Possiamo dire che abbiamo fatto molto per questo mondo quando sospendiamo la nostra corsa per dire GRAZIE!
https://youtu.be/3QKC8aEgq10?si=BViNnmuiluA_zqLZ
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Dal mondo visibile al mondo invisibile
Cura e custodia della Casa Comune - Contemplare la bellezza della natura
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COME SE TUTTI FOSSERO DEI NOSTRI: FIGLI, O FRATELLI, O MADRI MIE
Cronaca dolente, di disgrazie e di massacri.
Dio dove eri quel giorno?
Quando la mia bambina è stata investita, dov'eri? Quando il mio piccolo è volato via dalla mia casa, da questa terra, come una colomba dall'arca, dove guardavi?
Dio era lì, e moriva nella tua bambina.
Era là in quel giorno dell'eccidio dei Galilei nel tempio; ma non come arma, bensì come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti, sta accanto alle infinite croci del mondo dove il Figlio di Dio è ancora crocifisso in infiniti figli di Dio.
E non ha altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell'alleluja pasquale.
Se non vi convertirete, perirete tutti.
Non è una minaccia,
non è una pistola puntata alla tempia dell'umanità.
È un lamento, una supplica: convertitevi, invertite la direzione di marcia: nella politica amorale, nell'economia che uccide, nell'ecologia irrisa, nella finanza padrona, nel porre fiducia nelle armi, nell'alzare muri.
Cambiate mentalità, onesti tutti anche nelle piccole cose, e liberi e limpidi e generosi: perché questo nostro Titanic sta andando a finire diritto contro un iceberg gigantesco.
Convertitevi, altrimenti perirete tutti.
È la preghiera più forte della Bibbia, dove non è l'uomo che si rivolge a Dio, è Dio che prega l'uomo, che ci implora:
tornate umani!
Cambiate direzione: sta a noi uscire dalle liturgie dell'odio e della violenza, piangere con sulle guance le lacrime di quel bambino di Kiev, gridare un grido che non esce dalla bocca piena d'acqua, come gli annegati nel Mediterraneo.
Farlo come se tutti fossero dei nostri: figli, o fratelli, o madri mie.
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Poi il Vangelo ci porta via dai campi della morte, ci accompagna dentro i campi della vita, dentro una visione di potente fiducia.
Sono tre anni che vengo a cercare, non ho mai trovato un solo frutto in questo fico, mi sono stancato, taglialo.
No, padrone!
Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: «No, padrone, no alla misura breve dell'interesse, proviamo ancora, un altro anno di lavoro e poi vedremo».
Ancora tempo: il tempo è il messaggero di Dio.
Ancora sole, pioggia e cure, e forse quest'albero, che sono io, darà frutto.
Il Dio ortolano ha fiducia in me: l'albero dell'umanità è sano, ha radici buone, abbi pazienza.
La pazienza non è debolezza, ma l'arte di vivere l'incompiuto in noi e negli altri.
Non ha in mano la scure, ma l'umile zappa.
Per aiutarti ad andare oltre la corteccia, oltre il ruvido dell'argilla di cui sei fatto, cercare più in profondità, nella cella segreta del cuore, e vedrai, troverai frutto, Dio ha acceso una lucerna, vi ha seminato una manciata di luce.
Cronaca dolente, di disgrazie e di massacri.
Dio dove eri quel giorno?
Quando la mia bambina è stata investita, dov'eri? Quando il mio piccolo è volato via dalla mia casa, da questa terra, come una colomba dall'arca, dove guardavi?
Dio era lì, e moriva nella tua bambina.
Era là in quel giorno dell'eccidio dei Galilei nel tempio; ma non come arma, bensì come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti, sta accanto alle infinite croci del mondo dove il Figlio di Dio è ancora crocifisso in infiniti figli di Dio.
E non ha altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell'alleluja pasquale.
Se non vi convertirete, perirete tutti.
Non è una minaccia,
non è una pistola puntata alla tempia dell'umanità.
È un lamento, una supplica: convertitevi, invertite la direzione di marcia: nella politica amorale, nell'economia che uccide, nell'ecologia irrisa, nella finanza padrona, nel porre fiducia nelle armi, nell'alzare muri.
Cambiate mentalità, onesti tutti anche nelle piccole cose, e liberi e limpidi e generosi: perché questo nostro Titanic sta andando a finire diritto contro un iceberg gigantesco.
Convertitevi, altrimenti perirete tutti.
È la preghiera più forte della Bibbia, dove non è l'uomo che si rivolge a Dio, è Dio che prega l'uomo, che ci implora:
tornate umani!
