novità.
La meraviglia lo invade
e lo senti felice.
I piccoli sono coloro che
ce la fanno a vivere solo
se qualcuno si prende
cura di loro.
Dio è vicino
a ciò che è piccolo,
ama ciò che è spezzato.
Quando gli uomini dicono: "perduto", egli dice: "trovato", quando dicono: "condannato", egli dice: "salvato!" (Bonhoeffer).
Il posto vuoto dei grandi
lo riempiono pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani.
I preferiti di Dio.
E per entrare pienamente
nel mistero Suo
vale più un'ora passata
dentro il mondo di uno
di questi piccoli,
che anni di studi
di teologia.
Ti voglio bene, mio Dio, perché hai rivelate queste cose ai piccoli...
di quali cose si tratta?
Un piccolo, un bambino capisce subito l'essenziale: se gli vuoi bene o no.
In fondo è questo il segreto della vita buona,
e non ce n'è un altro.
Voi valete più di molti passeri,
voi avete il nido
nelle sue mani.
Allora venite a me,
voi stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro.
La pace si sceglie.
La pienezza della vita
si impara.
E a vivere si impara, scegliendo il cuore di Dio, alla cui scuola andava
la vita di Gesù.
Quest’uomo senza poteri, libero come il vento, leggero come la luce, dignitoso e nobile,
che nulla e nessuno
ha mai potuto piegare.
Venite a me,
voi tutti che siete stanchi
e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Non un nuovo sistema
di pensiero,
ma il ristoro,
il conforto del vivere.
Le nostre prediche,
i nostri tanti incontri devono raccontare
la speranza,
altrimenti sono
la tomba della domanda dell'uomo
e della risposta di Dio.
Invece, là dove
le domande dell'uomo
e la bellezza del Dio di Gesù si incontrano,
lì esplode la vita.
Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero:
il giogo, nella Bibbia,
indica la Legge,
e la legge di Gesù
è l'amore.
Prendetelo su di voi! L’amore è un re leggero,
un tiranno amabile, instancabile nel generare, curare,
Non è difficile Dio:
sta al fianco
di chi non ce la fa,
porta quel pane d'amore
di cui ha bisogno
ogni cuore.
Io non amerò
un Dio generico,
amerò il Padre di Gesù Cristo, l'Abbà,
e lo amerò come figlio, come uno dei piccoli
a cui si è rivelato.
E poi non farò altro, perché: “attraverso il riposo
e la pace del vostro cuore, in migliaia attorno a voi saranno salvati,
e troveranno ristoro” (A. Louf).
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RINASCERE
ALLA VOGLIA DI AMARE
Si è appena spenta
la scena irruente di Gesù
che scaccia i mercanti
dal tempio,
e a Gerusalemme
capi e gente comune ancora parlano di quel giovane rabbi.
Ora, da quella scena clamorosa e sovversiva,
si passa a un vangelo intimo e raccolto.
Nicodemo ha grande stima di Gesù
e vuole capire di più,
ma non osa compromettersi,
così si reca da lui di notte.
La luce è venuta
nel mondo
ma gli uomini
hanno preferito le tenebre.
Nicodemo non capisce.
Anch’io non capisco.
Da dove viene
questo dramma
del preferire le tenebre?
Da dove il tremendo
fascino del nulla?
So di poter dire,
con l'eco che hanno
le cose grandi:
i tuoi figli, Signore,
non sono cattivi,
sono fragili,
si ingannano facilmente.
Preferiscono le tenebre perché l'angelo delle tenebre è menzogna,
e si maschera da angelo della luce.
Promette felicità e libertà,
e seduce,
perché l'uomo va dove
il suo cuore gli dice
che troverà la felicità.
E che sono inganni
lo so,
e tutti e due sappiamo
che non potrò
non ingannarmi ancora (Turoldo).
v. 16. Dio ha tanto amato
il mondo da dare
il suo Figlio,
perché chiunque crede non vada perduto,
ma abbia la vita eterna.
Siamo al versetto centrale del vangelo di Giovanni,
il versetto dello stupore che rinasce ogni volta
per parole buone come
il miele,
tonificanti come una camminata in riva al mare fra spruzzi d’onde
e aria buona respirata
a pieni polmoni:
Dio ha tanto amato il mondo...
Versetto decisivo,
centro del vangelo
di Giovanni,
parole da riassaporare
ogni giorno
e alle quali aggrapparci forte nell’ultimo passaggio:
ha tanto amato da dare suo Figlio.
A queste parole la notte
di Nicodemo si illumina.
E le nostre notti.
Qui possiamo rinascere.
Ogni giorno.
Alla fiducia,
alla speranza,
alla serena pace,
alla voglia di amare,
di vivere,
di custodire e coltivare
persone e cose,
e ogni più piccolo
giardino di Dio.
