ATTENZIONE AGLI INVISIBILI!
VI SI RIFUGIA L’ETERNO
Storia di un ricco,
di un mendicante e
di un “grande abisso” scavato tra le persone.
Che cosa scava fossati tra noi e ci separa?
Come si scavalcano?
Storia da cui emerge il principio etico e morale decisivo: prendersi cura dell'umano contro il disumano.
Primo tempo:
due protagonisti che si incrociano e non si parlano, uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora.
Uno vive come un nababbo,
in una casa lussuosa,
l'altro è malato,
abita la strada,
disputa qualche briciola ai cani.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli?
Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì:
non abita la luce ma le piaghe di un povero;
non c'è posto per lui dentro il palazzo,
perché Dio non è presente dove è assente il cuore.
Forse il ricco è perfino un devoto e prega:
“o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”,
mentre è sordo al lamento del povero.
Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi,
di toccarlo neppure l'idea: il povero è invisibile a chi ha perduto gli occhi del cuore.
Quanti invisibili nelle nostre città, nei nostri paesi! Attenzione agli invisibili, vi si rifugia l'eterno.
Il ricco non danneggia Lazzaro,
non gli fa del male.
Fa qualcosa di peggio:
non lo fa esistere,
lo riduce a un rifiuto,
a un nulla.
Nel suo cuore l'ha ucciso. «Il vero nemico della fede è il narcisismo, non l'ateismo» (K. Doria).
Per Narciso nessuno esiste.
Invece un samaritano che era in viaggio, lo vide, fu mosso a pietà, scese da cavallo, si chinò su quell'uomo mezzo morto.
Vedere,
commuoversi,
scendere,
toccare,
verbi umanissimi,
i primi affinché la nostra terra sia abitata non dalla ferocia ma dalla tenerezza.
Chi non accoglie l'altro,
in realtà isola se stesso,
è lui la prima vittima del “grande abisso”, dell'esclusione.
Secondo tempo:
il povero e il ricco muoiono, e la parabola li colloca agli antipodi, come già era sulla terra.
“Ti prego, padre Abramo, manda Lazzaro con una goccia d'acqua sulla punta del dito”.
Una gocciolina per varcare l'abisso.
Che ti costa,
padre Abramo,
un piccolo miracolo!
Una parola sola per i miei cinque fratelli!
E invece no, perché
non è il ritorno di un morto che convertirà qualcuno,
è la vita e i viventi.
Non sono i miracoli a cambiare la nostra traiettoria,
non apparizioni o segni,
la terra è già piena di miracoli,
piena di profeti:
hanno i profeti,
ascoltino quelli,
hanno il Vangelo,
lo ascoltino!
Di più ancora:
la terra è piena di poveri Lazzari,
li ascoltino,
li guardino,
li tocchino.
“Il primo miracolo è accorgerci che l'altro esiste” (S. Weil).
Non c'è evento soprannaturale che valga il grido dei poveri. O il loro silenzio.
La cura delle creature è la sola misura dell'eternità.
VI SI RIFUGIA L’ETERNO
Storia di un ricco,
di un mendicante e
di un “grande abisso” scavato tra le persone.
Che cosa scava fossati tra noi e ci separa?
Come si scavalcano?
Storia da cui emerge il principio etico e morale decisivo: prendersi cura dell'umano contro il disumano.
Primo tempo:
due protagonisti che si incrociano e non si parlano, uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora.
Uno vive come un nababbo,
in una casa lussuosa,
l'altro è malato,
abita la strada,
disputa qualche briciola ai cani.
È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli?
Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì:
non abita la luce ma le piaghe di un povero;
non c'è posto per lui dentro il palazzo,
perché Dio non è presente dove è assente il cuore.
Forse il ricco è perfino un devoto e prega:
“o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”,
mentre è sordo al lamento del povero.
Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.
Di fermarsi,
di toccarlo neppure l'idea: il povero è invisibile a chi ha perduto gli occhi del cuore.
Quanti invisibili nelle nostre città, nei nostri paesi! Attenzione agli invisibili, vi si rifugia l'eterno.
Il ricco non danneggia Lazzaro,
non gli fa del male.
Fa qualcosa di peggio:
non lo fa esistere,
lo riduce a un rifiuto,
a un nulla.
Nel suo cuore l'ha ucciso. «Il vero nemico della fede è il narcisismo, non l'ateismo» (K. Doria).
Per Narciso nessuno esiste.
Invece un samaritano che era in viaggio, lo vide, fu mosso a pietà, scese da cavallo, si chinò su quell'uomo mezzo morto.
Vedere,
commuoversi,
scendere,
toccare,
verbi umanissimi,
i primi affinché la nostra terra sia abitata non dalla ferocia ma dalla tenerezza.
Chi non accoglie l'altro,
in realtà isola se stesso,
è lui la prima vittima del “grande abisso”, dell'esclusione.
Secondo tempo:
il povero e il ricco muoiono, e la parabola li colloca agli antipodi, come già era sulla terra.
“Ti prego, padre Abramo, manda Lazzaro con una goccia d'acqua sulla punta del dito”.
Una gocciolina per varcare l'abisso.
Che ti costa,
padre Abramo,
un piccolo miracolo!
Una parola sola per i miei cinque fratelli!
E invece no, perché
non è il ritorno di un morto che convertirà qualcuno,
è la vita e i viventi.
Non sono i miracoli a cambiare la nostra traiettoria,
non apparizioni o segni,
la terra è già piena di miracoli,
piena di profeti:
hanno i profeti,
ascoltino quelli,
hanno il Vangelo,
lo ascoltino!
Di più ancora:
la terra è piena di poveri Lazzari,
li ascoltino,
li guardino,
li tocchino.
“Il primo miracolo è accorgerci che l'altro esiste” (S. Weil).
Non c'è evento soprannaturale che valga il grido dei poveri. O il loro silenzio.
La cura delle creature è la sola misura dell'eternità.
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IL MONDO É DI DIO,
MA É DATO A CHI LO RENDE MIGLIORE
La parabola intona il canto dell'amore deluso,
canta però una passione che non si spegne,
che riparte,
che non è mai a corto di meraviglie, che dopo ogni rifiuto ricomincia ad assediarci con nuovi profeti,
nuovi servitori,
con il Figlio, e da ultimo, con le pietre scartate.
Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d'amore e ne fiorivano parabole.
Ma questa parabola è dura, cupa, inquietante a tratti, e questo perché la realtà attorno a Gesù si è fatta cattiva: sta parlando a chi prepara la sua morte. Ma non è questo che lo fa tremare.
L'orizzonte di amarezza e violenza che traspare dalla parabola è evidente nelle parole dei vignaioli, insensate e brutali:
Costui è l'erede, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!
È chiaro che ad ispirarli è una forza primordiale, originaria e stupida, che ci sussurra:
devi sopraffare l'altro, essere più forte, e allora avrai la sua vigna, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi.
Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare.
L’ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine di ogni vendemmia di sangue della terra. Questo fa paura a Gesù!
Per prima cosa voglio stare dentro questa esperienza: sentirmi vigna amata, lasciarmi accudire dalle mani di Dio.
Non sono altro che una vite piccolina, ma proprio a me Dio non vuole rinunciare.
Il frutto che la pazienza di Dio attende da me è come quello della vite, che se si occupasse solo di riprodursi, basterebbero pochi semi ogni molti anni, e un frutto solo. E invece, ad ogni autunno, ecco un'abbondanza di profumi e colori, una generosità magnifica offerta a tutti, all'uomo, al piccolo insetto, alla terra nutrice: lo scialo della natura è uno spettacolare modello silenzioso, per il cuore dell'uomo.
Ed è confortante vedere come Dio mai si arrenda, e come dopo ogni tradimento ricominci ad assediarci con nuove modalità, con la fantasia di nuovi profeti, ricominciando da capo, con infinita pazienza.
Conclude la parabola: “Cosa farà il Padrone della vigna dopo l'uccisione del Figlio?”
La soluzione dai giudei è la solita vendetta esemplare, con altri servi che pagheranno il dovuto al padrone. Gesù non è d'accordo, Dio non spreca la sua eternità in vendette.
Ed eccolo introdurre la fresca novità del Vangelo: la storia perenne dell'amore tradito tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento, ma con una vigna nuova.
Nelle vigne è tempo di raccolto. Per noi lo è ogni giorno: vengono persone, cercano pane, Vangelo, giustizia, coraggio, un raggio di luce.
Che cosa trovano in noi?Vino buono o uva acerba?
Il mondo è di Dio, ma è dato a chi lo rende migliore, a chi fa crescere vigne nel campo della sua storia.
MA É DATO A CHI LO RENDE MIGLIORE
La parabola intona il canto dell'amore deluso,
canta però una passione che non si spegne,
che riparte,
che non è mai a corto di meraviglie, che dopo ogni rifiuto ricomincia ad assediarci con nuovi profeti,
nuovi servitori,
con il Figlio, e da ultimo, con le pietre scartate.
Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d'amore e ne fiorivano parabole.
Ma questa parabola è dura, cupa, inquietante a tratti, e questo perché la realtà attorno a Gesù si è fatta cattiva: sta parlando a chi prepara la sua morte. Ma non è questo che lo fa tremare.
L'orizzonte di amarezza e violenza che traspare dalla parabola è evidente nelle parole dei vignaioli, insensate e brutali:
Costui è l'erede, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!
È chiaro che ad ispirarli è una forza primordiale, originaria e stupida, che ci sussurra:
devi sopraffare l'altro, essere più forte, e allora avrai la sua vigna, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi.
Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare.
L’ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine di ogni vendemmia di sangue della terra. Questo fa paura a Gesù!
Per prima cosa voglio stare dentro questa esperienza: sentirmi vigna amata, lasciarmi accudire dalle mani di Dio.
Non sono altro che una vite piccolina, ma proprio a me Dio non vuole rinunciare.
Il frutto che la pazienza di Dio attende da me è come quello della vite, che se si occupasse solo di riprodursi, basterebbero pochi semi ogni molti anni, e un frutto solo. E invece, ad ogni autunno, ecco un'abbondanza di profumi e colori, una generosità magnifica offerta a tutti, all'uomo, al piccolo insetto, alla terra nutrice: lo scialo della natura è uno spettacolare modello silenzioso, per il cuore dell'uomo.
Ed è confortante vedere come Dio mai si arrenda, e come dopo ogni tradimento ricominci ad assediarci con nuove modalità, con la fantasia di nuovi profeti, ricominciando da capo, con infinita pazienza.
Conclude la parabola: “Cosa farà il Padrone della vigna dopo l'uccisione del Figlio?”
La soluzione dai giudei è la solita vendetta esemplare, con altri servi che pagheranno il dovuto al padrone. Gesù non è d'accordo, Dio non spreca la sua eternità in vendette.
Ed eccolo introdurre la fresca novità del Vangelo: la storia perenne dell'amore tradito tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento, ma con una vigna nuova.
Nelle vigne è tempo di raccolto. Per noi lo è ogni giorno: vengono persone, cercano pane, Vangelo, giustizia, coraggio, un raggio di luce.
Che cosa trovano in noi?Vino buono o uva acerba?
Il mondo è di Dio, ma è dato a chi lo rende migliore, a chi fa crescere vigne nel campo della sua storia.
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VIENI,
É IN TAVOLA LA VITA!
La parabola più famosa,
più bella,
più spiazzante,
si articola in quattro sequenze narrative.
Prima scena.
Un padre aveva due figli. Un incipit che causa subito tensione:
nel Libro le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano di violenza e di menzogne.
E sullo sfondo il dolore muto dei genitori,
di questo padre così diverso: non ostacola la decisione del ragazzo;
lo dà in sposo alla sua propria libertà, e come dote non dovuta cede la metà dei beni di famiglia.
Secondo quadro.
Il giovane inizia il viaggio della vita, ma le sue scelte sbagliate (sperperò il denaro vivendo da dissoluto) producono una perdita di umanità:
il principe sognatore diventa servo,
un porcaio che ruba ghiande per sopravvivere.
Allora rientra in sé,
e rivede la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio (o il padre) non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Decide di tentare,
non chiederà di essere il figlio di ieri,
ma uno dei servi di adesso: trattami come un salariato!
Non osa più cercare un padre, cerca solo un buon padrone.
Non torna perché ha capito, torna per fame.
Non per amore,
ma per la morte che gli cammina a fianco paziente.
Terza sequenza.
Il ritmo della storia cambia, l’azione si fa incalzante.
Il figlio si incammina e il padre, che è attesa eternamente aperta,
lo vede che era ancora lontano e gli corre incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ha già perdonato in anticipo di essere come siamo, prima ancora che apriamo bocca.
Il tempo dell’amore è prevenire,
buttare le braccia al collo,
fretta di carezze dopo la lunga lontananza.
Non domanda:
da dove vieni,
ma: dove sei diretto?
Non chiede: perché l’hai fatto?
Ma: vuoi ricostruire la casa?
La Bibbia sembra preferire storie di ricomposizione a storie di fedeltà infrangibile.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
il Libro è pieno di gente raccolta dalle paludi,
dalle ceneri,
da una cisterna nel deserto,
da un ramo di sicomoro,
e dalle loro ripartenze sotto il vento di Dio.
L’ultima scena si svolge attorno a un altro figlio, che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che pesa e misura tutto con un cuore mercenario.
Ma il padre,
che vuole figli intorno e non servi, esce e lo prega, con dolcezza, di entrare: vieni, è in tavola la vita.
E la modernità di un finale aperto.
