PIEDI ABBRACCIATI IN SALITA
Giovanni 12,1-11
Sei giorni prima di Pasqua Gesù andò a Betania e qui fecero una cena per lui.
Maria allora prese trecento grammi di nardo,
assai prezioso,
ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli.
E tutta la casa si riempì di profumo.
Inizia la Santa Settimana con un Vangelo straordinario.
Una cena in casa tra amici, una donna,
mani e capelli che grondano profumo,
non c’è una parola,
parlano le mani
e la loro tenerezza.
Verrà il tempo delle piaghe, ma sul corpo di Gesù per ora germogliano solo carezze.
Quel profumo valeva ben dieci volte il prezzo di Giuda.
L’amica versa dieci volte il denaro del tradimento,
dice a Gesù:
qualcuno ti tradirà
e ti venderà,
ma io ti amerò
e ti ricomprerò
dieci volte tanto!
Ha tra le mani i piedi di Gesù,
del viandante,
del camminatore,
i piedi della fatica
di chi ha attraversato
tutti i villaggi di Galilea.
Maria li abbraccia per dire: non andartene più,
resta qui!
E sappi che dove vai tu verrò anch’io, e che
il tuo Dio sarà il mio.
E il cuore di Gesù ne riceve una grande forza felice.
Una carezza,
quando è vera,
trasforma un uomo.
E l’unzione di Betania, questa commovente lavanda dei piedi anticipa di tre giorni l’altra lavanda,
quella di Gesù ai suoi discepoli e, chissà,
forse la ispira.
Gesù impara da una donna i gesti forti dell’amore.
Qui uomo e Dio si incontrano:
quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama Dio compie gesti molto umani.
“E la casa si riempì di profumo”.
A cosa serve nella nostra storia un po’ di profumo?
Non ha cambiato il destino di Gesù, non cambierà il nostro, ma cambia l’aria, l’atmosfera della casa e del cuore.
Prova con i tuoi a casa, come Maria,
a inventare una carezza nuova,
una dichiarazione per dire senza parole:
sei prezioso per me.
Dieci volte prezioso!
Tu non hai prezzo…
darti un prezzo sarebbe disprezzarti.
Una cosa impariamo dal vangelo: la preziosità della vita!
Forse una vita vale poco, ma niente vale quanto una vita.
Giovanni 12,1-11
Sei giorni prima di Pasqua Gesù andò a Betania e qui fecero una cena per lui.
Maria allora prese trecento grammi di nardo,
assai prezioso,
ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli.
E tutta la casa si riempì di profumo.
Inizia la Santa Settimana con un Vangelo straordinario.
Una cena in casa tra amici, una donna,
mani e capelli che grondano profumo,
non c’è una parola,
parlano le mani
e la loro tenerezza.
Verrà il tempo delle piaghe, ma sul corpo di Gesù per ora germogliano solo carezze.
Quel profumo valeva ben dieci volte il prezzo di Giuda.
L’amica versa dieci volte il denaro del tradimento,
dice a Gesù:
qualcuno ti tradirà
e ti venderà,
ma io ti amerò
e ti ricomprerò
dieci volte tanto!
Ha tra le mani i piedi di Gesù,
del viandante,
del camminatore,
i piedi della fatica
di chi ha attraversato
tutti i villaggi di Galilea.
Maria li abbraccia per dire: non andartene più,
resta qui!
E sappi che dove vai tu verrò anch’io, e che
il tuo Dio sarà il mio.
E il cuore di Gesù ne riceve una grande forza felice.
Una carezza,
quando è vera,
trasforma un uomo.
E l’unzione di Betania, questa commovente lavanda dei piedi anticipa di tre giorni l’altra lavanda,
quella di Gesù ai suoi discepoli e, chissà,
forse la ispira.
Gesù impara da una donna i gesti forti dell’amore.
Qui uomo e Dio si incontrano:
quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama Dio compie gesti molto umani.
“E la casa si riempì di profumo”.
A cosa serve nella nostra storia un po’ di profumo?
Non ha cambiato il destino di Gesù, non cambierà il nostro, ma cambia l’aria, l’atmosfera della casa e del cuore.
Prova con i tuoi a casa, come Maria,
a inventare una carezza nuova,
una dichiarazione per dire senza parole:
sei prezioso per me.
Dieci volte prezioso!
Tu non hai prezzo…
darti un prezzo sarebbe disprezzarti.
Una cosa impariamo dal vangelo: la preziosità della vita!
Forse una vita vale poco, ma niente vale quanto una vita.
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LA SPINA CHE FA PIÙ MALE
Gv 13, 21-33.36-38
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà»(...)
Uno di voi mi tradirà.
Sono forse io?
chiede Giuda.
