Il grido alto di Cristo che muore è la voce potente del Verbo creatore,
che richiama il sole
dal grembo della notte.
É il vagito possente e vittorioso dell’uomo che nasce
https://youtu.be/JwfFhO-PtMA?si=sC8DXRkeLB_1PSBt
che richiama il sole
dal grembo della notte.
É il vagito possente e vittorioso dell’uomo che nasce
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Un Dio che ti ama da morire
Il nostro Dio è il Dio che entra nella tragedia
cui è inchiodata ogni sua creatura,
è amore che si immerge nell’oscurità e nel grido della nostra morte,
che vince morendo.
Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi,
la tenebra inghiotte la luce…
cui è inchiodata ogni sua creatura,
è amore che si immerge nell’oscurità e nel grido della nostra morte,
che vince morendo.
Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi,
la tenebra inghiotte la luce…
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INSIEME SOTTOVOCE
Giorno di mezzo,
dopo la croce e prima
della pietra rotolata via.
Tempo del seme,
che dorme nella terra.
Giorno silenzioso,
senza Parola di Dio,
quasi senza identità.
Forse lo possiamo capire
con gli 11 e le donne,
chiusi con loro come se
non sapessimo nulla.
Proviamo a rivivere quei momenti.
Disorientamento totale: l’amico più caro
con cui avevano condiviso tre anni di vita,
quello che camminava davanti,
per cui avevano abbandonato tutto,
non c’è più.
Sono tramortiti,
ma fanno la cosa giusta,
di grande intelligenza spirituale:
stanno insieme,
non si separano,
non fuggono ciascuno
in casa propria.
Un uomo da solo può essere travolto,
insieme invece si fa argine comune,
e il peso si fa più leggero perché con-diviso.
La prima comunità cristiana germoglia
in questo stringersi
l’uno all’altro,
in quel sabato vuoto.
Che cosa li tiene uniti?
Tre cose:
• la paura di finire come lui, • legami forti tra loro,
• affetto per Gesù.
Nel Credo recitiamo che Gesù fu sepolto e
discese agli inferi.
È disceso nel fondo oscuro della storia
e della materia,
per darle energia ascensionale verso
più luminosa vita.
È disceso
nel fondo del mio essere,
nelle mie zone di durezza e sterilità,
nel fondo di ogni persona
come forza di gravità celeste,
di attrazione verso l’alto e verso l’altro,
generoso di te.
È disceso nella vittima e nel carnefice,
negli inferi della storia,
nei sotterranei dei disperati,
nei buchi dei dannati della terra.
E ora è qui,
annuncio che i carnefici
non avranno ragione
delle loro vittime in eterno. Come la morte.
Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo,
egli è nella sua stanza più intima.
E chi non accetta che
il mondo avanzi così, faraoni e schiavi,
quelli che vogliono
cieli nuovi e nuova terra sanno che la Pasqua ormai ha penetrato la trama segreta della storia, e non riposerà...
Tu, semente che si disfa,
entra nel profondo del cuore umano.
E noi ... staremo ad ascoltare la crescita del grano" (Tonino Bello),
la crescita del mondo nuovo.
Giorno di mezzo,
dopo la croce e prima
della pietra rotolata via.
Tempo del seme,
che dorme nella terra.
Giorno silenzioso,
senza Parola di Dio,
quasi senza identità.
Forse lo possiamo capire
con gli 11 e le donne,
chiusi con loro come se
non sapessimo nulla.
Proviamo a rivivere quei momenti.
Disorientamento totale: l’amico più caro
con cui avevano condiviso tre anni di vita,
quello che camminava davanti,
per cui avevano abbandonato tutto,
non c’è più.
Sono tramortiti,
ma fanno la cosa giusta,
di grande intelligenza spirituale:
stanno insieme,
non si separano,
non fuggono ciascuno
in casa propria.
Un uomo da solo può essere travolto,
insieme invece si fa argine comune,
e il peso si fa più leggero perché con-diviso.
La prima comunità cristiana germoglia
in questo stringersi
l’uno all’altro,
in quel sabato vuoto.
Che cosa li tiene uniti?
Tre cose:
• la paura di finire come lui, • legami forti tra loro,
• affetto per Gesù.
Nel Credo recitiamo che Gesù fu sepolto e
discese agli inferi.
È disceso nel fondo oscuro della storia
e della materia,
per darle energia ascensionale verso
più luminosa vita.
È disceso
nel fondo del mio essere,
nelle mie zone di durezza e sterilità,
nel fondo di ogni persona
come forza di gravità celeste,
di attrazione verso l’alto e verso l’altro,
generoso di te.
È disceso nella vittima e nel carnefice,
negli inferi della storia,
nei sotterranei dei disperati,
nei buchi dei dannati della terra.
E ora è qui,
annuncio che i carnefici
non avranno ragione
delle loro vittime in eterno. Come la morte.
Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo,
egli è nella sua stanza più intima.
E chi non accetta che
il mondo avanzi così, faraoni e schiavi,
quelli che vogliono
cieli nuovi e nuova terra sanno che la Pasqua ormai ha penetrato la trama segreta della storia, e non riposerà...
Tu, semente che si disfa,
entra nel profondo del cuore umano.
E noi ... staremo ad ascoltare la crescita del grano" (Tonino Bello),
la crescita del mondo nuovo.
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Vangelo della notte di Pasqua
Shomèr ma mi-llailah
Lc 24,1-12
Era ancora notte, e loro si sono messe per strada.
Il primo giorno, al mattino presto, esse si recarono al sepolcro.
La notte durerà ancora
ma il mattino sta venendo (Is 21,12).
È notte anche per noi, davanti al mostro evidente del male assoluto che si chiama guerra.
Luca non scrive il soggetto di questo andare,
ma lo sappiamo tutti che sono loro,
le donne,
quelle che ci raccontano la morte e le sette parole di Gesù in croce,
che hanno raccolto il suo grido,
che l’hanno profumato ancora una
volta con oli aromatici per contrastare,
come possono,
come sanno, la morte.
Davanti alla pietra rovesciata e al vuoto angosciante, per le donne non c’è subito la fede,
si alza solo l’immensa domanda: cos’è questo?
La fede non è immediata,
è un lavorìo,
un esile filo,
scalpello su dura pietra,
e comincia con il domandare:
cos’è questo che accade?
Sono necessari
due angeli e una nuova annunciazione.
