Preoccupiamoci di coltivare una venerazione profonda per tutte le forze che Dio ci consegna:
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
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Oltre la zizzania: da occhi d'ombra a occhi di mattino
Abbi venerazione per tutte le energie positive,
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
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ADDIZIONE DI VITA
Pietro allora prese a dire a Gesù:
Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto
e ti abbiamo seguito,
cosa avremo in cambio?
Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.
Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra
che impedisce il volo,
la bella notizia è
una addizione di vita.
Chi prova a farlo,
solo per frammenti certo, può dire:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini).
Pietro allora prese a dire a Gesù:
Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto
e ti abbiamo seguito,
cosa avremo in cambio?
Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.
Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra
che impedisce il volo,
la bella notizia è
una addizione di vita.
Chi prova a farlo,
solo per frammenti certo, può dire:
“con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini).
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I fratelli sono quelli che hanno scelto,
per non distruggersi,
di affidarsi gli uni agli altri
nell’atto vitale della fede.
https://youtu.be/ZY0IDYADQ0s?si=eB0pJBcMCS9nVEv1
per non distruggersi,
di affidarsi gli uni agli altri
nell’atto vitale della fede.
https://youtu.be/ZY0IDYADQ0s?si=eB0pJBcMCS9nVEv1
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Assetati di Fraternità - Quaresima
La fraternità è l'arte di vivere insieme
dove si è uguali,
perché non c'é un superiore tra i fratelli.
Vivere insieme
in modo che le nostre relazioni
non ci facciano ammalare,
ma realmente ci risanino.
dove si è uguali,
perché non c'é un superiore tra i fratelli.
Vivere insieme
in modo che le nostre relazioni
non ci facciano ammalare,
ma realmente ci risanino.
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L'uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb2,7)
https://youtu.be/Gd2OXFR9FvA?si=sLtypkGlkf8kbm0o
https://youtu.be/Gd2OXFR9FvA?si=sLtypkGlkf8kbm0o
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Dalle ceneri alla luce - Ermes Ronchi
La cenere posta sul capo non è segno di tristezza
ma di nuovo inizio:
la ripartenza della creazione e della fecondità,
sempre e comunque,
anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.
Con la quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza…
ma di nuovo inizio:
la ripartenza della creazione e della fecondità,
sempre e comunque,
anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.
Con la quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza…
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UN PERCORSO DI IMMENSA COMUNIONE
Dal deserto al giardino:
dal deserto di pietre e tentazioni
al giardino del sepolcro vuoto,
fresco e risplendente nell’alba:
è questo il percorso della Quaresima.
Non penitenziale, quindi, ma vitale.
Dalle ceneri sul capo, alla luce che fa risplendere la vita (2Tm1,10).
Deserto e giardino sono immagini bibliche che accompagnano la storia e i sogni di Israele, che contengono un progetto di salvezza integrale che avvolgerà e trasfigurerà ogni cosa esistente,
umanità e creature tutte, che insieme compongono l’arazzo della creazione.
Con la quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza, ma di immensa comunione:
non di sacrifici ma di germogli.
L’uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb2,7).
E la cenere posta sul capo non è segno di tristezza ma di nuovo inizio:
la ripartenza della creazione e della fecondità,
sempre e comunque, anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.
Dal deserto al giardino:
dal deserto di pietre e tentazioni
al giardino del sepolcro vuoto,
fresco e risplendente nell’alba:
è questo il percorso della Quaresima.
Non penitenziale, quindi, ma vitale.
Dalle ceneri sul capo, alla luce che fa risplendere la vita (2Tm1,10).
Deserto e giardino sono immagini bibliche che accompagnano la storia e i sogni di Israele, che contengono un progetto di salvezza integrale che avvolgerà e trasfigurerà ogni cosa esistente,
umanità e creature tutte, che insieme compongono l’arazzo della creazione.
Con la quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza, ma di immensa comunione:
non di sacrifici ma di germogli.
L’uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb2,7).
E la cenere posta sul capo non è segno di tristezza ma di nuovo inizio:
la ripartenza della creazione e della fecondità,
sempre e comunque, anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.
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SE VUOI….
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono da vertigine.
La prima: rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi,
appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.
Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te».
Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La seconda condizione: prendere la propria croce,
e accompagnarlo fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide il grembo di madre terra.
Immagine che abita gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti, incroci,
campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.
Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero che si commuove per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua, come il profeta:
nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.
Senza questo fuoco (roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo),
se vuoi.
Ma le condizioni sono da vertigine.
La prima: rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi,
appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.
Vuol dire:
smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.
Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te».
Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La seconda condizione: prendere la propria croce,
e accompagnarlo fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide il grembo di madre terra.
Immagine che abita gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti, incroci,
campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.
Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.
Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera.
Il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero che si commuove per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.
Il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;
senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua, come il profeta:
nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.
Senza questo fuoco (roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
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Un Dio inventore di comunione.
Tu lo puoi lasciare,
ma lui non ti lascerà mai.
https://youtu.be/VPlmPr8e3l0?si=VpYiAKij_JP3QNwY
Tu lo puoi lasciare,
ma lui non ti lascerà mai.
https://youtu.be/VPlmPr8e3l0?si=VpYiAKij_JP3QNwY
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Un annuncio gioioso: il Regno di Dio è qui!
Voi siete immersi in un mare d'amore e non ve ne rendete conto.
Convertitevi! Che vuol dire:
cambiate sguardo,
giratevi verso questo mare d'amore,
verso questa luce.
La conversione, io la immagino,
come il movimento del girasole.
Come questa tenace…
Convertitevi! Che vuol dire:
cambiate sguardo,
giratevi verso questo mare d'amore,
verso questa luce.
La conversione, io la immagino,
come il movimento del girasole.
Come questa tenace…
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COME IL GIRASOLE
Convertitevi e credete nel Vangelo.
Immagino la conversione come il moto del girasole,
che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole,
che si muove verso la luce:
«giratevi verso la luce
perché la luce è già qui».
Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio.
Fare memoria di una bella notizia:
Dio è più vicino oggi
di ieri,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando.
E costruire la giornata
non tenendo gli occhi bassi,
chini sui problemi da affrontare, ma
alzando il capo, sollevandolo verso la luce, verso il Signore che dice:
sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
Convertitevi e credete nel Vangelo.
Immagino la conversione come il moto del girasole,
che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole,
che si muove verso la luce:
«giratevi verso la luce
perché la luce è già qui».
Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio.
Fare memoria di una bella notizia:
Dio è più vicino oggi
di ieri,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando.
E costruire la giornata
non tenendo gli occhi bassi,
chini sui problemi da affrontare, ma
alzando il capo, sollevandolo verso la luce, verso il Signore che dice:
sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
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DALLE CENERI ALLA LUCE
Cenere sul capo e nardo profumato sui capelli di Gesù: sono le due parentesi che aprono e chiudono il tempo di quaresima, che va dal mercoledì delle ceneri, all’ultimo mercoledì, vigilia dei giorni supremi.
Cenere e nardo sul capo:
tra questi due poli si snoda il percorso quaresimale.
O anche:
dalle ceneri all’acqua,
quella versata da Gesù
sui piedi degli apostoli,
nell’ultima sera,
nell’ultima e prima di infinite cene in suo ricordo.
Povertà e bellezza,
fragilità e servizio sono le due grandi prediche che la chiesa affida ai segni, più che alle parole.
Segni altrettanto potenti, che incidono a fondo il cuore, sono le tre tentazioni raccontate dal vangelo.
Tentazioni strane:
nessuno di noi pensa di mangiare pietre,
o di ordinare che diventino pane.
Nessuno pensa di arrampicarsi sui pinnacoli del tempio e di volare giù.
Eppure:
“togliete le tentazioni e più nessuno si salverà” (Sant’Antonio Abate, IV sec).
Perché nessuno avrà più la possibilità di scegliere,
e scegliere è vivere,
il nostro decreto di libertà, una chiamata al futuro.
Nelle tentazioni
sono racchiuse
le tre connessioni
di fondo
di ogni esistenza umana:
io e le cose, io e gli altri,
io e l’Altro.
Scelgo quindi la relazione esatta da instaurare con le cose, non predatoria ma grata.
Scelgo tra fede o superstizione, tra un Dio che è miracolo e un Dio che è ossigeno.
Tra impormi sugli altri o servirli.
Le tentazioni non si evitano, si attraversano,
e come si fa?
Con un grande sforzo di volontà?
La strategia di Gesù è un’altra:
rilanciare,
alzare la posta in gioco mostrando che ci sono cose che nutrono più del pane...