È lui la più amata,
la più dolorosa spina della passione.
All’inizio dei racconti della passione, il Vangelo del tradimento.
Non c’è da scandalizzarsi: il tradimento accompagna la comunità fin dalle origini.
Anzi accompagna me:
sono forse io? sì sono io...
ma poi ciò che conta è
scoprire che la fedeltà di Dio è più grande del tradimento.
E infatti Giuda resta all’interno dei gesti d’amicizia di Gesù,
che lava i piedi anche a lui,
intinge il boccone e glielo offre,
nell’orto lo chiama “amico”,
con un bacio mi tradisci?
È difficile immaginare una celebrazione più realistica e faticosa dell’ultima cena. Chi vuole farne un sereno e felice banchetto, lo svuota del suo realismo scandaloso.
È il momento della crisi, e Gesù passa per il fuoco.
Il momento in cui tutto è esploso, tutto sembra finire.
Dice che è arrivata la fine,
che sarà tradito e Pietro lo rinnegherà;
che tutti gli altri lo abbandoneranno,
ingoiati dalla paura.
Eppure lava loro i piedi.
Davanti alla crisi Gesù non fugge, la affronta. Affronta l’incoerenza dei suoi, il fallimento di quei tre anni insieme, e invece di giudicare, accusare,
invece di rimandarli a casa, al lago, al banco, alle barche perché non ce la fanno, inventa qualcosa per aiutarli ancora a capire, per farli salire, su verso il suo sogno (M. Marcolini):
prende i loro piedi fra le mani, nel gesto dello schiavo o della donna;
si fa pane da masticare, neppure il suo corpo ha tenuto per sé.
Avrebbe potuto lasciarli lì, e lasciare anche me, ricominciare altrove con altri.
Invece Gesù ha una strategia vitale:
portare più in alto,
allargare orizzonti,
far respirare aria più pura:
«Voi mi abbandonate, mi tradite perché mi uccidano e io mi fido ancora di voi».
Eccola la Pasqua:
essere amici della vita fragile,
fidandoci di essa comunque,
anche nei giorni in cui sembra averci tradito.
Gv 13, 21-33.36-38
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà»(...)
Uno di voi mi tradirà.
Sono forse io?
chiede Giuda.
È lui la più amata,
la più dolorosa spina della passione.
All’inizio dei racconti della passione, il Vangelo del tradimento.
Non c’è da scandalizzarsi: il tradimento accompagna la comunità fin dalle origini.
Anzi accompagna me:
sono forse io? sì sono io...
ma poi ciò che conta è
scoprire che la fedeltà di Dio è più grande del tradimento.
E infatti Giuda resta all’interno dei gesti d’amicizia di Gesù,
che lava i piedi anche a lui,
intinge il boccone e glielo offre,
nell’orto lo chiama “amico”,
con un bacio mi tradisci?
È difficile immaginare una celebrazione più realistica e faticosa dell’ultima cena. Chi vuole farne un sereno e felice banchetto, lo svuota del suo realismo scandaloso.
È il momento della crisi, e Gesù passa per il fuoco.
Il momento in cui tutto è esploso, tutto sembra finire.
Dice che è arrivata la fine,
che sarà tradito e Pietro lo rinnegherà;
che tutti gli altri lo abbandoneranno,
ingoiati dalla paura.
Eppure lava loro i piedi.
Davanti alla crisi Gesù non fugge, la affronta. Affronta l’incoerenza dei suoi, il fallimento di quei tre anni insieme, e invece di giudicare, accusare,
invece di rimandarli a casa, al lago, al banco, alle barche perché non ce la fanno, inventa qualcosa per aiutarli ancora a capire, per farli salire, su verso il suo sogno (M. Marcolini):
prende i loro piedi fra le mani, nel gesto dello schiavo o della donna;
si fa pane da masticare, neppure il suo corpo ha tenuto per sé.
Avrebbe potuto lasciarli lì, e lasciare anche me, ricominciare altrove con altri.
Invece Gesù ha una strategia vitale:
portare più in alto,
allargare orizzonti,
far respirare aria più pura:
«Voi mi abbandonate, mi tradite perché mi uccidano e io mi fido ancora di voi».
Eccola la Pasqua:
essere amici della vita fragile,
fidandoci di essa comunque,
anche nei giorni in cui sembra averci tradito.
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IL SIGNORE DELLA LUCE ENTRA IN TUTTE LE TENEBRE DELL’UOMO
Ultima sera.
Buio in cielo nel cuore. Gesù sa,
e non si sottrae,
con un coraggio da eroe,
la tenerezza di un innamorato e umanissime paure.
Uno di voi mi tradirà.
Un amico tra voi amici,
uno che io ho scelto.