La rivelazione di Gesù:
Dio ha considerato
il mondo,
ogni uomo,
più importante
di se stesso.
Per acquistare me
ha perduto se stesso.
Follia d’amore.
Se Egli ha amato il mondo
e non solo noi,
il mondo con la sua bellezza fragile,
allora anche tu amerai
il creato come te stesso,
lo amerai
come il prossimo tuo:
“mio prossimo è tutto ciò che vive” Gandhi). (
Perché il mondo sia salvato:
salvare vuol dire conservare,
e nulla andrà perduto,
non un sospiro,
non una lacrima,
non un filo d'erba.
Non va perduta
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza,
nessun gesto di cura per quanto piccolo e nascosto:
Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se potrò alleviare il Dolore di una Vita, o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano. (Emily Dickinson).
Dio ha tanto amato,
e noi con lui
ci impegniamo
non per salvare il mondo,
l'ha già salvato lui,
ma semplicemente
per amarlo.
Ci impegniamo non
per convertire le persone, ma per amarle.
Se non per sempre, almeno per oggi.
Se non tanto,
almeno un po'.
E fare così, perché così fa Dio.
Il vero ateo non è
chi non crede,
ma chi non ama.
ALLA VOGLIA DI AMARE
Si è appena spenta
la scena irruente di Gesù
che scaccia i mercanti
dal tempio,
e a Gerusalemme
capi e gente comune ancora parlano di quel giovane rabbi.
Ora, da quella scena clamorosa e sovversiva,
si passa a un vangelo intimo e raccolto.
Nicodemo ha grande stima di Gesù
e vuole capire di più,
ma non osa compromettersi,
così si reca da lui di notte.
La luce è venuta
nel mondo
ma gli uomini
hanno preferito le tenebre.
Nicodemo non capisce.
Anch’io non capisco.
Da dove viene
questo dramma
del preferire le tenebre?
Da dove il tremendo
fascino del nulla?
So di poter dire,
con l'eco che hanno
le cose grandi:
i tuoi figli, Signore,
non sono cattivi,
sono fragili,
si ingannano facilmente.
Preferiscono le tenebre perché l'angelo delle tenebre è menzogna,
e si maschera da angelo della luce.
Promette felicità e libertà,
e seduce,
perché l'uomo va dove
il suo cuore gli dice
che troverà la felicità.
E che sono inganni
lo so,
e tutti e due sappiamo
che non potrò
non ingannarmi ancora (Turoldo).
v. 16. Dio ha tanto amato
il mondo da dare
il suo Figlio,
perché chiunque crede non vada perduto,
ma abbia la vita eterna.
Siamo al versetto centrale del vangelo di Giovanni,
il versetto dello stupore che rinasce ogni volta
per parole buone come
il miele,
tonificanti come una camminata in riva al mare fra spruzzi d’onde
e aria buona respirata
a pieni polmoni:
Dio ha tanto amato il mondo...
Versetto decisivo,
centro del vangelo
di Giovanni,
parole da riassaporare
ogni giorno
e alle quali aggrapparci forte nell’ultimo passaggio:
ha tanto amato da dare suo Figlio.
A queste parole la notte
di Nicodemo si illumina.
E le nostre notti.
Qui possiamo rinascere.
Ogni giorno.
Alla fiducia,
alla speranza,
alla serena pace,
alla voglia di amare,
di vivere,
di custodire e coltivare
persone e cose,
e ogni più piccolo
giardino di Dio.
La rivelazione di Gesù:
Dio ha considerato
il mondo,
ogni uomo,
più importante
di se stesso.
Per acquistare me
ha perduto se stesso.
Follia d’amore.
Se Egli ha amato il mondo
e non solo noi,
il mondo con la sua bellezza fragile,
allora anche tu amerai
il creato come te stesso,
lo amerai
come il prossimo tuo:
“mio prossimo è tutto ciò che vive” Gandhi). (
Perché il mondo sia salvato:
salvare vuol dire conservare,
e nulla andrà perduto,
non un sospiro,
non una lacrima,
non un filo d'erba.
Non va perduta
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza,
nessun gesto di cura per quanto piccolo e nascosto:
Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se potrò alleviare il Dolore di una Vita, o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano. (Emily Dickinson).
Dio ha tanto amato,
e noi con lui
ci impegniamo
non per salvare il mondo,
l'ha già salvato lui,
ma semplicemente
per amarlo.
Ci impegniamo non
per convertire le persone, ma per amarle.
Se non per sempre, almeno per oggi.
Se non tanto,
almeno un po'.
E fare così, perché così fa Dio.
Il vero ateo non è
chi non crede,
ma chi non ama.