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì!
Immensa rivelazione per cui Gesù darà la vita:
Dio è amore, esclusivamente amore.
L’amore non è giusto,
è sempre oltre,
centuplo,
eccedenza.
Ma è proprio questo il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora.
É IN TAVOLA LA VITA!
La parabola più famosa,
più bella,
più spiazzante,
si articola in quattro sequenze narrative.
Prima scena.
Un padre aveva due figli. Un incipit che causa subito tensione:
nel Libro le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano di violenza e di menzogne.
E sullo sfondo il dolore muto dei genitori,
di questo padre così diverso: non ostacola la decisione del ragazzo;
lo dà in sposo alla sua propria libertà, e come dote non dovuta cede la metà dei beni di famiglia.
Secondo quadro.
Il giovane inizia il viaggio della vita, ma le sue scelte sbagliate (sperperò il denaro vivendo da dissoluto) producono una perdita di umanità:
il principe sognatore diventa servo,
un porcaio che ruba ghiande per sopravvivere.
Allora rientra in sé,
e rivede la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio (o il padre) non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Decide di tentare,
non chiederà di essere il figlio di ieri,
ma uno dei servi di adesso: trattami come un salariato!
Non osa più cercare un padre, cerca solo un buon padrone.
Non torna perché ha capito, torna per fame.
Non per amore,
ma per la morte che gli cammina a fianco paziente.
Terza sequenza.
Il ritmo della storia cambia, l’azione si fa incalzante.
Il figlio si incammina e il padre, che è attesa eternamente aperta,
lo vede che era ancora lontano e gli corre incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ha già perdonato in anticipo di essere come siamo, prima ancora che apriamo bocca.
Il tempo dell’amore è prevenire,
buttare le braccia al collo,
fretta di carezze dopo la lunga lontananza.
Non domanda:
da dove vieni,
ma: dove sei diretto?
Non chiede: perché l’hai fatto?
Ma: vuoi ricostruire la casa?
La Bibbia sembra preferire storie di ricomposizione a storie di fedeltà infrangibile.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
il Libro è pieno di gente raccolta dalle paludi,
dalle ceneri,
da una cisterna nel deserto,
da un ramo di sicomoro,
e dalle loro ripartenze sotto il vento di Dio.
L’ultima scena si svolge attorno a un altro figlio, che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che pesa e misura tutto con un cuore mercenario.
Ma il padre,
che vuole figli intorno e non servi, esce e lo prega, con dolcezza, di entrare: vieni, è in tavola la vita.
E la modernità di un finale aperto.
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì!
Immensa rivelazione per cui Gesù darà la vita:
Dio è amore, esclusivamente amore.
L’amore non è giusto,
è sempre oltre,
centuplo,
eccedenza.
Ma è proprio questo il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora.
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IL TEMPO VERTICALE DELL’ATTESA
Un vangelo di cronache sanguinose,
disgrazie e stragi,
contemporaneo all’uomo di sempre.
La risposta di Gesù è netta:
non è Dio che fa cadere torri o palazzi,
non è la mano di Dio
ad architettare tragedie o guerre.
E tuttavia nei giorni del dolore la prima domanda che brucia è un’altra: perché, Dio?
Dov’eri quel giorno? Quando la mia bambina è stata investita da quell’ubriaco,
dov’eri?
Dio era lì,
e moriva nella tua bambina;
era lì anche in quel giorno dell’eccidio dei Galilei nel tempio;
era là come il primo a subire violenza,
il primo dei trafitti.
E non c’è altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell’alleluia pasquale.
Se non vi convertirete,
perirete tutti.
Non è una minaccia all’umanità,
non c’è nessuna scure calata alle radici dell’albero.
È un lamento,
una supplica.
É Dio che ci implora: convertitevi,
invertite la direzione di marcia,
ovunque voi siate.
Nella politica del potere, nell’economia che uccide, nell’ecologia derisa,
nella finanza padrona del mondo,
nell’investire in nuove armi.
Non è l’uomo che si rivolge a Dio,
qui è Dio che si rivolge all’uomo e ci prega,
ci implora:
tornate umani!
Bellissima la poesia
di J. Donne che ci ricorda:
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te.
Conversione è un termine austero, ma sulla bocca di Gesù ha un altro suono; vuol dire essere freschi,
essere rinnovabili;
essere nuovi e incamminati.
Vieni di qua,
il cielo è più azzurro,
l’aria è più limpida.
La vite, l’ulivo, il fico sono pieni di frutti.
Di qua è più bello!
E il vangelo ci porta via dai campi della morte,
per farci camminare
nei campi della luce.
Sono tre anni che vengo a cercare e in questo fico non ho trovato un solo frutto.
Mi sono stancato, taglialo!
No, padrone!
Il contadino sapiente che è Gesù, dice:
“no, padrone;
no alla misura breve del demolire,
sì alla misura lunga della pazienza e della cura.
Sì al tempo verticale che sa aspettare.
Proviamo ancora, un altro anno e poi vedremo”.
Lui ha fiducia in me: l’albero dell’umanità è sano e ha radici buone,
tu non sei sterile e forse porterai frutto.
Il mio Dio ortolano lascia la scure e si appoggia,
si aggrappa a un forse,
a una parolina che ci fa sbirciare nel cuore di Dio.
Un forse che profuma di speranza come fai a negarlo?
Il finale della piccola parabola resta aperto,
non è detto cosa sarà del frutto futuro.
Ma è detto l’atto di fede di Dio in me:
tu puoi diffondere un gusto di bontà,
la dolcezza di un piccolo fico.
Tu puoi!
Signore,
tu vedi in me il santo prima del peccatore,
la luce prima del buio.
E io spero in te perché tu speri in me,
credo in te perché tu credi in me.
Un vangelo di cronache sanguinose,
disgrazie e stragi,
contemporaneo all’uomo di sempre.
La risposta di Gesù è netta:
non è Dio che fa cadere torri o palazzi,
non è la mano di Dio
ad architettare tragedie o guerre.
E tuttavia nei giorni del dolore la prima domanda che brucia è un’altra: perché, Dio?
Dov’eri quel giorno? Quando la mia bambina è stata investita da quell’ubriaco,
dov’eri?
Dio era lì,
e moriva nella tua bambina;
era lì anche in quel giorno dell’eccidio dei Galilei nel tempio;
era là come il primo a subire violenza,
il primo dei trafitti.
E non c’è altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell’alleluia pasquale.
Se non vi convertirete,
perirete tutti.
Non è una minaccia all’umanità,
non c’è nessuna scure calata alle radici dell’albero.
È un lamento,
una supplica.
É Dio che ci implora: convertitevi,
invertite la direzione di marcia,
ovunque voi siate.
Nella politica del potere, nell’economia che uccide, nell’ecologia derisa,
nella finanza padrona del mondo,
nell’investire in nuove armi.