Dice Luca che sono sfolgoranti,
quasi vestiti di lampi,
di scampoli di luce:
perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui.
È risorto.
Una cascata di bellezza, un’abbagliante luce
che dà un nome a Gesù: “Colui-che è-vivo!”:
quello che avete visto chiudere nella roccia, quell’uomo che vi ha aperto orizzonti infiniti,
è vivo.
La differenza tra fede
e non fede non è Gesù,
è la Pasqua di Gesù!
Non è un fantasma,
non è un ricordo:
è lui!
Lui c’è, ma non qui;
è altrove, è più avanti, cercatelo dappertutto
ma non fra le cose morte, non nei cimiteri,
è in giro per le strade,
per gli occhi,
per i cuori,
bussa alle case,
aspetta che gli si apra e i suoi teli profumano di sole.
Lo incontri,
ci inciampi addosso,
lo urti,
ti tocca,
ti parla,
ti abbraccia.
É risorto!
E lo dicono con un verbo umile e concreto:
Si è svegliato.
Non sanno come dire la risurrezione, e allora Luca, Marco, Matteo usano
i verbi del mattino,
quando riprendiamo vita, lavori, amori,
gioie e fatiche.
Si è svegliato,
svegliamoci
da questa vita assopita!
Svegliati, alzati.
Guarda, ascolta,
immagina cieli nuovi
e apri le tue braccia!
Noi siamo così,
come quelle donne,
siamo creature di desiderio e di stupore.
É illogica la Pasqua,
è tutto contro ogni ragione, quella mattina.
Ma la vita non si misura
da quanti respiri facciamo, si misura da tutti
quei momenti
che ci tolgono il respiro.
Nella mattina di Pasqua,
tra donne, profumi
e parole di angeli
c’è un’armonia di segni cosmici nuovi,
di partenze al levar del sole,
dentro il profumo del giardino,
nell’intrecciarsi armonioso della prima stagione dell’anno,
il primo plenilunio,
il primo giorno della settimana,
la prima ora del giorno.
Non vediamo la luce,
è ancora notte,
c’è ancora il suono che fa il silenzio,
ma il giorno nuovo viene.
Il dolore è a un passo,
ma è a un passo anche l’amore,
stupendamente vivo.
Shomèr ma mi-llailah
Lc 24,1-12
Era ancora notte, e loro si sono messe per strada.
Il primo giorno, al mattino presto, esse si recarono al sepolcro.
La notte durerà ancora
ma il mattino sta venendo (Is 21,12).
È notte anche per noi, davanti al mostro evidente del male assoluto che si chiama guerra.
Luca non scrive il soggetto di questo andare,
ma lo sappiamo tutti che sono loro,
le donne,
quelle che ci raccontano la morte e le sette parole di Gesù in croce,
che hanno raccolto il suo grido,
che l’hanno profumato ancora una
volta con oli aromatici per contrastare,
come possono,
come sanno, la morte.
Davanti alla pietra rovesciata e al vuoto angosciante, per le donne non c’è subito la fede,
si alza solo l’immensa domanda: cos’è questo?
La fede non è immediata,
è un lavorìo,
un esile filo,
scalpello su dura pietra,
e comincia con il domandare:
cos’è questo che accade?
Sono necessari
due angeli e una nuova annunciazione.
Dice Luca che sono sfolgoranti,
quasi vestiti di lampi,
di scampoli di luce:
perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui.
È risorto.
Una cascata di bellezza, un’abbagliante luce
che dà un nome a Gesù: “Colui-che è-vivo!”:
quello che avete visto chiudere nella roccia, quell’uomo che vi ha aperto orizzonti infiniti,
è vivo.
La differenza tra fede
e non fede non è Gesù,
è la Pasqua di Gesù!
Non è un fantasma,
non è un ricordo:
è lui!
Lui c’è, ma non qui;
è altrove, è più avanti, cercatelo dappertutto
ma non fra le cose morte, non nei cimiteri,
è in giro per le strade,
per gli occhi,
per i cuori,
bussa alle case,
aspetta che gli si apra e i suoi teli profumano di sole.
Lo incontri,
ci inciampi addosso,
lo urti,
ti tocca,
ti parla,
ti abbraccia.
É risorto!
E lo dicono con un verbo umile e concreto:
Si è svegliato.
Non sanno come dire la risurrezione, e allora Luca, Marco, Matteo usano
i verbi del mattino,
quando riprendiamo vita, lavori, amori,
gioie e fatiche.
Si è svegliato,
svegliamoci
da questa vita assopita!
Svegliati, alzati.
Guarda, ascolta,
immagina cieli nuovi
e apri le tue braccia!
Noi siamo così,
come quelle donne,
siamo creature di desiderio e di stupore.
É illogica la Pasqua,
è tutto contro ogni ragione, quella mattina.
Ma la vita non si misura
da quanti respiri facciamo, si misura da tutti
quei momenti
che ci tolgono il respiro.
Nella mattina di Pasqua,
tra donne, profumi
e parole di angeli
c’è un’armonia di segni cosmici nuovi,
di partenze al levar del sole,
dentro il profumo del giardino,
nell’intrecciarsi armonioso della prima stagione dell’anno,
il primo plenilunio,
il primo giorno della settimana,
la prima ora del giorno.
Non vediamo la luce,
è ancora notte,
c’è ancora il suono che fa il silenzio,
ma il giorno nuovo viene.
Il dolore è a un passo,
ma è a un passo anche l’amore,
stupendamente vivo.
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Se saremo attenti
al brusio degli angeli, sentiremo:
non temete, andate!
Ogni strada del mondo
è Galilea.
Andate verso ogni vivente. Là lo vedrete.
https://youtu.be/KG7QZe_V6V4
al brusio degli angeli, sentiremo:
non temete, andate!
Ogni strada del mondo
è Galilea.
Andate verso ogni vivente. Là lo vedrete.
https://youtu.be/KG7QZe_V6V4
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Non temete. Andate!
Andate in Galilea. Dov’è la nostra Galilea?
Bellissima la risposta della Laudato si’:
Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere,
circondandolo con il suo affetto
e penetrandolo con la sua luce (n. 221).
Bellissima la risposta della Laudato si’:
Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere,
circondandolo con il suo affetto
e penetrandolo con la sua luce (n. 221).