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GIUSEPPE HA GLI STESSI SOGNI DI DIO
Giuseppe ben Yacob,
di Betlemme,
mani indurite dal lavoro e cuore intenerito dall’amore e dai sogni.
Ascoltatore silenzioso
del brusio degli angeli attraverso l’umile via
dei sogni.
Sposo che non rivendica mai la primogenitura
del sì di Maria,
detto a lui prima ancora che a Dio,
è per il piccolo Gesù l’esperienza fondativa
di cosa significhi un cuore di padre.
La lettera apostolica Patris corde, con cui Francesco aveva istituito
l’anno di san Giuseppe,
ne disegna un ritratto bello come una sorpresa,
vivo come una ventata d’aria fresca.
Il mondo ha bisogno di padri e «Giuseppe è sulla terra l’ombra del Padre celeste» (PC).
Da chi ha imparato Gesù ad andare oltre la legge antica,
a mettere la persona prima delle regole,
se non ascoltando
da Giuseppe il racconto
di come si sono conosciuti lui e Maria
e del dramma vissuto (voleva ripudiarla in segreto...)?
Ai figli piace sentire
queste storie.
Dove ha capito il piccolo Gesù che l’amore
viene prima di tutto,
che è sempre un po’ fuorilegge?
Dove ha imparato a scegliere il termine affettuoso di “abbà”
per dire l’Altissimo,
quella parola da bambini,
un balbettìo nel dialetto
del cuore, se non
in quell’uomo dagli occhi
e dal cuore profondi?
Nel suo volto e nel suo vigore Gesù ha letto
la parabola della combattiva tenerezza
di Dio, e ne è diventato
il racconto.
Giuseppe, il giusto,
nel Vangelo di Matteo sogna quattro volte:
l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio;
ne vive,
perché «la vita trae radici dal sogno» (Turoldo);
non si accontenta del mondo così com’è.
Mentre noi viviamo in una società cui sono stati scippati i sogni,
che punta più a mantenere l’esistente che a generare futuro possibile.
Senza risveglio –
ha detto con molta intelligenza Roberto Benigni –
non si può sognare”.
Giuseppe è risvegliato
dai sogni e agisce, nonostante che ogni volta si tratti di un annunzio parziale,
di luce appena
per il primo passo.
Sono sogni di parole.
Ed è ciò che è concesso
a tutti e a ciascuno,
a chi si lascia abitare dal Vangelo con il suo sogno
di cieli nuovi e terra nuova.
Giuseppe ama Maria
al punto di sognarsela anche di notte;
l’ama più della propria discendenza,
più della propria
paternità fisica.
Il suo non è un rassegnato, ma un virile e straordinario “sì” alla realtà
che non ha deciso lui,
e che gli viene annunciata in sogno.
“La vita spirituale che Giuseppe, sposo nell’accoglienza, ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie”(PC),
nella fragilità
e in profonda tenerezza.
In un mondo di violenza psicologica e fisica
sulla donna,
Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato, che si decide
per la reputazione,
la dignità e la vita di Maria.
Secondo sogno: prendi
il bimbo e sua madre
e fuggi in Egitto.
Giuseppe si alza,
stringe a sé la famiglia,
si mette in cammino.
Tre verbi da scolpire
nel diario di casa,
decisivi per le sorti
di ogni famiglia
e per le sorti del mondo: seguire un sogno,
avviare un cammino, custodire.
Mettersi in cammino
è la seconda azione.
Non stare fermi,
anche se Dio offre poco, solo la direzione
verso cui fuggire;
è allora che subentrano
il coraggio e l’intelligenza, la creatività e la tenacia
di Giuseppe.
Tocca a lui studiare itinerari e riposi,
misurare fatica e forze.
Il Signore non offre un prontuario,
accende obbiettivi,
poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.
Il terzo verbo è custodire, stringere a sé.
Due ragazzi innamorati e un neonato, quasi niente, ma le sorti del mondo
si decidono dentro questa famiglia di profughi
e profeti, protettrice dei migranti e degli innamorati.
«Erode è morto, ritorna in terra d’Israele».
Di nuovo in cammino,
vero padre anche se nascosto e
in seconda linea:
“tutte le volte che qualcuno si assume
la responsabilità della vita di un altro,
in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti” (PC).
Un ultimo sogno gli indica la Galilea.
Giuseppe ben Yacob,
di Betlemme,
mani indurite dal lavoro e cuore intenerito dall’amore e dai sogni.
Ascoltatore silenzioso
del brusio degli angeli attraverso l’umile via
dei sogni.
Sposo che non rivendica mai la primogenitura
del sì di Maria,
detto a lui prima ancora che a Dio,
è per il piccolo Gesù l’esperienza fondativa
di cosa significhi un cuore di padre.