Eppure lo chiamerà “amico” fino alla fine perché Gesù elimina
il concetto stesso di nemico dal cuore dell’uomo.
Giuda disse:
sono forse io, Rabbì?
Che faccia tosta,
diremmo noi.
E si sentiva nel giusto a tradire per trenta monete, per la decima parte di un vaso di nardo,
di un unguento da sepoltura…
Nella sua domanda c’è la risposta.
Si smaschera da solo. Perché mentre tutti gli altri chiamano Gesù “Signore”,
Giuda soltanto lo chiama “Rabbì, maestro”.
Considerare Gesù come maestro di vita e non come la vita stessa è già tradirlo.
Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero,
una migliore teoria sull’uomo,
una morale più avanzata, ma ad accendere in noi il desiderio di vita ancora più grande, per sempre, eterna.
A portare la vita di Dio in noi.
Inesauribile,
illimitata,
a cui sempre attingere.
Scrive Alda Merini:
e vedano tutti che ti ho amato,
ti ho patito,
e qualche volta ti ho anche tradito…
Tradire una persona è una infamia, ma tradire chi ti ama è una forma di suicidio.
Lo mostrerà Giuda appendendosi all’albero.
“Avrebbe dovuto appendersi invece al collo di Cristo, credere al suo amore”,
diceva Mazzolari.
Credere che il Signore della luce entra in tutte le tenebre dell’uomo.
È il suo contropiede, disarmato e vincente.
Le nostre infedeltà sono le mani che abbiamo per accoglierlo.
Le nostre fragilità sono le fratture su cui si deposita la guarigione.
I nostri tradimenti sono le crepe per le quali la luce entra nel nostro buio.
Ogni cosa ha le sue crepe, ma è dalle crepe che entra la luce (L. Cohen)
La luce di Dio.
Ultima sera.
Buio in cielo nel cuore. Gesù sa,
e non si sottrae,
con un coraggio da eroe,
la tenerezza di un innamorato e umanissime paure.
Uno di voi mi tradirà.
Un amico tra voi amici,
uno che io ho scelto.
Eppure lo chiamerà “amico” fino alla fine perché Gesù elimina
il concetto stesso di nemico dal cuore dell’uomo.
Giuda disse:
sono forse io, Rabbì?
Che faccia tosta,
diremmo noi.
E si sentiva nel giusto a tradire per trenta monete, per la decima parte di un vaso di nardo,
di un unguento da sepoltura…
Nella sua domanda c’è la risposta.
Si smaschera da solo. Perché mentre tutti gli altri chiamano Gesù “Signore”,
Giuda soltanto lo chiama “Rabbì, maestro”.
Considerare Gesù come maestro di vita e non come la vita stessa è già tradirlo.
Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero,
una migliore teoria sull’uomo,
una morale più avanzata, ma ad accendere in noi il desiderio di vita ancora più grande, per sempre, eterna.
A portare la vita di Dio in noi.
Inesauribile,
illimitata,
a cui sempre attingere.
Scrive Alda Merini:
e vedano tutti che ti ho amato,
ti ho patito,
e qualche volta ti ho anche tradito…
Tradire una persona è una infamia, ma tradire chi ti ama è una forma di suicidio.
Lo mostrerà Giuda appendendosi all’albero.
“Avrebbe dovuto appendersi invece al collo di Cristo, credere al suo amore”,
diceva Mazzolari.
Credere che il Signore della luce entra in tutte le tenebre dell’uomo.
È il suo contropiede, disarmato e vincente.
Le nostre infedeltà sono le mani che abbiamo per accoglierlo.
Le nostre fragilità sono le fratture su cui si deposita la guarigione.
I nostri tradimenti sono le crepe per le quali la luce entra nel nostro buio.
Ogni cosa ha le sue crepe, ma è dalle crepe che entra la luce (L. Cohen)
La luce di Dio.
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Eppure lo chiamerà “amico” fino alla fine, perché Gesù elimina il concetto stesso di nemico dal cuore dell’uomo.
https://youtu.be/52f_PsbTZ-U?si=1uMT6NQ2wtyVDwqY
https://youtu.be/52f_PsbTZ-U?si=1uMT6NQ2wtyVDwqY
YouTube
Dalle crepe entra la Luce
Credere che il Signore della luce entra in tutte le tenebre dell’uomo.
È il suo contropiede, disarmato e vincente.
Le nostre infedeltà sono le mani che abbiamo per accoglierlo.
Le nostre fragilità sono le fratture su cui si deposita la guarigione.
I nostri…
È il suo contropiede, disarmato e vincente.
Le nostre infedeltà sono le mani che abbiamo per accoglierlo.
Le nostre fragilità sono le fratture su cui si deposita la guarigione.
