DA GESÙ NON UNA NUOVA MORALE,
MA UNA LIBERAZIONE
Un Vangelo da vertigini.
E come è possibile?
Anche Maria lo
chiese quel giorno all'angelo,
ma poi disse a Dio:
“sia fatta la tua volontà, modellami nelle tue mani,
io tua tenera argilla,
trasformami il cuore”.
E ha partorito Dio.
Anche noi possiamo
come lei,
portare Dio nel mondo:
partorire amore.
Avete inteso che fu detto...
ma io vi dico.
Gesù non contrappone
alla morale antica una super-morale migliore,
ma svela l'anima segreta della legge:
“Il suo Vangelo non è una
morale ma una sconvolgente liberazione”(G. Vannucci).
Gesù non è né lassista
né rigorista,
non è più rigido
o più accondiscendente
degli scribi:
lui fa un'altra cosa.
Prende la norma
e la porta avanti,
la fa schiudere
come un fiore,
nelle due direzioni decisive:
la linea del cuore
e la linea della persona.
Gesù porta a pienezza la legge e nasce la religione
dell'interiorità.
MA UNA LIBERAZIONE
Un Vangelo da vertigini.
E come è possibile?
Anche Maria lo
chiese quel giorno all'angelo,
ma poi disse a Dio:
“sia fatta la tua volontà, modellami nelle tue mani,
io tua tenera argilla,
trasformami il cuore”.
E ha partorito Dio.
Anche noi possiamo
come lei,
portare Dio nel mondo:
partorire amore.
Avete inteso che fu detto...
ma io vi dico.
Gesù non contrappone
alla morale antica una super-morale migliore,
ma svela l'anima segreta della legge:
“Il suo Vangelo non è una
morale ma una sconvolgente liberazione”(G. Vannucci).
Gesù non è né lassista
né rigorista,
non è più rigido
o più accondiscendente
degli scribi:
lui fa un'altra cosa.
Prende la norma
e la porta avanti,
la fa schiudere
come un fiore,
nelle due direzioni decisive:
la linea del cuore
e la linea della persona.
Gesù porta a pienezza la legge e nasce la religione
dell'interiorità.
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I DUE CUORI
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera»
(M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera»
(M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
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LA GRAMMATICA DELLA PREGHIERA
Due uomini vanno al tempio a pregare.
Uno ritto in piedi prega,
ma è come se fosse rivolto a se stesso:
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...”.
Inizia con parole corrette; l'avvio è biblico, infatti metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento.
Ma mentre offre
le sue parole a Dio,
il fariseo in realtà
le rivolge a sè, compiacendosi.
Parabola per coloro che si sentono buoni,
che vedono degli altri solo i difetti.
Il fariseo vive pieno
di sospetti e paure,
vita triste in un mondo dedito all'imbroglio,
al sesso, alla rapina.
Come tutti i fondamentalisti,
è un angosciato che si vede attorno solo degrado e rovina.
Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata e fredda. Davvero «solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato» (G. Palamas).
Per l'anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva.
Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale.
Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.
Io sono molto meglio.
Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare.
Non si può pregare e disprezzare,
benedire il Padre e maledire,
dire male dei suoi figli,
lodare Dio e accusare i fratelli.
In fondo lui è un infelice che sta male al mondo,
che per elevarsi
deve necessariamente
abbassare gli altri, restando solo:
l'immoralità dilaga,
la disonestà trionfa...
L'unico che si salva è lui stesso.
Onesto e infelice:
chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La parabola ci mostra la grammatica della preghiera,
le cui regole sono semplici e valgono per tutti,
come le regole della vita: se metti al centro l'io, nessuna relazione funziona.
Non nella coppia,
non con i figli
o con gli amici,
tantomeno con Dio.
Si prega
non per ricevere ma per essere trasformati,
ma questo fariseo non vuole cambiare,
non ne ha bisogno.
Lui è a posto,
sono gli altri ad essere sbagliati,
e forse un po' anche Dio.
Il pubblicano,
peccatore consapevole, prega:
Signore, abbi pietà di me!
