MA PERCHÉ SEGUIRLO?
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui, ha un avvio così leggero e liberante: se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui «maestro degli uomini liberi», «fonte di libere vite» (D.M. Turoldo), se vuoi. Ma le condizioni sono da vertigine.
La prima: rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi, mortificare quelle cose che ti fanno unico.
Vuol dire: smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.
Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te». Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La seconda condizione: prendere la propria croce, e accompagnarlo fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce, questo segno semplicissimo, due sole linee, lo vedi in un uccello in volo, in un uomo a braccia aperte, nell'aratro che incide il grembo di madre terra.
Immagine che abita gli occhi di tutti, che pende al collo di molti, che segna vette di monti, incroci, campanili, ambulanze, che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte. Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais. Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.
Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera;
il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero che si commuove per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto;
il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno; senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua, come il profeta: nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.
Senza questo fuoco (roveto ardente, lampada, o semplice cerino nella notte), posso anche guadagnare il mondo ma perderei me stesso.
Se qualcuno vuole venire dietro a me...
Vivere una storia con lui, ha un avvio così leggero e liberante: se qualcuno vuole.
Se vuoi.
Tu andrai o non andrai con Lui,
scegli,
nessuna imposizione;
con lui «maestro degli uomini liberi», «fonte di libere vite» (D.M. Turoldo), se vuoi. Ma le condizioni sono da vertigine.
La prima: rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi, mortificare quelle cose che ti fanno unico.
Vuol dire: smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.
Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te». Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
La seconda condizione: prendere la propria croce, e accompagnarlo fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.
La croce, questo segno semplicissimo, due sole linee, lo vedi in un uccello in volo, in un uomo a braccia aperte, nell'aratro che incide il grembo di madre terra.
Immagine che abita gli occhi di tutti, che pende al collo di molti, che segna vette di monti, incroci, campanili, ambulanze, che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte. Ma il suo senso profondo è altrove.
La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais. Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.
Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.
Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera;
il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;
il molto tenero che si commuove per due passeri;
il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto;
il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;
il libero che non si è fatto comprare da nessuno; senza nessun servo, eppure chiamato Signore;
il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).
Se vuoi venire dietro a me...
Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?
È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.
Chi non l'ha patito?
Beato però chi continua, come il profeta: nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.
Senza questo fuoco (roveto ardente, lampada, o semplice cerino nella notte), posso anche guadagnare il mondo ma perderei me stesso.
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CHI SONO IO PER TE?
Ogni anno, ritorna questa bellissima domanda di Gesù.
Ogni anno con un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord, ai piedi dell’Ermon, nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme, in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi, in quello che sembra quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi che allarga i cuori,
che sei uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco, come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e bocca dei poveri.
Ma questo non è che il preludio di ciò che davvero importa sapere al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo passati in giro con Gesù il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me da anni,
voi amici che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa,
vibrante,
lanciata in avanti,
attorno,
in alto.
Una vita dove gli altri problemi vengono dopo.
Gesù non ha bisogno della risposta mia o di Pietro per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se siamo innamorati, se gli abbiamo aperto il cuore.
Tu, Signore,
sei uno che inquieta
e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi amarti senza sentire una mano dentro prenderci le viscere.
Gesù non era l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono
e l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso, bellissimo:
Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro aiutato da Gesù a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui si vergognava, sarebbe poi servita al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio: perdonare,
trasfigurare il dolore, calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che trasformano il mondo.
Sono forse anch’io una piccola roccia?
Sono forse solo un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
E come Pietro ancora e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi che io vada, se non da te?
Ogni anno, ritorna questa bellissima domanda di Gesù.
Ogni anno con un evangelista diverso:
ma voi chi dite che io sia?
Siamo nell’estremo Nord, ai piedi dell’Ermon, nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme, in zona pagana.
Qui Gesù interroga i suoi, in quello che sembra quasi un sondaggio:
cosa dice di me la gente?
Dicono che sei un rabbi che allarga i cuori,
che sei uno innamorato di Dio.
Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco, come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e bocca dei poveri.
Ma questo non è che il preludio di ciò che davvero importa sapere al maestro:
e voi?
Dopo due anni e mezzo passati in giro con Gesù il cerchio si stringe:
voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me da anni,
voi amici che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?
Provocazione che mi raggiunge in pieno:
chi sono io per te?
Per rispondere occorre chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?
Ma perché io gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?
Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa,
vibrante,
lanciata in avanti,
attorno,
in alto.
Una vita dove gli altri problemi vengono dopo.
Gesù non ha bisogno della risposta mia o di Pietro per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se siamo innamorati, se gli abbiamo aperto il cuore.
Tu, Signore,
sei uno che inquieta
e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.
Impossibile per noi amarti senza sentire una mano dentro prenderci le viscere.
Gesù non era l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono
e l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.
E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile.
E poi il contrappasso, bellissimo:
Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!
Chi sono io veramente?
Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro aiutato da Gesù a decifrarsi, ad amarsi:
quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui si vergognava, sarebbe poi servita al messia, per amarla.
Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo come Dio lo sogna,
in questa vita.
Non solo Pietro ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio: perdonare,
trasfigurare il dolore, calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che trasformano il mondo.
Sono forse anch’io una piccola roccia?
Sono forse solo un piccolo sasso aguzzo?
Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
E come Pietro ancora e sempre ti dirò:
Signore… ma dove vuoi che io vada, se non da te?
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Anche a me,
con il mio temperamento a caso,
Gesù dice:
ti darò le chiavi.
Sarai tu una presenza trasfigurante,
anche nelle esperienze più dure,
più impure,
più alterate dell’uomo.
Chiavi per aprire cuori.
Chiavi per spalancare finestre di cielo sopra ogni vita.
https://youtu.be/H0LucYCz75U?si=SBPAn9e1fTrEphQM
con il mio temperamento a caso,
Gesù dice:
ti darò le chiavi.
Sarai tu una presenza trasfigurante,
anche nelle esperienze più dure,
più impure,
più alterate dell’uomo.
Chiavi per aprire cuori.
Chiavi per spalancare finestre di cielo sopra ogni vita.
https://youtu.be/H0LucYCz75U?si=SBPAn9e1fTrEphQM
YouTube
Chi sono io per te?
La beatitudine di Pietro (beato te, Simone!) raggiunge noi tutti.
Forse anch’io sono nella lingua di Gesù “kefà”, piccola pietra.
Non certo una macina da mulino,
ma una pietruzza solamente.
Eppure, per lui, nessuna piccola pietra è inutile, nessun coccio…
Forse anch’io sono nella lingua di Gesù “kefà”, piccola pietra.
Non certo una macina da mulino,
ma una pietruzza solamente.
Eppure, per lui, nessuna piccola pietra è inutile, nessun coccio…
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IL CORAGGIO DI UN PRIMO PASSO
Domenica scorsa Gesù aveva proiettato nel cielo di Galilea un sogno e un terremoto:
beati voi poveri,
guai a voi ricchi.
Oggi sgrana un rosario di verbi esplosivi.
Amate è il primo;
e poi fate bene,
benedite,
pregate.
E noi pensiamo: ci sta.
Ma quello che mi scarnifica,
i quattro chiodi della crocifissione,
è l’elenco dei destinatari.
Chi dobbiamo amare?
Amate i vostri nemici,
gli infamanti,
gli sparlatori,
coloro che vi pugnalano alle spalle.
Gli inamabili.
Poi Gesù mi guarda negli occhi e si rivolge proprio a me:
tu porgi l’altra guancia,
tu dai anche la camicia,
tu non chiedere indietro.
E ti costringe ad andare in cerca di quelli che vorresti invece perdere.
Questo vangelo rischia di essere un supplizio, un martirio.
Ci chiede cose impossibili, addirittura: Siate come Dio!
Nessuno riuscirà a vivere così a colpi di volontà, neppure i più bravi tra noi. Ma i verbi impossibili di Gesù descrivono l’agire di Dio.
Infatti: siate anche voi misericordiosi come il Padre.
E poi: come volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro.
Una capriola che pare illogica:
ritorna al cuore,
misurati con ciò che desideri,
accosta le labbra alla sorgente del cuore.
Sappi che il cuore è buono.
Che il tuo desiderio è buono.
Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati.
Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica,
una casa dove sentirci a casa,
e poter contare sul mantello di un amico.
Questo darò agli altri.
Ciò che desideri per te, dallo all’altro.
Altrimenti vi sbranerete per un pugno di euro,
per una donna,
per il petrolio,
per un bonus,
per un posto al parcheggio.
L’unica strada per il sogno di cieli nuovi e terra nuova è Abele che diventa custode di Caino,
la vittima che si prende cura del violento.
Abele e Caino forzano insieme le porte del Regno.
Perdonate:
“Il perdono strappa dai circoli viziosi,
spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito,
spezza la catena della colpa e della vendetta,
spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt).
Sì, io però sono un angelo imperfetto.
E allora il Vangelo propone una strategia.
Un primo passo è sempre possibile, a tutti:
il vangelo è pieno di inizi, trabocca della teologia dei germogli e del seme che spunta.
Basta il coraggio di un primo passo.
Come Dio.
Come il cuore.
Sappi che sei buono!
Questi grandi verbi di fuoco
(amate,
date,
perdonate)
cominciano sottovoce,
in penombra,
raso terra,
nel sussurro di una voce che ha i colori dell’alba.
“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (Gandhi).
Cambia qualcosa di te, ma sulla misura alta del vivere.
Domenica scorsa Gesù aveva proiettato nel cielo di Galilea un sogno e un terremoto:
beati voi poveri,
guai a voi ricchi.
Oggi sgrana un rosario di verbi esplosivi.
Amate è il primo;
e poi fate bene,
benedite,
pregate.
E noi pensiamo: ci sta.
Ma quello che mi scarnifica,
i quattro chiodi della crocifissione,
è l’elenco dei destinatari.
Chi dobbiamo amare?
Amate i vostri nemici,
gli infamanti,
gli sparlatori,
coloro che vi pugnalano alle spalle.
Gli inamabili.
Poi Gesù mi guarda negli occhi e si rivolge proprio a me:
tu porgi l’altra guancia,
tu dai anche la camicia,
tu non chiedere indietro.
E ti costringe ad andare in cerca di quelli che vorresti invece perdere.
Questo vangelo rischia di essere un supplizio, un martirio.
Ci chiede cose impossibili, addirittura: Siate come Dio!
Nessuno riuscirà a vivere così a colpi di volontà, neppure i più bravi tra noi. Ma i verbi impossibili di Gesù descrivono l’agire di Dio.