I nostri…
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GESÙ É BACIO A CHI LO TRADISCE
In quell’ultimo giovedì,
al tramonto,
Gesù pronuncia
parole terribili
su del pane e del vino.
Parla di un corpo spezzato,
di sangue versato.
Di un uomo consegnato.
Cosa è stata la vita di Gesù se non un continuo e appassionato consegnarsi?
Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: “prendete e mangiate”.
Neppure il suo sangue:
“prendete e bevete tutti”.
Sera del tradimento,
che inizia con l’abbraccio degli amici e termina in catene.
Sera dell’abbandono: e, abbandonatolo,
fuggirono tutti.
È difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realistica dell’Ultima cena.
Non ha niente di romantico,
è uno scontro con la complessità dell’amore, con i suoi conflitti e la sua vittoria finale.
È il momento della crisi,
quando Gesù passa per il fuoco.
Il momento in cui tutto è esploso,
tutto sembra finire.
Dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente
•che è arrivata la fine,
•che uno di loro lo ha tradito,
•che Pietro lo rinnegherà,
•che gli altri fuggiranno, nella notte, ingoiati dalla paura.
Eppure lava loro i piedi.
Volete sapere qualcosa di voi e di me?
dice Gesù a discepoli e discepole di ogni tempo
Vi do un appuntamento:
uno che è posto in basso.
Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi.
Li lava perfino a Giuda,
che lo tradisce.
Chi è Dio? Il mio lavapiedi.
In ginocchio davanti a me.
Le sue mani sui miei piedi.
Davvero, come a Pietro,
ci viene da dire: no,
un Dio non può fare così.
Tu sei tutto matto, Signore!
E Lui:
sono come lo schiavo
che ti aspetta,
e al tuo ritorno
ti lava i piedi.
Ha ragione Paolo:
il cristianesimo è scandalo e follia.
Questi sono i giorni della “vendetta di Dio”,
quando si vendica delle nostre fughe inginocchiandosi ai nostri piedi.
Si vendica della nostra superficialità
entrando nel più profondo di ognuno,
come pane.
Adesso capiamo chi è
Gesù: è bacio a chi lo tradisce.
Non spezza nessuno, spezza se stesso.
Non versa il sangue di nessuno,
versa il proprio sangue.
Non sacrifica nessuno,
sacrifica se stesso.
Gesù, non ha fuggito la crisi,
l’ha affrontata.
Ha preso il tradimento,
il fallimento dell’amore,
l’incomprensione dei suoi,
e invece di giudicare,
accusare,
rimproverare,
invece di rimandarli a casa, al lago, al banco,
alle barche,
perché non hanno capito,
non ce la fanno,
inventa qualcosa di inedito per educarli ancora,
per aiutarli ancora a capire, per farli salire, su verso il suo sogno (Marina Marcolini).
Avrebbe potuto lasciarli lì, ricominciare altrove.
Invece ha rilanciato la posta.
Voi mi consegnate perché mi uccidano e io mi consegno a voi.
Quando non ci sarò più potrete ancora mangiare e bere di me.
Immensa vulnerabilità dell’atto d’amore.
Bello è chi ti ama. Bellissimo è chi ti ama fino all’estremo.
Inizia l’ultima notte,
•notte di preghiera senza risposte,
•di amici che invece di vegliare dormono,
ed erano i tre preferiti.
Notte del traditore chiamato “amico”
e della cattura:
allora tutti lo abbandonarono e fuggirono.
Tutti per tutt’altra strada.
Via da quell’uomo pericoloso,
da quel reprobo.
Dimenticati gli anni del gioioso e libero vagabondare lungo il lago,
e il pane nelle ceste che non finiva mai.
Adesso basta illusioni,
troppo rischioso stare con lui.
Infatti, bastano poche ore ed è già tutto finito.
In quell’ultimo giovedì,
al tramonto,
Gesù pronuncia
parole terribili
su del pane e del vino.
Parla di un corpo spezzato,
di sangue versato.
Di un uomo consegnato.
Cosa è stata la vita di Gesù se non un continuo e appassionato consegnarsi?
Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: “prendete e mangiate”.
Neppure il suo sangue:
“prendete e bevete tutti”.
Sera del tradimento,
che inizia con l’abbraccio degli amici e termina in catene.
Sera dell’abbandono: e, abbandonatolo,
fuggirono tutti.
È difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realistica dell’Ultima cena.
Non ha niente di romantico,
è uno scontro con la complessità dell’amore, con i suoi conflitti e la sua vittoria finale.
È il momento della crisi,
quando Gesù passa per il fuoco.
Il momento in cui tutto è esploso,
tutto sembra finire.
Dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente
•che è arrivata la fine,
•che uno di loro lo ha tradito,
•che Pietro lo rinnegherà,
•che gli altri fuggiranno, nella notte, ingoiati dalla paura.