La lettera apostolica Patris corde, con cui Francesco aveva istituito
l’anno di san Giuseppe,
ne disegna un ritratto bello come una sorpresa,
vivo come una ventata d’aria fresca.
Il mondo ha bisogno di padri e «Giuseppe è sulla terra l’ombra del Padre celeste» (PC).
Da chi ha imparato Gesù ad andare oltre la legge antica,
a mettere la persona prima delle regole,
se non ascoltando
da Giuseppe il racconto
di come si sono conosciuti lui e Maria
e del dramma vissuto (voleva ripudiarla in segreto...)?
Ai figli piace sentire
queste storie.
Dove ha capito il piccolo Gesù che l’amore
viene prima di tutto,
che è sempre un po’ fuorilegge?
Dove ha imparato a scegliere il termine affettuoso di “abbà”
per dire l’Altissimo,
quella parola da bambini,
un balbettìo nel dialetto
del cuore, se non
in quell’uomo dagli occhi
e dal cuore profondi?
Nel suo volto e nel suo vigore Gesù ha letto
la parabola della combattiva tenerezza
di Dio, e ne è diventato
il racconto.
Giuseppe, il giusto,
nel Vangelo di Matteo sogna quattro volte:
l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio;
ne vive,
perché «la vita trae radici dal sogno» (Turoldo);
non si accontenta del mondo così com’è.
Mentre noi viviamo in una società cui sono stati scippati i sogni,
che punta più a mantenere l’esistente che a generare futuro possibile.
Senza risveglio –
ha detto con molta intelligenza Roberto Benigni –
non si può sognare”.
Giuseppe è risvegliato
dai sogni e agisce, nonostante che ogni volta si tratti di un annunzio parziale,
di luce appena
per il primo passo.
Sono sogni di parole.
Ed è ciò che è concesso
a tutti e a ciascuno,
a chi si lascia abitare dal Vangelo con il suo sogno
di cieli nuovi e terra nuova.
Giuseppe ama Maria
al punto di sognarsela anche di notte;
l’ama più della propria discendenza,
più della propria
paternità fisica.
Il suo non è un rassegnato, ma un virile e straordinario “sì” alla realtà
che non ha deciso lui,
e che gli viene annunciata in sogno.
“La vita spirituale che Giuseppe, sposo nell’accoglienza, ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie”(PC),
nella fragilità
e in profonda tenerezza.
In un mondo di violenza psicologica e fisica
sulla donna,
Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato, che si decide
per la reputazione,
la dignità e la vita di Maria.
Secondo sogno: prendi
il bimbo e sua madre
e fuggi in Egitto.
Giuseppe si alza,
stringe a sé la famiglia,
si mette in cammino.
Tre verbi da scolpire
nel diario di casa,
decisivi per le sorti
di ogni famiglia
e per le sorti del mondo: seguire un sogno,
avviare un cammino, custodire.
Mettersi in cammino
è la seconda azione.
Non stare fermi,
anche se Dio offre poco, solo la direzione
verso cui fuggire;
è allora che subentrano
il coraggio e l’intelligenza, la creatività e la tenacia
di Giuseppe.
Tocca a lui studiare itinerari e riposi,
misurare fatica e forze.
Il Signore non offre un prontuario,
accende obbiettivi,
poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.
Il terzo verbo è custodire, stringere a sé.
Due ragazzi innamorati e un neonato, quasi niente, ma le sorti del mondo
si decidono dentro questa famiglia di profughi
e profeti, protettrice dei migranti e degli innamorati.
«Erode è morto, ritorna in terra d’Israele».
Di nuovo in cammino,
vero padre anche se nascosto e
in seconda linea:
“tutte le volte che qualcuno si assume
la responsabilità della vita di un altro,
in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti” (PC).
Un ultimo sogno gli indica la Galilea.
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A Nazaret Giuseppe scava nel cuore e spalanca spazi a quella donna e
a quel bambino che porta in sé un “inedito” rivelabile solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà.
Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita.
Non trattenerlo,
non imprigionarlo,
ma renderlo capace di scelte,
di libertà,
di partenze.
Donargli grandi ali.
Così ha fatto Giuseppe, concreto e sognatore, sposo nella tenera accoglienza,
padre amato
nel quotidiano e nascosto coraggio creativo.
a quel bambino che porta in sé un “inedito” rivelabile solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà.
Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita.
Non trattenerlo,
non imprigionarlo,
ma renderlo capace di scelte,
di libertà,
di partenze.
Donargli grandi ali.
Così ha fatto Giuseppe, concreto e sognatore, sposo nella tenera accoglienza,
padre amato
nel quotidiano e nascosto coraggio creativo.