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RACCOGLITORE DI LACRIME É ANCHE IL CRISTIANO,
A SUA IMMAGINE
Giovanni 20, 11-18
Maria di Magdala
esce di casa
quando è buio nel cielo
e buio nel cuore,
in quell’ora,
tra la notte e il giorno,
quando le cose
non si vedono
ma supplisce il cuore.
Maria va, sola,
“non ha paura
lei che è donna,
mentre hanno paura
gli uomini,
perché lei gli apparteneva
e il suo cuore era presso di lui, dove era lui
era anche il cuore di lei, perciò non aveva paura” (Meister Eckart).
Quell’uomo
che sapeva di cielo,
che aveva spalancato
per lei orizzonti infiniti,
è ora chiuso in un buco
nella roccia.
Tutto finito.
E invece no:
vide che la pietra era stata tolta…
Il sepolcro è spalancato,
vuoto e risplendente,
nel fresco dell’alba.
E fuori è primavera.
Il sepolcro è aperto
come il guscio di un seme.
Come un grembo
che ha partorito.
Gesù le parla:
Donna, perché piangi?
É lo stile inconfondibile di Gesù.
Riprende a fare
ciò che ha sempre fatto.
L’ha fatto nell’ultima ora
del venerdì, occupandosi
della paura di un ladro giustiziato con lui,
lo fa nella prima ora
di Pasqua,
quando si dimentica
dentro le lacrime
e il dolore di Maria.
Non dice: guarda me;
non si impone,
non abbaglia.
Trema insieme al tremante cuore della sua amica.
È lui, non ti puoi sbagliare.
Nella prima luce vede per primo un volto solcato di lacrime:
il mondo è
un immenso pianto;
il nostro,
un pianeta di tombe.
Come nei Vangeli,
così anche nel giardino
il primo sguardo di Gesù
si posa sempre sul dolore, sempre sulla povertà dell’uomo,
e mai sul peccato.
Non può impedire le lacrime,
ma “le raccoglie
ad una ad una
nel suo otre,
le scrive nel suo libro”
(Salmo 54,9).
Chino su di me,
perché neppure una
vada perduta.
E infine asciugherà
le lacrime di ogni volto.
Lavoro eterno di Dio.
Raccoglitore di lacrime
è anche il cristiano,
a Sua immagine.
Per continuare a scrivere, insieme, una delle verità più grandi dell’umanesimo, biblico e universale:
Il bene è più profondo del male.
Ecco il cuore della pasqua.
A SUA IMMAGINE
Giovanni 20, 11-18
Maria di Magdala
esce di casa
quando è buio nel cielo
e buio nel cuore,
in quell’ora,
tra la notte e il giorno,
quando le cose
non si vedono
ma supplisce il cuore.
Maria va, sola,
“non ha paura
lei che è donna,
mentre hanno paura
gli uomini,
perché lei gli apparteneva
e il suo cuore era presso di lui, dove era lui
era anche il cuore di lei, perciò non aveva paura” (Meister Eckart).
Quell’uomo
che sapeva di cielo,
che aveva spalancato
per lei orizzonti infiniti,
è ora chiuso in un buco
nella roccia.
Tutto finito.
E invece no:
vide che la pietra era stata tolta…
Il sepolcro è spalancato,
vuoto e risplendente,
nel fresco dell’alba.
E fuori è primavera.
Il sepolcro è aperto
come il guscio di un seme.
Come un grembo
che ha partorito.
Gesù le parla:
Donna, perché piangi?
É lo stile inconfondibile di Gesù.
Riprende a fare
ciò che ha sempre fatto.
L’ha fatto nell’ultima ora
del venerdì, occupandosi
della paura di un ladro giustiziato con lui,
lo fa nella prima ora
di Pasqua,
quando si dimentica
dentro le lacrime
e il dolore di Maria.
Non dice: guarda me;
non si impone,
non abbaglia.
Trema insieme al tremante cuore della sua amica.
È lui, non ti puoi sbagliare.
Nella prima luce vede per primo un volto solcato di lacrime:
il mondo è
un immenso pianto;
il nostro,
un pianeta di tombe.
Come nei Vangeli,
così anche nel giardino
il primo sguardo di Gesù
si posa sempre sul dolore, sempre sulla povertà dell’uomo,
e mai sul peccato.
Non può impedire le lacrime,
ma “le raccoglie
ad una ad una
nel suo otre,
le scrive nel suo libro”
(Salmo 54,9).
Chino su di me,
perché neppure una
vada perduta.
E infine asciugherà
le lacrime di ogni volto.
Lavoro eterno di Dio.
Raccoglitore di lacrime
è anche il cristiano,
a Sua immagine.
Per continuare a scrivere, insieme, una delle verità più grandi dell’umanesimo, biblico e universale:
Il bene è più profondo del male.
Ecco il cuore della pasqua.
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LA MEMORIA DELL’INCANDESCENZA
Lc 24,13-35
Non ci bruciava forse il cuore...?
Dono favoloso,
sentire il cuore ardere,
vivere accesi.
Dono intermittente, però.
Una sera un gruppo di giovani chiese al card. Martini:
“padre, quando ci troviamo a pregare assieme,
in ascolto della Parola,
tra noi e con lei,
ci sentiamo carichi,
entusiasti.
Poi si torna a casa e
pian piano tutto si spegne.
Come si fa per conservare il cuore acceso?
Il cardinale rispose: ragazzi, non si può conservare sempre l’incandescenza del cuore. Ma una cosa sì,
è possibile conservarla:
la memoria dell’incandescenza.
La memoria di quei momenti in cui
il cuore bruciava.
Per grazia ricevuta.
Tutto era cominciato sulla strada da Gerusalemme
a Emmaus, quando Gesù
si era avvicinato e camminava con i due discepoli, come aveva fatto per tre anni in Galilea.
Ed è, come allora,
tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere,
lungo almeno ore di strada. Ma tutte le spiegazioni non sarebbero bastate per riconoscere Gesù.
Giunti a Emmaus
Gesù mostra di voler “andare più lontano”.
Come un senza fissa dimora,
un Dio migratore,
lui va per spazi liberi
e aperti che appartengono a tutti, come la strada.
Ma i due lo invitano
a restare.
Hanno fame di parola,
di compagnia, di casa:
Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire.
Lo invitano in una maniera così delicata che par siano loro a chiedere ospitalità.
Ed entrano in casa:
non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti.
La strada e la casa,
sono questi i due luoghi preferiti da Gesù
per il suo insegnamento
e per i suoi gesti
di salvezza.