Eppure lava loro i piedi.
Volete sapere qualcosa di voi e di me?
dice Gesù a discepoli e discepole di ogni tempo
Vi do un appuntamento:
uno che è posto in basso.
Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi.
Li lava perfino a Giuda,
che lo tradisce.
Chi è Dio? Il mio lavapiedi.
In ginocchio davanti a me.
Le sue mani sui miei piedi.
Davvero, come a Pietro,
ci viene da dire: no,
un Dio non può fare così.
Tu sei tutto matto, Signore!
E Lui:
sono come lo schiavo
che ti aspetta,
e al tuo ritorno
ti lava i piedi.
Ha ragione Paolo:
il cristianesimo è scandalo e follia.
Questi sono i giorni della “vendetta di Dio”,
quando si vendica delle nostre fughe inginocchiandosi ai nostri piedi.
Si vendica della nostra superficialità
entrando nel più profondo di ognuno,
come pane.
Adesso capiamo chi è
Gesù: è bacio a chi lo tradisce.
Non spezza nessuno, spezza se stesso.
Non versa il sangue di nessuno,
versa il proprio sangue.
Non sacrifica nessuno,
sacrifica se stesso.
Gesù, non ha fuggito la crisi,
l’ha affrontata.
Ha preso il tradimento,
il fallimento dell’amore,
l’incomprensione dei suoi,
e invece di giudicare,
accusare,
rimproverare,
invece di rimandarli a casa, al lago, al banco,
alle barche,
perché non hanno capito,
non ce la fanno,
inventa qualcosa di inedito per educarli ancora,
per aiutarli ancora a capire, per farli salire, su verso il suo sogno (Marina Marcolini).
Avrebbe potuto lasciarli lì, ricominciare altrove.
Invece ha rilanciato la posta.
Voi mi consegnate perché mi uccidano e io mi consegno a voi.
Quando non ci sarò più potrete ancora mangiare e bere di me.
Immensa vulnerabilità dell’atto d’amore.
Bello è chi ti ama. Bellissimo è chi ti ama fino all’estremo.
Inizia l’ultima notte,
•notte di preghiera senza risposte,
•di amici che invece di vegliare dormono,
ed erano i tre preferiti.
Notte del traditore chiamato “amico”
e della cattura:
allora tutti lo abbandonarono e fuggirono.
Tutti per tutt’altra strada.
Via da quell’uomo pericoloso,
da quel reprobo.
Dimenticati gli anni del gioioso e libero vagabondare lungo il lago,
e il pane nelle ceste che non finiva mai.
Adesso basta illusioni,
troppo rischioso stare con lui.
Infatti, bastano poche ore ed è già tutto finito.
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LE PORTE BELLE DELL’EDEN
Gv 18,1 – 19,42
Passione del Signore
Ricordati di me,
prega la paura del ladro in croce.
Oggi sarai con me, risponde l’attenzione di Gesù.
E si preoccupa dentro l’ultima agonia non della propria salvezza,
ma di quella di chi gli muore accanto.
Sarai con me,
e le braccia di Gesù distese,
inchiodate in un abbraccio
che non può annullarsi,
dicono che Dio è così:
un abbraccio lungo e senza rimpianti,
dove tuffarsi.
Quelle braccia sono le porte belle dell’Eden, aperte in un gesto così esagerato che sembrano spezzarsi.
Senza di noi neanche Dio può stare solo.
A lui manca qualcosa,
manca l’ultima pecora,
manca il ladro in croce,
manco io,
manchi tu:
Dio è completo solo quando è abbracciato a te.
Noi nasciamo lì
come la creatura nasce dal cuore trafitto del suo Creatore, forte e sicura come ogni uomo e donna quando si sanno amati.
Sarai con me, in paradiso. Oggi!
E parla di uno spazio immenso e felice,
lui crocifisso come un brigante,
con solo il niente di un palo e tre chiodi e quel poco di legno e ferro sufficienti per patire la morte.
Ma perché lui,
il giusto di Dio,
è in croce?
Per essere con me e come me.
Perché io possa essere con lui e come lui,
ed essere ciò che Dio deve all’uomo che è in croce:
Gesù entra nella morte perché lì entra ogni suo fratello,
che lui non sa abbandonare.
L’amore conosce molti doveri,
ma il primo e il più importante
è quello di essere insieme con l’amato.
Perché il dolore,
la croce,
la pena inumana?
Credimi: è così semplice, quando si ama! (Jan Twardowski)
E un carcerato mi spiegava la sua conversione:
ho scoperto che Dio è l’unico che non mi frega! L’ho capito dalla croce.