Cambiate direzione: sta a noi uscire dalle liturgie dell'odio e della violenza, piangere con sulle guance le lacrime di quel bambino di Kiev, gridare un grido che non esce dalla bocca piena d'acqua, come gli annegati nel Mediterraneo.
Farlo come se tutti fossero dei nostri: figli, o fratelli, o madri mie.
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Poi il Vangelo ci porta via dai campi della morte, ci accompagna dentro i campi della vita, dentro una visione di potente fiducia.
Sono tre anni che vengo a cercare, non ho mai trovato un solo frutto in questo fico, mi sono stancato, taglialo.
No, padrone!
Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: «No, padrone, no alla misura breve dell'interesse, proviamo ancora, un altro anno di lavoro e poi vedremo».
Ancora tempo: il tempo è il messaggero di Dio.
Ancora sole, pioggia e cure, e forse quest'albero, che sono io, darà frutto.
Il Dio ortolano ha fiducia in me: l'albero dell'umanità è sano, ha radici buone, abbi pazienza.
La pazienza non è debolezza, ma l'arte di vivere l'incompiuto in noi e negli altri.
Non ha in mano la scure, ma l'umile zappa.
Per aiutarti ad andare oltre la corteccia, oltre il ruvido dell'argilla di cui sei fatto, cercare più in profondità, nella cella segreta del cuore, e vedrai, troverai frutto, Dio ha acceso una lucerna, vi ha seminato una manciata di luce.
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STRADE DI LUCE SOTTO ALI CHE NON SAPEVAMO DI AVERE
Sulla strada da Gerico a Gerusalemme un uomo a terra, un mantello a coprire gli stracci.
Un mendicante cieco: cosa c’è di più perduto, di più naufrago della vita?
Sfila gente, passa un corteo, c’è animazione nuova nell’aria: “sentendo che era Gesù il Nazareno che passava” Bartimeo è come attraversato da una scossa: alza la testa, si rianima, comincia a gridare il suo dolore.
Non si vergogna di essere il più povero di tutti, anzi è la sua forza.
La mendicanza è la sorgente della preghiera: “Kyrie eleison”, grida.
Tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più antica e la più umana.
Che nelle nostre liturgie abbiamo confinato all’atto penitenziale, mentre è la richiesta di nascere di nuovo.
La ripetono lebbrosi, donne, ciechi e non è richiesta di perdono per i peccati, ma di luce per gli occhi spenti, di una pelle nuova che possa ricevere carezze ancora.
Come un bambino che grida alla madre lontana, chiedono a Dio:
mostrati padre, sentiti madre di questo figlio naufrago, fammi nascere di nuovo, ridammi alla luce!
Bartimeo cerca un Dio che si intrecci con la sua vita, con i suoi stracci.
Ma la folla attorno fa barriera al suo grido:
taci! Disturbi!
Terribile pensare che la sofferenza possa disturbare. Disturbare Dio! Bartimeo allora fa l’unica cosa che si può fare in questi casi: grida più forte.
È il suo combattimento, con il buio degli occhi ciechi e con il muro della folla.
Gesù sente, ascolta il grido e risponde, ma in modo inatteso, coinvolgendo la folla che prima voleva zittire il mendicante: chiamatelo!
E la folla va, portavoce di Cristo, e si rivolge al cieco con parole bellissime, da brivido, dove è custodito il cuore dell’annuncio evangelico.
Parole facili e che vanno diritte al cuore, da imparare, da ripetere, sempre, a tutti: “coraggio, alzati, ti chiama”.
Coraggio, la virtù degli inizi.
Alzati,
dipende da te,
lo puoi fare,
ricomincia,
riprendi in mano la tua vita.
Ti chiama,
è qui per te,
non sei solo,
il cielo non è muto.
E si libera una energia a lungo compressa, che fa fiorire gesti quasi eccessivi:
Bartimeo non parla, grida;
non si toglie il mantello, lo getta;
non si alza da terra, ma balza in piedi.
Guarisce in quella voce che lo accarezza, lo chiama, come un polline di suono che vibra nell’aria, un sentiero su cui può incamminarsi.
E solo a questo punto Gesù gli chiede cosa desidera veramente.
Signore, che io veda!
Vedere?
Certo non i paesaggi di Palestina, forse il volto di sua madre o la luce degli occhi di un amico; non il suo ciglio di strada, piuttosto tutta la strada intera, su fino a Gerusalemme.
E la prima cosa che vede è Gesù, un Dio che si accorge di lui, lo chiama, lo cerca, lo attira, lo libera.