Mette al centro
del suo grido non se stesso ma la pietà di Dio,
non l'io ma il «Tu».
Come nel Padre Nostro, dove mai si dice «io»,
mai «mio»,
ma sempre «tuo» e «nostro»:
Padre,
tu nei cieli,
il nome tuo,
il regno tuo,
tu donaci,
tu liberaci.
Il pubblicano non è perdonato perché migliore del fariseo,
il solo pensarlo è credere
di meritarsi Dio,
ma perché
nel suo vivere leggero,
accettando i propri limiti, egli si apre come una porta socchiusa al sole.
Dal fondo del tempio
egli vola verso un Dio
più grande del suo peccato, che non si merita ma si accoglie.
Vola verso un Altro che viene e trasforma
nella sua misericordia infinita,
nella sua straordinaria debolezza
che è anche la sua unica, miracolosa onnipotenza.
Due uomini vanno al tempio a pregare.
Uno ritto in piedi prega,
ma è come se fosse rivolto a se stesso:
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...”.
Inizia con parole corrette; l'avvio è biblico, infatti metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento.
Ma mentre offre
le sue parole a Dio,
il fariseo in realtà
le rivolge a sè, compiacendosi.
Parabola per coloro che si sentono buoni,
che vedono degli altri solo i difetti.
Il fariseo vive pieno
di sospetti e paure,
vita triste in un mondo dedito all'imbroglio,
al sesso, alla rapina.
Come tutti i fondamentalisti,
è un angosciato che si vede attorno solo degrado e rovina.
Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata e fredda. Davvero «solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato» (G. Palamas).
Per l'anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva.
Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale.
Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.
Io sono molto meglio.
Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare.
Non si può pregare e disprezzare,
benedire il Padre e maledire,
dire male dei suoi figli,
lodare Dio e accusare i fratelli.
In fondo lui è un infelice che sta male al mondo,
che per elevarsi
deve necessariamente
abbassare gli altri, restando solo:
l'immoralità dilaga,
la disonestà trionfa...
L'unico che si salva è lui stesso.
Onesto e infelice:
chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La parabola ci mostra la grammatica della preghiera,
le cui regole sono semplici e valgono per tutti,
come le regole della vita: se metti al centro l'io, nessuna relazione funziona.
Non nella coppia,
non con i figli
o con gli amici,
tantomeno con Dio.
Si prega
non per ricevere ma per essere trasformati,
ma questo fariseo non vuole cambiare,
non ne ha bisogno.
Lui è a posto,
sono gli altri ad essere sbagliati,
e forse un po' anche Dio.
Il pubblicano,
peccatore consapevole, prega:
Signore, abbi pietà di me!
Mette al centro
del suo grido non se stesso ma la pietà di Dio,
non l'io ma il «Tu».
Come nel Padre Nostro, dove mai si dice «io»,
mai «mio»,
ma sempre «tuo» e «nostro»:
Padre,
tu nei cieli,
il nome tuo,
il regno tuo,
tu donaci,
tu liberaci.
Il pubblicano non è perdonato perché migliore del fariseo,
il solo pensarlo è credere
di meritarsi Dio,
ma perché
nel suo vivere leggero,
accettando i propri limiti, egli si apre come una porta socchiusa al sole.
Dal fondo del tempio
egli vola verso un Dio
più grande del suo peccato, che non si merita ma si accoglie.
Vola verso un Altro che viene e trasforma
nella sua misericordia infinita,
nella sua straordinaria debolezza
che è anche la sua unica, miracolosa onnipotenza.
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FIGLIO DI DOMANI
Un padre aveva due figli.
Un incipit che causa subito tensione, perché nella Bibbia le storie di fratelli non sono mai facili, raccontano di violenza e menzogne, di riconciliazioni mancate.
La fraternità non è un dato da cui partire, ma un progetto da costruire.
Io voglio bene al figlio prodigo. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
Il ragazzo se ne va,
un giorno,
con la sua parte di “vita”,
di eredità,
in cerca di felicità,
e crede di trovarla nelle cose.