Infatti: siate anche voi misericordiosi come il Padre.
E poi: come volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro.
Una capriola che pare illogica:
ritorna al cuore,
misurati con ciò che desideri,
accosta le labbra alla sorgente del cuore.
Sappi che il cuore è buono.
Che il tuo desiderio è buono.
Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati.
Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica,
una casa dove sentirci a casa,
e poter contare sul mantello di un amico.
Questo darò agli altri.
Ciò che desideri per te, dallo all’altro.
Altrimenti vi sbranerete per un pugno di euro,
per una donna,
per il petrolio,
per un bonus,
per un posto al parcheggio.
L’unica strada per il sogno di cieli nuovi e terra nuova è Abele che diventa custode di Caino,
la vittima che si prende cura del violento.
Abele e Caino forzano insieme le porte del Regno.
Perdonate:
“Il perdono strappa dai circoli viziosi,
spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito,
spezza la catena della colpa e della vendetta,
spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt).
Sì, io però sono un angelo imperfetto.
E allora il Vangelo propone una strategia.
Un primo passo è sempre possibile, a tutti:
il vangelo è pieno di inizi, trabocca della teologia dei germogli e del seme che spunta.
Basta il coraggio di un primo passo.
Come Dio.
Come il cuore.
Sappi che sei buono!
Questi grandi verbi di fuoco
(amate,
date,
perdonate)
cominciano sottovoce,
in penombra,
raso terra,
nel sussurro di una voce che ha i colori dell’alba.
“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (Gandhi).
Cambia qualcosa di te, ma sulla misura alta del vivere.
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IL TEPORE DI UN ABBRACCIO
Il vangelo introduce tre nomi di Gesù totalmente sbagliati e impossibili:
ultimo,
servo,
bambino.
E i dodici non capiscono, proprio come noi.
Gesù sta dicendo loro che tra poco sarà assassinato e quelli parlano d’altro, parlano di carriere:
chi è più grande tra noi?
Il rabbi li stravolge con quel limpidissimo pensiero:
chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti.
Di cosa stavate parlando?
Di chi è il più grande.
Questione infinita, che inseguiamo da millenni.
Questa fame di potere, questa furia di comandare è da sempre annuncio di distruzione.
Gesù si colloca a una distanza abissale da tutto questo:
se uno vuol essere il primo sia il servo.
Ma non basta:
Servo di tutti, senza limiti.
E non basta ancora:
prese un bambino,
lo pose in mezzo
e lo abbracciò.
Un bambino!
É il modo magistrale di Gesù, che s’inventa qualcosa di inedito
come un abbraccio all’ultimo della fila, grande schiaffo
in faccia ad ogni potere.
Tutto il vangelo in un abbraccio è rivelazione,
è altissima teologia sulla verità di Dio.
In quella casa di Cafarnao c’è una parabola in azione:
è Dio che si scioglie in un abbraccio al più piccolo perché nessuno sia perduto,
non una briciola di pane,
non un agnellino in fondo al gregge,
non due spiccioli di un tesoro.
Proporre il bambino come modello del credente è l’impensato.
Cosa ne sa lui?
Solo la tenerezza degli abbracci,
l’emozione delle corse,
il vento sul viso.
Non sa niente di filosofia, di teologia,
di morale,
ma conosce come nessuno il senso della fiducia, da cui imparare.
Chi accoglie un bambino accoglie me!
Gesù compie un enorme passo avanti, lo indica come sua immagine.
Vertigine del pensiero.
Il Re dei re,
il Creatore,
l’Eterno,
l’infinito,
l’assoluto,
l’immenso,
sta in un cucciolo d’uomo.
E questo vuol dire che come ogni bambino anche Dio va protetto,
accudito,
custodito,
aiutato,
accolto,
perché
chi accoglie un bambino
accoglie me,
accoglie il Padre.
Accogliere,
verbo che plasma il mondo come Dio lo sogna.
Avremo un futuro buono solo quando l’accoglienza sarà il nome nuovo della civiltà;
quando accogliere o respingere i disperati,
i piccoli, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso.
Se vogliamo un mondo che stia in piedi, davvero non c’è altra strada che ripartire dal più bisognoso.
Questa è la fede, che poggia sulla giustizia.
Il bambino conosce la speranza perché sa aprire la bocca in un sorriso
quando ancora non ha smesso di asciugarsi le lacrime.
I bambini danno ordini al futuro.
Loro sì, sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo.
Proviamoci anche noi: quando ci sentiamo senza appoggio e speranza, ricordiamo quel bambino abbracciato,
e anche noi come lui sentiremo lo stupore tiepido delle braccia di Dio.
Il vangelo introduce tre nomi di Gesù totalmente sbagliati e impossibili:
ultimo,
servo,
bambino.
E i dodici non capiscono, proprio come noi.
Gesù sta dicendo loro che tra poco sarà assassinato e quelli parlano d’altro, parlano di carriere:
chi è più grande tra noi?
Il rabbi li stravolge con quel limpidissimo pensiero:
chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti.
Di cosa stavate parlando?
Di chi è il più grande.
Questione infinita, che inseguiamo da millenni.
Questa fame di potere, questa furia di comandare è da sempre annuncio di distruzione.
Gesù si colloca a una distanza abissale da tutto questo:
se uno vuol essere il primo sia il servo.