Non è l’uomo che si rivolge a Dio,
qui è Dio che si rivolge all’uomo e ci prega,
ci implora:
tornate umani!
Bellissima la poesia
di J. Donne che ci ricorda:
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te.
Conversione è un termine austero, ma sulla bocca di Gesù ha un altro suono; vuol dire essere freschi,
essere rinnovabili;
essere nuovi e incamminati.
Vieni di qua,
il cielo è più azzurro,
l’aria è più limpida.
La vite, l’ulivo, il fico sono pieni di frutti.
Di qua è più bello!
E il vangelo ci porta via dai campi della morte,
per farci camminare
nei campi della luce.
Sono tre anni che vengo a cercare e in questo fico non ho trovato un solo frutto.
Mi sono stancato, taglialo!
No, padrone!
Il contadino sapiente che è Gesù, dice:
“no, padrone;
no alla misura breve del demolire,
sì alla misura lunga della pazienza e della cura.
Sì al tempo verticale che sa aspettare.
Proviamo ancora, un altro anno e poi vedremo”.
Lui ha fiducia in me: l’albero dell’umanità è sano e ha radici buone,
tu non sei sterile e forse porterai frutto.
Il mio Dio ortolano lascia la scure e si appoggia,
si aggrappa a un forse,
a una parolina che ci fa sbirciare nel cuore di Dio.
Un forse che profuma di speranza come fai a negarlo?
Il finale della piccola parabola resta aperto,
non è detto cosa sarà del frutto futuro.
Ma è detto l’atto di fede di Dio in me:
tu puoi diffondere un gusto di bontà,
la dolcezza di un piccolo fico.
Tu puoi!
Signore,
tu vedi in me il santo prima del peccatore,
la luce prima del buio.
E io spero in te perché tu speri in me,
credo in te perché tu credi in me.
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IL NOME DELL’UOMO?
ECCOMI!
L'annunciazione è l'estasi della storia: viene ciò che l'umanità da sola non può darsi.
La storia esce da se stessa,
si ricentra su di un altro cardine,
si illumina di un altro sole.
Tre volte parla l'angelo:
una parola di gioia, "kaire";
una contro la paura,
“non temere";
un'ultima parola perché ci sia vita nuova,
“lo Spirito verrà e sarai madre".
L'angelo propone le tre parole assolute: gioia, fine di ogni paura, e vita:
rallegrati,
non temere,
ecco verrà una vita.
Sono le tre parole che angeli e profeti ripetono dentro tutta la nostra storia,
dentro tutta la Scrittura
per chi non voglia che di lui sia detto ciò che dicevano di Elisabetta:
Ecco, tutti la dicono sterile.
Toccano le corde più profonde di ogni esistenza umana:
il bisogno di felicità,
la paura che è madre di inganno e di violenza, l'ansia divina di dare la vita.
L'angelo ci assicura che
i segni dell'avvicinarsi di Dio sono questi:
si moltiplica la gioia,
la paura si dissolve,
risplende la vita.
Prima parola:
“Sii felice Maria,
Dio ha posto in te il suo cuore”.
Il primo vangelo è lieta notizia, qualcosa precede ogni nostra risposta.
L'angelo non dice:
“Fai questo o quello, ascolta, prega, vai”.
Semplicemente:
“Gioisci, Maria!”
sii felice perché, lo sai,
la felicità viene dai volti; anche Giuseppe e il suo pensiero e il suo volto ti fanno felice, ma ora è qui colui che è il volto dei volti.
É con te,
ha posto in te il suo cuore; gli altri sono solo frammenti di quel volto, gocce di luce di quella luce.
Dio è con te con quell'abbraccio di cui quelli sulla terra sono solo parabole, solo nostalgia.
Sii felice,
tu sei amata teneramente, gratuitamente,
per sempre.
Il nome di Maria è « amata per sempre».
E la sua funzione nella chiesa è di ricordare nel suo stesso nome questo amore che porta gioia.
Non temere Maria!
Per 365 volte nella Scrittura ritorna questa parola, quasi un invito per ogni giorno dell'anno, quasi quotidiano pane per il cammino del cuore.
Non temere se Dio non prende la strada dell'evidenza, dell'efficienza,
della grandezza.
Non temere se Dio, l'Altissimo, si nasconde in un piccolo embrione umano,
non temere le nuove vie di Dio,
così lontane dalla scena, dalle luci,
dai palazzi della città,
dalle emozioni solenni del tempio.
Non temere questo Dio bambino,
che vivrà solo se tu lo amerai.
Dio vivrà per il tuo amore. Sarà felice se tu lo farai felice.
Tre volte parla l'angelo,
tre volte risponde Maria, prima con il silenzio e il turbamento,
poi con il desiderio di capire,
infine con il servizio.
La prima azione di Maria è ascoltare questo angelo inatteso e sconcertante.
Primo passo per chiunque voglia entrare in un rapporto vero con le creature o con Dio,
con uomini o angeli,
l'arte dell'ascolto.
Con la sua ultima parola rivela il nostro vero nome.
Il nome dell'uomo è: «Eccomi!»
ECCOMI!
L'annunciazione è l'estasi della storia: viene ciò che l'umanità da sola non può darsi.
La storia esce da se stessa,
si ricentra su di un altro cardine,
si illumina di un altro sole.
Tre volte parla l'angelo:
una parola di gioia, "kaire";
una contro la paura,
“non temere";
un'ultima parola perché ci sia vita nuova,
“lo Spirito verrà e sarai madre".
L'angelo propone le tre parole assolute: gioia, fine di ogni paura, e vita:
rallegrati,
non temere,
ecco verrà una vita.
Sono le tre parole che angeli e profeti ripetono dentro tutta la nostra storia,
dentro tutta la Scrittura
per chi non voglia che di lui sia detto ciò che dicevano di Elisabetta:
Ecco, tutti la dicono sterile.
Toccano le corde più profonde di ogni esistenza umana:
il bisogno di felicità,
la paura che è madre di inganno e di violenza, l'ansia divina di dare la vita.
L'angelo ci assicura che
i segni dell'avvicinarsi di Dio sono questi:
si moltiplica la gioia,
la paura si dissolve,
risplende la vita.
Prima parola:
“Sii felice Maria,
Dio ha posto in te il suo cuore”.
Il primo vangelo è lieta notizia, qualcosa precede ogni nostra risposta.
L'angelo non dice:
“Fai questo o quello, ascolta, prega, vai”.
Semplicemente:
“Gioisci, Maria!”
sii felice perché, lo sai,
la felicità viene dai volti; anche Giuseppe e il suo pensiero e il suo volto ti fanno felice, ma ora è qui colui che è il volto dei volti.
É con te,
ha posto in te il suo cuore; gli altri sono solo frammenti di quel volto, gocce di luce di quella luce.