Egli oppone all’offerta del tentatore parole più alte,
e le trova nella Bibbia,
e tutte contengono un di più di vita:
non di solo pane vive l’uomo, c’è dell’ altro che fa vivere le persone, è tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.
E dalla bocca di Dio
son venuti la luce,
le stelle,
l’intero creato,
la bontà e la bellezza,
e sei venuto tu,
mio prossimo,
mio amato,
amore mio
che mi fai vivere.
La tecnica vincente di Gesù è opporre per tre volte al Nemico dell’uomo, un bene maggiore;
E al volare basso, orizzonti liberi;
alla cenere, la luce;
al deserto, un mondo
dove anche le pietre sono sillabe del discorso di Dio: nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno (G. Vannucci).
Lo Spirito che ha condotto Gesù nel deserto non lo ha abbandonato, è lì con lui; e fra le pietre di Giudea fa vibrare il sussurro della brezza leggera, il brivido del silenzio, come per Elia sul monte quando Dio passava.
Noi credenti non siamo
più bravi degli altri,
noi siamo soltanto
i non-da-soli,
i non-abbandonati,
quelli al sicuro
sulla rotta da percorrere perché sulla loro vela
soffia sempre il vento di Dio,
la ‘ruah’ che accende parole di fuoco e di miele.
Cenere sul capo e nardo profumato sui capelli di Gesù: sono le due parentesi che aprono e chiudono il tempo di quaresima, che va dal mercoledì delle ceneri, all’ultimo mercoledì, vigilia dei giorni supremi.
Cenere e nardo sul capo:
tra questi due poli si snoda il percorso quaresimale.
O anche:
dalle ceneri all’acqua,
quella versata da Gesù
sui piedi degli apostoli,
nell’ultima sera,
nell’ultima e prima di infinite cene in suo ricordo.
Povertà e bellezza,
fragilità e servizio sono le due grandi prediche che la chiesa affida ai segni, più che alle parole.
Segni altrettanto potenti, che incidono a fondo il cuore, sono le tre tentazioni raccontate dal vangelo.
Tentazioni strane:
nessuno di noi pensa di mangiare pietre,
o di ordinare che diventino pane.
Nessuno pensa di arrampicarsi sui pinnacoli del tempio e di volare giù.
Eppure:
“togliete le tentazioni e più nessuno si salverà” (Sant’Antonio Abate, IV sec).
Perché nessuno avrà più la possibilità di scegliere,
e scegliere è vivere,
il nostro decreto di libertà, una chiamata al futuro.
Nelle tentazioni
sono racchiuse
le tre connessioni
di fondo
di ogni esistenza umana:
io e le cose, io e gli altri,
io e l’Altro.
Scelgo quindi la relazione esatta da instaurare con le cose, non predatoria ma grata.
Scelgo tra fede o superstizione, tra un Dio che è miracolo e un Dio che è ossigeno.
Tra impormi sugli altri o servirli.
Le tentazioni non si evitano, si attraversano,
e come si fa?
Con un grande sforzo di volontà?
La strategia di Gesù è un’altra:
rilanciare,
alzare la posta in gioco mostrando che ci sono cose che nutrono più del pane...
Egli oppone all’offerta del tentatore parole più alte,
e le trova nella Bibbia,
e tutte contengono un di più di vita:
non di solo pane vive l’uomo, c’è dell’ altro che fa vivere le persone, è tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.
E dalla bocca di Dio
son venuti la luce,
le stelle,
l’intero creato,
la bontà e la bellezza,
e sei venuto tu,
mio prossimo,
mio amato,
amore mio
che mi fai vivere.
La tecnica vincente di Gesù è opporre per tre volte al Nemico dell’uomo, un bene maggiore;
E al volare basso, orizzonti liberi;
alla cenere, la luce;
al deserto, un mondo
dove anche le pietre sono sillabe del discorso di Dio: nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno (G. Vannucci).
Lo Spirito che ha condotto Gesù nel deserto non lo ha abbandonato, è lì con lui; e fra le pietre di Giudea fa vibrare il sussurro della brezza leggera, il brivido del silenzio, come per Elia sul monte quando Dio passava.
Noi credenti non siamo
più bravi degli altri,
noi siamo soltanto
i non-da-soli,
i non-abbandonati,
quelli al sicuro
sulla rotta da percorrere perché sulla loro vela
soffia sempre il vento di Dio,
la ‘ruah’ che accende parole di fuoco e di miele.