La strada dove sei
più libero,
la casa dove sei più vero.
Il racconto ora
si raccoglie attorno
al profumo del pane
e alla tavola,
fatta per radunare tanti attorno a sé,
per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro:
gli sguardi che si cercano,
si incrociano, si fondono,
e ci si nutre
gli uni degli altri,
di intese e di amicizia.
Lo riconobbero
allo spezzare del pane. Profumo di pane
sulla tavola,
tra tutti i cibi il più evidente ed eloquente.
Buono con tutto
e buono da solo.
Lo riconobbero non perché quello fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù - era compito di ogni padre spezzare il pane ai propri figli -
chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus.
Ma tre giorni prima,
il giovedì sera,
era accaduto qualcosa
che non avevano dimenticato:
si era dato un corpo
di pane e
lo aveva dato da mangiare, questo è il mio corpo, prendete e mangiate.
Lo riconobbero perché spezzare e consegnarsi contiene il segreto del vangelo:
Dio è pane che
si consegna alla fame dell’uomo. Si dona,
nutre e scompare.
E accende la vita: “abbiamo mangiato il fuoco nel pane” (Efrem il Siro)
Lc 24,13-35
Non ci bruciava forse il cuore...?
Dono favoloso,
sentire il cuore ardere,
vivere accesi.
Dono intermittente, però.
Una sera un gruppo di giovani chiese al card. Martini:
“padre, quando ci troviamo a pregare assieme,
in ascolto della Parola,
tra noi e con lei,
ci sentiamo carichi,
entusiasti.
Poi si torna a casa e
pian piano tutto si spegne.
Come si fa per conservare il cuore acceso?
Il cardinale rispose: ragazzi, non si può conservare sempre l’incandescenza del cuore. Ma una cosa sì,
è possibile conservarla:
la memoria dell’incandescenza.
La memoria di quei momenti in cui
il cuore bruciava.
Per grazia ricevuta.
Tutto era cominciato sulla strada da Gerusalemme
a Emmaus, quando Gesù
si era avvicinato e camminava con i due discepoli, come aveva fatto per tre anni in Galilea.
Ed è, come allora,
tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere,
lungo almeno ore di strada. Ma tutte le spiegazioni non sarebbero bastate per riconoscere Gesù.
Giunti a Emmaus
Gesù mostra di voler “andare più lontano”.
Come un senza fissa dimora,
un Dio migratore,
lui va per spazi liberi
e aperti che appartengono a tutti, come la strada.
Ma i due lo invitano
a restare.
Hanno fame di parola,
di compagnia, di casa:
Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire.
Lo invitano in una maniera così delicata che par siano loro a chiedere ospitalità.
Ed entrano in casa:
non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti.
La strada e la casa,
sono questi i due luoghi preferiti da Gesù
per il suo insegnamento
e per i suoi gesti
di salvezza.
La strada dove sei
più libero,
la casa dove sei più vero.
Il racconto ora
si raccoglie attorno
al profumo del pane
e alla tavola,
fatta per radunare tanti attorno a sé,
per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro:
gli sguardi che si cercano,
si incrociano, si fondono,
e ci si nutre
gli uni degli altri,
di intese e di amicizia.
Lo riconobbero
allo spezzare del pane. Profumo di pane
sulla tavola,
tra tutti i cibi il più evidente ed eloquente.
Buono con tutto
e buono da solo.
Lo riconobbero non perché quello fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù - era compito di ogni padre spezzare il pane ai propri figli -
chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus.
Ma tre giorni prima,
il giovedì sera,
era accaduto qualcosa
che non avevano dimenticato:
si era dato un corpo
di pane e
lo aveva dato da mangiare, questo è il mio corpo, prendete e mangiate.
Lo riconobbero perché spezzare e consegnarsi contiene il segreto del vangelo:
Dio è pane che
si consegna alla fame dell’uomo. Si dona,
nutre e scompare.
E accende la vita: “abbiamo mangiato il fuoco nel pane” (Efrem il Siro)
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UN SOGNO DAL SAPORE DI PANE
Lc 24,35-48
Com'è difficile credere!
Si fondono insieme dubbi ed una gioia eccessiva: troppo bello per essere vero!
Non basta nemmeno il cuore che balza nel petto.
«Non sono un fantasma», dice sottovoce Gesù:
non sono un'illusione,
non sono un mantello di parole, pieno di vento.
E sento il suo umile desiderio
di essere abbracciato
come un amico che torna da lontano,
di essere stretto
con lo slancio diretto
di chi ti vuole bene.
Non si ama un fantasma,
e io voglio l’amore.
Io ho vita piena: guardate! Vedete! Toccate! Mangiamo insieme!
Ma come toccarlo oggi, dove vederlo?
Quando scorre l’amore.
Quando tocco,
con emozione e venerazione, le piaghe della terra: «ecco io carezzo la vita perché profuma di Te» (Rumi).
Non alla gioia,
non alla visione,
non alle profezie,
gli apostoli si arrendono
ad una porzione di pesce arrostito,
al più semplice dei segni,
al più umano e primitivo bisogno.
Signore così umile che ti avvicini a questi nostri sensi,
che lamenti il tuo bisogno piccolo e concreto,
perché ti possiamo toccare,
per venirci più vicino possibile!
Gli apostoli,
ora segnati per sempre,
lo daranno come prova: abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41).
Lui è l’amico
che dà sapore al pane.
E mi assicura che la salvezza non sta
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me pane e sogni.
Lo conoscevano bene Gesù,
dopo tre anni di vento, pesci,
villaggi,
di fame di pane
e di occhi negli occhi.
Eppure ora non lo riconoscono,
perché la Risurrezione
non è semplicemente tornare alla vita di prima:
è trasformazione.
Gesù è lo stesso
ed è diverso,
è il medesimo
ed è trasformato,
è quello di prima
ed è altro.
Mi consola la fatica
dei discepoli a credere,
il loro oscillare
tra paura e gioia.
È la garanzia che
Gesù risorto non è
una loro invenzione,
ma è l’evento che, spiazzandoli, li costringe ad andare avanti,
dentro il tocco di Dio
che entra nella carne,
e la trasfigura.
E si fa pace (pace a voi!) più grande di ogni mio diritto;
e si fa intelligenza
che io non ho conquistato
(svelò loro il senso delle scritture),
perché finora avevano capito solo ciò che li confermava nelle loro idee.
