ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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GESÙ
eri sicuro di trovarlo sui problemi di frontiera dell'uomo,

in ascolto del grido della terra,

all'incontro con gli ultimi, attraversando con loro i territori delle lacrime e della malattia:

dove giungeva,
in villaggi
o città
o campagne,
gli portavano i malati
e lo supplicavano
di poter toccare
almeno il lembo del suo
mantello
.

E quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,56).

Da qui veniva Gesù, portava negli occhi il dolore dei
corpi e delle anime

e l'esultanza incontenibile dei guariti.
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È NECESSARIO MOLTO CUORE PER ASCOLTARE I SILENZI DI DIO

Gesù, dove giungeva,
portava negli occhi
il dolore dei corpi e delle anime e l'esultanza incontenibile dei guariti.

E ora farisei e scribi vorrebbero rinchiuderlo dentro piccolezze come mani lavate o no, questioni di stoviglie e di oggetti!

Si capisce come la replica di Gesù sia dura:

ipocriti!
Voi avete il cuore lontano!


Il rischio del cuore lontano ci porta tutti alla falsa religione:

emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, e non saper pregare;

amare la liturgia dei fiori, l'incenso,
i marmi antichi
e non «soccorrere il dolore di orfani e vedove»;

volere segni esterni del cristianesimo e non viverlo.

Per Gesù il Regno inizia con l'analisi del cuore, luogo dove si ama la verità, dove nascono le azioni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove Dio seduce

La polemica è costruita su una coppia di contrari,
fuori e dentro:

Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando possa contaminarlo”.

Lui propone la religione dell'interiorità che scardina ogni pregiudizio riguardo il puro o l'impuro.

Il suo messaggio è che il mondo è buono,
che ogni cosa è illuminata!

Che sei libero da tutto ciò che è apparenza.
Che hai il sacro dovere di custodire con cura il tuo cuore,
perché è la sola fonte della vita.

Via le sovrastrutture,
i formalismi vuoti,
tutto ciò che è cascame culturale.

Apri il Vangelo ed ecco una boccata d'aria fresca dentro l'afa pesante dei soliti, ovvii discorsi:
ogni cosa è pura, sempre.

Io e te,
il cielo,
la terra,
ogni essere,
il corpo dell'uomo
e della donna.

E solo il cuore può rendere pure o impure le cose,
solo lui può sporcarle o illuminarle.

Ma dentro l'uomo c'è di tutto,
radici di veleno e frutti di luce,
campi seminati di buon grano ed erbe malate,
oceani che minacciano la vita e che la generano.

Che cosa, io, ne farò uscire?

Decisivo è rompere le zolle di durezza,
le intolleranze,
le linee oscure,
le maschere vuote
.

Io evangelizzo il mio intimo quando a un pensiero dico: tu sei secondo Cristo,
e ti accolgo,
anzi ti benedico
;

a un altro invece dico:
tu non lo sei e non ti accolgo,
non ti do la mia casa,
non ti lascio sedere sul trono del mio cuore
.

Nell'arte di coltivare se stessi, l'istintività va conosciuta e incanalata.

Se fai uscire segnali di morte non sei «spontaneo e autentico» come ti illude una falsa psicologia, ma avveleni le tue relazioni.

Non far uscire «prostituzioni,
furti,
omicidi,
adulteri,
inganno,
invidia,
calunnia,
superbia,
stupidità».

Non dare loro libertà,
non permettere loro di abitare la terra!


Manda attorno solo segnali di vita, e, nel silenzio, sentirai il tuo cuore vicino.

È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
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LA SORGENTE É PURA, MA HA BISOGNO DELLA TUA CURA

La nostra sorgente è sana
.

L’uomo non è cattivo, solo che si sbaglia facilmente. Ma non esiste vicenda umana senza un grammo di luce:

perché ogni cosa è “tôv”, bella e buona, illuminata
.

L’intero creato è un atto d’amore sussurrato.

Che aria di libertà!
Apri il vangelo e senti che ti riporta a casa.
Senti una boccata d’aria fresca dentro l’afa pesante dei soliti, piccoli discorsi, uno spruzzo d’acqua fresca e buona come l’essenziale.

Qual è la differenza tra superfluo ed essenziale?

Non ho più dimenticato un antico professore che me lo spiegava così:

superfluo è tutto ciò che va dalla pelle in fuori;

essenziale è tutto ciò che va dalla pelle in dentro.

I farisei andavano dalla pelle in fuori: lava, pulisci risciacqua, spolvera.

Gesù va dalla pelle in dentro.
Ritorna al tuo cuore: per quasi mille volte nella Bibbia ricorre il termine cuore, che non indica la sede dei sentimenti o delle emozioni, ma il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte.

