ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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PORTATORI DI UN TESORO BUONO

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che c’è nel tuo?


Noi pensiamo che la trave sia sempre negli occhi di qualcun altro,
un potente,
una nazione,
un potere occulto,
un collega,
e che nel nostro occhio ci sia al massimo una pagliuzza,
una responsabilità da niente.

Perché guardi la pagliuzza?

Un motivo c’è:
chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno, vive una sindrome da accerchiamento.

Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.

Un occhio che viene da un cuore che non è in pace, vede solo occhi malati, moltiplica pagliuzze alzando travi davanti al sole.

L’occhio buono è invece come lucerna accesa, diffonde luce.

Colui che è riconciliato con la sua radice profonda, guarda con sguardo benedicente,
limpido,
includente
.

L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra. E nascono le guerre.

Il priore dei sette monaci trappisti decapitati a Thibirine, frère Christian de Clergè, davanti all’imminenza del martirio pregava:

Signore,
disarmali e disarmaci!


Due parole assolute,
totali e sufficienti.
Vangelo puro.

Signore, disarma anche noi!
Facci ripetere,
tutti insieme,
che la guerra è
la più grande bestemmia
.

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.

Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di luminosa speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero:

portatori di un tesoro buono,
custodito in vasi d’argilla,
ma pieno di oro fino da distribuire
.

Anzi il primo tesoro è il nostro stesso cuore:
un uomo vale quanto vale il suo cuore (Gandhi).

La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza,
di passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per la buona politica possibile,
per una ‘casa comune’ curata e bella,
dove sia possibile
vivere meglio per tutti.

La nostra vita è viva quando ha cuore
e regala generosità,
luce,
attenzione
.
La nostra vita vive di vita donata.

Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi.

Gesù ci porta a scuola dalla sapienza degli alberi. La cui legge è semplice:
vivere,
crescere,
fiorire,
fare frutto,
donarlo.

Sono le leggi della vita reale, e coincidono con quelle della vita spirituale, con la stessa morale evangelica:

un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, della sterilità vinta,
del gesto che fa bene davvero,
della parola che consola davvero,
del sorriso autentico
che guarisce chi è
malato di solitudine.

Martin Buber semplificava così la legge ultima della vita: “a partire da me, ma non per me”.

Il cuore del cosmo
non dice semplice sopravvivenza di sé,
ma dono di sé:
crescere e fiorire,
fare frutti e donarli
.

Come alberi forti,
come cuori buoni
.
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VUOI VIVERE DAVVERO?

Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù:
un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.

E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.

Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.

Maestro buono, è vita o no, la mia?
Domanda grandiosa.
Tutta la bibbia ruota attorno a questo:
sapere cosa è vita e cosa no.

È un appassionato,
questo giovane,
è uno convinto
,
ci crede.

E incanta Gesù, quando risponde:

tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.

Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa:

Beati gli insoddisfatti,
gli inquieti,
perché diventeranno cercatori di tesori
”.

Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.

Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.

E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:

Una cosa ti manca,
va’,
vendi,
dona ai poveri...


Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.

Vuoi vivere davvero?

Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.

E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.

E lo facciamo
per amore dei poveri,
non della povertà
.

L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone,
dopo le cose.

Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
Primo, non accumulare.
Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.

Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione:
lasciare tutto ma per avere tutto.
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Preoccupiamoci di coltivare una venerazione profonda per tutte le forze che Dio ci consegna:

forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.


Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza
.

E vedremo le tenebre scomparire.

https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
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ADDIZIONE DI VITA

Pietro allora prese a dire a
Gesù:
Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto
e ti abbiamo seguito,
cosa avremo in cambio?


Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.

Il vangelo non è rinuncia, se non della zavorra
che impedisce il volo
,
la bella notizia è
una addizione di vita.

Chi prova a farlo,
solo per frammenti certo, può dire:

con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire” (M. Marcolini)
.
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UN PERCORSO DI IMMENSA COMUNIONE

Dal deserto al giardino:
dal deserto di pietre e tentazioni
al giardino del sepolcro vuoto,
fresco e risplendente nell’alba:
è questo il percorso della Quaresima.

Non penitenziale, quindi, ma vitale.

Dalle ceneri sul capo, alla luce che fa risplendere la vita (2Tm1,10).

Deserto e giardino sono immagini bibliche che accompagnano la storia e i sogni di Israele, che contengono un progetto di salvezza integrale che avvolgerà e trasfigurerà ogni cosa esistente,

umanità e creature tutte, che insieme compongono l’arazzo della creazione.

Con la quaresima non ci avviamo lungo un percorso di penitenza, ma di immensa comunione:
non di sacrifici ma di germogli
.

L’uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb2,7).

E la cenere posta sul capo non è segno di tristezza ma di nuovo inizio:

la ripartenza della creazione e della fecondità,
sempre e comunque, anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.
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SE VUOI….

Se qualcuno vuole venire dietro a me...

Vivere una storia con lui,
ha un avvio
così leggero e liberante:
se qualcuno vuole.