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LA CONDIVISIONE:
IL MIRACOLO DEL DONO
Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra
non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava
di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane
è l’unico segno riferito
da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo
ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente,
di un evento decisivo
per capire la vita e
il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti
ad un eclatante miracolo
siamo di fronte
ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno
di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e
il Salmo del buon pastore,
c’è il monte
grande simbolo
della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette,
simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo
dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e
di gemme che fioriscono,
per grazia.
Modello del discepolo
oggi è un ragazzo
senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale
della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema
del nostro mondo
non è la penuria di pane,
ma la povertà
di quel lievito che incalza
e spinge a condividere,
a fare di ciò che hai
un sacramento
di comunione.
“Al mondo, il cristiano
non fornisce pane, fornisce lievito”
(Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane
che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane
sulla terra che
a condividerlo basterebbe
per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole
a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi
solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
IL MIRACOLO DEL DONO
Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra
non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava
di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane
è l’unico segno riferito
da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo
ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente,
di un evento decisivo
per capire la vita e
il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti
ad un eclatante miracolo
siamo di fronte
ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno
di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e
il Salmo del buon pastore,
c’è il monte
grande simbolo
della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette,
simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo
dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e
di gemme che fioriscono,
per grazia.
Modello del discepolo
oggi è un ragazzo
senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale
della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema
del nostro mondo
non è la penuria di pane,
ma la povertà
di quel lievito che incalza
e spinge a condividere,
a fare di ciò che hai
un sacramento
di comunione.
“Al mondo, il cristiano
non fornisce pane, fornisce lievito”
(Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane
che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane
sulla terra che
a condividerlo basterebbe
per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole
a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi
solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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INCIAMPANDO
SU TRACCE DI DIO DOVUNQUE
Mostraci il Padre,
e ci basta.
Parole grandi,
perfino troppo.
Davvero Dio ci basta?
Alzi la mano chi risponde
di sì,
con il cuore che non esita.
Teresa d’Avila cantava:
solo Dios basta.
Ma subito dopo aggiungeva:
“se sarò salva lo devo, dopo Dio, agli amici”.
Allora Dio non basta più,
neppure a te,
grande mistica?
Anche il tuo cuore
ha bisogno di persone?
Signore, mostraci il Padre. Vogliamo vedere,
toccare,
ascoltare,
sentire Dio.
Pensare Dio
non basta a nessuno.
I cinque sensi sono
i nostri promontori
attraverso i quali
ci addentriamo
nel mare del mondo,
sono le antenne
con cui lo esploriamo.
Mostraci il Padre…
perché Dio
non resti un’idea,
non sia un fantasma.
Lo chiedono i salmi:
“mostraci il tuo volto, Signore”.
E l’amato del Cantico
dei Cantici prega:
“il tuo viso fammi vedere,
la tua voce fammi sentire”.
La risposta di Gesù:
chi vede me,
vede il Padre.
Guardi Gesù,
come vive,
come ama,
come accoglie,
come si muove libero
e regale fra le cose,
come parla,
come muore,
e capisci che
un uomo così
non può essere che Dio.
Vedi Dio in un uomo.
E vedo che il grande
è rivelato nel piccolo,
che Dio lo vedi in un uomo.
Che lo Spirito si fa carne;
il Verbo mette
la sua tenda nel nostro accampamento;
il cielo è seminato
nella terra,
l’universo in un atomo.
MA È COSÌ BELLO
TUTTO QUESTO:
che Dio non stia
al di là delle stelle,
ma qui in questo nostro vivere, patire, sorridere, dubitare, inciampare, osare, tentare amore
e felicità.
É così bello che noi,
col nostro passo breve,
si possa “camminare” Dio,
che è il vicino/lontano.
BEATI i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno occhi tanto limpidi
da vedere tracce di Dio dovunque:
nelle spirali delle galassie e negli occhi di un bambino, nel misterioso servizio è alla vita del piccolo insetto,
nel gemito e
NELLA GIOIA
DI OGNI CREATURA
SOTTO IL SOLE.
SU TRACCE DI DIO DOVUNQUE
Mostraci il Padre,
e ci basta.
Parole grandi,
perfino troppo.
Davvero Dio ci basta?
Alzi la mano chi risponde
di sì,
con il cuore che non esita.
Teresa d’Avila cantava:
solo Dios basta.
Ma subito dopo aggiungeva:
“se sarò salva lo devo, dopo Dio, agli amici”.
Allora Dio non basta più,
neppure a te,
grande mistica?
Anche il tuo cuore
ha bisogno di persone?
Signore, mostraci il Padre. Vogliamo vedere,
toccare,
ascoltare,
sentire Dio.
Pensare Dio
non basta a nessuno.
I cinque sensi sono
i nostri promontori
attraverso i quali
ci addentriamo
nel mare del mondo,
sono le antenne
con cui lo esploriamo.
