ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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COME IL GIRASOLE

Convertitevi e credete nel Vangelo
.

Immagino la conversione come il moto del girasole,

che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole
,
che si muove verso la luce:

«giratevi verso la luce
perché la luce è già qui
».

Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio
.

Fare memoria di una bella notizia:

Dio è più vicino oggi
di ieri
,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando
.

E costruire la giornata
non tenendo gli occhi bassi,
chini sui problemi da affrontare, ma
alzando il capo, sollevandolo verso la luce, verso il Signore che dice:

sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
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DALLE CENERI ALLA LUCE
 
Cenere sul capo e nardo profumato sui capelli di Gesù: sono le due parentesi che aprono e chiudono il tempo di quaresima, che va dal mercoledì delle ceneri, all’ultimo mercoledì, vigilia dei giorni supremi.

Cenere e nardo sul capo:
tra questi due poli si snoda il percorso quaresimale.

O anche:
dalle ceneri all’acqua,
quella versata da Gesù
sui piedi degli apostoli
,
nell’ultima sera,
nell’ultima e prima di infinite cene in suo ricordo.

Povertà e bellezza,
fragilità e servizio sono le due grandi prediche che la chiesa affida ai segni, più che alle parole.
Segni altrettanto potenti, che incidono a fondo il cuore, sono le tre tentazioni raccontate dal vangelo.

Tentazioni strane:
nessuno di noi pensa di mangiare pietre,
o di ordinare che diventino pane.

Nessuno pensa di arrampicarsi sui pinnacoli del tempio e di volare giù.

Eppure:
togliete le tentazioni e più nessuno si salverà” (Sant’Antonio Abate, IV sec).
Perché nessuno avrà più la possibilità di scegliere,
e scegliere è vivere,
il nostro decreto di libertà, una chiamata al futuro.

Nelle tentazioni
sono racchiuse
le tre connessioni
di fondo
di ogni esistenza umana:

io e le cose, io e gli altri,
io e l’Altro.

Scelgo quindi la relazione esatta da instaurare con le cose, non predatoria ma grata.

Scelgo tra fede o superstizione, tra un Dio che è miracolo e un Dio che è ossigeno.
Tra impormi sugli altri o servirli.

Le tentazioni non si evitano, si attraversano,
e come si fa?
Con un grande sforzo di volontà?

La strategia di Gesù è un’altra:
rilanciare,
alzare la posta in gioco mostrando che ci sono cose che nutrono più del pane...

Egli oppone all’offerta del tentatore parole più alte,
e le trova nella Bibbia,
e tutte contengono un di più di vita:

non di solo pane vive l’uomo, c’è dell’ altro che fa vivere le persone, è tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.

E dalla bocca di Dio
son venuti la luce,
le stelle,
l’intero creato,
la bontà e la bellezza,
e sei venuto tu,
mio prossimo,
mio amato,
amore mio
che mi fai vivere
.

La tecnica vincente di Gesù è opporre per tre volte al Nemico dell’uomo, un bene maggiore;

E al volare basso, orizzonti liberi;
alla cenere, la luce;
al deserto, un mondo
dove  anche le pietre sono sillabe del discorso di Dio: nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno (G. Vannucci).

Lo Spirito che ha condotto Gesù nel deserto non lo ha abbandonato, è lì con lui; e fra le pietre di Giudea fa vibrare il sussurro della brezza leggera, il brivido del silenzio, come per Elia sul monte quando Dio passava.

Noi credenti non siamo
più bravi degli altri,

noi siamo soltanto
i non-da-soli,
i non-abbandonati,
quelli al sicuro
sulla rotta da percorrere perché sulla loro vela
soffia sempre il vento di Dio,
la ‘ruah’ che accende parole di fuoco e di miele
.
 
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VERITÀ DELL’UOMO È LA BELLEZZA DEL SUO CUORE

Una scena solenne e drammatica,
un “giudizio universale” che ci svela la verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l'amore.