Dio è con te con quell'abbraccio di cui quelli sulla terra sono solo parabole, solo nostalgia.
Sii felice,
tu sei amata teneramente, gratuitamente,
per sempre.
Il nome di Maria è « amata per sempre».
E la sua funzione nella chiesa è di ricordare nel suo stesso nome questo amore che porta gioia.
Non temere Maria!
Per 365 volte nella Scrittura ritorna questa parola, quasi un invito per ogni giorno dell'anno, quasi quotidiano pane per il cammino del cuore.
Non temere se Dio non prende la strada dell'evidenza, dell'efficienza,
della grandezza.
Non temere se Dio, l'Altissimo, si nasconde in un piccolo embrione umano,
non temere le nuove vie di Dio,
così lontane dalla scena, dalle luci,
dai palazzi della città,
dalle emozioni solenni del tempio.
Non temere questo Dio bambino,
che vivrà solo se tu lo amerai.
Dio vivrà per il tuo amore. Sarà felice se tu lo farai felice.
Tre volte parla l'angelo,
tre volte risponde Maria, prima con il silenzio e il turbamento,
poi con il desiderio di capire,
infine con il servizio.
La prima azione di Maria è ascoltare questo angelo inatteso e sconcertante.
Primo passo per chiunque voglia entrare in un rapporto vero con le creature o con Dio,
con uomini o angeli,
l'arte dell'ascolto.
Con la sua ultima parola rivela il nostro vero nome.
Il nome dell'uomo è: «Eccomi!»
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Nella vita quotidiana
Dio parla il linguaggio della gioia
Gioisci, Maria,
sii felice perché,
lo sai,
la felicità viene dai volti; anche il volto di Giuseppe ti fa felice, ma ora è qui colui che è il volto dei volti e ha posto in te il suo cuore;
gli altri sono solo frammenti di quel volto, solo gocce di quella luce.
Il Signore è con te!
L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te ovunque sei andato.
Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti,
per quanto ti ami.
Nessuno sarà mai con me ovunque io andrò.
Nessuno è stato con me nei passi che ho compiuto, che ho perduto,
che ho ritrovato.
Dio solo!
Non temere, Maria,
se l'Altissimo non prende la strada della grandezza,
se si nasconde in un piccolo embrione umano.
Non temere le sue vie, lontanissime dalla scena e dalle luci.
Non temere questo bambino che vivrà solo se tu lo amerai.
A quelle parole Maria rimase turbata.
Un attimo che, per noi,
può durare anni.
E se pure hai detto "sì" una volta, non ne sei mai al riparo, mai.
Ma: non temere!
Dio entra nei nostri dubbi e storie confuse, ma forse ci porta nuove stelle polari proprio per questo:
non temere la tua debolezza, perché su questo gli uomini non si dicono mai pronti.
Non temere l'amore.
Dio salva.
Oggi l'angelo ripete a noi: non temere,
verrà il Signore e ti riempirà la vita.
Solo le donne, le madri conoscono l'attesa.
Si attende non per mancanza ma per pienezza,
non per assenza ma per una sovrabbondanza di vita che già urge.
Come avverrà?
Maria chiede di capire, stando davanti al Signore con tutta la dignità di persona umana.
E appare lo stile di Dio:
ti coprirà con la sua ombra. La potenza si fa ombra. Non lo troverai negli abbagli delle visioni,
ma nella vita che è un'anfora di ombre,
di buio.
Eccomi
sono la serva del Signore.
Serva: parola biblica che non è passiva,
non è sottomissione;
serva del re è la prima dopo il re,
è colei che collabora,
la prediletta.
E l'angelo partì da lei.
Dio cerca madri, e noi, come frammenti di cosmo ospitali,
ci prenderemo cura,
come madri,
della sua Parola,
e dei suoi sogni.
Dio parla il linguaggio della gioia
Gioisci, Maria,
sii felice perché,
lo sai,
la felicità viene dai volti; anche il volto di Giuseppe ti fa felice, ma ora è qui colui che è il volto dei volti e ha posto in te il suo cuore;
gli altri sono solo frammenti di quel volto, solo gocce di quella luce.
Il Signore è con te!
L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te ovunque sei andato.
Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti,
per quanto ti ami.
Nessuno sarà mai con me ovunque io andrò.
Nessuno è stato con me nei passi che ho compiuto, che ho perduto,
che ho ritrovato.
Dio solo!
Non temere, Maria,
se l'Altissimo non prende la strada della grandezza,
se si nasconde in un piccolo embrione umano.
Non temere le sue vie, lontanissime dalla scena e dalle luci.
Non temere questo bambino che vivrà solo se tu lo amerai.
A quelle parole Maria rimase turbata.
Un attimo che, per noi,
può durare anni.
E se pure hai detto "sì" una volta, non ne sei mai al riparo, mai.
Ma: non temere!
Dio entra nei nostri dubbi e storie confuse, ma forse ci porta nuove stelle polari proprio per questo:
non temere la tua debolezza, perché su questo gli uomini non si dicono mai pronti.
Non temere l'amore.
Dio salva.
Oggi l'angelo ripete a noi: non temere,
verrà il Signore e ti riempirà la vita.
Solo le donne, le madri conoscono l'attesa.
Si attende non per mancanza ma per pienezza,
non per assenza ma per una sovrabbondanza di vita che già urge.
Come avverrà?
Maria chiede di capire, stando davanti al Signore con tutta la dignità di persona umana.
E appare lo stile di Dio:
ti coprirà con la sua ombra. La potenza si fa ombra. Non lo troverai negli abbagli delle visioni,
ma nella vita che è un'anfora di ombre,
di buio.
Eccomi
sono la serva del Signore.
Serva: parola biblica che non è passiva,
non è sottomissione;
serva del re è la prima dopo il re,
è colei che collabora,
la prediletta.
E l'angelo partì da lei.
Dio cerca madri, e noi, come frammenti di cosmo ospitali,
ci prenderemo cura,
come madri,
della sua Parola,
e dei suoi sogni.
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DA GESÙ NON UNA NUOVA MORALE,
MA UNA LIBERAZIONE
Un Vangelo da vertigini.
E come è possibile?
Anche Maria lo
chiese quel giorno all'angelo,
ma poi disse a Dio:
“sia fatta la tua volontà, modellami nelle tue mani,
io tua tenera argilla,
trasformami il cuore”.
E ha partorito Dio.
Anche noi possiamo
come lei,
portare Dio nel mondo:
partorire amore.
Avete inteso che fu detto...
ma io vi dico.
Gesù non contrappone
alla morale antica una super-morale migliore,
ma svela l'anima segreta della legge:
“Il suo Vangelo non è una
morale ma una sconvolgente liberazione”(G. Vannucci).
Gesù non è né lassista
né rigorista,
non è più rigido
o più accondiscendente
degli scribi:
lui fa un'altra cosa.