Non è un mito,
è parola come spada,
che svela e apre la vita;
pane e vino che bastano
ai giorni: abita in me,
mi chiama e mi sorride come nessuno.
Talvolta vive al posto mio
e cose più grandi di me
mi accadono:
c’è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose, e quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio,
non parlare.
E conclude il Vangelo:
di me voi siete testimoni. Non predicatori,
ma testimoni,
è altra cosa.
Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare,
e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi.
Potenza di vita che mi avvolge di pace,
di perdono,
di risurrezione.
E tutto si fa umano,
e tutto si fa vivente.
Lc 24,35-48
Com'è difficile credere!
Si fondono insieme dubbi ed una gioia eccessiva: troppo bello per essere vero!
Non basta nemmeno il cuore che balza nel petto.
«Non sono un fantasma», dice sottovoce Gesù:
non sono un'illusione,
non sono un mantello di parole, pieno di vento.
E sento il suo umile desiderio
di essere abbracciato
come un amico che torna da lontano,
di essere stretto
con lo slancio diretto
di chi ti vuole bene.
Non si ama un fantasma,
e io voglio l’amore.
Io ho vita piena: guardate! Vedete! Toccate! Mangiamo insieme!
Ma come toccarlo oggi, dove vederlo?
Quando scorre l’amore.
Quando tocco,
con emozione e venerazione, le piaghe della terra: «ecco io carezzo la vita perché profuma di Te» (Rumi).
Non alla gioia,
non alla visione,
non alle profezie,
gli apostoli si arrendono
ad una porzione di pesce arrostito,
al più semplice dei segni,
al più umano e primitivo bisogno.
Signore così umile che ti avvicini a questi nostri sensi,
che lamenti il tuo bisogno piccolo e concreto,
perché ti possiamo toccare,
per venirci più vicino possibile!
Gli apostoli,
ora segnati per sempre,
lo daranno come prova: abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41).
Lui è l’amico
che dà sapore al pane.
E mi assicura che la salvezza non sta
nei miei digiuni per lui,
ma nel suo mangiare
con me pane e sogni.
Lo conoscevano bene Gesù,
dopo tre anni di vento, pesci,
villaggi,
di fame di pane
e di occhi negli occhi.
Eppure ora non lo riconoscono,
perché la Risurrezione
non è semplicemente tornare alla vita di prima:
è trasformazione.
Gesù è lo stesso
ed è diverso,
è il medesimo
ed è trasformato,
è quello di prima
ed è altro.
Mi consola la fatica
dei discepoli a credere,
il loro oscillare
tra paura e gioia.
È la garanzia che
Gesù risorto non è
una loro invenzione,
ma è l’evento che, spiazzandoli, li costringe ad andare avanti,
dentro il tocco di Dio
che entra nella carne,
e la trasfigura.
E si fa pace (pace a voi!) più grande di ogni mio diritto;
e si fa intelligenza
che io non ho conquistato
(svelò loro il senso delle scritture),
perché finora avevano capito solo ciò che li confermava nelle loro idee.
Non è un mito,
è parola come spada,
che svela e apre la vita;
pane e vino che bastano
ai giorni: abita in me,
mi chiama e mi sorride come nessuno.
Talvolta vive al posto mio
e cose più grandi di me
mi accadono:
c’è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose, e quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio,
non parlare.
E conclude il Vangelo:
di me voi siete testimoni. Non predicatori,
ma testimoni,
è altra cosa.
Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare,
e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi.
Potenza di vita che mi avvolge di pace,
di perdono,
di risurrezione.
E tutto si fa umano,
e tutto si fa vivente.
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GESÙ, IL TRADITO, RITORNA COME AMICO
Gesù si manifestò così:
si trovavano insieme
Simon Pietro, Tommaso, Natanaèle di Cana,
i figli di Zebedèo
e altri due discepoli.
Disse Simon Pietro:
“Io vado a pescare”.
Gli dissero:
“Veniamo anche noi con te.”
Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla (...).
Gli Apostoli sono tornati
alle loro case,
al lago dove tutto
era incominciato.
“Io vado a pescare.”
dice Pietro.
“Io torno indietro,
è tutto finito”.
Chiusa la parentesi
di quei tre anni
di itineranza libera e felice, esaltante e battagliera:
è la resa di Pietro.
Con lui si arrendono i suoi sei compagni:
“Veniamo anche noi con te!”
Allora, ammainati i sogni,
uscirono,
salirono sulla barca
ma in quella notte
non presero nulla.
É una brutta notte
dentro i sette,
attorno a loro,
sul lago!
Notte senza stelle,
notte amara in cui
in ogni riflesso d’onda
pare loro di vedere
naufragare un sogno,
un volto, una vita.
Poi verso l’alba quella voce dalla riva, quasi dolcemente ironica: “Figlioli, non avete preso nulla da mangiare?”
Dopo una notte da falliti...
Gesù, il tradito, ritorna
e ritorna come amico; l’abbandonato ritorna
e si mette con chi
l’ha abbandonato.
Li aiuta a pescare,
prepara per loro
una grigliata di pesce
sulla spiaggia.
Ma è bellissimo
che chieda:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
E il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme
e non li distingui più.
Ma il vero miracolo
non sono le reti colme
fino a strapparsi.
Il vero miracolo è Pietro
che si butta in acqua,
è l’impazienza di Pietro
che si tuffa,
si lancia nel lago,
è l’urgenza dell’amore
che ha fretta,
che non ha paura
di rimproveri o castighi,
che nuota piangendo
verso Colui che
aveva rinnegato.
La prora del cuore
punta diritta verso la luce.
Il vero miracolo è che
la fragilità dei discepoli,
la fragilità di Pietro,
che Gesù aveva chiamato roccia,
la mia/nostra fragilità,
non è un ostacolo
per andare dal Signore,
ma una risorsa
per stare bene con lui,
per essere fatti nuovi,
per ricominciare.
Gesù si manifestò così:
si trovavano insieme
Simon Pietro, Tommaso, Natanaèle di Cana,
i figli di Zebedèo
e altri due discepoli.
Disse Simon Pietro:
“Io vado a pescare”.
Gli dissero:
“Veniamo anche noi con te.”
Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla (...).
Gli Apostoli sono tornati
alle loro case,
al lago dove tutto
era incominciato.