Il padre lo lascia andare,
anche se teme
che si farà male.
Un uomo saggio.
Ma quella che sembrava la vita ideale, si rivela un lento morire; si dissangua di umanità, fino a ritrovarsi solo e affamato in una porcilaia.
Allora rivede la sua casa,
la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone con così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Qualcosa gli si muove dentro, rientra in sé e decide di tornare.
La vita gli ha insegnato a volare raso terra, lui non chiederà di essere il figlio di ieri, ma uno dei servi di adesso.
Non torna perché ha capito, ma perché ha fame. Ma al Padre importa solo che tu ritorni verso casa.
Il padre lo vide da lontano e gli corse incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ci ha già perdonato
in anticipo di essere
come siamo,
prima che apriamo bocca.
Non domanda:
da dove vieni, ma:
dove sei diretto?
Non chiede:
perché l’hai fatto? Ma:
vuoi ricostruire la casa?
Non si lancia in un:
te l’avevo detto!
Ma: hai fame?
Non è esperto in rimorsi quel padre, ma in abbracci.
Il perdono di Dio
non libera il passato,
fa di più:
libera il futuro,
ci rende figli nuovi.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
li cerchi invano,
è piena di gente che cambia strada e idee,
di ripartenze sotto il vento delle passioni,
ma poi alla fine sotto il vento di Dio.
L’ultima scena gira attorno all’altro figlio,
che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che non ha la festa nel cuore.
Il ragazzo bravo in tutto è triste, come se fosse ai lavori forzati; per lui la bella vita era l’altra, quella del fratello.
Ma il padre nella sua casa vuole figli, e non servi ubbidienti;
esce e lo prega di entrare: vieni, è in tavola la vita!
Il ragazzo avrà capito?
Sarà entrato?
Si saranno guardati, abbracciati?
Non ci viene detto.
Ed ecco la grande domanda: perché neppure l’ombra di un castigo?
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì, è l’immensa rivelazione per la quale Gesù darà la vita:
Dio è solo amore.
E l’amore non è giusto,
è sempre oltre,
è centuplo,
è eccedenza.
E sempre un po’ fuorilegge.
Così è il mio Dio,
il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora ancora.
Un padre aveva due figli.
Un incipit che causa subito tensione, perché nella Bibbia le storie di fratelli non sono mai facili, raccontano di violenza e menzogne, di riconciliazioni mancate.
La fraternità non è un dato da cui partire, ma un progetto da costruire.
Io voglio bene al figlio prodigo. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
Il ragazzo se ne va,
un giorno,
con la sua parte di “vita”,
di eredità,
in cerca di felicità,
e crede di trovarla nelle cose.
Il padre lo lascia andare,
anche se teme
che si farà male.
Un uomo saggio.
Ma quella che sembrava la vita ideale, si rivela un lento morire; si dissangua di umanità, fino a ritrovarsi solo e affamato in una porcilaia.
Allora rivede la sua casa,
la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone con così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Qualcosa gli si muove dentro, rientra in sé e decide di tornare.
La vita gli ha insegnato a volare raso terra, lui non chiederà di essere il figlio di ieri, ma uno dei servi di adesso.
Non torna perché ha capito, ma perché ha fame. Ma al Padre importa solo che tu ritorni verso casa.
Il padre lo vide da lontano e gli corse incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ci ha già perdonato
in anticipo di essere
come siamo,
prima che apriamo bocca.
Non domanda:
da dove vieni, ma:
dove sei diretto?
Non chiede:
perché l’hai fatto? Ma:
vuoi ricostruire la casa?
Non si lancia in un:
te l’avevo detto!
Ma: hai fame?
Non è esperto in rimorsi quel padre, ma in abbracci.
Il perdono di Dio
non libera il passato,
fa di più:
libera il futuro,
ci rende figli nuovi.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
li cerchi invano,
è piena di gente che cambia strada e idee,
di ripartenze sotto il vento delle passioni,
ma poi alla fine sotto il vento di Dio.
L’ultima scena gira attorno all’altro figlio,
che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che non ha la festa nel cuore.
