ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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 ECCO IO FACCIO UN CUORE NUOVO, PER TE
Gv 8,1-11

Una trappola ben congegnata:
‘che si schieri, il maestro,
o contro Dio
o contro l’uomo’.

Gli condussero una donna... e la posero in mezzo.

Donna senza nome,
che per scribi e farisei non è una persona, è il suo peccato;
anzi è una cosa, che si prende,
si porta,
si mette di qua o di là,
dove a loro va bene.

Si può anche mettere a morte.
Sono gli integralisti che mettono Dio contro l’uomo, e la religione diventa omicida.

Maestro, secondo te, è giusto uccidere...?
Quella donna ha sbagliato, ma la sua uccisione sarebbe ben più grave del peccato che vogliono punire.

Gesù si chinò e scriveva col dito per terra...:
e ci invita, quando
tutti attorno gridano,
a una pausa,
a tacere,
a mettersi ai piedi
non di un codice penale
ma del mistero della persona
.

“Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”.
Gesù butta all’aria tutto il vecchio ordinamento legale con una battuta sola, con parole definitive e così vere che nessuno può ribattere.
E se ne andarono tutti.

Allora Gesù si alza,
ad altezza del cuore della donna
,
ad altezza degli occhi,
per esserle più vicino;

si alza con tutto il rispetto dovuto a un principe,
e la chiama ‘donna’,
come farà con sua madre:

Nessuno ti ha condannata?
Neanch’io lo faccio
.
Eccolo il maestro vero,
che non s’impalca a giudice,
che non condanna e neppure assolve,
fa un’altra cosa:
le consegna il futuro che serve pervivere.

Va’ e d’ora in poi non peccare più:
ha fiducia in lei,
spera in lei,
vede in noi il santo prima del peccatore.

Il Signore sa sorprendere ancora una volta il nostro cuore fariseo:
non chiede alla donna di confessare il peccato,
non di espiarlo,
neppure le domanda se è pentita.

È una figlia a rischio della vita, e tanto basta a Colui che è venuto non per giudicare ma per salvare.

La prima legge di Dio è che ogni suo figlio viva!
Non si interessa di rimorsi, ma di futuro: infatti non le domanda da dove viene, ma dove è diretta;

non le chiede conto del suo passato,
ma del suo domani
.

E intinge la penna,
come uno scriba sapiente, nella luce e non nelle ombre di quella creatura con il suo inconfondibile colpo d’ala
.

Il rabbi le dice:
Va’,
esci dal tuo passato e vai verso il tuo cuore nuovo,
e porta lo stesso perdono a chiunque incontrerai
.

Le scrive nel cuore la parola ‘futuro’.
Le dice:‘
Donna, tu sei capace di amare ancora, tu puoi amare bene, amare molto. Questo farai...’.

Gesù apre le porte delle nostre prigioni,
i prigionieri li rimette in cammino nel sole.
Lui sa bene che solo uomini e donne perdonati e amati possono seminare attorno a sé perdono e amore.

I due soli doni che non ci faranno più vittime.
Che non faranno più vittime,
né fuori né dentro di noi.
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TU SEI LA LUCE DI OGNI ESSERE

Tu sei la luce intatta
la luce increata
che genera gli universi
.

Tu sei la luce di ogni essere che viene all'esistenza.

Tu sei l'intima luce
di ognuno di noi
.

Tu sei la vita
che ci libera dal male
.

Tu sei la gioia mattinale della creazione
la gioia dell'alba del mondo.

A te il nostro amore e l'offerta totale del nostro essere.

p. Giovanni Vannucci
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DIO NON CI LASCIA SOLI MAI
Gv 8,21-30

Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite».

Questo vangelo ci regala due perle molto importanti, raccontando l’estrema opposizione di Gesù.

La prima:
quando mi avrete inchiodato sulla croce,
allora capirete chi sono.

Abbiamo strane idee su Dio,
alcune infantili,
altre di comodo,
altre addirittura pagane.

Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ti sbagli su tutto,
sul bene,
sul male,
sulla storia.

Diceva p. Turoldo: è come abbottonare storto il primo bottone della camicia, dopo ti vengono storti tutti gli altri…

Capirete chi sono dal legno,
dai chiodi e dal sangue,
non dai miracoli
.

Su quel corpo crocifisso, l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite.

Dio non scende dal legno,
quel Cristo è mio fratello
e piange con me,
entra nella morte con me
.

La seconda frase:
Dio non mi lascia solo.

In ogni giorno che vivrò,
lui è con me;
anche nella valle oscura della morte
.