“Io vado a pescare.”
dice Pietro.
“Io torno indietro,
è tutto finito”.
Chiusa la parentesi
di quei tre anni
di itineranza libera e felice, esaltante e battagliera:
è la resa di Pietro.
Con lui si arrendono i suoi sei compagni:
“Veniamo anche noi con te!”
Allora, ammainati i sogni,
uscirono,
salirono sulla barca
ma in quella notte
non presero nulla.
É una brutta notte
dentro i sette,
attorno a loro,
sul lago!
Notte senza stelle,
notte amara in cui
in ogni riflesso d’onda
pare loro di vedere
naufragare un sogno,
un volto, una vita.
Poi verso l’alba quella voce dalla riva, quasi dolcemente ironica: “Figlioli, non avete preso nulla da mangiare?”
Dopo una notte da falliti...
Gesù, il tradito, ritorna
e ritorna come amico; l’abbandonato ritorna
e si mette con chi
l’ha abbandonato.
Li aiuta a pescare,
prepara per loro
una grigliata di pesce
sulla spiaggia.
Ma è bellissimo
che chieda:
portate un po’ del pesce
che avete preso!
E il pesce di Gesù
e il tuo finiscono insieme
e non li distingui più.
Ma il vero miracolo
non sono le reti colme
fino a strapparsi.
Il vero miracolo è Pietro
che si butta in acqua,
è l’impazienza di Pietro
che si tuffa,
si lancia nel lago,
è l’urgenza dell’amore
che ha fretta,
che non ha paura
di rimproveri o castighi,
che nuota piangendo
verso Colui che
aveva rinnegato.
La prora del cuore
punta diritta verso la luce.
Il vero miracolo è che
la fragilità dei discepoli,
la fragilità di Pietro,
che Gesù aveva chiamato roccia,
la mia/nostra fragilità,
non è un ostacolo
per andare dal Signore,
ma una risorsa
per stare bene con lui,
per essere fatti nuovi,
per ricominciare.
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ANDATE,
PROFUMATE DI CIELO
LE VITE CHE INCONTRATE
Gesù compie un atto di enorme,
illogica fiducia
in uomini e donne
che dubitano ancora.
Non rimane con loro
ancora un tempo,
per spiegare meglio,
per chiarire meglio.
Ma affida la lieta notizia
ai loro dubbi.
I dubbi sono come i poveri,
li avremo sempre con noi.
Ma come i poveri ci sono dati
per la nostra salvezza.
Per non arrendersi
all’ovvio e al risaputo.
Il dubbio fa parte
della natura della fede,
non esiste fede vera
senza dubbi.
Gesù affida il suo vangelo
e il mondo nuovo
che hanno sognato insieme alla fragilità
degli 11 e di alcune donne, e non all’intelligenza dei primi della classe.
È grande, proprio perché non si pone come colui che ti risolve i problemi
ma come uno che offre orizzonti e incalza
ad avanzare.
Con fiducia totale affida
ai dubitanti la verità,
chiama i claudicanti
ad andare,
gli zoppicanti a correre
fino agli estremi della terra: è la legge del granello
di senape,
del pizzico di sale,
dei piccoli che possono essere contagio di vangelo e di nascite.
Con quale scopo?
Arruolare devoti,
rinforzare il movimento? No!
Ma per un contagio, un’epidemia divina
da spargere sulla terra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate,
insegnate il mestiere
di vivere, così come
l’avete visto in me, mostrate loro quanto
sono belli e grandi e amati.
Immergeteli in Dio,
‘battezzare’ vuol dire questo:
rendere intrisi di Dio,
come è intriso, inzuppato, imbevuto d’acqua
chi è calato nel fiume,
o sotto una cascata,
nel lago, nell’oceano.
Cosa devono fare i discepoli?
Fare del mondo un laboratorio di immersione in Dio. Nel Dio che è
libertà e amore
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
ad ogni creatura.
Sono le parole che mi rivelano il cuore di Gesù,
il suo desiderio impellente che nessuno sia escluso:
Gesù mai stanco di dare vita ad ogni creatura,
in ogni angolo della terra.
E guardate chi sceglie per prolungare la sua stessa opera: creature imperfette, dalla fede fragile.
Come noi.
Come me.
Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli:
“Annunciate!” Niente altro.
Non dice: organizzate, occupate i posti chiave,
fate grandi opere caritative,
ma semplicemente: “Annunciate!”
E che cosa devo annunciare?
Il Vangelo, una lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio.
Non le mie idee più belle, non le soluzioni di tutti
i problemi, non una politica o una teologia migliore: solo il Vangelo, la vita
e la persona di Gesù, racconto della tenerezza del Padre.
A sigillo del vangelo di Marco, questa bella definizione di Gesù:
Il Signore è energia che opera con i credenti.
Il Risorto è sinergia con te, agisce in ogni gesto di bontà, ogni volta che porgi una parola fresca e viva, costruisce con te
quando costruisci pace,
quando poni segni di vita.
PROFUMATE DI CIELO
LE VITE CHE INCONTRATE
Gesù compie un atto di enorme,
illogica fiducia
in uomini e donne
che dubitano ancora.
Non rimane con loro
ancora un tempo,
per spiegare meglio,
per chiarire meglio.
Ma affida la lieta notizia
ai loro dubbi.
I dubbi sono come i poveri,
li avremo sempre con noi.
Ma come i poveri ci sono dati
per la nostra salvezza.
Per non arrendersi
all’ovvio e al risaputo.
Il dubbio fa parte
della natura della fede,
non esiste fede vera
senza dubbi.
Gesù affida il suo vangelo
e il mondo nuovo
che hanno sognato insieme alla fragilità
degli 11 e di alcune donne, e non all’intelligenza dei primi della classe.
È grande, proprio perché non si pone come colui che ti risolve i problemi
ma come uno che offre orizzonti e incalza
ad avanzare.
Con fiducia totale affida
ai dubitanti la verità,
chiama i claudicanti
ad andare,
gli zoppicanti a correre
fino agli estremi della terra: è la legge del granello
di senape,
del pizzico di sale,
dei piccoli che possono essere contagio di vangelo e di nascite.
Con quale scopo?
Arruolare devoti,
rinforzare il movimento? No!
Ma per un contagio, un’epidemia divina
da spargere sulla terra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate,
insegnate il mestiere
di vivere, così come
l’avete visto in me, mostrate loro quanto
sono belli e grandi e amati.