Quando dal ciglio della strada ci siamo alzati, quando anche noi ci siamo buttati in volo verso quella Parola, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
Sulla strada da Gerico a Gerusalemme un uomo a terra, un mantello a coprire gli stracci.
Un mendicante cieco: cosa c’è di più perduto, di più naufrago della vita?
Sfila gente, passa un corteo, c’è animazione nuova nell’aria: “sentendo che era Gesù il Nazareno che passava” Bartimeo è come attraversato da una scossa: alza la testa, si rianima, comincia a gridare il suo dolore.
Non si vergogna di essere il più povero di tutti, anzi è la sua forza.
La mendicanza è la sorgente della preghiera: “Kyrie eleison”, grida.
Tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più antica e la più umana.
Che nelle nostre liturgie abbiamo confinato all’atto penitenziale, mentre è la richiesta di nascere di nuovo.
La ripetono lebbrosi, donne, ciechi e non è richiesta di perdono per i peccati, ma di luce per gli occhi spenti, di una pelle nuova che possa ricevere carezze ancora.
Come un bambino che grida alla madre lontana, chiedono a Dio:
mostrati padre, sentiti madre di questo figlio naufrago, fammi nascere di nuovo, ridammi alla luce!
Bartimeo cerca un Dio che si intrecci con la sua vita, con i suoi stracci.
Ma la folla attorno fa barriera al suo grido:
taci! Disturbi!
Terribile pensare che la sofferenza possa disturbare. Disturbare Dio! Bartimeo allora fa l’unica cosa che si può fare in questi casi: grida più forte.
È il suo combattimento, con il buio degli occhi ciechi e con il muro della folla.
Gesù sente, ascolta il grido e risponde, ma in modo inatteso, coinvolgendo la folla che prima voleva zittire il mendicante: chiamatelo!
E la folla va, portavoce di Cristo, e si rivolge al cieco con parole bellissime, da brivido, dove è custodito il cuore dell’annuncio evangelico.
Parole facili e che vanno diritte al cuore, da imparare, da ripetere, sempre, a tutti: “coraggio, alzati, ti chiama”.
Coraggio, la virtù degli inizi.
Alzati,
dipende da te,
lo puoi fare,
ricomincia,
riprendi in mano la tua vita.
Ti chiama,
è qui per te,
non sei solo,
il cielo non è muto.
E si libera una energia a lungo compressa, che fa fiorire gesti quasi eccessivi:
Bartimeo non parla, grida;
non si toglie il mantello, lo getta;
non si alza da terra, ma balza in piedi.
Guarisce in quella voce che lo accarezza, lo chiama, come un polline di suono che vibra nell’aria, un sentiero su cui può incamminarsi.
E solo a questo punto Gesù gli chiede cosa desidera veramente.
Signore, che io veda!
Vedere?
Certo non i paesaggi di Palestina, forse il volto di sua madre o la luce degli occhi di un amico; non il suo ciglio di strada, piuttosto tutta la strada intera, su fino a Gerusalemme.
E la prima cosa che vede è Gesù, un Dio che si accorge di lui, lo chiama, lo cerca, lo attira, lo libera.
Quando dal ciglio della strada ci siamo alzati, quando anche noi ci siamo buttati in volo verso quella Parola, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
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OFFRIRMI A DIO PERCHÈ
mandi me come
operaio della compassione,
mandi me come
lavoratore della pietà,
mandi me
con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con chi piange,
a bere il calice di sofferenza con chi soffre,
a lottare contro il male.
Mandi me,
con mani che sanno sorreggere e accarezzare,
asciugare lacrime e trasmettere forza,
e dire così Dio.
mandi me come
operaio della compassione,
mandi me come
lavoratore della pietà,
mandi me
con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con chi piange,
a bere il calice di sofferenza con chi soffre,
a lottare contro il male.
Mandi me,
con mani che sanno sorreggere e accarezzare,
asciugare lacrime e trasmettere forza,
e dire così Dio.
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L’INFINITO DI DIO RACCONTATO DA UN MINUSCOLO SEME
Il futuro nella freschezza di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore, che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo le sue energie in forme seminali, germinali, come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio, l'intera creazione, il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni, nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà.
Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo.
Ma, dice Gesù, gli uccelli verranno e vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno in molti, all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro, fare il nido.
La parabola del granello di senape racconta la preferenza di Dio per i mezzi poveri; dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone, per l'energia propria della bellezza, della tenerezza, della verità, della bontà.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano; noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci; è capace, con la punta fragilissima del suo germoglio, di aprirsi una strada nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per riportarvi sentori di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.
Il futuro nella freschezza di un germoglio di senape.
Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina.