Il Vangelo qui risponde alla più seria, attuale e martellante delle domande:

cosa hai fatto di tuo fratello?

Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli, o sorelline più piccole, l'avete fatto a me!

Ma ecco svelata la pista della fede evangelica: nel supremo confronto tra uomo e Dio il focus non è sul peccato, è sul bene.

Misura ultima della storia non è il negativo o l'ombra, ma il positivo e la luce
,

il giudizio finale non sarà tarato sui miei peccati, ma sulla bontà; non su tutta la mia vita, ma sulla parte buona di essa.

Solo il vangelo sa essere così regale.

Verità dell'uomo non sono le debolezze, ma la bellezza del suo cuore.

Giudizio divinamente truccato, perché alla sera della vita saremo giudicati solo sull'amore (San Giovanni della Croce), e non su devozioni o riti religiosi:

renderemo conto solo del laico addossarci il dolore dell'uomo.

Dio non ti sorprende in un momento di debolezza, quando non ce la fai a vivere in un modo nobile e puro, ma è colui che instancabilmente ti sospinge al bene.

Che non misura le tue debolezze ma incalza la tua bontà, anche quando la credevi sepolta.

La fede non si riduce però alle sole buone azioni, deve restare scandalosa:
il povero come Dio!
Allora c'è da innamorarsi di Lui innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé ma per i suoi amati, che vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati.

Davanti a questo Dio io ancora mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo.

Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa?
Hanno scelto il gelo della lontananza: via da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, semplicemente non hanno fatto nulla.

Indifferenti,
lontani,
cuori assenti
che non sanno né piangere né abbracciare,
vivi e già morti (C. Péguy)
.

Ciò che accade nell'ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato e chi invece tira dritto, chi passa oltre.

Ma oltre l'uomo non c'è nulla, tantomeno il Regno di Dio.

Il nostro futuro,
cielo e paradiso,
è generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato
al Lazzaro innumerevole della terra.

Un detto chassidico esorta: se un uomo ti chiede aiuto, non gli dire devotamente: “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, deponi in Lui la tua pena”, ma agisci come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell'uomo: tu.

Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’amore.
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TUTTI QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO

Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l'infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l'inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese).

I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.

Ed egli disse loro: quando pregate dite "padre". Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell'infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo "padre", dicendogli "papà", nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.

Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è "amore". Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.

Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.

Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.

E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.

Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce.

Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.
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LA DIROMPENTE NOVITÀ PORTATA DA GESÙ

Vi fu detto, ma io vi dico
Il coraggio del cuore,
il coraggio del sogno di Dio
.

Fu detto: non ucciderai;
ma io vi dico:
chiunque si adira con il proprio fratello,
chi nutre rancore è nel suo cuore un omicida
.

Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio interiore dove si formano.

L’apostolo Giovanni afferma una cosa enorme: “Chi non ama suo fratello è omicida” (1 Gv 3,15).
Chi non ama, uccide.

Il disamore non è solo il mio lento morire,
ma è un incubatore di omicidi
.

Chiunque si adira con il fratello,
o gli dice pazzo,
o stupido,
è sulla linea di Caino...


Gesù mostra i primi tre passi verso la morte:
l'ira,
l'insulto,
il disprezzo,
tre forme di omicidio
.

L'uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell'altro.

Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna.

Geenna non è l'inferno, ma quel vallone, alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città,
da cui saliva perennemente un fumo acre e maleodorante.

Gesù dice:
se tu disprezzi
e insulti l’altro
tu fai spazzatura
della tua vita,
la butti nell'immondizia
;
è ben di più di un castigo,
è la tua umanità che marcisce e va in fumo.

Custodisci il cuore perché è la sorgente della vita.

Custodiscilo tu, Signore,
questo fragile,
contorto,
splendido dono
che ci hai dato:
questo cuore
che è di carne,
ma che sa anche di cielo
”.
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SANTITÀ TERRESTRE

Siate perfetti come il Padre (Mt 5,48),

siate santi perché io, il Signore, sono santo (Lev19,2).