Mostraci il Padre…
perché Dio
non resti un’idea,
non sia un fantasma.
Lo chiedono i salmi:
“mostraci il tuo volto, Signore”.
E l’amato del Cantico
dei Cantici prega:
“il tuo viso fammi vedere,
la tua voce fammi sentire”.
La risposta di Gesù:
chi vede me,
vede il Padre.
Guardi Gesù,
come vive,
come ama,
come accoglie,
come si muove libero
e regale fra le cose,
come parla,
come muore,
e capisci che
un uomo così
non può essere che Dio.
Vedi Dio in un uomo.
E vedo che il grande
è rivelato nel piccolo,
che Dio lo vedi in un uomo.
Che lo Spirito si fa carne;
il Verbo mette
la sua tenda nel nostro accampamento;
il cielo è seminato
nella terra,
l’universo in un atomo.
MA È COSÌ BELLO
TUTTO QUESTO:
che Dio non stia
al di là delle stelle,
ma qui in questo nostro vivere, patire, sorridere, dubitare, inciampare, osare, tentare amore
e felicità.
É così bello che noi,
col nostro passo breve,
si possa “camminare” Dio,
che è il vicino/lontano.
BEATI i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati quelli che hanno occhi tanto limpidi
da vedere tracce di Dio dovunque:
nelle spirali delle galassie e negli occhi di un bambino, nel misterioso servizio è alla vita del piccolo insetto,
nel gemito e
NELLA GIOIA
DI OGNI CREATURA
SOTTO IL SOLE.
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TU, MI VUOI BENE?
I sette discepoli
sono tornati là dove
tutto avevaavuto inizio,
al loro mestiere di prima,
alle parole di sempre:
vado a pescare,
veniamo anche noi.
L’ultimo incontro
con il Risorto avviene
nella normalità
del quotidiano.
L’infinito scende
alla latitudine di casa.
Il cerchio delle azioni
di tutti i giorni è il luogo dove incontrare colui che
se n’è andato dai recinti
del sacro e abita
il “profano”:
l’infinito è nella vita,
e la vita è infinita.
L’abbandonato ritorna
da coloro che sanno
solo abbandonare, e
invece di chiedere loro
di inginocchiarsi,
è lui che si inginocchia
davanti al fuoco di brace,
come una madre che
si mette a preparare
il cibo per i suoi di casa,
come un amico.
È il suo stile:
tenerezza, umiltà, cura.
Amici, vi chiamo,
non servi.
E chiede:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
Così il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme,
e non li distingui più.
In questo clima di amicizia
e semplicità,
seduti all’alba attorno
a poche braci,
il dialogo sublime
tra Gesù e Pietro.
Gesù, maestro di umanità,
usa il linguaggio
più semplice,
pone domande risuonate
sulla terra infinite volte,
sotto tutti i cieli,
in bocca a tutti
gli innamorati che
non si stancano di sapere:
mi ami? Mi vuoi bene?
Semplicità estrema
di parole che
non bastano mai,
perché la vita ne ha fame;
di domande e risposte che
anche un bambino capisce
perché è quello che
si sente dire dalla mamma
tutti i giorni.
Il linguaggio del sacro
diventa il linguaggio
delle radici profonde
della vita.
La vera religione non è mai separata dalla vita.
E sono tre domande,
sempre uguali,
sempre diverse:
1. Simone di Giovanni,
mi ami più di tutti?
Pietro risponde
con un altro verbo,
quello più umile, più nostro,
verbo dell’amicizia
e dell’affetto:
ti voglio bene.
E non si misura con gli altri.
2. Seconda domanda:
Simone di Giovanni,
tu mi ami?
Pietro mantiene
il profilo basso
di chi conosce bene
il cuore dell’uomo,
e risponde ancora con quel nostro verbo così umano:
ti sono amico.
3. Nella terza domanda
succede qualcosa
di straordinario.
Gesù adotta il verbo
di Pietro, si abbassa,
si avvicina,
lo raggiunge là dov’è:
Simone, mi vuoi bene?
Dammi affetto,
se l’amore è troppo;
amicizia,
se l’amore ti mette paura.
Pietro, un po’ d’amicizia
posso averla da te?
E mi basterà, perché io cerco la sincerità del cuore.
Gesù rallenta il passo
sul ritmo del nostro,
la misura di Pietro
diventa più importante
delle sue esigenze;
così è l’amore vero,
che mette il tu prima dell’io.
Pietro sente il pianto
salirgli in gola:
vede Dio
mendicante d’amore,
Dio delle briciole,
cui basta così poco,
solo la verità
di un cuore sincero.
E credo che
nell’ultimo giorno,
anche se per mille volte
l’avrò deluso o tradito,
il Signore per mille volte
mi chiederà
come a Simone:
Mi vuoi bene?