È con me,
inchiodato a me che sono l’amata spina della sua corona
,
a intrecciare
la sua vita con la mia
come il suo respiro con il mio.

Coraggio, allora,
Dio non ci lascia soli.
Per sempre!


Come passeri abbiamo
il nido nelle sue mani,
e non ci lascerà cadere
.
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LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI
Gv 8,31-42

Disse Gesù a quelli che gli avevano creduto:
Se rimanete nella mia
parola…
Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi
.

Gli risposero:
il nostro padre è Abramo.
Disse loro Gesù:
se foste figli di Abramo fareste le opere di Abramo
.

Conoscerete il Dio che vi farà liberi.

Il segreto della libertà è in quel pezzetto di Dio che è in te.

Dio che non costringe mai.
Lui che possiede tutti i poteri per costringermi, non mi costringe.

Lo tradisco quando mi lascio prendere dalla paura di cosa diranno di me e mi accodo, cambio casacca a seconda del vento…

Noi non siamo liberi perché abbiamo paura.
Paura del giudizio degli altri
, di perdere: denaro, stima, ruolo, affetti.

La verità vi farà liberi.

Più sei vero,
autentico,
non reciti,
non sei un commediante delle relazioni,
più sei libero
.

É allora che porti il sapore della tua creatività, originalità, unicità!

Se vuoi essere felice devi essere coraggioso.

Gli risposero: il nostro padre è Abramo.
Magari, dice Gesù.

Abramo è il nomade
che per letto ha la sabbia del deserto,
sulla testa ha il tetto del cielo,
e come recinto l’orizzonte.
Libero di partire dalla sua terra,
di fare qualcosa che prima era impensabile,
pronto a mettersi in viaggio verso l’ignoto dietro a una promessa.

Tutte le volte che ho incontrato uomini e donne di fede, ho trovato due cose: non tanto la bontà, ma la libertà, prima di tutto.

Si sprigiona dai grandi credenti una libertà contagiosa, che rompe i legami del secondario e del superfluo.

E poi la gioia,
un lampeggiare di festa
.
Che sono le figlie bellissime del coraggio di essere liberi.
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POSSIAMO ANCHE NOI, OGGI, COLTIVARE UNA AIUOLA DI SPERANZE
Gv 8, 51-59

“Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia”.

Abramo,
pronto all’impossibile,
a camminare per tutta la vita dietro alla promessa
di figli come stelle,
più della sabbia del mare.

Vecchio d’anni ma
non vecchio di cuore.
Si fida di Dio.

Ciò che Dio promette è perfino illogico,
ma Dio è affidabile.

E quando gli chiede
di legare il piccolo Isacco
e alzare il coltello,
è tutto incredibile,

in quel momento Dio nega le promesse di Dio,
Dio nega Dio,
c’è da impazzire:
ma Dio è affidabile.
E troverà il modo:
un angelo che ferma il coltello.

Nella vita di ciascuno Dio è affidabile. Risponde
non alle nostre richieste, ma alle sue promesse:

sarò con voi, tutti i giorni, con una vita eterna,
di una qualità indistruttibile.

Quando Abramo muore della terra di latte e miele ha acquistato solo una grotta, grande appena quanto basta per due tombe;

dei figli come stelle,
ne ha uno solo,
che ha rischiato di uccidere.
Quasi niente, eppure conserva la speranza.

Che è come una corda di gioia tesa verso il futuro,
un ponte tibetano sopra l’abisso.

Abramo esultò nella speranza:
guarda il piccolo seme presente e vede la spiga futura.

Nel suo Isacco imperfetto, vede Gesù, il figlio perfetto. Ed esulta.

Possiamo anche noi, oggi, coltivare una aiuola di speranze,
che danno gioia
(ricordate il piccolo principe: se tu arriverai alle 5 io alle 4 comincerò già ad essere felice).

Abbracci che sono mancati,
pace per me e per i miei,
e che non si lasci indietro nessuno.

Non è: io speriamo che me la cavo. La speranza è ciò che sogno per me e per il mondo, a cui mi protendo, come a un gancio in mezzo al cielo, alto e affidabile.

Ci sono tre sorelle,
fede speranza e carità.

La speranza è la virtù bambina, cammina in mezzo alle due sorelle più grandi che la tengono per mano.

Diresti che sono loro a tirarla, invece no, è la bambina che tira fede e carità, è la speranza che trascina avanti la vita.
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ABBÀ DI CIELO SQUARCIATO
Gv 10,31-42

Perché volete uccidermi?
É un incalzare di attentati.