Santità,
perfezione,
parole che ci paiono lontane,
per gente che fa un'altra vi­ta, dedita alla preghiera e alla contemplazione.

E invece quale concretezza nella Bibbia:
non coverai nel tuo cuore odio verso tuo fratello,

non serberai rancore,

amerai il prossimo tuo come te stesso (Lev 19,17-18
).

La concretezza della santità:
niente di astratto,
lontano,
separato,
ma il quotidiano,
santità ter­restre
che profuma di casa,
di pane,
di gesti.
E di cuore.

Siate perfetti come il Padre.
Ma nessuno potrà mai esserlo, è come se Gesù ci domandasse l'im­possibile.

Ma non dice «quanto Dio» bensì «co­me Dio», con quel suo stile unico, che Gesù tra­duce in queste parole:

siate come Lui che fa sor­gere il sole sui buoni e sui cattivi.

Mi piace tanto questo Dio solare,
luminoso,
po­sitivo,
questo suo far sorgere il sole su buoni e cat­tivi.

Così farò anch'io,
farò sorgere un po' di so­le,
un po' di speranza,
un po' di luce,
a chi ha so­lo il buio davanti a sé.

Trasmetterò il calore della tenerezza,
l'energia della solidarietà.

Testimone che la giustizia è possibile,
che si può credere nel sole anche quando non splende,
nell'amore an­che quando non si sente.

C'è un augurio che ri­volgo ad ogni bambino che battezzo, quando il papà accende la candela al cero pasquale:

che tu possa sempre incontrare,
nei giorni spenti,
chi sappia in te risvegliare l'aurora
.

Quante volte ho visto sorgere il sole dentro gli occhi di una per­sona: bastava un ascolto fatto col cuore,
un aiu­to concreto,
un abbraccio vero!

Amate i vostri nemici.
Fate sorgere il sole nel lo­ro cielo;
che non sorgano freddezza, condanna, rifiuto, paura.

Potete farlo anche se sembra im­possibile.
Voi potete non voi dovete. Perché non si ama per decreto.
Io ve ne darò la capacità se lo desiderate,
se lo chiedete
.

Allora capisco e provo entusiasmo.
Io posso (po­trò) amare come Dio!


E sento che amando rea­lizzo me stesso,
che dare agli altri non toglie a me,
che nel dono c'è un grande profitto,
che rende la mia vita piena,
ricca,
bella,
felice.

Da­re agli altri non è in contrasto col mio desiderio di felicità,
amore del prossimo e amore di sé non stanno su due binari che non si incontra­no mai,
ma coincidono
.

Dio regala gioia a chi produce amore.
Cosa significano allora gli imperativi: amate, pre­gate, porgete, prestate.

Sono porte spalancate ver­so delle possibilità
, sono la trasmissione da Dio all'uomo di una forza divina,
quella che guida il sole e la pioggia sui campi di tutti,
di chi è buo­no e di chi no, la forza solare di chi fa come fa il Padre,
che ama per primo,
ama in perdita,
ama senza aspettarsi contraccambio alcuno.
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LECH LECHÀ
Lc 9,28-36

E il Signore disse ad Abramo: vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre.

Lech lechà”,
gli disse,
vai verso te stesso”:
Sei tu la meta,
non casa,
terra o patria.

A un bambino che nasce, cosa augureresti?
A un uomo, a una donna di oggi, con la terra che brucia, cosa diresti?

Le stesse parole di Dio ad Abramo,
lech lechà,
vattene da questa visione del mondo, sporca e bugiarda.

Vattene da questa storia, dove ha ragione il più armato,
il più violento,
il più immorale
.

Vai a te stesso.

Dentro di te non hai armi,
non cercare di riempire i tuoi vuoti con la violenza.
Ma non senti dentro che la pace è più umana che non uccidere?