Il ragazzo bravo in tutto è triste, come se fosse ai lavori forzati; per lui la bella vita era l’altra, quella del fratello.
Ma il padre nella sua casa vuole figli, e non servi ubbidienti;
esce e lo prega di entrare: vieni, è in tavola la vita!
Il ragazzo avrà capito?
Sarà entrato?
Si saranno guardati, abbracciati?
Non ci viene detto.
Ed ecco la grande domanda: perché neppure l’ombra di un castigo?
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì, è l’immensa rivelazione per la quale Gesù darà la vita:
Dio è solo amore.
E l’amore non è giusto,
è sempre oltre,
è centuplo,
è eccedenza.
E sempre un po’ fuorilegge.
Così è il mio Dio,
il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora ancora.
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VOLER BENE: IL MIRACOLO DELLA VITA
Leggo sempre con piacere il racconto di miracoli.
Mi piacciono i malati che pregano, toccano, gridano.
Alle volte non dicono niente, mandano avanti degli amici.
Mi piacciono i genitori-coraggio di bambini che stanno male: cercano Gesù,
lo inseguono,
lo fermano.
Alla scuola della strada, Gesù incontra maestri d’amore.
Voler bene, questo è
il miracolo della vita.
E mi piace Gesù che prova dolore per il dolore dell’uomo,
e amore per i loro amori:
è il terreno dove il miracolo scende e si annida,
come un seme nella terra,
e ne germogliano pane,
affetto,
salute,
abbracci.
É facile e giusto pregare quando il dolore ci artiglia: sono lacrime spremute dalle spine nel cuore.
Ma, come il papà del vangelo, sta a noi coltivare il mondo degli affetti,
il primo terreno di incontro con Dio.
Immagino la preghiera come un bambino che, quando vede mamma o papà, allarga le braccia e sorride, e ripete più volte, saltando sul letto, la sera: ciao, buonanotte, vi voglio bene.
E una volta non basta e la ventesima è come la prima…
Se avremo questa fede, potremo guarire il cuore, e curare la vita.
Leggo sempre con piacere il racconto di miracoli.
Mi piacciono i malati che pregano, toccano, gridano.
Alle volte non dicono niente, mandano avanti degli amici.
Mi piacciono i genitori-coraggio di bambini che stanno male: cercano Gesù,
lo inseguono,
lo fermano.
Alla scuola della strada, Gesù incontra maestri d’amore.
Voler bene, questo è
il miracolo della vita.
E mi piace Gesù che prova dolore per il dolore dell’uomo,
e amore per i loro amori:
è il terreno dove il miracolo scende e si annida,
come un seme nella terra,
e ne germogliano pane,
affetto,
salute,
abbracci.
É facile e giusto pregare quando il dolore ci artiglia: sono lacrime spremute dalle spine nel cuore.
Ma, come il papà del vangelo, sta a noi coltivare il mondo degli affetti,
il primo terreno di incontro con Dio.
Immagino la preghiera come un bambino che, quando vede mamma o papà, allarga le braccia e sorride, e ripete più volte, saltando sul letto, la sera: ciao, buonanotte, vi voglio bene.
E una volta non basta e la ventesima è come la prima…
Se avremo questa fede, potremo guarire il cuore, e curare la vita.
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SVEGLIATI
Nei vangeli questo verbo viene ripetuto 40 volte. Uno dei due verbi umili quotidiani per indicare la risurrezione di Gesù: si è svegliato.
Luca, Marco, Matteo prendono in prestito i verbi di ogni nostro mattino, delle nostre piccole risurrezioni quotidiane... quando ci svegliamo e riprendiamo a tessere il filo degli amori e delle gioie.
Non basta alzare le palpebre,
aprire gli occhi,
occorre svegliarci all’attenzione,
e immergerci totalmente nella realtà,
nell'essenza delle cose.
Bisogna essere ben svegli per sognare.
Diventare consapevoli, attenti,
vigili,
pronti ad accogliere
dalla Vita tutto ciò che ci verrà incontro oggi.