La risposta:
perché tu bestemmi.
Hai detto che sei figlio di Dio.

Allora Gesù cita un salmo meraviglioso:
siete tutti figli di Dio,
tutti come dei
(Sl 82,6)
.
Uno squarcio di cielo.

Tutte le religioni del mediterraneo,
fenici, egizi, greci, romani,
davano a un dio il nome di padre, il padre Giove.

Anche gli ebrei si rivolgevano a Dio chiamandolo padre.

Ma Gesù diceva Abbà, nella lingua materna, l’aramaico,
e non in quella solenne della sinagoga,
nella lingua parlata dei bambini,
non in quella dei rabbini.

Abbà è una parola carica di affetto, confidenza e gioia, per noi é dire papà, babbo…

Non quindi il pater familias dei latini, con potere di vita o di morte sui figli,
loro padrone.

Abbà è tenerezza,
la rivoluzione portata da Gesù
.
La bestemmia della tenerezza che ci mette
tutti sotto il grande arcobaleno dell’amore.

Gesù non dà mai a Dio la qualifica di onnipotente, questo non c’è nel vangelo. Nella sua vita
Dio è colui che si avvicina,
si commuove,
prende per mano,
fascia le ferite,
corre incontro,
perdona,
non abbandona.
Lo troverai sempre dalla tua parte.

Non è onni-potente,
ma l’onni-amante
.
Gesù sarà ucciso per questa bestemmia!

Siamo figli di questo Abbà, e io non ho il diritto di pregarlo chiamandolo padre, se a mia volta non vivo da padre e madre verso tutte le creature.

Come lui, custode della vita in tutte le sue forme; anch’io piccolo padre o madre planetari.

Chissà che oggi Gesù
non rivolga proprio a noi le bellissime parole del salmo:
davvero siete tutti come dei,
tutti come veri figli
.
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PER UN MONDO SENZA LUPI
Gv 11, 46-56

Se quest’uomo continua così tutti gli andranno dietro!

L’istituzione religiosa sente franare il potere sotto i piedi, e decide di eliminare Gesù.
Compie molti segni,
loro li vedono.

Ha già risuscitato Lazzaro, allora decidono di eliminarlo come prova vivente.

Di miracoli ce ne sono fin troppi, nel mondo, ma non convertono proprio nessuno. Perché non è mai un fatto esterno che ci converte, ma solo ciò che viene dall’anima,
un seme dentro.

Come sono arrivati fin qui?
Gesù ha denunciato che il loro vero dio è il denaro, che vogliono rappresentare Dio
ma non sanno niente di lui.
Li ha chiamati sepolcri imbiancati;
li ha smascherati come commedianti,
innamorati delle loro poltrone fino all’omicidio e alla menzogna.

Se il popolo crede a queste parole, è la fine.
Allora Caifa, il leader,
interpreta il pensiero di tutti: è meglio che muoia!
Anzi la parola-chiave:
è conveniente per noi.
È nel nostro interesse!

Cercano, e trovano una scusa sul terreno politico: evitare una sommossa e quindi l’intervento delle legioni romane.
Ma quando mai Gesù ha predicato la guerra?

Imbrogliano perfino sul motivo della sentenza di morte, che non è quella di un rivoltoso contro l’impero, ma quella di
un pastore vero, che vede venire i lupi e non scappa.

Che muore per difendere pecore e agnelli, muore per un mondo senza lupi dove tutti sono fratelli. Dove il più grande è colui che ama di più,
e il più piccolo è il più importante di tutti.

L’infinita tenerezza di Dio.. abbracciato per sempre ad ognuno dei suoi figli.
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COME L’ASINO,
I PIÙ VICINI A CRISTO


Il racconto della passione e morte di Gesù è la lettura più bella e regale che si possa fare.

La croce è l’immagine più pura e alta che Dio ha dato di se stesso. «Per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce» (Karl Rahner).

Mentre stiamo per ripercorre i giorni supremi della nostra storia,
il primo brano del vangelo che ci viene incontro riferisce la festa che circonda Gesù mentre scende dal  Monte degli  Ulivi  e si avvia verso Gerusalemme,
a dorso d’asino
.

Ad ogni ritorno della settimana santa riemerge dalla memoria un dialogo di molti anni fa con un monaco trappista dell’abbazia di Orval, in Belgio.