Ma non basta:
Servo di tutti, senza limiti.
E non basta ancora:
prese un bambino,
lo pose in mezzo
e lo abbracciò.
Un bambino!
É il modo magistrale di Gesù, che s’inventa qualcosa di inedito
come un abbraccio all’ultimo della fila, grande schiaffo
in faccia ad ogni potere.
Tutto il vangelo in un abbraccio è rivelazione,
è altissima teologia sulla verità di Dio.
In quella casa di Cafarnao c’è una parabola in azione:
è Dio che si scioglie in un abbraccio al più piccolo perché nessuno sia perduto,
non una briciola di pane,
non un agnellino in fondo al gregge,
non due spiccioli di un tesoro.
Proporre il bambino come modello del credente è l’impensato.
Cosa ne sa lui?
Solo la tenerezza degli abbracci,
l’emozione delle corse,
il vento sul viso.
Non sa niente di filosofia, di teologia,
di morale,
ma conosce come nessuno il senso della fiducia, da cui imparare.
Chi accoglie un bambino accoglie me!
Gesù compie un enorme passo avanti, lo indica come sua immagine.
Vertigine del pensiero.
Il Re dei re,
il Creatore,
l’Eterno,
l’infinito,
l’assoluto,
l’immenso,
sta in un cucciolo d’uomo.
E questo vuol dire che come ogni bambino anche Dio va protetto,
accudito,
custodito,
aiutato,
accolto,
perché
chi accoglie un bambino
accoglie me,
accoglie il Padre.
Accogliere,
verbo che plasma il mondo come Dio lo sogna.
Avremo un futuro buono solo quando l’accoglienza sarà il nome nuovo della civiltà;
quando accogliere o respingere i disperati,
i piccoli, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso.
Se vogliamo un mondo che stia in piedi, davvero non c’è altra strada che ripartire dal più bisognoso.
Questa è la fede, che poggia sulla giustizia.
Il bambino conosce la speranza perché sa aprire la bocca in un sorriso
quando ancora non ha smesso di asciugarsi le lacrime.
I bambini danno ordini al futuro.
Loro sì, sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo.
Proviamoci anche noi: quando ci sentiamo senza appoggio e speranza, ricordiamo quel bambino abbracciato,
e anche noi come lui sentiremo lo stupore tiepido delle braccia di Dio.
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Accogliere:
verbo che plasma il mondo come Dio lo sogna.
https://youtu.be/OMBahIMlURw?si=K7dr0AX2TpIzzmsL
verbo che plasma il mondo come Dio lo sogna.
https://youtu.be/OMBahIMlURw?si=K7dr0AX2TpIzzmsL
YouTube
Il tepore di un abbraccio
Quando ci sentiamo senza appoggio e speranza,
ricordiamo quel bambino abbracciato,
e anche noi come lui
sentiremo lo stupore tiepido delle braccia di Dio.
ricordiamo quel bambino abbracciato,
e anche noi come lui
sentiremo lo stupore tiepido delle braccia di Dio.
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DI FUOCO O DI CENERE?
La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi no,
ma tra chi si ferma presso l'uomo bastonato e versa olio e vino,
e chi invece tira dritto.
Maestro, quello là non è dei nostri!
Quel forestiero che fa miracoli ma che non è nel gruppo, che trasmette vita senza mandato ufficiale, dev'essere bloccato.
"Non ti è lecito guarire gente se non sei dei nostri!
Non puoi migliorare il mondo se non sei del nostro partito!"
La tessera prima del bene, la tristezza dell'ideologia prima della realtà.
La risposta di Gesù è molto articolata e molto "alla Mosè" della prima lettura:
Lascialo fare!
Magari fossero tutti profeti del Regno!
Chiunque fa del bene è dei nostri,
chiunque regala un sorso di vita è di Dio.
Tutti sono dei nostri e noi siamo di tutti.
Questo ci pone tutti serenamente sullo stesso piano con tanti diversamente credenti o anche non credenti, ma che lottano contro i démoni moderni di inquinamento, violenza, fake news, corruzione, economia che uccide.
Si può essere uomini secondo il cuore di Dio senza essere uomini di Chiesa, perché il Regno la scavalca e va oltre, molto oltre tutte le Chiese.
In un contesto come la provincia italiana, dove quasi tutto è ancora cattolico:
segni,
simboli,
linguaggi,
cerimonie,
il rischio che corriamo è di essere cattolici senza essere cristiani, cioè di essere senza Gesù.
Cattolici non cristiani siamo noi quando obbediamo alle regoline ma non all'amore,
quando esigiamo misericordia e poi non perdoniamo,
quando andiamo a messa e non spezziamo il pane con i poveri.
Non c'è più il fuoco,
c'è solo tiepida cenere
che si va spegnendo.
La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi no,
ma tra chi si ferma presso l'uomo bastonato e versa olio e vino,
e chi invece tira dritto.
Chiunque avrà dato un bicchiere d'acqua.
Tutto il vangelo in un bicchiere d'acqua.
Di fronte all'invasione del male, all'eccedenza del male cronaca, Gesù ci conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d'acqua.
Conclude il Vangelo:
Se il tuo occhio,
la tua mano,
il tuo piede ti sono di scandalo,
tagliali...
Ma la mano non può scandalizzare, è simbolo dell'uomo che opera.