Nostra annunciazione.
Sentire che siamo vivi,
che non siamo travolti
da un destino ineluttabile, esterno, sconosciuto, pericoloso,
ma che siamo immersi in un oceano d'amore, come scriveGiovanni Vannucci.
"Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” affermavano i padri e le madri del deserto,
perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane
e da essa attingevano la forza e la sapienza per affrontare ogni avversità.
Sandro Penna: Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita...io no!
Svegliarsi dalla vita addormentata, sonnolenta, sdraiata.
Vivere in modalità sentinella: sentinella quanto manca della notte?
Siamo sentinelle che vegliano,
responsabili di tutto e di tutti,
della nostra casa comune, qui ed ora,
perché non sfuggano bellezza e giustizia e neppure una lacrima.
Facciamo i sogni a occhi aperti, a cuore aperto.
Spesso la vita accade mentre noi siamo impegnati a fare altro,
ci scorre accanto e va.
Svegliamoci, per essere fedeli alla terra, fedeli alla vita.
Nei vangeli questo verbo viene ripetuto 40 volte. Uno dei due verbi umili quotidiani per indicare la risurrezione di Gesù: si è svegliato.
Luca, Marco, Matteo prendono in prestito i verbi di ogni nostro mattino, delle nostre piccole risurrezioni quotidiane... quando ci svegliamo e riprendiamo a tessere il filo degli amori e delle gioie.
Non basta alzare le palpebre,
aprire gli occhi,
occorre svegliarci all’attenzione,
e immergerci totalmente nella realtà,
nell'essenza delle cose.
Bisogna essere ben svegli per sognare.
Diventare consapevoli, attenti,
vigili,
pronti ad accogliere
dalla Vita tutto ciò che ci verrà incontro oggi.
Nostra annunciazione.
Sentire che siamo vivi,
che non siamo travolti
da un destino ineluttabile, esterno, sconosciuto, pericoloso,
ma che siamo immersi in un oceano d'amore, come scriveGiovanni Vannucci.
"Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” affermavano i padri e le madri del deserto,
perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane
e da essa attingevano la forza e la sapienza per affrontare ogni avversità.
Sandro Penna: Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita...io no!
Svegliarsi dalla vita addormentata, sonnolenta, sdraiata.
Vivere in modalità sentinella: sentinella quanto manca della notte?
Siamo sentinelle che vegliano,
responsabili di tutto e di tutti,
della nostra casa comune, qui ed ora,
perché non sfuggano bellezza e giustizia e neppure una lacrima.
Facciamo i sogni a occhi aperti, a cuore aperto.
Spesso la vita accade mentre noi siamo impegnati a fare altro,
ci scorre accanto e va.
Svegliamoci, per essere fedeli alla terra, fedeli alla vita.
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ALZATI
Kum. Alzati,
mettiti diritto.
Fino a che non siamo chiamati al alzarci
non conosciamo la nostra statura.
Me se ci alziamo davvero arriva al cielo la nostra altezza (E. Dikinson).
Vita verticale.
Forza di gravità celeste non solo terrestre.
Alzati Mosè,
Alzati Giona,
Alzati Elia,
alzati mia bella e vieni...
Che gioia percepire che siamo fatti per alzarci,
e per sollevare e spingere più in là qualsiasi cielo nero sopra di noi.
Dopo ogni caduta possiamo rialzarci,
dopo ogni fallimento possiamo ricominciare, ritentare,
ripartire,
inventare cose nuove e, soprattutto,
tornare ad aver fiducia.
Possiamo ripartire dopo ogni fermata,
rinascere dopo ogni morte,
trasfigurare situazioni devastanti.
Restiamo in piedi in qualsiasi situazione,
con dignità umile e delicata.
Miti e determinati.
Alziamoci per resistere al pensiero dominante,
al main stream e conservare la capacità critica,
per non piegarci alla corrente,
al “così fan tutti",
o al "tanto non cambia nulla!”
Vivere la beatitudine degli oppositori.
Nel discorso della montagna,
le beatitudini,
il Maestro ci chiede forse questo.