Se vuoi.
Tu andrai o non andrai
con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui
maestro degli uomini liberi,
fonte di libere vite
(D.M. Turoldo
),
se vuoi.
Ma le condizioni sono da vertigine.

La prima: rinnegare se stessi.

Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi,
appiattirsi,
mortificare quelle cose
che ti fanno unico.

Vuol dire:
smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.

Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.

Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te».
Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

La seconda condizione: prendere la propria croce,
e accompagnarlo fino alla fine.

Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.

La croce,
questo segno semplicissimo,
due sole linee,
lo vedi in un uccello in volo,
in un uomo a braccia aperte,
nell'aratro che incide il grembo di madre terra.

Immagine che abita gli occhi di tutti,
che pende al collo di molti,
che segna vette di monti, incroci,
campanili,
ambulanze,
che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte.
Ma il suo senso profondo è altrove.

La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais.

Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.

Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.

Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi
e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera.

Il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero che si commuove per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto.

Il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno;

senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.

Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...

Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?


È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.

Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua, come il profeta:
nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.

Senza questo fuoco (roveto ardente,
lampada,
o semplice cerino
nella notte),
posso anche guadagnare il mondo
ma perderei me stesso.
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COME IL GIRASOLE

Convertitevi e credete nel Vangelo
.

Immagino la conversione come il moto del girasole,

che alza la corolla
ogni mattino
all'arrivo del sole
,
che si muove verso la luce:

«giratevi verso la luce
perché la luce è già qui
».

Credere nel Vangelo
è un atto che posso compiere ogni mattino,
ad ogni risveglio
.

Fare memoria di una bella notizia:

Dio è più vicino oggi
di ieri
,
è all'opera nel mondo,
lo sta trasformando
.

E costruire la giornata
non tenendo gli occhi bassi,
chini sui problemi da affrontare, ma
alzando il capo, sollevandolo verso la luce, verso il Signore che dice:

sono con te,
non ti lascio più,
ti voglio bene!
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DALLE CENERI ALLA LUCE
 
Cenere sul capo e nardo profumato sui capelli di Gesù: sono le due parentesi che aprono e chiudono il tempo di quaresima, che va dal mercoledì delle ceneri, all’ultimo mercoledì, vigilia dei giorni supremi.

Cenere e nardo sul capo:
tra questi due poli si snoda il percorso quaresimale.

O anche:
dalle ceneri all’acqua,
quella versata da Gesù
sui piedi degli apostoli
,
nell’ultima sera,
nell’ultima e prima di infinite cene in suo ricordo.

Povertà e bellezza,
fragilità e servizio sono le due grandi prediche che la chiesa affida ai segni, più che alle parole.
Segni altrettanto potenti, che incidono a fondo il cuore, sono le tre tentazioni raccontate dal vangelo.

Tentazioni strane:
nessuno di noi pensa di mangiare pietre,
o di ordinare che diventino pane.

Nessuno pensa di arrampicarsi sui pinnacoli del tempio e di volare giù.

Eppure:
togliete le tentazioni e più nessuno si salverà” (Sant’Antonio Abate, IV sec).
Perché nessuno avrà più la possibilità di scegliere,
e scegliere è vivere,
il nostro decreto di libertà, una chiamata al futuro.

Nelle tentazioni
sono racchiuse
le tre connessioni
di fondo
di ogni esistenza umana:

io e le cose, io e gli altri,
io e l’Altro.

Scelgo quindi la relazione esatta da instaurare con le cose, non predatoria ma grata.

Scelgo tra fede o superstizione, tra un Dio che è miracolo e un Dio che è ossigeno.
Tra impormi sugli altri o servirli.

Le tentazioni non si evitano, si attraversano,
e come si fa?
Con un grande sforzo di volontà?

La strategia di Gesù è un’altra:
rilanciare,
alzare la posta in gioco mostrando che ci sono cose che nutrono più del pane...

Egli oppone all’offerta del tentatore parole più alte,
e le trova nella Bibbia,
e tutte contengono un di più di vita:

non di solo pane vive l’uomo, c’è dell’ altro che fa vivere le persone, è tutto ciò che è venuto dalla bocca di Dio.

E dalla bocca di Dio
son venuti la luce,
le stelle,
l’intero creato,
la bontà e la bellezza,
e sei venuto tu,
mio prossimo,
mio amato,
amore mio
che mi fai vivere
.

La tecnica vincente di Gesù è opporre per tre volte al Nemico dell’uomo, un bene maggiore;

E al volare basso, orizzonti liberi;
alla cenere, la luce;
al deserto, un mondo
dove  anche le pietre sono sillabe del discorso di Dio: nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno (G. Vannucci).

Lo Spirito che ha condotto Gesù nel deserto non lo ha abbandonato, è lì con lui; e fra le pietre di Giudea fa vibrare il sussurro della brezza leggera, il brivido del silenzio, come per Elia sul monte quando Dio passava.