Il Regno accade perché Dio è l'instancabile seminatore, che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell'universo le sue energie in forme seminali, germinali, come un nuovo giardino dell'Eden che sta a noi custodire e coltivare.
E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita,
nessuno troppo lontano dalla sua mano.
Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Gesù sottolinea un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno.
Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio, l'intera creazione, il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio.
Nonostante le nostre resistenze e distrazioni, nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.
Enorme la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà.
Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo.
Ma, dice Gesù, gli uccelli verranno e vi faranno il nido.
All'ombra del tuo albero grande accorreranno in molti, all'ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro, fare il nido.
La parabola del granello di senape racconta la preferenza di Dio per i mezzi poveri; dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone, per l'energia propria della bellezza, della tenerezza, della verità, della bontà.
Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano; noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l'imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.
Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci; è capace, con la punta fragilissima del suo germoglio, di aprirsi una strada nel duro dell'asfalto.
Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per riportarvi sentori di primavera, di vita fiorita, di mietiture.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.
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Un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più:
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore.
Senza alcun intervento esterno.
Ermes Ronchi
alla sera vedi un bocciolo,
il giorno dopo si è aperto un fiore.
Senza alcun intervento esterno.
Ermes Ronchi
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QUELLA CASA DELLA GIOIA CON LA PORTA STRETTA
Signore, sono pochi quelli che si salvano?
Salvarsi:
parola che capisce solo chi sta affogando o chi si è perso, e di cui non si vede il fondo.
Con la parabola di oggi, Gesù aggiunge un altro capitolo al suo racconto della salvezza,
parla di una porta,
di una casa sonante di festa,
di gente accalcata che chiede di entrare.
Una casa, prima di tutto: una casa grande, grande quanto il mondo:
verranno da oriente e da occidente,
da settentrione e da mezzogiorno
e siederanno a mensa nel regno di Dio.
La salvezza è una casa che risuona di una confusione multicolore, dove sono approdate le navi del sud e le carovane d'oriente.
Quella casa sembra
quasi il nodo alle trasversali del mondo,
il centro di gravità della storia,
l'approdo.
Così ci racconta la salvezza, come una casa piena di festa,
casa fatta tavola,
casa fatta liturgia di volti e di occhi lucenti attorno al profumo del pane e alle coppe del vino:
“entra, siediti, è in tavola la vita!”
Per star bene, tutti noi abbiamo bisogno di poche cose: un po' di pane, un po' d'affetto, un luogo dove sentirci a casa (G. Verdi), non raminghi o esuli, non naufraghi o fuggiaschi, ma con il caldo di un fuoco, difesi da una porta che spinge un po' più in là la notte.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi rimasti fuori, comincerete a bussare dicendo:
Signore aprici.
Abbiamo mangiato e bevuto con te, hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli vi dichiarerà:
non vi conosco.
Se trasportiamo quelle immagini sul piano della nostra vita spirituale o comunitaria, quelle parole diventano:
Signore, siamo noi,
siamo sempre venuti in chiesa,
abbiamo ascoltato tanto Vangelo e tante prediche,
ci siamo confessati e comunicati,
aprici!
Perché non si apre quella porta,
perché quel duro non vi conosco?
Sono uomini e donne devoti e praticanti, ma hanno sbagliato qualcosa che rovina tutto: portano un elenco di molte azioni compiute per Dio, ma nessuna per i fratelli.
Sono atti religiosi, ma che non hanno trasformato la loro vita sulla misura di quella di Cristo.
Non basta mangiare Gesù il pane vero, occorre farsi pane, per essere riconosciuti come discepoli, come quelli che prolungano la vita di Gesù.
“Non vi conosco”, voi celebrate belle liturgie, ma non celebrate la liturgia della vita.
La misura è nella vita: non si può “amare Dio impunemente” (Turoldo), senza cioè pagarne il prezzo in moneta di vita donata, impegnata per il bene degli altri, almeno con un bicchiere d'acqua fresca donato...
Non è da come uno mi parla delle cose del cielo che io capisco se ha soggiornato in Dio, ma da come parla e fa uso delle cose della terra (S. Weil).
Entra nel cielo di Dio solo chi ha addosso la terra degli uomini.
Signore, sono pochi quelli che si salvano?
Salvarsi:
parola che capisce solo chi sta affogando o chi si è perso, e di cui non si vede il fondo.
Con la parabola di oggi, Gesù aggiunge un altro capitolo al suo racconto della salvezza,
parla di una porta,
di una casa sonante di festa,
di gente accalcata che chiede di entrare.
Una casa, prima di tutto: una casa grande, grande quanto il mondo:
verranno da oriente e da occidente,
da settentrione e da mezzogiorno
e siederanno a mensa nel regno di Dio.