Tu operi per la vita o per la morte?
Allora taglia ciò che in te opera per la morte.
Il piede: Tu, uomo, per chi stai camminando?
Se il tuo occhio..
L'occhio porta con sé il cuore.
E dove ti porta il cuore? Cavalo, gettalo via!
Guarda altrimenti, con occhi nuovi, per non fallire la vita.
La geenna di cui parla Gesù era un burrone a sud del tempio, fatto discarica, dove il fuoco ardeva costante innalzando un fumo maleodorante.
Dice Gesù:
non fare immondizia della tua vita;
guarda che se dai scandalo a un piccolo, sei come la spazzatura del mondo.
Non buttarti via come un rifiuto, come uno scarto. Immagini durissime...
Se il tuo occhio,
se la tua mano ti scandalizzano,
tagliali...
metafore inquietanti per riproporre un sogno,
quello di mani che sanno solo donare
e di piedi che vanno incontro,
un mondo dove gli occhi sono più luminosi del giorno,
dove tutti sono dei nostri,
tutti amici della vita
e quindi tutti profeti, secondo il cuore di Dio.
La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi no,
ma tra chi si ferma presso l'uomo bastonato e versa olio e vino,
e chi invece tira dritto.
Maestro, quello là non è dei nostri!
Quel forestiero che fa miracoli ma che non è nel gruppo, che trasmette vita senza mandato ufficiale, dev'essere bloccato.
"Non ti è lecito guarire gente se non sei dei nostri!
Non puoi migliorare il mondo se non sei del nostro partito!"
La tessera prima del bene, la tristezza dell'ideologia prima della realtà.
La risposta di Gesù è molto articolata e molto "alla Mosè" della prima lettura:
Lascialo fare!
Magari fossero tutti profeti del Regno!
Chiunque fa del bene è dei nostri,
chiunque regala un sorso di vita è di Dio.
Tutti sono dei nostri e noi siamo di tutti.
Questo ci pone tutti serenamente sullo stesso piano con tanti diversamente credenti o anche non credenti, ma che lottano contro i démoni moderni di inquinamento, violenza, fake news, corruzione, economia che uccide.
Si può essere uomini secondo il cuore di Dio senza essere uomini di Chiesa, perché il Regno la scavalca e va oltre, molto oltre tutte le Chiese.
In un contesto come la provincia italiana, dove quasi tutto è ancora cattolico:
segni,
simboli,
linguaggi,
cerimonie,
il rischio che corriamo è di essere cattolici senza essere cristiani, cioè di essere senza Gesù.
Cattolici non cristiani siamo noi quando obbediamo alle regoline ma non all'amore,
quando esigiamo misericordia e poi non perdoniamo,
quando andiamo a messa e non spezziamo il pane con i poveri.
Non c'è più il fuoco,
c'è solo tiepida cenere
che si va spegnendo.
La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi no,
ma tra chi si ferma presso l'uomo bastonato e versa olio e vino,
e chi invece tira dritto.
Chiunque avrà dato un bicchiere d'acqua.
Tutto il vangelo in un bicchiere d'acqua.
Di fronte all'invasione del male, all'eccedenza del male cronaca, Gesù ci conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d'acqua.
Conclude il Vangelo:
Se il tuo occhio,
la tua mano,
il tuo piede ti sono di scandalo,
tagliali...
Ma la mano non può scandalizzare, è simbolo dell'uomo che opera.
Tu operi per la vita o per la morte?
Allora taglia ciò che in te opera per la morte.
Il piede: Tu, uomo, per chi stai camminando?
Se il tuo occhio..
L'occhio porta con sé il cuore.
E dove ti porta il cuore? Cavalo, gettalo via!
Guarda altrimenti, con occhi nuovi, per non fallire la vita.
La geenna di cui parla Gesù era un burrone a sud del tempio, fatto discarica, dove il fuoco ardeva costante innalzando un fumo maleodorante.
Dice Gesù:
non fare immondizia della tua vita;
guarda che se dai scandalo a un piccolo, sei come la spazzatura del mondo.
Non buttarti via come un rifiuto, come uno scarto. Immagini durissime...
Se il tuo occhio,
se la tua mano ti scandalizzano,
tagliali...
metafore inquietanti per riproporre un sogno,
quello di mani che sanno solo donare
e di piedi che vanno incontro,
un mondo dove gli occhi sono più luminosi del giorno,
dove tutti sono dei nostri,
tutti amici della vita
e quindi tutti profeti, secondo il cuore di Dio.
❤30👍4👌3🔥2🥰1
Un uomo vale
per come e per quanto
ama un altro.
Un uomo vale
quanto vale il suo cuore.
https://youtu.be/wO1VaFkJjHM?si=2p-GmwJ5PzoOVlhB
per come e per quanto
ama un altro.
Un uomo vale
quanto vale il suo cuore.
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La relazione amicale
Una nuova architettura dei rapporti umani secondo la logica del dono.
Il sogno di comunione é scritto nel nostro DNA.
É qualcosa di cui siamo impastati.
Il legame è l'odore di Dio che ci è rimasto addosso,
é il suo alito,
una goccia di sudore delle sue…
Il sogno di comunione é scritto nel nostro DNA.
É qualcosa di cui siamo impastati.