Noi credenti non siamo
più bravi degli altri,

noi siamo soltanto
i non-da-soli,
i non-abbandonati,
quelli al sicuro
sulla rotta da percorrere perché sulla loro vela
soffia sempre il vento di Dio,
la ‘ruah’ che accende parole di fuoco e di miele
.
 
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VERITÀ DELL’UOMO È LA BELLEZZA DEL SUO CUORE

Una scena solenne e drammatica,
un “giudizio universale” che ci svela la verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l'amore.

Il Vangelo qui risponde alla più seria, attuale e martellante delle domande:

cosa hai fatto di tuo fratello?

Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli, o sorelline più piccole, l'avete fatto a me!

Ma ecco svelata la pista della fede evangelica: nel supremo confronto tra uomo e Dio il focus non è sul peccato, è sul bene.

Misura ultima della storia non è il negativo o l'ombra, ma il positivo e la luce
,

il giudizio finale non sarà tarato sui miei peccati, ma sulla bontà; non su tutta la mia vita, ma sulla parte buona di essa.

Solo il vangelo sa essere così regale.

Verità dell'uomo non sono le debolezze, ma la bellezza del suo cuore.

Giudizio divinamente truccato, perché alla sera della vita saremo giudicati solo sull'amore (San Giovanni della Croce), e non su devozioni o riti religiosi:

renderemo conto solo del laico addossarci il dolore dell'uomo.

Dio non ti sorprende in un momento di debolezza, quando non ce la fai a vivere in un modo nobile e puro, ma è colui che instancabilmente ti sospinge al bene.

Che non misura le tue debolezze ma incalza la tua bontà, anche quando la credevi sepolta.

La fede non si riduce però alle sole buone azioni, deve restare scandalosa:
il povero come Dio!
Allora c'è da innamorarsi di Lui innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé ma per i suoi amati, che vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati.

Davanti a questo Dio io ancora mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo.

Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa?
Hanno scelto il gelo della lontananza: via da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, semplicemente non hanno fatto nulla.

Indifferenti,
lontani,
cuori assenti
che non sanno né piangere né abbracciare,
vivi e già morti (C. Péguy)
.

Ciò che accade nell'ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato e chi invece tira dritto, chi passa oltre.

Ma oltre l'uomo non c'è nulla, tantomeno il Regno di Dio.

Il nostro futuro,
cielo e paradiso,
è generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato
al Lazzaro innumerevole della terra.

Un detto chassidico esorta: se un uomo ti chiede aiuto, non gli dire devotamente: “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, deponi in Lui la tua pena”, ma agisci come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell'uomo: tu.

Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’amore.
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TUTTI QUOTIDIANAMENTE DIPENDENTI DAL CIELO

Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline, fiumi e sorgenti, i cipressi sul colle e l'infinita pazienza della luce. Pregano senza parole: «ogni creatura prega cantando l'inno della sua esistenza, cantando il salmo della sua vita» (Conf. epis. giapponese).

I discepoli non domandano al maestro una preghiera o delle formule da ripetere, ne conoscevano già molte, avevano un salterio intero a fare da stella polare. Ma chiedono: insegnaci a stare davanti a Dio come stai tu, nelle tue notti di veglia, nelle tue cascate di gioia, con cuore adulto e fanciullo insieme. «Pregare è riattaccare la terra al cielo» (M. Zundel): insegnaci a riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla sorgente.

Ed egli disse loro: quando pregate dite "padre". Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli ci hanno tramandato iniziano con questo nome. È il nome della sorgente, parola degli inizi e dell'infanzia, il nome della vita. Pregare è dare del tu a Dio, chiamandolo "padre", dicendogli "papà", nella lingua dei bambini e non in quella dei rabbini, nel dialetto del cuore e non in quello degli scribi. È un Dio che sa di abbracci e di casa; un Dio affettuoso, vicino, caldo, da cui ricevere le poche cose indispensabili per vivere bene.

Santificato sia il tuo nome. Il tuo nome è "amore". Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra, trasformi e trasfiguri questa storia di idoli feroci o indifferenti.

Il tuo regno venga. Il tuo, quello dove i poveri sono principi e i bambini entrano per primi. E sia più bello di tutti i sogni, più intenso di tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per raggiungerlo.

Continua ogni giorno a donarci il pane nostro quotidiano. Siamo qui, insieme, tutti quotidianamente dipendenti dal cielo. Donaci un pane che sia "nostro" e non solo "mio", pane condiviso, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il tuo pane. E se il pane fragrante, che ci attende al centro della tavola, è troppo per noi, donaci buon seme per la nostra terra; e se un pane già pronto non è cosa da figli adulti, fornisci lievito buono per la dura pasta dei giorni.

E togli da noi i nostri peccati. Gettali via, lontano dal cuore. Abbraccia la nostra fragilità e noi, come te, abbracceremo l'imperfezione e la fragilità di tutti.

Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure. Ma prendici per mano, e tiraci fuori da tutto ciò che fa male, da tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia e lo stordisce.

Padre che ami, mostraci che amare è difendere ogni vita dalla morte, da ogni tipo di morte.
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