Immergeteli in Dio,
‘battezzare’ vuol dire questo:
rendere intrisi di Dio,
come è intriso, inzuppato, imbevuto d’acqua
chi è calato nel fiume,
o sotto una cascata,
nel lago, nell’oceano.
Cosa devono fare i discepoli?
Fare del mondo un laboratorio di immersione in Dio. Nel Dio che è
libertà e amore
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
ad ogni creatura.
Sono le parole che mi rivelano il cuore di Gesù,
il suo desiderio impellente che nessuno sia escluso:
Gesù mai stanco di dare vita ad ogni creatura,
in ogni angolo della terra.
E guardate chi sceglie per prolungare la sua stessa opera: creature imperfette, dalla fede fragile.
Come noi.
Come me.
Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli:
“Annunciate!” Niente altro.
Non dice: organizzate, occupate i posti chiave,
fate grandi opere caritative,
ma semplicemente: “Annunciate!”
E che cosa devo annunciare?
Il Vangelo, una lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio.
Non le mie idee più belle, non le soluzioni di tutti
i problemi, non una politica o una teologia migliore: solo il Vangelo, la vita
e la persona di Gesù, racconto della tenerezza del Padre.
A sigillo del vangelo di Marco, questa bella definizione di Gesù:
Il Signore è energia che opera con i credenti.
Il Risorto è sinergia con te, agisce in ogni gesto di bontà, ogni volta che porgi una parola fresca e viva, costruisce con te
quando costruisci pace,
quando poni segni di vita.
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CORAGGIO DI PACE CONTROCORRENTE
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo
venne di nuovo Gesù,
a posare la sua pace
sulle paure di Tommaso,
a posare la sua carezza
sui suoi dubbi.
In nessun testo è scritto
che sia meglio
la fede granitica,
tutta d’un pezzo,
piuttosto che quella
intrecciata ai dubbi.
Tommaso è il solo coraggioso,
l’unico che se la sente
di uscire da quella stanza e
da quella paura soffocanti.
L’unico che guarda
in faccia i propri dubbi
e li chiama per nome:
“non ci credo!”
Venne Gesù
e stette in mezzo a loro.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì.
Li ha inviati per le strade
e li ritrova ancora chiusi
in quella stanza,
ma non chiede loro
di essere perfetti,
ma di essere veri.
Pace a voi, annuncia,
come carezza
sui vostri sensi di colpa,
sui sogni non raggiunti,
sulla tristezza
che scolora i giorni.
Pace: parola viva che oggi muore nelle ipocrisie,
nelle case distrutte,
negli ospedali bombardati,
nelle file infinite
per l’acqua sporca
nella tanica,
nelle pozzanghere di fango
dove i bambini riescono ancora a
vedere il cielo.
Quel cielo sulle pozzanghere
è il nome della speranza.
Ma noi preferiamo
la vittoria sul nemico,
alla pace con lui.
Il dialogo costa fatica,
papa Francesco lo ha ripetuto fino allo sfinimento.
Noi preferiamo il subito della forza,
alla pazienza della giustizia
e del perdono.
La pace di Gesù va oltre,
è disarmante:
metti via la spada.
La pace comincia dentro,
nel disarmare le parole,
per disarmare la terra.
Poi Gesù si rivolge a Tommaso,
detto “didimo”,
cioè nostro gemello
di dubbi e di fede,
che lui aveva educato
alla libertà interiore e,
quando necessario,
a dissentire dal gruppo.
L’aveva fatto rigoroso
e coraggioso.
Gesù si propone alle sue mani:
Metti, guarda;
tendi la mano,
rispettando la fatica
di ciascuno
e i dubbi di tutti.
Onora i tempi
e “la complessità del vivere,
che ci fa tutti diversi e perciò necessari”(papa Francesco).
Gesù le piaghe non le nasconde,
quasi le esibisce.
La risurrezione
non ha richiuso
i fori dei chiodi,
che restano il punto
più alto del suo amore,
la sua gloria,
e per questo resteranno aperte per l’eternità.
Metti qui la tua mano...
qualche volta mi perdo
a immaginare che forse
un giorno anch’io sentirò
quelle parole:
toccami,
e lascerò che la sua mano
guidi la mia
nel cuore di Dio.
Nel crepacuore di Dio.
Il vangelo non dice
che Tommaso l’abbia fatto.
Che bisogno c’era?
Si fida:
mio Signore e mio Dio.
Che inganno c’è
in chi si è lasciato
spaccare il cuore per te?
La fede se non integra
l’aggettivo “mio”,
non è vera fede:
sarà religione, catechismo,
paura, teoria,
ma la fede vera è
ciò che arde (Ch. Bobin):
mani,
parole,
occhi,
cuore che ardono
Mio Signore,
mio dev’essere,
con la certezza
dell’amata del Cantico,
mio non di possesso
ma di appartenenza:
il mio amato è per me
e io sono per lui.
Tu parte di me, e io parte di te.
Gv 20,19-31
Otto giorni dopo
venne di nuovo Gesù,
a posare la sua pace
sulle paure di Tommaso,
a posare la sua carezza
sui suoi dubbi.
In nessun testo è scritto
che sia meglio
la fede granitica,
tutta d’un pezzo,
piuttosto che quella
intrecciata ai dubbi.
Tommaso è il solo coraggioso,
l’unico che se la sente
di uscire da quella stanza e
da quella paura soffocanti.
L’unico che guarda
in faccia i propri dubbi
e li chiama per nome:
“non ci credo!”
Venne Gesù
e stette in mezzo a loro.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì.
Li ha inviati per le strade
e li ritrova ancora chiusi
in quella stanza,
ma non chiede loro
di essere perfetti,
ma di essere veri.
Pace a voi, annuncia,
come carezza
sui vostri sensi di colpa,
sui sogni non raggiunti,
sulla tristezza
che scolora i giorni.
Pace: parola viva che oggi muore nelle ipocrisie,
nelle case distrutte,
negli ospedali bombardati,
nelle file infinite
per l’acqua sporca
nella tanica,
nelle pozzanghere di fango
dove i bambini riescono ancora a
vedere il cielo.
Quel cielo sulle pozzanghere
è il nome della speranza.
Ma noi preferiamo
la vittoria sul nemico,
alla pace con lui.
Il dialogo costa fatica,
papa Francesco lo ha ripetuto fino allo sfinimento.