Il legame è l'odore di Dio che ci è rimasto addosso,
é il suo alito,
una goccia di sudore delle sue…
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L’AMORE AFFAMATO DI CURE
Alcuni farisei vanno da Gesù per metterlo alla prova.
Quello che gli chiedono è risaputo:
“É lecito a un marito ripudiare la moglie?”
Chiaro che sì, la tradizione, avallata dalla Parola di Dio, lo permetteva.
Gesù prende subito le distanze e dice:
“cosa vi ha ordinato Mosè?”
Da buon ebreo, avrebbe invece dovuto dire
“che cosa ci ha comandato Mosè?”
‘Mosè ha permesso l’atto di ripudio’.
Ebbene, Gesù prende le distanze anche da Mosè e sottolinea: “per la durezza del vostro cuore egli scrisse questa norma”.
Afferma così qualcosa di enorme:
La legge che noi diciamo di Dio non sempre riflette la sua volontà. E per questo non ha valore assoluto.
Gesù non si ferma a redigere altre norme,
non gli interessa regolamentare la vita,
ma rinnovarla;
custodire il fuoco,
non venerare la cenere.
Come bambini che non comprendono, ci prende per mano e ci accompagna nei territori di Dio e del suo sogno iniziale:
all’inizio Dio li fece maschio e femmina,
per questo l’uomo lascerà il padre e la madre
e i due diventeranno una carne sola.
Il sogno di Dio è che i due si cerchino, si trovino, si amino; che diventino e rimangano uno.
Allora uno più uno uguale a uno.
L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto.
Questo è il suo nome: ‘Dio congiunge’.
E il nome biblico del nemico dell’amore è esattamente l’opposto: colui che separa, il divisore, il diavolo.
Allora il problema non è ripudio o non ripudio,
separarsi o meno,
ma è alla radice:
si tratta della manutenzione,
tenace,
del sogno,
perché l’amore è fragile
e affamato di cure.
Se non ti impegni a fondo per le tue relazioni,
se non dai loro tempo,
se non le custodisci con fedeltà,
con timore e tremore,
le hai già ripudiate nel tuo cuore.
Alcuni farisei vanno da Gesù per metterlo alla prova.
Quello che gli chiedono è risaputo:
“É lecito a un marito ripudiare la moglie?”
Chiaro che sì, la tradizione, avallata dalla Parola di Dio, lo permetteva.
Gesù prende subito le distanze e dice:
“cosa vi ha ordinato Mosè?”
Da buon ebreo, avrebbe invece dovuto dire
“che cosa ci ha comandato Mosè?”
‘Mosè ha permesso l’atto di ripudio’.
Ebbene, Gesù prende le distanze anche da Mosè e sottolinea: “per la durezza del vostro cuore egli scrisse questa norma”.
Afferma così qualcosa di enorme:
La legge che noi diciamo di Dio non sempre riflette la sua volontà. E per questo non ha valore assoluto.
Gesù non si ferma a redigere altre norme,
non gli interessa regolamentare la vita,
ma rinnovarla;
custodire il fuoco,
non venerare la cenere.
Come bambini che non comprendono, ci prende per mano e ci accompagna nei territori di Dio e del suo sogno iniziale:
all’inizio Dio li fece maschio e femmina,
per questo l’uomo lascerà il padre e la madre
e i due diventeranno una carne sola.
Il sogno di Dio è che i due si cerchino, si trovino, si amino; che diventino e rimangano uno.
Allora uno più uno uguale a uno.
L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto.
Questo è il suo nome: ‘Dio congiunge’.
E il nome biblico del nemico dell’amore è esattamente l’opposto: colui che separa, il divisore, il diavolo.
Allora il problema non è ripudio o non ripudio,
separarsi o meno,
ma è alla radice:
si tratta della manutenzione,
tenace,
del sogno,
perché l’amore è fragile
e affamato di cure.
Se non ti impegni a fondo per le tue relazioni,
se non dai loro tempo,
se non le custodisci con fedeltà,
con timore e tremore,
le hai già ripudiate nel tuo cuore.
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INCONTRO CON SIMONE CRISTICCHI
A S. MARIA DEL CENGIO
Cari amici,
oggi 28 febbraio sarà con noi l’amico Simone Cristicchi, per un incontro previsto dalle 16 alle 17 circa.
Non sarà un concerto, ma un’intervista-racconto dell’uomo e dell’artista, con qualche canzone.
Una cosa tra amici, semplice e accogliente, in cui dare a Simone ascolto e gratitudine per ciò che trasmette.
Non ci sarà la diretta fb, ma condivideremo la registrazione.
A S. MARIA DEL CENGIO
Cari amici,
oggi 28 febbraio sarà con noi l’amico Simone Cristicchi, per un incontro previsto dalle 16 alle 17 circa.
Non sarà un concerto, ma un’intervista-racconto dell’uomo e dell’artista, con qualche canzone.
Una cosa tra amici, semplice e accogliente, in cui dare a Simone ascolto e gratitudine per ciò che trasmette.
Non ci sarà la diretta fb, ma condivideremo la registrazione.
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Manutenzione
tenace
del sogno,
perché l'amore è fragile
e affamato di cure.
https://youtu.be/31qiqhdQnkA?si=fXRs7WLXs2j0xskv
tenace
del sogno,
perché l'amore è fragile
e affamato di cure.
https://youtu.be/31qiqhdQnkA?si=fXRs7WLXs2j0xskv
YouTube
Il sogno di Dio
Come bambini che non comprendono,
Gesù ci prende per mano
e ci accompagna nei territori di Dio
e del suo sogno iniziale.