Un giorno, mentre lo aiutavo nel suo lavoro, ad un certo punto gli chiesi: «Mi permetta una domanda,  padre:
le è mai successo di stancarsi di Dio?
Di averne abbastanza della comunità, dei voti, delle esigenze del vangelo?
Le è mai successo?
A me, sì.
Cosa  possiamo fare quando ci si stanca di Dio?»

Pensavo che mi avrebbe risposto qualcosa tipo: quanto sei indietro nella fede! Come è possibile  stancarsi di Dio?
O con una delle tante frasi fatte che ho ascoltato sulla bocca di tanti...

Lui invece mi guardò con occhi profondi e dolci, e cominciò a parlarmi di san Bernardo e di un suo commento al vangelo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

Ricordo solo l’essenziale, ed era questo: «nel giorno che noi chiamiamo delle palme, nel corteo che accompagna Gesù giù dal Monte degli Ulivi,
c’è chi canta,
chi applaude,
chi fa ala e stende i mantelli,
chi agita rami di palma,
un giardino che cammina.

Alcuni sono più vicini a Gesù, camminano al suo fianco, altri sono più indietro e lontani.

Aria di festa per tutti..., ma c’è un personaggio che non partecipa a quell’atmosfera gioiosa, una creatura che fa più fatica di tutti, doppia fatica, e si stanca:

è l’asino su cui è seduto Gesù, con il suo puledro, che sente tutto il peso di quella strada ripida,
sotto la soma di quell’uomo sconosciuto che trasporta;
eppure non si ferma, continua a salire
.

L’asino è quello che fa fatica più di tutti, ma è anche il più vicino a Gesù.

Ne sente il calore, e la vicinanza. Così succede anche noi» mi diceva «quando facciamo fatica, oppure sentiamo il peso della preghiera,
della vita secondo il vangelo,
del ministero,
della comunità,
quando non abbiamo più voglia,
possiamo pensare all’asino del corteo delle Palme, forse siamo come quella creatura i più vicini a Cristo:

stiamo portando lui e il peso del vangelo,
lui e le fatiche della missione.
Portiamo pietre d’angolo per un mondo nuovo.

L’importante è non arrendersi,
perché poca strada ancora e ormai ecco Gerusalemme».

Perseverare, perché -diceva don Lorenzo Milani- : Fino a che c’è fatica c’è speranza”.
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PIEDI ABBRACCIATI IN SALITA
Giovanni 12,1-11

Sei giorni prima di Pasqua Gesù andò a Betania e qui fecero una cena per lui.

Maria allora prese trecento grammi di nardo,
assai prezioso,
ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli.
E tutta la casa si riempì di profumo.

Inizia la Santa Settimana con un Vangelo straordinario.

Una cena in casa tra amici, una donna,
mani e capelli che grondano profumo,
non c’è una parola,
parlano le mani
e la loro tenerezza.

Verrà il tempo delle piaghe, ma sul corpo di Gesù per ora germogliano solo carezze.

Quel profumo valeva ben dieci volte il prezzo di Giuda.

L’amica versa dieci volte il denaro del tradimento,
dice a Gesù:

qualcuno ti tradirà
e ti venderà,
ma io ti amerò
e ti ricomprerò
dieci volte tanto!

Ha tra le mani i piedi di Gesù,
del viandante,
del camminatore,
i piedi della fatica
di chi ha attraversato
tutti i villaggi di Galilea.

Maria li abbraccia per dire: non andartene più,
resta qui!

E sappi che dove vai tu verrò anch’io, e che
il tuo Dio sarà il mio.

E il cuore di Gesù ne riceve una grande forza felice.

Una carezza,
quando è vera,
trasforma un uomo.

E l’unzione di Betania, questa commovente lavanda dei piedi anticipa di tre giorni l’altra lavanda,
quella di Gesù ai suoi discepoli e, chissà,
forse la ispira.

Gesù impara da una donna i gesti forti dell’amore.

Qui uomo e Dio si incontrano:
quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama Dio compie gesti molto umani.

E la casa si riempì di profumo”.

A cosa serve nella nostra storia un po’ di profumo?

Non ha cambiato il destino di Gesù, non cambierà il nostro, ma cambia l’aria, l’atmosfera della casa e del cuore.

Prova con i tuoi a casa, come Maria,
a inventare una carezza nuova,
una dichiarazione per dire senza parole:
sei prezioso per me.
Dieci volte prezioso!

Tu non hai prezzo…
darti un prezzo sarebbe disprezzarti
.

Una cosa impariamo dal vangelo: la preziosità della vita!
Forse una vita vale poco, ma niente vale quanto una vita.
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