Non omologarti in basso,
non allinearti al pensiero dominante,
vai contromano,
controcorrente.
Siete voi i maestri di voi stessi,
ne avete facoltà,
il regno è dentro di voi.
Non è questo il programma politico del profeta Michea, l'essenza di ciò che viene chiesto all'umanità intera?
"Praticare la giustizia,
amare teneramente
e camminare umilmente con il tuo Dio”.
Kum. Alzati,
mettiti diritto.
Fino a che non siamo chiamati al alzarci
non conosciamo la nostra statura.
Me se ci alziamo davvero arriva al cielo la nostra altezza (E. Dikinson).
Vita verticale.
Forza di gravità celeste non solo terrestre.
Alzati Mosè,
Alzati Giona,
Alzati Elia,
alzati mia bella e vieni...
Che gioia percepire che siamo fatti per alzarci,
e per sollevare e spingere più in là qualsiasi cielo nero sopra di noi.
Dopo ogni caduta possiamo rialzarci,
dopo ogni fallimento possiamo ricominciare, ritentare,
ripartire,
inventare cose nuove e, soprattutto,
tornare ad aver fiducia.
Possiamo ripartire dopo ogni fermata,
rinascere dopo ogni morte,
trasfigurare situazioni devastanti.
Restiamo in piedi in qualsiasi situazione,
con dignità umile e delicata.
Miti e determinati.
Alziamoci per resistere al pensiero dominante,
al main stream e conservare la capacità critica,
per non piegarci alla corrente,
al “così fan tutti",
o al "tanto non cambia nulla!”
Vivere la beatitudine degli oppositori.
Nel discorso della montagna,
le beatitudini,
il Maestro ci chiede forse questo.
Non omologarti in basso,
non allinearti al pensiero dominante,
vai contromano,
controcorrente.
Siete voi i maestri di voi stessi,
ne avete facoltà,
il regno è dentro di voi.
Non è questo il programma politico del profeta Michea, l'essenza di ciò che viene chiesto all'umanità intera?
"Praticare la giustizia,
amare teneramente
e camminare umilmente con il tuo Dio”.
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NESSUNO HA MAI PARLATO COSÌ
Gv 7,40-53
Bellissima l’autodifesa delle guardie:
Non l’abbiamo arrestato perchè nessuno ha mai parlato come lui!
Non è soltanto ammirazione.
Gesù, nessuno come lui,
uomo libero come nessuno,
realizzato,
compiuto, ha già contagiato le guardie.
Che trovano il coraggio e la libertà di opporsi a ordini che sentono sbagliati.
Non credete a chi dice che le parole sono soltanto parole:
le parole edificano mondi, fanno nascere sogni, trasmettono gioia.
Se dici: io ti amo,
succede molto di più che una semplice onda sonora che si sposta nell’aria.
Le parole hanno il potere di penetrare la carne, fecondarla,
renderla gravida di vita.
Le parole cambiano il mondo.
Nessuno ha mai parlato così:
Parlava della vita con parole proprie della vita, non con teorie astratte.
Non usava mai frasi fatte. Nei suoi discorsi c’erano pani, ulivi, pesci, agnelli, il lago, vedove, profumo, prendeva le cose piccole della vita e nascevano parabole infinite
e fiorivano cieli popolati da angeli e da pubblicani in festa.
Ascoltarlo era rimanere accesi, come i due camminatori di Emmaus:
non ci bruciava forse il cuore lungo la strada mentre ci parlava?
E forse non capivano granché, ma c’era un calore, una lucentezza, una profondità che toglieva il fiato, scaldava la vita.
Lui era diritto e caldo come un raggio di sole:
sì sì, no no.
Gesù parlava dell’amore con amore.
Era un uomo felice, perché ricco di immaginazione,
lo vediamo dalle parabole indimenticabili che inventa.
Era un uomo felice perché non gli interessava indottrinare nessuno,
voleva i suoi
pensatori e poeti della vita. E perfino le guardie.