Gesù ci prende per mano
e ci accompagna nei territori di Dio
e del suo sogno iniziale.
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MAESTRI NELL’ARTE DELLA FIDUCIA E DELLO STUPORE
Portavano dei bambini a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli li rimproverarono.
Al vedere questo, Gesù
si indignò.
L’indignazione è un sentimento proprio dei profeti davanti all’ingiustizia o all’idolatria;
è la reazione di Gesù per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini sono cosa sacra:
a chi è come loro appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono più buoni degli adulti, ma sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo
e gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto il giorno come i delfini, incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni non ha obblighi verso la Legge, è ai margini, non ha riti da osservare, e Gesù lo addita a modello!
Prima la persona e poi la legge!
Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino che si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia li benediceva: perché nei loro occhi il sogno di Dio brilla non contaminato ancora.
Portavano dei bambini a Gesù perché li toccasse.
Ma i discepoli li rimproverarono.
Al vedere questo, Gesù
si indignò.
L’indignazione è un sentimento proprio dei profeti davanti all’ingiustizia o all’idolatria;
è la reazione di Gesù per la profanazione del tempio (Gv 2,14).
Qui reagisce allo stesso modo, perché i bambini sono cosa sacra:
a chi è come loro appartiene il regno di Dio.
Chi è come loro?
I bambini non sono più buoni degli adulti, ma sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore.
Loro sì sanno vivere
come i gigli del campo
e gli uccelli del cielo,
sanno giocare tutto il giorno come i delfini, incuriositi da ciò che porterà loro,
facili al sorriso e all’abbraccio.
Il bambino fino ai 12 anni non ha obblighi verso la Legge, è ai margini, non ha riti da osservare, e Gesù lo addita a modello!
Prima la persona e poi la legge!
Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino che si rialza da terra.
Prendendoli fra le braccia li benediceva: perché nei loro occhi il sogno di Dio brilla non contaminato ancora.
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PORTATORI DI UN TESORO BUONO
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che c’è nel tuo?
Noi pensiamo che la trave sia sempre negli occhi di qualcun altro,
un potente,
una nazione,
un potere occulto,
un collega,
e che nel nostro occhio ci sia al massimo una pagliuzza,
una responsabilità da niente.
Perché guardi la pagliuzza?
Un motivo c’è:
chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno, vive una sindrome da accerchiamento.
Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.
Un occhio che viene da un cuore che non è in pace, vede solo occhi malati, moltiplica pagliuzze alzando travi davanti al sole.
L’occhio buono è invece come lucerna accesa, diffonde luce.
Colui che è riconciliato con la sua radice profonda, guarda con sguardo benedicente,
limpido,
includente.
L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra. E nascono le guerre.
Il priore dei sette monaci trappisti decapitati a Thibirine, frère Christian de Clergè, davanti all’imminenza del martirio pregava:
“Signore,
disarmali e disarmaci!”
Due parole assolute,
totali e sufficienti.
Vangelo puro.
Signore, disarma anche noi!
Facci ripetere,
tutti insieme,
che la guerra è
la più grande bestemmia.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.
Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di luminosa speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero:
portatori di un tesoro buono,
custodito in vasi d’argilla,
ma pieno di oro fino da distribuire.
Anzi il primo tesoro è il nostro stesso cuore:
un uomo vale quanto vale il suo cuore (Gandhi).
La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza,
di passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per la buona politica possibile,
per una ‘casa comune’ curata e bella,
dove sia possibile
vivere meglio per tutti.
La nostra vita è viva quando ha cuore
e regala generosità,
luce,
attenzione.
La nostra vita vive di vita donata.
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi.
Gesù ci porta a scuola dalla sapienza degli alberi. La cui legge è semplice:
vivere,
crescere,
fiorire,
fare frutto,
donarlo.
Sono le leggi della vita reale, e coincidono con quelle della vita spirituale, con la stessa morale evangelica:
un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, della sterilità vinta,
del gesto che fa bene davvero,
della parola che consola davvero,
del sorriso autentico
che guarisce chi è
malato di solitudine.
Martin Buber semplificava così la legge ultima della vita: “a partire da me, ma non per me”.
Il cuore del cosmo
non dice semplice sopravvivenza di sé,
ma dono di sé:
crescere e fiorire,
fare frutti e donarli.
Come alberi forti,
come cuori buoni.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che c’è nel tuo?
Noi pensiamo che la trave sia sempre negli occhi di qualcun altro,
un potente,
una nazione,
un potere occulto,
un collega,
e che nel nostro occhio ci sia al massimo una pagliuzza,
una responsabilità da niente.
Perché guardi la pagliuzza?
Un motivo c’è:
chi non vuole bene a se stesso, vede solo male attorno, vive una sindrome da accerchiamento.
Chi non sta bene con sé, sta male anche con gli altri.
Un occhio che viene da un cuore che non è in pace, vede solo occhi malati, moltiplica pagliuzze alzando travi davanti al sole.
L’occhio buono è invece come lucerna accesa, diffonde luce.
Colui che è riconciliato con la sua radice profonda, guarda con sguardo benedicente,
limpido,
includente.
L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra. E nascono le guerre.