Se ci fermiamo un minuto davanti a un crocifisso,
lo capiremo anche noi:
non c’è inganno nella croce.
Gv 18,1 – 19,42
Passione del Signore
Ricordati di me,
prega la paura del ladro in croce.
Oggi sarai con me, risponde l’attenzione di Gesù.
E si preoccupa dentro l’ultima agonia non della propria salvezza,
ma di quella di chi gli muore accanto.
Sarai con me,
e le braccia di Gesù distese,
inchiodate in un abbraccio
che non può annullarsi,
dicono che Dio è così:
un abbraccio lungo e senza rimpianti,
dove tuffarsi.
Quelle braccia sono le porte belle dell’Eden, aperte in un gesto così esagerato che sembrano spezzarsi.
Senza di noi neanche Dio può stare solo.
A lui manca qualcosa,
manca l’ultima pecora,
manca il ladro in croce,
manco io,
manchi tu:
Dio è completo solo quando è abbracciato a te.
Noi nasciamo lì
come la creatura nasce dal cuore trafitto del suo Creatore, forte e sicura come ogni uomo e donna quando si sanno amati.
Sarai con me, in paradiso. Oggi!
E parla di uno spazio immenso e felice,
lui crocifisso come un brigante,
con solo il niente di un palo e tre chiodi e quel poco di legno e ferro sufficienti per patire la morte.
Ma perché lui,
il giusto di Dio,
è in croce?
Per essere con me e come me.
Perché io possa essere con lui e come lui,
ed essere ciò che Dio deve all’uomo che è in croce:
Gesù entra nella morte perché lì entra ogni suo fratello,
che lui non sa abbandonare.
L’amore conosce molti doveri,
ma il primo e il più importante
è quello di essere insieme con l’amato.
Perché il dolore,
la croce,
la pena inumana?
Credimi: è così semplice, quando si ama! (Jan Twardowski)
E un carcerato mi spiegava la sua conversione:
ho scoperto che Dio è l’unico che non mi frega! L’ho capito dalla croce.
Se ci fermiamo un minuto davanti a un crocifisso,
lo capiremo anche noi:
non c’è inganno nella croce.
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Il grido alto di Cristo che muore è la voce potente del Verbo creatore,
che richiama il sole
dal grembo della notte.
É il vagito possente e vittorioso dell’uomo che nasce
https://youtu.be/JwfFhO-PtMA?si=sC8DXRkeLB_1PSBt
che richiama il sole
dal grembo della notte.
É il vagito possente e vittorioso dell’uomo che nasce
https://youtu.be/JwfFhO-PtMA?si=sC8DXRkeLB_1PSBt
YouTube
Un Dio che ti ama da morire
Il nostro Dio è il Dio che entra nella tragedia
cui è inchiodata ogni sua creatura,
è amore che si immerge nell’oscurità e nel grido della nostra morte,
che vince morendo.
Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi,
la tenebra inghiotte la luce…
cui è inchiodata ogni sua creatura,
è amore che si immerge nell’oscurità e nel grido della nostra morte,
che vince morendo.
Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi,
la tenebra inghiotte la luce…
❤16🙏3
INSIEME SOTTOVOCE
Giorno di mezzo,
dopo la croce e prima
della pietra rotolata via.
Tempo del seme,
che dorme nella terra.
Giorno silenzioso,
senza Parola di Dio,
quasi senza identità.
Forse lo possiamo capire
con gli 11 e le donne,
chiusi con loro come se
non sapessimo nulla.
Proviamo a rivivere quei momenti.
Disorientamento totale: l’amico più caro
con cui avevano condiviso tre anni di vita,
quello che camminava davanti,
per cui avevano abbandonato tutto,
non c’è più.
Sono tramortiti,
ma fanno la cosa giusta,
di grande intelligenza spirituale:
stanno insieme,
non si separano,
non fuggono ciascuno
in casa propria.
Un uomo da solo può essere travolto,
insieme invece si fa argine comune,
e il peso si fa più leggero perché con-diviso.
La prima comunità cristiana germoglia
in questo stringersi
l’uno all’altro,
in quel sabato vuoto.
Che cosa li tiene uniti?
Tre cose:
• la paura di finire come lui, • legami forti tra loro,
• affetto per Gesù.
Nel Credo recitiamo che Gesù fu sepolto e
discese agli inferi.
È disceso nel fondo oscuro della storia
e della materia,
per darle energia ascensionale verso
più luminosa vita.
È disceso
nel fondo del mio essere,
nelle mie zone di durezza e sterilità,
nel fondo di ogni persona
come forza di gravità celeste,
di attrazione verso l’alto e verso l’altro,
generoso di te.
È disceso nella vittima e nel carnefice,
negli inferi della storia,
nei sotterranei dei disperati,
nei buchi dei dannati della terra.