Era uomo talmente pieno e realizzato,
che i suoi discepoli dissero: un uomo così
non può essere che Dio.
Gv 7,40-53
Bellissima l’autodifesa delle guardie:
Non l’abbiamo arrestato perchè nessuno ha mai parlato come lui!
Non è soltanto ammirazione.
Gesù, nessuno come lui,
uomo libero come nessuno,
realizzato,
compiuto, ha già contagiato le guardie.
Che trovano il coraggio e la libertà di opporsi a ordini che sentono sbagliati.
Non credete a chi dice che le parole sono soltanto parole:
le parole edificano mondi, fanno nascere sogni, trasmettono gioia.
Se dici: io ti amo,
succede molto di più che una semplice onda sonora che si sposta nell’aria.
Le parole hanno il potere di penetrare la carne, fecondarla,
renderla gravida di vita.
Le parole cambiano il mondo.
Nessuno ha mai parlato così:
Parlava della vita con parole proprie della vita, non con teorie astratte.
Non usava mai frasi fatte. Nei suoi discorsi c’erano pani, ulivi, pesci, agnelli, il lago, vedove, profumo, prendeva le cose piccole della vita e nascevano parabole infinite
e fiorivano cieli popolati da angeli e da pubblicani in festa.
Ascoltarlo era rimanere accesi, come i due camminatori di Emmaus:
non ci bruciava forse il cuore lungo la strada mentre ci parlava?
E forse non capivano granché, ma c’era un calore, una lucentezza, una profondità che toglieva il fiato, scaldava la vita.
Lui era diritto e caldo come un raggio di sole:
sì sì, no no.
Gesù parlava dell’amore con amore.
Era un uomo felice, perché ricco di immaginazione,
lo vediamo dalle parabole indimenticabili che inventa.
Era un uomo felice perché non gli interessava indottrinare nessuno,
voleva i suoi
pensatori e poeti della vita. E perfino le guardie.
Era uomo talmente pieno e realizzato,
che i suoi discepoli dissero: un uomo così
non può essere che Dio.
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ECCO IO FACCIO UN CUORE NUOVO, PER TE
Gv 8,1-11
Una trappola ben congegnata:
‘che si schieri, il maestro,
o contro Dio
o contro l’uomo’.
Gli condussero una donna... e la posero in mezzo.
Donna senza nome,
che per scribi e farisei non è una persona, è il suo peccato;
anzi è una cosa, che si prende,
si porta,
si mette di qua o di là,
dove a loro va bene.
Si può anche mettere a morte.
Sono gli integralisti che mettono Dio contro l’uomo, e la religione diventa omicida.
“Maestro, secondo te, è giusto uccidere...?”
Quella donna ha sbagliato, ma la sua uccisione sarebbe ben più grave del peccato che vogliono punire.
Gesù si chinò e scriveva col dito per terra...:
e ci invita, quando
tutti attorno gridano,
a una pausa,
a tacere,
a mettersi ai piedi
non di un codice penale
ma del mistero della persona.
“Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”.
Gesù butta all’aria tutto il vecchio ordinamento legale con una battuta sola, con parole definitive e così vere che nessuno può ribattere.
E se ne andarono tutti.
Allora Gesù si alza,
ad altezza del cuore della donna,
ad altezza degli occhi,
per esserle più vicino;
si alza con tutto il rispetto dovuto a un principe,
e la chiama ‘donna’,
come farà con sua madre:
Nessuno ti ha condannata?
Neanch’io lo faccio.
Eccolo il maestro vero,
che non s’impalca a giudice,
che non condanna e neppure assolve,
fa un’altra cosa:
le consegna il futuro che serve pervivere.
Va’ e d’ora in poi non peccare più:
ha fiducia in lei,
spera in lei,
vede in noi il santo prima del peccatore.
Il Signore sa sorprendere ancora una volta il nostro cuore fariseo:
non chiede alla donna di confessare il peccato,
non di espiarlo,
neppure le domanda se è pentita.
È una figlia a rischio della vita, e tanto basta a Colui che è venuto non per giudicare ma per salvare.
La prima legge di Dio è che ogni suo figlio viva!