Il priore dei sette monaci trappisti decapitati a Thibirine, frère Christian de Clergè, davanti all’imminenza del martirio pregava:
“Signore,
disarmali e disarmaci!”
Due parole assolute,
totali e sufficienti.
Vangelo puro.
Signore, disarma anche noi!
Facci ripetere,
tutti insieme,
che la guerra è
la più grande bestemmia.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.
Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di luminosa speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero:
portatori di un tesoro buono,
custodito in vasi d’argilla,
ma pieno di oro fino da distribuire.
Anzi il primo tesoro è il nostro stesso cuore:
un uomo vale quanto vale il suo cuore (Gandhi).
La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza,
di passione
per il bene possibile,
per il sorriso possibile,
per la buona politica possibile,
per una ‘casa comune’ curata e bella,
dove sia possibile
vivere meglio per tutti.
La nostra vita è viva quando ha cuore
e regala generosità,
luce,
attenzione.
La nostra vita vive di vita donata.
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi.
Gesù ci porta a scuola dalla sapienza degli alberi. La cui legge è semplice:
vivere,
crescere,
fiorire,
fare frutto,
donarlo.
Sono le leggi della vita reale, e coincidono con quelle della vita spirituale, con la stessa morale evangelica:
un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, della sterilità vinta,
del gesto che fa bene davvero,
della parola che consola davvero,
del sorriso autentico
che guarisce chi è
malato di solitudine.
Martin Buber semplificava così la legge ultima della vita: “a partire da me, ma non per me”.
Il cuore del cosmo
non dice semplice sopravvivenza di sé,
ma dono di sé:
crescere e fiorire,
fare frutti e donarli.
Come alberi forti,
come cuori buoni.
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VUOI VIVERE DAVVERO?
Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù:
un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.
E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.
Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.
Maestro buono, è vita o no, la mia?
Domanda grandiosa.
Tutta la bibbia ruota attorno a questo:
sapere cosa è vita e cosa no.
È un appassionato,
questo giovane,
è uno convinto,
ci crede.
E incanta Gesù, quando risponde:
“tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.
Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa:
“Beati gli insoddisfatti,
gli inquieti,
perché diventeranno cercatori di tesori”.
Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.
Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.
E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:
“Una cosa ti manca,
va’,
vendi,
dona ai poveri...”
Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.
Vuoi vivere davvero?
Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.
E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.
E lo facciamo
per amore dei poveri,
non della povertà.
L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone,
dopo le cose.
Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
• Primo, non accumulare.
• Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.
Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione:
lasciare tutto ma per avere tutto.
Il vangelo si apre con una corsa verso Gesù:
un tale gli corse incontro.
Come chi ha fretta, chi è in ritardo e ha fame.
E non sa che sta per affrontare un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso, e non sarà capace di sopportarla.
Grande rischio, ma anche grande fortuna, se qualcuno scoperchia il pozzo della nostra vita e ci mostra chi siamo davvero.
Maestro buono, è vita o no, la mia?
Domanda grandiosa.
Tutta la bibbia ruota attorno a questo:
sapere cosa è vita e cosa no.
È un appassionato,
questo giovane,
è uno convinto,
ci crede.
E incanta Gesù, quando risponde:
“tutto questo che dici l’ho sempre osservato. Ma non mi ha riempito la vita”.
Vive quella beatitudine che conosciamo tutti, dolce e amara, ma generativa:
“Beati gli insoddisfatti,
gli inquieti,
perché diventeranno cercatori di tesori”.
Ora il giovane fa un’esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò.
Per Gesù guardare e amare sono la stessa cosa.
E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi.
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti:
“Una cosa ti manca,
va’,
vendi,
dona ai poveri...”
Come i veri maestri, Gesù risponde alzando l’asticella, creando visioni nuove, donando ali perché quel ragazzo possa volare più alto e più lontano.
Vuoi vivere davvero?
Sappi che la tua vita non è garantita dal tuo patrimonio economico, ma dal tuo patrimonio relazionale.
E poi vieni con me: mettiamo in tavola la vita.
E lo facciamo
per amore dei poveri,
non della povertà.
L’ideale del maestro di Nazaret non è un pauperismo che basta a se stesso, ma riempire di volti e di nomi il cuore di ognuno.
Prima le persone,
dopo le cose.
Nel vangelo offre due sole regole circa i beni materiali, semplicissime e rivoluzionarie.
• Primo, non accumulare.
• Secondo, quello che hai è per condividere.
Quanto basta a capovolgere la direzione della vita.
Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza: dare e ricevere segni d’amore.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione:
lasciare tutto ma per avere tutto.
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Preoccupiamoci di coltivare una venerazione profonda per tutte le forze che Dio ci consegna:
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
forze di bontà,
di intelligenza,
di libertà,
di bellezza.
Facciamo che
queste erompano
in tutta la loro forza,
in tutta la loro bellezza,
in tutta la loro potenza.
E vedremo le tenebre scomparire.
https://youtu.be/_gGzqw6Nj48?si=xlxiYN1tgQTMQE6U
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Oltre la zizzania: da occhi d'ombra a occhi di mattino
Abbi venerazione per tutte le energie positive,
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
i semi di vita,
di generosità,
di bellezza,
di pace,
di giustizia
che Dio ha seminato in te.
Fa' che emergano in tutta la loro carica,
e vedrai la zizzania decrescere.
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