Prende la norma
e la porta avanti,
la fa schiudere
come un fiore,
nelle due direzioni decisive:
la linea del cuore
e la linea della persona.
Gesù porta a pienezza la legge e nasce la religione
dell'interiorità.
MA UNA LIBERAZIONE
Un Vangelo da vertigini.
E come è possibile?
Anche Maria lo
chiese quel giorno all'angelo,
ma poi disse a Dio:
“sia fatta la tua volontà, modellami nelle tue mani,
io tua tenera argilla,
trasformami il cuore”.
E ha partorito Dio.
Anche noi possiamo
come lei,
portare Dio nel mondo:
partorire amore.
Avete inteso che fu detto...
ma io vi dico.
Gesù non contrappone
alla morale antica una super-morale migliore,
ma svela l'anima segreta della legge:
“Il suo Vangelo non è una
morale ma una sconvolgente liberazione”(G. Vannucci).
Gesù non è né lassista
né rigorista,
non è più rigido
o più accondiscendente
degli scribi:
lui fa un'altra cosa.
Prende la norma
e la porta avanti,
la fa schiudere
come un fiore,
nelle due direzioni decisive:
la linea del cuore
e la linea della persona.
Gesù porta a pienezza la legge e nasce la religione
dell'interiorità.
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I DUE CUORI
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera»
(M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto...
Gesù lo fa, uscendo dagli schemi con una risposta che tra i comandamenti non c’è.
Che bella la libertà, l’intelligenza anti-conformista di Gesù, icona limpidissima della libertà e dell’immaginazione.
La risposta comincia con un verbo: tu amerai, al futuro, a indicare una storia in-finita, perché l’amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c’è futuro per l’umanità.
Prima però del “più grande” Gesù evoca un comandamento zero:
shemà,
ascolta,
ricordati,
non dimenticare,
tienilo legato al polso,
mettilo come sigillo sul cuore,
come gioiello davanti agli occhi...
Fa tenerezza un Dio che chiede: “Ascoltami, per favore!”
Ascoltare è amare.
Amerai con tutto il cuore, non da sottomesso, ma da innamorato.
Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.
Come a dire:
con il tuo cuore di luce e con il cuore d’ombra,
amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita.
Come puoi, come riesci, magari col fiatone,
quando splende il sole
e quando si fa buio,
e a occhi chiusi quando hai un po’ paura,
anche con le lacrime.
Santa Teresa d’Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ‘ti amo’ rifarei da capo l’universo”.
Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che vuole conoscerlo, studiarlo, capirlo di più.
Parlare e cantare e scrivere di lui,
una preghiera,
una canzone,
una poesia d’amore al tuo amore...
In fondo, nulla di nuovo.
Le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni.
La novità evangelica è nell’aggiunta inattesa di un secondo comandamento, che è simile al primo...
Il genio del cristianesimo dice: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio.
Il prossimo è simile a Dio.
Il prossimo ha volto e voce, fame d’amore e bellezza, simili a Dio.
Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano.
Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, occhi nel cielo e piedi per terra.
Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. Ho trovato una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi, un non cristiano: “il mio prossimo è tutto ciò che vive con me, su questa terra”,
le persone,
ma anche l’acqua,
il sole,
il fuoco,
le nuvole,
le piante,
gli animali.
Sorella madre terra e tutte le sue creature.
Il comandamento diventa: Ama la terra come ami te stesso, amala come l’ama Dio.
Vivere è convivere, esistere è coesistere.
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie,
ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
«Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera»
(M. Eckhart).
Che cosa genera?
Amore che è vita.
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LA GRAMMATICA DELLA PREGHIERA
Due uomini vanno al tempio a pregare.
Uno ritto in piedi prega,
ma è come se fosse rivolto a se stesso:
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...”.
Inizia con parole corrette; l'avvio è biblico, infatti metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento.
Ma mentre offre
le sue parole a Dio,
il fariseo in realtà
le rivolge a sè, compiacendosi.
Parabola per coloro che si sentono buoni,
che vedono degli altri solo i difetti.
Il fariseo vive pieno
di sospetti e paure,
vita triste in un mondo dedito all'imbroglio,
al sesso, alla rapina.
Come tutti i fondamentalisti,
è un angosciato che si vede attorno solo degrado e rovina.
Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata e fredda. Davvero «solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato» (G. Palamas).
Per l'anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva.
Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale.
Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.
Io sono molto meglio.
Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare.
Non si può pregare e disprezzare,
benedire il Padre e maledire,
dire male dei suoi figli,
lodare Dio e accusare i fratelli.
In fondo lui è un infelice che sta male al mondo,
che per elevarsi
deve necessariamente
abbassare gli altri, restando solo:
l'immoralità dilaga,
la disonestà trionfa...
L'unico che si salva è lui stesso.
Onesto e infelice:
chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La parabola ci mostra la grammatica della preghiera,
le cui regole sono semplici e valgono per tutti,
come le regole della vita: se metti al centro l'io, nessuna relazione funziona.
Non nella coppia,
non con i figli
o con gli amici,
tantomeno con Dio.
Si prega
non per ricevere ma per essere trasformati,
ma questo fariseo non vuole cambiare,
non ne ha bisogno.
Lui è a posto,
sono gli altri ad essere sbagliati,
e forse un po' anche Dio.
Il pubblicano,
peccatore consapevole, prega:
Signore, abbi pietà di me!
Mette al centro
del suo grido non se stesso ma la pietà di Dio,
non l'io ma il «Tu».
Come nel Padre Nostro, dove mai si dice «io»,
mai «mio»,
ma sempre «tuo» e «nostro»:
Padre,
tu nei cieli,
il nome tuo,
il regno tuo,
tu donaci,
tu liberaci.
Il pubblicano non è perdonato perché migliore del fariseo,
il solo pensarlo è credere
di meritarsi Dio,
ma perché
nel suo vivere leggero,
accettando i propri limiti, egli si apre come una porta socchiusa al sole.
Dal fondo del tempio
egli vola verso un Dio
più grande del suo peccato, che non si merita ma si accoglie.
Vola verso un Altro che viene e trasforma
nella sua misericordia infinita,
nella sua straordinaria debolezza
che è anche la sua unica, miracolosa onnipotenza.
Due uomini vanno al tempio a pregare.
Uno ritto in piedi prega,
ma è come se fosse rivolto a se stesso:
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...”.
Inizia con parole corrette; l'avvio è biblico, infatti metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento.
Ma mentre offre
le sue parole a Dio,
il fariseo in realtà
le rivolge a sè, compiacendosi.
Parabola per coloro che si sentono buoni,
che vedono degli altri solo i difetti.
Il fariseo vive pieno
di sospetti e paure,
vita triste in un mondo dedito all'imbroglio,
al sesso, alla rapina.
Come tutti i fondamentalisti,
è un angosciato che si vede attorno solo degrado e rovina.
Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata e fredda. Davvero «solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato» (G. Palamas).
Per l'anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva.
Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale.
Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.
Io sono molto meglio.
Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare.
Non si può pregare e disprezzare,
benedire il Padre e maledire,
dire male dei suoi figli,
lodare Dio e accusare i fratelli.
In fondo lui è un infelice che sta male al mondo,
che per elevarsi
deve necessariamente
abbassare gli altri, restando solo:
l'immoralità dilaga,
la disonestà trionfa...
L'unico che si salva è lui stesso.
Onesto e infelice:
chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La parabola ci mostra la grammatica della preghiera,
le cui regole sono semplici e valgono per tutti,
come le regole della vita: se metti al centro l'io, nessuna relazione funziona.
Non nella coppia,
non con i figli
o con gli amici,
tantomeno con Dio.
Si prega
non per ricevere ma per essere trasformati,
ma questo fariseo non vuole cambiare,
non ne ha bisogno.
Lui è a posto,
sono gli altri ad essere sbagliati,
e forse un po' anche Dio.
Il pubblicano,
peccatore consapevole, prega:
Signore, abbi pietà di me!
Mette al centro
del suo grido non se stesso ma la pietà di Dio,
non l'io ma il «Tu».
Come nel Padre Nostro, dove mai si dice «io»,
mai «mio»,
ma sempre «tuo» e «nostro»:
Padre,
tu nei cieli,
il nome tuo,
il regno tuo,
tu donaci,
tu liberaci.
Il pubblicano non è perdonato perché migliore del fariseo,
il solo pensarlo è credere
di meritarsi Dio,
ma perché
nel suo vivere leggero,
accettando i propri limiti, egli si apre come una porta socchiusa al sole.
Dal fondo del tempio
egli vola verso un Dio
più grande del suo peccato, che non si merita ma si accoglie.
Vola verso un Altro che viene e trasforma
nella sua misericordia infinita,
nella sua straordinaria debolezza
che è anche la sua unica, miracolosa onnipotenza.
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FIGLIO DI DOMANI
Un padre aveva due figli.
Un incipit che causa subito tensione, perché nella Bibbia le storie di fratelli non sono mai facili, raccontano di violenza e menzogne, di riconciliazioni mancate.
La fraternità non è un dato da cui partire, ma un progetto da costruire.
Io voglio bene al figlio prodigo. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
Il ragazzo se ne va,
un giorno,
con la sua parte di “vita”,
di eredità,
in cerca di felicità,
e crede di trovarla nelle cose.
Il padre lo lascia andare,
anche se teme
che si farà male.
Un uomo saggio.
Ma quella che sembrava la vita ideale, si rivela un lento morire; si dissangua di umanità, fino a ritrovarsi solo e affamato in una porcilaia.
Allora rivede la sua casa,
la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone con così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Qualcosa gli si muove dentro, rientra in sé e decide di tornare.
La vita gli ha insegnato a volare raso terra, lui non chiederà di essere il figlio di ieri, ma uno dei servi di adesso.
Non torna perché ha capito, ma perché ha fame. Ma al Padre importa solo che tu ritorni verso casa.
Il padre lo vide da lontano e gli corse incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ci ha già perdonato
in anticipo di essere
come siamo,
prima che apriamo bocca.
Non domanda:
da dove vieni, ma:
dove sei diretto?
Non chiede:
perché l’hai fatto? Ma:
vuoi ricostruire la casa?
Non si lancia in un:
te l’avevo detto!
Ma: hai fame?
Non è esperto in rimorsi quel padre, ma in abbracci.
Il perdono di Dio
non libera il passato,
fa di più:
libera il futuro,
ci rende figli nuovi.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
li cerchi invano,
è piena di gente che cambia strada e idee,
di ripartenze sotto il vento delle passioni,
ma poi alla fine sotto il vento di Dio.
L’ultima scena gira attorno all’altro figlio,
che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che non ha la festa nel cuore.
Il ragazzo bravo in tutto è triste, come se fosse ai lavori forzati; per lui la bella vita era l’altra, quella del fratello.
Ma il padre nella sua casa vuole figli, e non servi ubbidienti;
esce e lo prega di entrare: vieni, è in tavola la vita!
Il ragazzo avrà capito?
Sarà entrato?
Si saranno guardati, abbracciati?
Non ci viene detto.
Ed ecco la grande domanda: perché neppure l’ombra di un castigo?
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì, è l’immensa rivelazione per la quale Gesù darà la vita:
Dio è solo amore.
E l’amore non è giusto,
è sempre oltre,
è centuplo,
è eccedenza.
E sempre un po’ fuorilegge.
Così è il mio Dio,
il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora ancora.
Un padre aveva due figli.
Un incipit che causa subito tensione, perché nella Bibbia le storie di fratelli non sono mai facili, raccontano di violenza e menzogne, di riconciliazioni mancate.
La fraternità non è un dato da cui partire, ma un progetto da costruire.
Io voglio bene al figlio prodigo. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
Il ragazzo se ne va,
un giorno,
con la sua parte di “vita”,
di eredità,
in cerca di felicità,
e crede di trovarla nelle cose.
Il padre lo lascia andare,
anche se teme
che si farà male.
Un uomo saggio.
Ma quella che sembrava la vita ideale, si rivela un lento morire; si dissangua di umanità, fino a ritrovarsi solo e affamato in una porcilaia.
Allora rivede la sua casa,
la casa del padre,
la sente profumare di pane.
Ci sono persone con così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane (Gandhi).
Qualcosa gli si muove dentro, rientra in sé e decide di tornare.
La vita gli ha insegnato a volare raso terra, lui non chiederà di essere il figlio di ieri, ma uno dei servi di adesso.
Non torna perché ha capito, ma perché ha fame. Ma al Padre importa solo che tu ritorni verso casa.
Il padre lo vide da lontano e gli corse incontro.
L’uomo cammina,
Dio corre.
L’uomo si avvia,
Dio è già arrivato.
E ci ha già perdonato
in anticipo di essere
come siamo,
prima che apriamo bocca.
Non domanda:
da dove vieni, ma:
dove sei diretto?
Non chiede:
perché l’hai fatto? Ma:
vuoi ricostruire la casa?
Non si lancia in un:
te l’avevo detto!
Ma: hai fame?
Non è esperto in rimorsi quel padre, ma in abbracci.
Il perdono di Dio
non libera il passato,
fa di più:
libera il futuro,
ci rende figli nuovi.
Non ci sono personaggi perfetti nella Bibbia,
li cerchi invano,
è piena di gente che cambia strada e idee,
di ripartenze sotto il vento delle passioni,
ma poi alla fine sotto il vento di Dio.
L’ultima scena gira attorno all’altro figlio,
che non sa sorridere,
che non ha la musica dentro,
che non ha la festa nel cuore.