Non si interessa di rimorsi, ma di futuro: infatti non le domanda da dove viene, ma dove è diretta;
non le chiede conto del suo passato,
ma del suo domani.
E intinge la penna,
come uno scriba sapiente, nella luce e non nelle ombre di quella creatura con il suo inconfondibile colpo d’ala.
Il rabbi le dice:
Va’, esci dal tuo passato e vai verso il tuo cuore nuovo,
e porta lo stesso perdono a chiunque incontrerai.
Le scrive nel cuore la parola ‘futuro’.
Le dice:‘
‘Donna, tu sei capace di amare ancora, tu puoi amare bene, amare molto. Questo farai...’.
Gesù apre le porte delle nostre prigioni,
i prigionieri li rimette in cammino nel sole.
Lui sa bene che solo uomini e donne perdonati e amati possono seminare attorno a sé perdono e amore.
I due soli doni che non ci faranno più vittime.
Che non faranno più vittime,
né fuori né dentro di noi.
Gv 8,1-11
Una trappola ben congegnata:
‘che si schieri, il maestro,
o contro Dio
o contro l’uomo’.
Gli condussero una donna... e la posero in mezzo.
Donna senza nome,
che per scribi e farisei non è una persona, è il suo peccato;
anzi è una cosa, che si prende,
si porta,
si mette di qua o di là,
dove a loro va bene.
Si può anche mettere a morte.
Sono gli integralisti che mettono Dio contro l’uomo, e la religione diventa omicida.
“Maestro, secondo te, è giusto uccidere...?”
Quella donna ha sbagliato, ma la sua uccisione sarebbe ben più grave del peccato che vogliono punire.
Gesù si chinò e scriveva col dito per terra...:
e ci invita, quando
tutti attorno gridano,
a una pausa,
a tacere,
a mettersi ai piedi
non di un codice penale
ma del mistero della persona.
“Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”.
Gesù butta all’aria tutto il vecchio ordinamento legale con una battuta sola, con parole definitive e così vere che nessuno può ribattere.
E se ne andarono tutti.
Allora Gesù si alza,
ad altezza del cuore della donna,
ad altezza degli occhi,
per esserle più vicino;
si alza con tutto il rispetto dovuto a un principe,
e la chiama ‘donna’,
come farà con sua madre:
Nessuno ti ha condannata?
Neanch’io lo faccio.
Eccolo il maestro vero,
che non s’impalca a giudice,
che non condanna e neppure assolve,
fa un’altra cosa:
le consegna il futuro che serve pervivere.
Va’ e d’ora in poi non peccare più:
ha fiducia in lei,
spera in lei,
vede in noi il santo prima del peccatore.
Il Signore sa sorprendere ancora una volta il nostro cuore fariseo:
non chiede alla donna di confessare il peccato,
non di espiarlo,
neppure le domanda se è pentita.
È una figlia a rischio della vita, e tanto basta a Colui che è venuto non per giudicare ma per salvare.
La prima legge di Dio è che ogni suo figlio viva!
Non si interessa di rimorsi, ma di futuro: infatti non le domanda da dove viene, ma dove è diretta;
non le chiede conto del suo passato,
ma del suo domani.
E intinge la penna,
come uno scriba sapiente, nella luce e non nelle ombre di quella creatura con il suo inconfondibile colpo d’ala.
Il rabbi le dice:
Va’, esci dal tuo passato e vai verso il tuo cuore nuovo,
e porta lo stesso perdono a chiunque incontrerai.
Le scrive nel cuore la parola ‘futuro’.
Le dice:‘
‘Donna, tu sei capace di amare ancora, tu puoi amare bene, amare molto. Questo farai...’.
Gesù apre le porte delle nostre prigioni,
i prigionieri li rimette in cammino nel sole.
Lui sa bene che solo uomini e donne perdonati e amati possono seminare attorno a sé perdono e amore.
I due soli doni che non ci faranno più vittime.
Che non faranno più vittime,
né fuori né dentro di noi.
❤31🔥4🙏4👍1🥰1