Noi preferiamo il subito della forza,
alla pazienza della giustizia
e del perdono.
La pace di Gesù va oltre,
è disarmante:
metti via la spada.
La pace comincia dentro,
nel disarmare le parole,
per disarmare la terra.
Poi Gesù si rivolge a Tommaso,
detto “didimo”,
cioè nostro gemello
di dubbi e di fede,
che lui aveva educato
alla libertà interiore e,
quando necessario,
a dissentire dal gruppo.
L’aveva fatto rigoroso
e coraggioso.
Gesù si propone alle sue mani:
Metti, guarda;
tendi la mano,
rispettando la fatica
di ciascuno
e i dubbi di tutti.
Onora i tempi
e “la complessità del vivere,
che ci fa tutti diversi e perciò necessari”(papa Francesco).
Gesù le piaghe non le nasconde,
quasi le esibisce.
La risurrezione
non ha richiuso
i fori dei chiodi,
che restano il punto
più alto del suo amore,
la sua gloria,
e per questo resteranno aperte per l’eternità.
Metti qui la tua mano...
qualche volta mi perdo
a immaginare che forse
un giorno anch’io sentirò
quelle parole:
toccami,
e lascerò che la sua mano
guidi la mia
nel cuore di Dio.
Nel crepacuore di Dio.
Il vangelo non dice
che Tommaso l’abbia fatto.
Che bisogno c’era?
Si fida:
mio Signore e mio Dio.
Che inganno c’è
in chi si è lasciato
spaccare il cuore per te?
La fede se non integra
l’aggettivo “mio”,
non è vera fede:
sarà religione, catechismo,
paura, teoria,
ma la fede vera è
ciò che arde (Ch. Bobin):
mani,
parole,
occhi,
cuore che ardono
Mio Signore,
mio dev’essere,
con la certezza
dell’amata del Cantico,
mio non di possesso
ma di appartenenza:
il mio amato è per me
e io sono per lui.
Tu parte di me, e io parte di te.
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E LA NOTTE S’ILLUMINA
Gv 3,1-8
Come può un uomo nascere di nuovo?
Gesù disse:
quello che è nato dalla carne è carne,
quello che è nato dallo spirito è spirito…
Il vento soffia dove vuole, non sai da dove viene
né dove va:
così è chiunque è nato dallo Spirito.
Nel dialogo notturno con Nicodemo Gesù se ne esce con una delle frasi più belle, per me almeno,
ed emozionanti del Vangelo: al versetto 6 “Quello che è nato dallo spirito è spirito”.
E la notte si illumina.
Un uomo che è nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito.
Non solo è tempio dello Spirito, ma è della stessa natura, della stessa pasta dello Spirito.
E non c’è maiuscolo o minuscolo nei testi originali del vangelo.
Maiuscolo per indicare lo Spirito di Dio,
la sua forza vitale e illimitata,
minuscolo per indicare lo spirito debole dell’uomo.
Non si riesce a distinguere se lo spirito si riferisca a quello dell’uomo o a quello di Dio.
Questa “confusione” è straordinaria.
Bellissima idea di Dio e uomo uniti nello spirito.
Molte volte san Paolo ha affermato:
Voi siete Tempio dello Spirito Santo, (1Cor 6,19-20) ma oggi il Vangelo annuncia qualcosa di molto più potente:
VOI NON SOLO SIETE CASA, tempio, santuario dello Spirito MA SIETE SPIRITO.
Io vivo delle mie radici e le mie radici sono lo Spirito di Dio.
Ogni essere genera figli secondo la propria specie.
Anche Dio genera figli secondo la specie di Dio.
Poterlo dire a te,
che ascolti, che credi,
che tremi,
che dubiti:
Tu sei Spirito,
perché lo Spirito è tuo Padre
e ti ha dato il suo DNA,
ti ha trasmesso i cromosomi divini,
che sono amore,
libertà, speranza, coraggio, vita eterna, bellezza, luce.
P. Giovanni Vannucci scriveva: l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue!
Nel sangue!
non come qualcosa di separato,
di sopraggiunto, ma
come vita della mia vita.
Così come non è separato il tralcio dalla vite,
non è separata l’acqua dalla sorgente.
Unica linfa, unica vita!
Gv 3,1-8
Come può un uomo nascere di nuovo?
Gesù disse:
quello che è nato dalla carne è carne,
quello che è nato dallo spirito è spirito…
Il vento soffia dove vuole, non sai da dove viene
né dove va:
così è chiunque è nato dallo Spirito.
Nel dialogo notturno con Nicodemo Gesù se ne esce con una delle frasi più belle, per me almeno,
ed emozionanti del Vangelo: al versetto 6 “Quello che è nato dallo spirito è spirito”.
E la notte si illumina.
Un uomo che è nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito.
Non solo è tempio dello Spirito, ma è della stessa natura, della stessa pasta dello Spirito.
E non c’è maiuscolo o minuscolo nei testi originali del vangelo.
Maiuscolo per indicare lo Spirito di Dio,
la sua forza vitale e illimitata,
minuscolo per indicare lo spirito debole dell’uomo.
Non si riesce a distinguere se lo spirito si riferisca a quello dell’uomo o a quello di Dio.
Questa “confusione” è straordinaria.
Bellissima idea di Dio e uomo uniti nello spirito.
Molte volte san Paolo ha affermato:
Voi siete Tempio dello Spirito Santo, (1Cor 6,19-20) ma oggi il Vangelo annuncia qualcosa di molto più potente:
VOI NON SOLO SIETE CASA, tempio, santuario dello Spirito MA SIETE SPIRITO.
Io vivo delle mie radici e le mie radici sono lo Spirito di Dio.
Ogni essere genera figli secondo la propria specie.
Anche Dio genera figli secondo la specie di Dio.
Poterlo dire a te,
che ascolti, che credi,
che tremi,
che dubiti:
Tu sei Spirito,
perché lo Spirito è tuo Padre
e ti ha dato il suo DNA,
ti ha trasmesso i cromosomi divini,
che sono amore,
libertà, speranza, coraggio, vita eterna, bellezza, luce.
P. Giovanni Vannucci scriveva: l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue!
Nel sangue!
non come qualcosa di separato,
di sopraggiunto, ma
come vita della mia vita.
Così come non è separato il tralcio dalla vite,
non è separata l’acqua dalla sorgente.
Unica linfa, unica vita!
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