E ora è qui,
annuncio che i carnefici
non avranno ragione
delle loro vittime in eterno. Come la morte.
Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo,
egli è nella sua stanza più intima.
E chi non accetta che
il mondo avanzi così, faraoni e schiavi,
quelli che vogliono
cieli nuovi e nuova terra sanno che la Pasqua ormai ha penetrato la trama segreta della storia, e non riposerà...
Tu, semente che si disfa,
entra nel profondo del cuore umano.
E noi ... staremo ad ascoltare la crescita del grano" (Tonino Bello),
la crescita del mondo nuovo.
Giorno di mezzo,
dopo la croce e prima
della pietra rotolata via.
Tempo del seme,
che dorme nella terra.
Giorno silenzioso,
senza Parola di Dio,
quasi senza identità.
Forse lo possiamo capire
con gli 11 e le donne,
chiusi con loro come se
non sapessimo nulla.
Proviamo a rivivere quei momenti.
Disorientamento totale: l’amico più caro
con cui avevano condiviso tre anni di vita,
quello che camminava davanti,
per cui avevano abbandonato tutto,
non c’è più.
Sono tramortiti,
ma fanno la cosa giusta,
di grande intelligenza spirituale:
stanno insieme,
non si separano,
non fuggono ciascuno
in casa propria.
Un uomo da solo può essere travolto,
insieme invece si fa argine comune,
e il peso si fa più leggero perché con-diviso.
La prima comunità cristiana germoglia
in questo stringersi
l’uno all’altro,
in quel sabato vuoto.
Che cosa li tiene uniti?
Tre cose:
• la paura di finire come lui, • legami forti tra loro,
• affetto per Gesù.
Nel Credo recitiamo che Gesù fu sepolto e
discese agli inferi.
È disceso nel fondo oscuro della storia
e della materia,
per darle energia ascensionale verso
più luminosa vita.
È disceso
nel fondo del mio essere,
nelle mie zone di durezza e sterilità,
nel fondo di ogni persona
come forza di gravità celeste,
di attrazione verso l’alto e verso l’altro,
generoso di te.
È disceso nella vittima e nel carnefice,
negli inferi della storia,
nei sotterranei dei disperati,
nei buchi dei dannati della terra.
E ora è qui,
annuncio che i carnefici
non avranno ragione
delle loro vittime in eterno. Come la morte.
Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo,
egli è nella sua stanza più intima.
E chi non accetta che
il mondo avanzi così, faraoni e schiavi,
quelli che vogliono
cieli nuovi e nuova terra sanno che la Pasqua ormai ha penetrato la trama segreta della storia, e non riposerà...
Tu, semente che si disfa,
entra nel profondo del cuore umano.
E noi ... staremo ad ascoltare la crescita del grano" (Tonino Bello),
la crescita del mondo nuovo.
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Vangelo della notte di Pasqua
Shomèr ma mi-llailah
Lc 24,1-12
Era ancora notte, e loro si sono messe per strada.
Il primo giorno, al mattino presto, esse si recarono al sepolcro.
La notte durerà ancora
ma il mattino sta venendo (Is 21,12).
È notte anche per noi, davanti al mostro evidente del male assoluto che si chiama guerra.
Luca non scrive il soggetto di questo andare,
ma lo sappiamo tutti che sono loro,
le donne,
quelle che ci raccontano la morte e le sette parole di Gesù in croce,
che hanno raccolto il suo grido,
che l’hanno profumato ancora una
volta con oli aromatici per contrastare,
come possono,
come sanno, la morte.
Davanti alla pietra rovesciata e al vuoto angosciante, per le donne non c’è subito la fede,
si alza solo l’immensa domanda: cos’è questo?
La fede non è immediata,
è un lavorìo,
un esile filo,
scalpello su dura pietra,
e comincia con il domandare:
cos’è questo che accade?
Sono necessari
due angeli e una nuova annunciazione.
Dice Luca che sono sfolgoranti,
quasi vestiti di lampi,
di scampoli di luce:
perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui.
È risorto.
Una cascata di bellezza, un’abbagliante luce
che dà un nome a Gesù: “Colui-che è-vivo!”:
quello che avete visto chiudere nella roccia, quell’uomo che vi ha aperto orizzonti infiniti,
è vivo.
La differenza tra fede
e non fede non è Gesù,
è la Pasqua di Gesù!
Non è un fantasma,
non è un ricordo:
è lui!
Lui c’è, ma non qui;
è altrove, è più avanti, cercatelo dappertutto
ma non fra le cose morte, non nei cimiteri,
è in giro per le strade,
per gli occhi,
per i cuori,
bussa alle case,
aspetta che gli si apra e i suoi teli profumano di sole.