❤25🥰3🙏3❤🔥1🔥1
L’uomo vive di tutto ciò che é venuto dalla bocca di Dio.
https://youtu.be/2SFkYysDafw?si=SuRHgnzJ80BwNyTo
https://youtu.be/2SFkYysDafw?si=SuRHgnzJ80BwNyTo
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Dalle ceneri alla luce
Non di solo pane vive l'uomo.
C'è dell'altro che fa vivere le persone:
tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.
La luce, le stelle, l'intero creato.
E sei venuto tu, mio prossimo,
mio amato, amore mio
che mi fai vivere.
C'è dell'altro che fa vivere le persone:
tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.
La luce, le stelle, l'intero creato.
E sei venuto tu, mio prossimo,
mio amato, amore mio
che mi fai vivere.
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VERITÀ DELL’UOMO È LA BELLEZZA DEL SUO CUORE
Una scena solenne e drammatica,
un “giudizio universale” che ci svela la verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l'amore.
Il Vangelo qui risponde alla più seria, attuale e martellante delle domande:
cosa hai fatto di tuo fratello?
Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli, o sorelline più piccole, l'avete fatto a me!
Ma ecco svelata la pista della fede evangelica: nel supremo confronto tra uomo e Dio il focus non è sul peccato, è sul bene.
Misura ultima della storia non è il negativo o l'ombra, ma il positivo e la luce,
il giudizio finale non sarà tarato sui miei peccati, ma sulla bontà; non su tutta la mia vita, ma sulla parte buona di essa.
Solo il vangelo sa essere così regale.
Verità dell'uomo non sono le debolezze, ma la bellezza del suo cuore.
Giudizio divinamente truccato, perché alla sera della vita saremo giudicati solo sull'amore (San Giovanni della Croce), e non su devozioni o riti religiosi:
renderemo conto solo del laico addossarci il dolore dell'uomo.
Dio non ti sorprende in un momento di debolezza, quando non ce la fai a vivere in un modo nobile e puro, ma è colui che instancabilmente ti sospinge al bene.
Che non misura le tue debolezze ma incalza la tua bontà, anche quando la credevi sepolta.
La fede non si riduce però alle sole buone azioni, deve restare scandalosa:
il povero come Dio!
Allora c'è da innamorarsi di Lui innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé ma per i suoi amati, che vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati.
Davanti a questo Dio io ancora mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo.
Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa?
Hanno scelto il gelo della lontananza: via da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, semplicemente non hanno fatto nulla.
Indifferenti,
lontani,
cuori assenti
che non sanno né piangere né abbracciare,
vivi e già morti (C. Péguy).
Ciò che accade nell'ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato e chi invece tira dritto, chi passa oltre.
Ma oltre l'uomo non c'è nulla, tantomeno il Regno di Dio.
Il nostro futuro,
cielo e paradiso,
è generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato
al Lazzaro innumerevole della terra.
Un detto chassidico esorta: se un uomo ti chiede aiuto, non gli dire devotamente: “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, deponi in Lui la tua pena”, ma agisci come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell'uomo: tu.
Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’amore.
Una scena solenne e drammatica,
un “giudizio universale” che ci svela la verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l'amore.
Il Vangelo qui risponde alla più seria, attuale e martellante delle domande:
cosa hai fatto di tuo fratello?
Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli, o sorelline più piccole, l'avete fatto a me!
Ma ecco svelata la pista della fede evangelica: nel supremo confronto tra uomo e Dio il focus non è sul peccato, è sul bene.
Misura ultima della storia non è il negativo o l'ombra, ma il positivo e la luce,
il giudizio finale non sarà tarato sui miei peccati, ma sulla bontà; non su tutta la mia vita, ma sulla parte buona di essa.
Solo il vangelo sa essere così regale.
Verità dell'uomo non sono le debolezze, ma la bellezza del suo cuore.
Giudizio divinamente truccato, perché alla sera della vita saremo giudicati solo sull'amore (San Giovanni della Croce), e non su devozioni o riti religiosi:
renderemo conto solo del laico addossarci il dolore dell'uomo.
Dio non ti sorprende in un momento di debolezza, quando non ce la fai a vivere in un modo nobile e puro, ma è colui che instancabilmente ti sospinge al bene.