La salvezza è una casa che risuona di una confusione multicolore, dove sono approdate le navi del sud e le carovane d'oriente.
Quella casa sembra
quasi il nodo alle trasversali del mondo,
il centro di gravità della storia,
l'approdo.
Così ci racconta la salvezza, come una casa piena di festa,
casa fatta tavola,
casa fatta liturgia di volti e di occhi lucenti attorno al profumo del pane e alle coppe del vino:
“entra, siediti, è in tavola la vita!”
Per star bene, tutti noi abbiamo bisogno di poche cose: un po' di pane, un po' d'affetto, un luogo dove sentirci a casa (G. Verdi), non raminghi o esuli, non naufraghi o fuggiaschi, ma con il caldo di un fuoco, difesi da una porta che spinge un po' più in là la notte.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi rimasti fuori, comincerete a bussare dicendo:
Signore aprici.
Abbiamo mangiato e bevuto con te, hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli vi dichiarerà:
non vi conosco.
Se trasportiamo quelle immagini sul piano della nostra vita spirituale o comunitaria, quelle parole diventano:
Signore, siamo noi,
siamo sempre venuti in chiesa,
abbiamo ascoltato tanto Vangelo e tante prediche,
ci siamo confessati e comunicati,
aprici!
Perché non si apre quella porta,
perché quel duro non vi conosco?
Sono uomini e donne devoti e praticanti, ma hanno sbagliato qualcosa che rovina tutto: portano un elenco di molte azioni compiute per Dio, ma nessuna per i fratelli.
Sono atti religiosi, ma che non hanno trasformato la loro vita sulla misura di quella di Cristo.
Non basta mangiare Gesù il pane vero, occorre farsi pane, per essere riconosciuti come discepoli, come quelli che prolungano la vita di Gesù.
“Non vi conosco”, voi celebrate belle liturgie, ma non celebrate la liturgia della vita.
La misura è nella vita: non si può “amare Dio impunemente” (Turoldo), senza cioè pagarne il prezzo in moneta di vita donata, impegnata per il bene degli altri, almeno con un bicchiere d'acqua fresca donato...
Non è da come uno mi parla delle cose del cielo che io capisco se ha soggiornato in Dio, ma da come parla e fa uso delle cose della terra (S. Weil).
Entra nel cielo di Dio solo chi ha addosso la terra degli uomini.
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Ieri, alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”
SANTA MARIA, MADRE DEI CAMMINI E DONNA DI FRONTIERA
https://youtu.be/FpJnNXVpcVc
SANTA MARIA, MADRE DEI CAMMINI E DONNA DI FRONTIERA
https://youtu.be/FpJnNXVpcVc
YouTube
Santa Maria, Madre dei cammini e donna di frontiera
Suggestione per una Chiesa in comunione - Inaugurazione dell'anno accademico 2024\25 alla Pontificia Facoltà Teologica "Marianum".
30 ottobre 2024
30 ottobre 2024
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NELLA VITA DELL’ETERNO RITROVI
il pulsare delle stelle,
gli abissi dei mari,
l'esultanza degli amanti,
il grido vittorioso del bambino che nasce,
i tamburelli di Miriam mentre il popolo attraversa il mar Rosso.
C'è anche il volto stupefatto di tua madre, quando ti ha preso in braccio la prima volta.
Ermes Ronchi
il pulsare delle stelle,
gli abissi dei mari,
l'esultanza degli amanti,
il grido vittorioso del bambino che nasce,
i tamburelli di Miriam mentre il popolo attraversa il mar Rosso.
C'è anche il volto stupefatto di tua madre, quando ti ha preso in braccio la prima volta.
Ermes Ronchi
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FESTA DEI SANTI E DEI PECCATORI CHE SI TENGONO PER MANO
nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte:
santità è uguale a felicità.
Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi.
Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.
Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui.
Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...
Sembrano doti umane, atteggiamenti umani.
È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana.
Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.
Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.
È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra».
La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.
Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.
I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà.
I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.
Tutti siamo chiamati a essere beati.
È la sola grandezza che sia alla portata di tutti.
Tutti chiamati a essere felici.
Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi.
La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).
Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire.
Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.
Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.
nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte:
santità è uguale a felicità.
Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi.
Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.
Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui.
Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...
Sembrano doti umane, atteggiamenti umani.
È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana.
Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.
Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.
È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra».
La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.
Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.
I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà.
I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.
Tutti siamo chiamati a essere beati.
È la sola grandezza che sia alla portata di tutti.
Tutti chiamati a essere felici.
Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi.
La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).
Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire.
Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.
Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.
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