Il ragazzo bravo in tutto è triste, come se fosse ai lavori forzati; per lui la bella vita era l’altra, quella del fratello.
Ma il padre nella sua casa vuole figli, e non servi ubbidienti;
esce e lo prega di entrare: vieni, è in tavola la vita!
Il ragazzo avrà capito?
Sarà entrato?
Si saranno guardati, abbracciati?
Non ci viene detto.
Ed ecco la grande domanda: perché neppure l’ombra di un castigo?
È giusto il padre della parabola?
Dio è così?
Così eccessivo,
così tanto,
così oltre?
Sì, è l’immensa rivelazione per la quale Gesù darà la vita:
Dio è solo amore.
E l’amore non è giusto,
è sempre oltre,
è centuplo,
è eccedenza.
E sempre un po’ fuorilegge.
Così è il mio Dio,
il Dio di Gesù,
il Dio che mi innamora ancora.
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VOLER BENE: IL MIRACOLO DELLA VITA
Leggo sempre con piacere il racconto di miracoli.
Mi piacciono i malati che pregano, toccano, gridano.
Alle volte non dicono niente, mandano avanti degli amici.
Mi piacciono i genitori-coraggio di bambini che stanno male: cercano Gesù,
lo inseguono,
lo fermano.
Alla scuola della strada, Gesù incontra maestri d’amore.
Voler bene, questo è
il miracolo della vita.
E mi piace Gesù che prova dolore per il dolore dell’uomo,
e amore per i loro amori:
è il terreno dove il miracolo scende e si annida,
come un seme nella terra,
e ne germogliano pane,
affetto,
salute,
abbracci.
É facile e giusto pregare quando il dolore ci artiglia: sono lacrime spremute dalle spine nel cuore.
Ma, come il papà del vangelo, sta a noi coltivare il mondo degli affetti,
il primo terreno di incontro con Dio.
Immagino la preghiera come un bambino che, quando vede mamma o papà, allarga le braccia e sorride, e ripete più volte, saltando sul letto, la sera: ciao, buonanotte, vi voglio bene.
E una volta non basta e la ventesima è come la prima…
Se avremo questa fede, potremo guarire il cuore, e curare la vita.
Leggo sempre con piacere il racconto di miracoli.
Mi piacciono i malati che pregano, toccano, gridano.
Alle volte non dicono niente, mandano avanti degli amici.
Mi piacciono i genitori-coraggio di bambini che stanno male: cercano Gesù,
lo inseguono,
lo fermano.
Alla scuola della strada, Gesù incontra maestri d’amore.
Voler bene, questo è
il miracolo della vita.
E mi piace Gesù che prova dolore per il dolore dell’uomo,
e amore per i loro amori:
è il terreno dove il miracolo scende e si annida,
come un seme nella terra,
e ne germogliano pane,
affetto,
salute,
abbracci.
É facile e giusto pregare quando il dolore ci artiglia: sono lacrime spremute dalle spine nel cuore.
Ma, come il papà del vangelo, sta a noi coltivare il mondo degli affetti,
il primo terreno di incontro con Dio.
Immagino la preghiera come un bambino che, quando vede mamma o papà, allarga le braccia e sorride, e ripete più volte, saltando sul letto, la sera: ciao, buonanotte, vi voglio bene.
E una volta non basta e la ventesima è come la prima…
Se avremo questa fede, potremo guarire il cuore, e curare la vita.
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SVEGLIATI
Nei vangeli questo verbo viene ripetuto 40 volte. Uno dei due verbi umili quotidiani per indicare la risurrezione di Gesù: si è svegliato.
Luca, Marco, Matteo prendono in prestito i verbi di ogni nostro mattino, delle nostre piccole risurrezioni quotidiane... quando ci svegliamo e riprendiamo a tessere il filo degli amori e delle gioie.
Non basta alzare le palpebre,
aprire gli occhi,
occorre svegliarci all’attenzione,
e immergerci totalmente nella realtà,
nell'essenza delle cose.
Bisogna essere ben svegli per sognare.
Diventare consapevoli, attenti,
vigili,
pronti ad accogliere
dalla Vita tutto ciò che ci verrà incontro oggi.
Nostra annunciazione.
Sentire che siamo vivi,
che non siamo travolti
da un destino ineluttabile, esterno, sconosciuto, pericoloso,
ma che siamo immersi in un oceano d'amore, come scriveGiovanni Vannucci.
"Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” affermavano i padri e le madri del deserto,
perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane
e da essa attingevano la forza e la sapienza per affrontare ogni avversità.
Sandro Penna: Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita...io no!
Svegliarsi dalla vita addormentata, sonnolenta, sdraiata.
Vivere in modalità sentinella: sentinella quanto manca della notte?
Siamo sentinelle che vegliano,
responsabili di tutto e di tutti,
della nostra casa comune, qui ed ora,
perché non sfuggano bellezza e giustizia e neppure una lacrima.
Facciamo i sogni a occhi aperti, a cuore aperto.
Spesso la vita accade mentre noi siamo impegnati a fare altro,
ci scorre accanto e va.
Svegliamoci, per essere fedeli alla terra, fedeli alla vita.
Nei vangeli questo verbo viene ripetuto 40 volte. Uno dei due verbi umili quotidiani per indicare la risurrezione di Gesù: si è svegliato.
Luca, Marco, Matteo prendono in prestito i verbi di ogni nostro mattino, delle nostre piccole risurrezioni quotidiane... quando ci svegliamo e riprendiamo a tessere il filo degli amori e delle gioie.
Non basta alzare le palpebre,
aprire gli occhi,
occorre svegliarci all’attenzione,
e immergerci totalmente nella realtà,
nell'essenza delle cose.
Bisogna essere ben svegli per sognare.
Diventare consapevoli, attenti,
vigili,
pronti ad accogliere
dalla Vita tutto ciò che ci verrà incontro oggi.
Nostra annunciazione.
Sentire che siamo vivi,
che non siamo travolti
da un destino ineluttabile, esterno, sconosciuto, pericoloso,
ma che siamo immersi in un oceano d'amore, come scriveGiovanni Vannucci.
"Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” affermavano i padri e le madri del deserto,
perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane
e da essa attingevano la forza e la sapienza per affrontare ogni avversità.
Sandro Penna: Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita...io no!
Svegliarsi dalla vita addormentata, sonnolenta, sdraiata.
Vivere in modalità sentinella: sentinella quanto manca della notte?
Siamo sentinelle che vegliano,
responsabili di tutto e di tutti,
della nostra casa comune, qui ed ora,
perché non sfuggano bellezza e giustizia e neppure una lacrima.
Facciamo i sogni a occhi aperti, a cuore aperto.
Spesso la vita accade mentre noi siamo impegnati a fare altro,
ci scorre accanto e va.
Svegliamoci, per essere fedeli alla terra, fedeli alla vita.
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