E io non dovrò fare altro
che rispondere,
per mille volte,
solo questo:
Sì, ti voglio bene!
I sette discepoli
sono tornati là dove
tutto avevaavuto inizio,
al loro mestiere di prima,
alle parole di sempre:
vado a pescare,
veniamo anche noi.
L’ultimo incontro
con il Risorto avviene
nella normalità
del quotidiano.
L’infinito scende
alla latitudine di casa.
Il cerchio delle azioni
di tutti i giorni è il luogo dove incontrare colui che
se n’è andato dai recinti
del sacro e abita
il “profano”:
l’infinito è nella vita,
e la vita è infinita.
L’abbandonato ritorna
da coloro che sanno
solo abbandonare, e
invece di chiedere loro
di inginocchiarsi,
è lui che si inginocchia
davanti al fuoco di brace,
come una madre che
si mette a preparare
il cibo per i suoi di casa,
come un amico.
È il suo stile:
tenerezza, umiltà, cura.
Amici, vi chiamo,
non servi.
E chiede:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
Così il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme,
e non li distingui più.
In questo clima di amicizia
e semplicità,
seduti all’alba attorno
a poche braci,
il dialogo sublime
tra Gesù e Pietro.
Gesù, maestro di umanità,
usa il linguaggio
più semplice,
pone domande risuonate
sulla terra infinite volte,
sotto tutti i cieli,
in bocca a tutti
gli innamorati che
non si stancano di sapere:
mi ami? Mi vuoi bene?
Semplicità estrema
di parole che
non bastano mai,
perché la vita ne ha fame;
di domande e risposte che
anche un bambino capisce
perché è quello che
si sente dire dalla mamma
tutti i giorni.
Il linguaggio del sacro
diventa il linguaggio
delle radici profonde
della vita.
La vera religione non è mai separata dalla vita.
E sono tre domande,
sempre uguali,
sempre diverse:
1. Simone di Giovanni,
mi ami più di tutti?
Pietro risponde
con un altro verbo,
quello più umile, più nostro,
verbo dell’amicizia
e dell’affetto:
ti voglio bene.
E non si misura con gli altri.
2. Seconda domanda:
Simone di Giovanni,
tu mi ami?
Pietro mantiene
il profilo basso
di chi conosce bene
il cuore dell’uomo,
e risponde ancora con quel nostro verbo così umano:
ti sono amico.
3. Nella terza domanda
succede qualcosa
di straordinario.
Gesù adotta il verbo
di Pietro, si abbassa,
si avvicina,
lo raggiunge là dov’è:
Simone, mi vuoi bene?
Dammi affetto,
se l’amore è troppo;
amicizia,
se l’amore ti mette paura.
Pietro, un po’ d’amicizia
posso averla da te?
E mi basterà, perché io cerco la sincerità del cuore.
Gesù rallenta il passo
sul ritmo del nostro,
la misura di Pietro
diventa più importante
delle sue esigenze;
così è l’amore vero,
che mette il tu prima dell’io.
Pietro sente il pianto
salirgli in gola:
vede Dio
mendicante d’amore,
Dio delle briciole,
cui basta così poco,
solo la verità
di un cuore sincero.
E credo che
nell’ultimo giorno,
anche se per mille volte
l’avrò deluso o tradito,
il Signore per mille volte
mi chiederà
come a Simone:
Mi vuoi bene?
E io non dovrò fare altro
che rispondere,
per mille volte,
solo questo:
Sì, ti voglio bene!
❤34🙏3👍2🔥2🥰1😍1
SETE DI CIELO
Gv 6,22-29
Gesù rispose:
In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni,
ma perché avete mangiato di quei pani e
vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo
che perisce,
ma quello che dura
per la vita eterna, e che
il Figlio dell’uomo vi darà (…)
Gesù ha compiuto
il miracolo al quale
tiene di più,
la condivisione dei pani,
quando il pane passava
di mano in mano e intanto
restava in ogni mano.
Ed è il miracolo che i vangeli raccontano di più
e che gli riesce di meno,
nel senso che è
il più frainteso,
il meno capito di tutti.
Infatti lo cercano,
lo inseguono,
lo raggiungono:
ecco uno che ci risolverà i problemi per sempre!
Siamo a posto,
è uno che fa tutto lui.
E inizia un dialogo tra sordi.
Prima domanda.
Quando sei venuto qua?
Gesù sa che a loro
non interessa il quando
e il come,
ma il fatto che li ha mollati
e se n’è andato.
E risponde senza giri
di parole: voi mi cercate perché avete mangiato, perché pensate
alla pancia piena.
Invece datevi da fare
per il cibo che dura!