E poi gli direi,
come Dio ad Abramo:
alza la testa,
conta le stelle
.

Perditi con gli occhi nel cielo a fare quello che sembra impossibile.

L’immensità ti rende giudice davanti ad ogni dittatore.
Guarda in altro modo,
guarda da un altro punto di vista,
non quello piccolo di casa, di patria,
ma con l’ottica del grande,
dell’infinito,
dell’immenso,
delle stelle e del loro mistero.
 
Questa domenica della luce ci ricorda che abbiamo urgente bisogno di una trasfigurazione,
di un cambiamento radicale
.

Di andare via da questi bassipiani per guardare le cose dall’alto.

Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma, contemplare ti cambia il cuore,
e tu diventi ciò che contempli;
diventi come Colui che preghi.

Guardano i tre,
e sono storditi

perché gettano lo sguardo sull’abisso di Dio.

Che bello, Signore!
esclama Pietro.

La mia fede,
per essere pane,
sale,
luce,
lievito,
deve discendere da un “che bello
gridato a piena voce
,
da un innamoramento.

Dio è bellissimo.
E ha un cuore di luce, come Gesù sul monte.

Che questa immagine resti viva nei tre discepoli, e in tutti noi;

viva per i giorni in cui il volto di Gesù invece di luce gronderà sangue, come sarà nel Giardino degli Ulivi,

come oggi accade nelle infinite guerre del mondo, nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.

Alza la testa,
guarda la luce del Tabor, guarda le stelle e vai, ritorna al cuore
.

Preghiamo non per convincere Dio,
ma perché ci aiuti ad essere fedeli ai piccoli del mondo contro tutti i potenti:

tienili per mano,
baciali in fronte
”.

Ci aiuti a credere che, nonostante tutte le smentite, il filo rosso della storia è saldo fra le tue dita e che noi dobbiamo porre mano non al futuro del mondo ma al mondo del futuro, oltre il muro d’ombra delle cose e degli avvenimenti.

Per capire le linee di fondo su cui camminare abbiamo le ultime parole del Padre in quel giorno luminoso: “questi è mio figlio, ascoltatelo, ascoltate Lui”.
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VOI SIETE TUTTI FRATELLI

La Parola di Dio mi mette con le spalle al muro:
sono anch'io,
come scriba o fariseo,
uno che dice ma non fa?

Cristiano di sostanza oppure di facciata?

Una “domanda del cuore”, di quelle che fanno vivere:
sono uno falso che non è ciò che dice e non dice ciò che è,

oppure persona vera, compiuta, in cui annuncio e annunciatore coincidono?

Ci sono colpi duri, oggi, nelle parole di Gesù;
ma ogni volta che ciò accade lo scopo non è ferire, ma

spezzare la conchiglia affinché appaia la perla.

La conchiglia non è la fragilità, ma l'ipocrisia.

Nel Vangelo Gesù non sopporta due categorie di persone: gli ipocriti e quelli dal cuore duro,
due tipi umani che spesso si identificano.

Legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito,

Ipocrita è il moralista che impone leggi rigide, ma solo agli altri, e più è severo con loro più si sente vicino a Dio!

Gesù è rigoroso, ma mai rigido.

Paolo dice: «Avrei voluto darvi la mia vita» (1Ts 2,8). L'ipocrita invece dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto».

Sono funzionari delle regole e analfabeti del cuore.

E perfino analfabeti di Dio. Cioè, nel loro intimo, sono strutturalmente atei. Ipocrita è termine greco che significa attore, il teatrante che recita una parte e indossa una maschera:

tutte le opere le fanno per essere ammirati dalla gente,
si compiacciono dei primi posti,
dei saluti sulle piazze,
degli applausi...

Ma il cuore è assente,
il cuore è altrove.
Fanno finta:
sono personaggi e non più persone.