Che non misura le tue debolezze ma incalza la tua bontà, anche quando la credevi sepolta.
La fede non si riduce però alle sole buone azioni, deve restare scandalosa:
il povero come Dio!
Allora c'è da innamorarsi di Lui innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé ma per i suoi amati, che vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati.
Davanti a questo Dio io ancora mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo.
Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa?
Hanno scelto il gelo della lontananza: via da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, semplicemente non hanno fatto nulla.
Indifferenti,
lontani,
cuori assenti
che non sanno né piangere né abbracciare,
vivi e già morti (C. Péguy).
Ciò che accade nell'ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato e chi invece tira dritto, chi passa oltre.
Ma oltre l'uomo non c'è nulla, tantomeno il Regno di Dio.
Il nostro futuro,
cielo e paradiso,
è generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato
al Lazzaro innumerevole della terra.
Un detto chassidico esorta: se un uomo ti chiede aiuto, non gli dire devotamente: “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, deponi in Lui la tua pena”, ma agisci come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell'uomo: tu.
Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’amore.
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TUTTI QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO
Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l'infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l'inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro: quando pregate dite "padre". Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell'infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo "padre", dicendogli "papà", nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.
Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è "amore". Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.
Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.
Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l'infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l'inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese).
I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.
Ed egli disse loro: quando pregate dite "padre". Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell'infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo "padre", dicendogli "papà", nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.
Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è "amore". Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.
Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.
Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.
E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.
Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce.
Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.
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LA DIROMPENTE NOVITÀ PORTATA DA GESÙ
Vi fu detto, ma io vi dico
Il coraggio del cuore,
il coraggio del sogno di Dio.
Fu detto: non ucciderai;
ma io vi dico:
chiunque si adira con il proprio fratello,
chi nutre rancore è nel suo cuore un omicida.
Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio interiore dove si formano.
L’apostolo Giovanni afferma una cosa enorme: “Chi non ama suo fratello è omicida” (1 Gv 3,15).
Chi non ama, uccide.
Il disamore non è solo il mio lento morire,
ma è un incubatore di omicidi.
Chiunque si adira con il fratello,
o gli dice pazzo,
o stupido,
è sulla linea di Caino...
Gesù mostra i primi tre passi verso la morte:
l'ira,
l'insulto,
il disprezzo,
tre forme di omicidio.
L'uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell'altro.
Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna.
Geenna non è l'inferno, ma quel vallone, alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città,
da cui saliva perennemente un fumo acre e maleodorante.
Gesù dice:
se tu disprezzi
e insulti l’altro
tu fai spazzatura
della tua vita,
la butti nell'immondizia;
è ben di più di un castigo,
è la tua umanità che marcisce e va in fumo.
Custodisci il cuore perché è la sorgente della vita.
“Custodiscilo tu, Signore,
questo fragile,
contorto,
splendido dono
che ci hai dato:
questo cuore
che è di carne,
ma che sa anche di cielo”.
Vi fu detto, ma io vi dico
Il coraggio del cuore,
il coraggio del sogno di Dio.
Fu detto: non ucciderai;
ma io vi dico:
chiunque si adira con il proprio fratello,
chi nutre rancore è nel suo cuore un omicida.
Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio interiore dove si formano.
L’apostolo Giovanni afferma una cosa enorme: “Chi non ama suo fratello è omicida” (1 Gv 3,15).
Chi non ama, uccide.
Il disamore non è solo il mio lento morire,
ma è un incubatore di omicidi.
Chiunque si adira con il fratello,
o gli dice pazzo,
o stupido,
è sulla linea di Caino...
Gesù mostra i primi tre passi verso la morte:
l'ira,
l'insulto,
il disprezzo,
tre forme di omicidio.
L'uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell'altro.
Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna.
Geenna non è l'inferno, ma quel vallone, alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città,
da cui saliva perennemente un fumo acre e maleodorante.
Gesù dice:
se tu disprezzi
e insulti l’altro
tu fai spazzatura
della tua vita,
la butti nell'immondizia;
è ben di più di un castigo,
è la tua umanità che marcisce e va in fumo.
Custodisci il cuore perché è la sorgente della vita.
“Custodiscilo tu, Signore,
questo fragile,
contorto,
splendido dono
che ci hai dato:
questo cuore
che è di carne,
ma che sa anche di cielo”.
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