Quello che sazia il cuore,
che nutre il desiderio
più profondo,
quella fame di felicità
che non si colma
neppure quando investiamo
un’altra creatura
(fidanzato, marito,
moglie, figli, genitori)
della responsabilità
di saziare il nostro cuore.
Sete di cielo che
inutilmente
cerchiamo di placare
con grandi sorsate di terra.
Seconda domanda:
che cosa dobbiamo compiere
per fare le opere di Dio?
Grande domanda.
Ma quali sono
le opere di Dio?
I dieci comandamenti?
La triade colpa, castigo, premio? No!
OPERA DI DIO È L’IMMENSITA’ DELLE COSTELLAZIONI E LA GOCCIA DI RUGIADA.
È il vino buono di Cana,
il profumo di Betania,
l’abbraccio al figlio
che si era perduto,
una pietra che rotola
nell’alba di Pasqua,
cinque pani per 5000,
una croce sulla collina.
La sua opera è creazione, liberazione,
alleanza,
e farsi carne,
e farsi pane,
e farsi ferita
dove grida il dolore.
E io essere con lui
con-creatore e liberatore
e alleato e custode
di ogni vita.
La storia bella di Dio
è Gesù.
Ecco perché:
l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato.
Ma io credo in Gesù?
Mi fido e mi affido?
Come quando sei innamorato
e affidi al tuo uomo
o alla tua donna,
la tua felicità,
il tuo futuro,
sogni e progetti,
il senso dei giorni?
Al cuore della fede
sta la tenace,
dolcissima fiducia
che Dio è Gesù,
uno che sa
soltanto amare,
guaritore del disamore
del mondo.
Nessun aspetto minaccioso,
ma solo le due ali aperte
di una chioccia che
protegge e custodisce
i suoi pulcini (Lc 13,34),
con tenerezza combattiva,
da cui nulla mai
ci potrà separare.
Gv 6,22-29
Gesù rispose:
In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni,
ma perché avete mangiato di quei pani e
vi siete saziati.
Procuratevi non il cibo
che perisce,
ma quello che dura
per la vita eterna, e che
il Figlio dell’uomo vi darà (…)
Gesù ha compiuto
il miracolo al quale
tiene di più,
la condivisione dei pani,
quando il pane passava
di mano in mano e intanto
restava in ogni mano.
Ed è il miracolo che i vangeli raccontano di più
e che gli riesce di meno,
nel senso che è
il più frainteso,
il meno capito di tutti.
Infatti lo cercano,
lo inseguono,
lo raggiungono:
ecco uno che ci risolverà i problemi per sempre!
Siamo a posto,
è uno che fa tutto lui.
E inizia un dialogo tra sordi.
Prima domanda.
Quando sei venuto qua?
Gesù sa che a loro
non interessa il quando
e il come,
ma il fatto che li ha mollati
e se n’è andato.
E risponde senza giri
di parole: voi mi cercate perché avete mangiato, perché pensate
alla pancia piena.
Invece datevi da fare
per il cibo che dura!
Quello che sazia il cuore,
che nutre il desiderio
più profondo,
quella fame di felicità
che non si colma
neppure quando investiamo
un’altra creatura
(fidanzato, marito,
moglie, figli, genitori)
della responsabilità
di saziare il nostro cuore.
Sete di cielo che
inutilmente
cerchiamo di placare
con grandi sorsate di terra.
Seconda domanda:
che cosa dobbiamo compiere
per fare le opere di Dio?
Grande domanda.
Ma quali sono
le opere di Dio?
I dieci comandamenti?
La triade colpa, castigo, premio? No!
OPERA DI DIO È L’IMMENSITA’ DELLE COSTELLAZIONI E LA GOCCIA DI RUGIADA.
È il vino buono di Cana,
il profumo di Betania,
l’abbraccio al figlio
che si era perduto,
una pietra che rotola
nell’alba di Pasqua,
cinque pani per 5000,
una croce sulla collina.
La sua opera è creazione, liberazione,
alleanza,
e farsi carne,
e farsi pane,
e farsi ferita
dove grida il dolore.
E io essere con lui
con-creatore e liberatore
e alleato e custode
di ogni vita.
La storia bella di Dio
è Gesù.
Ecco perché:
l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato.
Ma io credo in Gesù?
Mi fido e mi affido?
Come quando sei innamorato
e affidi al tuo uomo
o alla tua donna,
la tua felicità,
il tuo futuro,
sogni e progetti,
il senso dei giorni?
Al cuore della fede
sta la tenace,
dolcissima fiducia
che Dio è Gesù,
uno che sa
soltanto amare,
guaritore del disamore
del mondo.
Nessun aspetto minaccioso,
ma solo le due ali aperte
di una chioccia che
protegge e custodisce
i suoi pulcini (Lc 13,34),
con tenerezza combattiva,
da cui nulla mai
ci potrà separare.
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