E questa è la peggior sventura che possa capitare,
la dissociazione dell'anima,
lo sdoppiamento della persona,
quando ami ciò che va dalla pelle in fuori (l'apparenza e il superfluo) e non ti curi di ciò che va dalla pelle in dentro (la sostanza e l'essenziale).

Sono così rare le persone autentiche,
tutte d'un pezzo,
quelle che sono se stesse
in pubblico come in privato,
senza maschere.

Quando ne incontriamo una, non lasciamola andare via senza aver tentato di farcela amica.

È tra quelli che aprono una fessura sulla verità,
una feritoia su Dio.

Gesù poi evidenzia un altro errore che sgretola e avvelena dal di dentro la vita: l'amore del potere.

Non fatevi chiamare maestro, o dottore, o padre, come se foste superiori agli altri.

Voi siete tutti fratelli.
Ma noi siamo sempre impreparati ad essere fratelli e sorelle.

La fraternità ha fatto naufragio nella storia umana,
è trauma e sogno,
sempre ferita,
sempre minacciata,
sempre a rischio.

Eppure disegna un mondo buono che si regge su legami d'affetto gioioso, dove il più grande è colui che serve.

Perché un mondo fondato sul concetto di potere e di nemico,
non è una civiltà,
ma una barbarie
.
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GIUSEPPE, UOMO DEI SOGNI

Nel Vangelo di Luca l'annuncio è portato a Maria,
secondo il Vangelo di Matteo l'angelo parla a Giuseppe.

Se sovrapponiamo i due Vangeli, scopriamo non una contraddizione
ma una dilatazione:

l'annuncio è fatto alla coppia, è rivolto allo sposo e alla sposa insieme, al giusto e alla vergine che si amano.

Dentro ogni coppia Dio è all'opera:
cerca il doppio sì dell'uomo e della donna
, senza il cui coraggio neanche Dio avrebbe dei figli sulla terra.

Nelle relazioni,
nella casa,
Dio ti sfiora e ti tocca
,
lo fa in un giorno in cui sei così ubriaco di gioia da dire a chi ami parole stupite, totali, eterne,
lo fa in un giorno di crisi, di dubbi, di lacrime.

Giuseppe, benché innamorato, decide di lasciare la fidanzata,
per rispetto non per sospetto.

Non vuole denunciarla,
ma continua a pensare a lei, insoddisfatto della decisione presa, a lei presente perfino nei suoi sogni, a lei che lo ama riamata.

Poveri di tutto Maria e Giuseppe, ma Dio non ha voluto che fossero poveri d'amore, perché se c'è qualcosa sulla terra che apre la via alla trascendenza, questa cosa è l'amore.

Giuseppe, uomo dei sogni, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito da Maria, non parla, ma il suo silenzio è un amore senza parole:

Il più alto raggiungimento nella fede è rimanere in silenzio e far sì che Dio parli e operi internamente”(Meister Eckhart).

Dio gli parla attraverso l'umile via dei sogni: l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.

Giuseppe, come Israele nel deserto, è “messo alla prova per vedere che cosa aveva nel cuore”.

E nel cuore scopre di avere quella donna,
di amarla anche senza volerla possedere
,
radice segreta della verginità della coppia di Nazaret.

Ogni amore vero deve varcare la stessa soglia,
dal possedere al proteggere:

amare, voce del verbo morire,
voce del verbo vivere;
che significa dare e mai prendere,
amare per primo,
in perdita,
senza far conti.

Giuseppe è l'uomo di fede che, tentato di sottrarsi al mistero, poi ascolta:
fa sua la prima parola che Dio da sempre rivolge all'uomo:

Non temere!
Comincia ad agire spinto non più dalle sue paure,
ma dal suo desiderio.

Preferisce Maria ad una eventuale discendenza propria, antepone l'amore alla generazione;
scava spazio nel suo cuore per il bambino estraneo.

Il coraggio dell'amore, ecco la profezia di Giuseppe.

Per questo coraggio Dio avrà un figlio tra noi.
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