Lo incontri,
ci inciampi addosso,
lo urti,
ti tocca,
ti parla,
ti abbraccia.
É risorto!
E lo dicono con un verbo umile e concreto:
Si è svegliato.
Non sanno come dire la risurrezione, e allora Luca, Marco, Matteo usano
i verbi del mattino,
quando riprendiamo vita, lavori, amori,
gioie e fatiche.
Si è svegliato,
svegliamoci
da questa vita assopita!
Svegliati, alzati.
Guarda, ascolta,
immagina cieli nuovi
e apri le tue braccia!
Noi siamo così,
come quelle donne,
siamo creature di desiderio e di stupore.
É illogica la Pasqua,
è tutto contro ogni ragione, quella mattina.
Ma la vita non si misura
da quanti respiri facciamo, si misura da tutti
quei momenti
che ci tolgono il respiro.
Nella mattina di Pasqua,
tra donne, profumi
e parole di angeli
c’è un’armonia di segni cosmici nuovi,
di partenze al levar del sole,
dentro il profumo del giardino,
nell’intrecciarsi armonioso della prima stagione dell’anno,
il primo plenilunio,
il primo giorno della settimana,
la prima ora del giorno.
Non vediamo la luce,
è ancora notte,
c’è ancora il suono che fa il silenzio,
ma il giorno nuovo viene.
Il dolore è a un passo,
ma è a un passo anche l’amore,
stupendamente vivo.
Shomèr ma mi-llailah
Lc 24,1-12
Era ancora notte, e loro si sono messe per strada.
Il primo giorno, al mattino presto, esse si recarono al sepolcro.
La notte durerà ancora
ma il mattino sta venendo (Is 21,12).
È notte anche per noi, davanti al mostro evidente del male assoluto che si chiama guerra.
Luca non scrive il soggetto di questo andare,
ma lo sappiamo tutti che sono loro,
le donne,
quelle che ci raccontano la morte e le sette parole di Gesù in croce,
che hanno raccolto il suo grido,
che l’hanno profumato ancora una
volta con oli aromatici per contrastare,
come possono,
come sanno, la morte.
Davanti alla pietra rovesciata e al vuoto angosciante, per le donne non c’è subito la fede,
si alza solo l’immensa domanda: cos’è questo?
La fede non è immediata,
è un lavorìo,
un esile filo,
scalpello su dura pietra,
e comincia con il domandare:
cos’è questo che accade?
Sono necessari
due angeli e una nuova annunciazione.
Dice Luca che sono sfolgoranti,
quasi vestiti di lampi,
di scampoli di luce:
perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui.
È risorto.
Una cascata di bellezza, un’abbagliante luce
che dà un nome a Gesù: “Colui-che è-vivo!”:
quello che avete visto chiudere nella roccia, quell’uomo che vi ha aperto orizzonti infiniti,
è vivo.
La differenza tra fede
e non fede non è Gesù,
è la Pasqua di Gesù!
Non è un fantasma,
non è un ricordo:
è lui!
Lui c’è, ma non qui;
è altrove, è più avanti, cercatelo dappertutto
ma non fra le cose morte, non nei cimiteri,
è in giro per le strade,
per gli occhi,
per i cuori,
bussa alle case,
aspetta che gli si apra e i suoi teli profumano di sole.
Lo incontri,
ci inciampi addosso,
lo urti,
ti tocca,
ti parla,
ti abbraccia.
É risorto!
E lo dicono con un verbo umile e concreto:
Si è svegliato.
Non sanno come dire la risurrezione, e allora Luca, Marco, Matteo usano
i verbi del mattino,
quando riprendiamo vita, lavori, amori,
gioie e fatiche.
Si è svegliato,
svegliamoci
da questa vita assopita!
Svegliati, alzati.
Guarda, ascolta,
immagina cieli nuovi
e apri le tue braccia!
Noi siamo così,
come quelle donne,
siamo creature di desiderio e di stupore.
É illogica la Pasqua,
è tutto contro ogni ragione, quella mattina.
Ma la vita non si misura
da quanti respiri facciamo, si misura da tutti
quei momenti
che ci tolgono il respiro.
Nella mattina di Pasqua,
tra donne, profumi
e parole di angeli
c’è un’armonia di segni cosmici nuovi,
di partenze al levar del sole,
dentro il profumo del giardino,
nell’intrecciarsi armonioso della prima stagione dell’anno,
il primo plenilunio,
il primo giorno della settimana,
la prima ora del giorno.
Non vediamo la luce,
è ancora notte,
c’è ancora il suono che fa il silenzio,
ma il giorno nuovo viene.
Il dolore è a un passo,
ma è a un passo anche l’amore,
stupendamente vivo.
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