Dove si è felici o no.
Dove ci sono campi di grano e anche erbe cattive.

Gesù vuole evangelizzare il cuore, far scendere vangelo sulle nostre zolle di durezza e sui desideri oscuri.

Tu non concederai loro il diritto di sedere alla tua tavola, non permettere loro di galoppare sulle praterie del tuo cuore, perché tracciano strade di morte.

Evangelizzare significa far scendere sul cuore un messaggio felice, e quello di Gesù ribadisce che la sorgente è pura, ma ha bisogno della tua cura.

Custodisci con ogni cura il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Proverbi 4,23)

Bellissimo compito profetico:
chiamati tutti a bypassare tanta polvere,
tanto fumo,
tanta apparenza
.

Liberiamo la Parola di Dio dai sequestri anche ecclesiastici, da regoline, da piccolezze polverose che rubano luce al messaggio, e il vangelo ci darà ali per volare su un mondo bello, su un mondo nato buono.
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VIENE

Giorno per giorno,
continuamente,
adesso
Dio viene.

Anche se non lo vedi,
viene.

Anche se non te ne accorgi
é in cammino
su tutte le strade
.

Ed è bello pensare
a un mondo
riempito di orme di
Dio.

https://youtu.be/78KM7ORb3PI?si=Ow1K0YP-XhySjmLm
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MANCANO OPERAI DEL BELLO

La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.

Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano.

Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono.

C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento:

il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.

Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace.

Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato.
Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.

Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.

A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose.

I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti.

Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà.

La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).
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IL MIRACOLO DEL DONO

Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai
.

E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.

Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli. Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.

Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.

Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.

Il racconto è pieno di simboli bellissimi:

è ormai primavera;
c’è molta erba che richiama i pascoli
e il Salmo del buon pastore;

c’è il monte grande simbolo della casa di Dio;
è vicina la Pasqua
ci sono i numeri:

cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza;

c’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo;

e c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto, una primizia d’uomo.

Un Vangelo pieno d’inizi
e di gemme che fioriscono, per grazia.

Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha, senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.

Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.

Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito (Miguel de Unamuno).

Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti (D. M. Turoldo
).

Prese i pani,
ringraziò,
diede
.

Ricevimi,
donami,
donandomi
mi otterrai di nuovo” (Rig Veda)
.

L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare, benedire,
donare
.

E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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BEATI VOI POVERI
 
Un vangelo potente e inarrivabile.
Da oltre cinquant’anni lotto con questo vangelo e mi sfugge sempre.

Le parole che cerco di allineare sono come uccellini che sbattono contro le pareti della gabbia, a dire poco più del nulla che capiamo di queste parole immense.

Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”, aveva detto nella sinagoga.

Ed eccolo qui, il miracolo:
beati voi poveri.

Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio sono le infinite croci degli uomini.

E aggiunge alla fine un’antitesi abbagliante: non sono i poveri il problema del mondo, ma i ricchi: guai a voi ricchi.

Sillabe sospese tra sogno e miracolo, osate, prima ancora che da Gesù, da sua madre nel canto del Magnificat: “ha saziato gli affamati di vita, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. (Lc 1,53).

Questi oracoli profetici, anzi più-che-profetici, quel “beati” che contiene pienezza,
felicità,
completezza,
grazia,
incollato a persone affamate e in lacrime,
a poveracci,
a disgraziati,
ai bastonati dalla vita,
ci obbliga a un capovolgimento di prospettiva,

a guardare la storia con gli occhi dei poveri e dei piccoli, non con quelli dei ricchi e dei potenti, altrimenti non cambierà mai niente.

E ci saremmo aspettati: “beati voi poveri perché ci sarà un capovolgimento, un’alternanza, diventerete voi i signori”. No!

Il progetto di Dio è più profondo.
C’è di mezzo il Regno dei cieli, che non è il paradiso o l’al di là, ma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.

Il mondo non appartiene a chi se ne impossessa o lo compra, ma a chi lo rende migliore. E non sarà reso migliore da coloro che hanno accumulato più denaro.

Beati voi...
Il vangelo più alternativo che si possa pensare,
il manifesto più stravolgente e contromano.

Eppure, al tempo stesso, senti che è amico della vita, vangelo amico.
Perché le beatitudini non sono un comandamento, un ordine da eseguire, ma il cuore dell’annuncio di Gesù: la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore,
Dio regala gioia a chi costruisce pace.

In esse è l’inizio della guarigione del cuore, perché il cuore guarito sia l’inizio della guarigione del mondo.

Guai a voi,
ricchi,
sazi,
gaudenti,
famosi
.

I quattro “guai” ci inquietano un po’, ma non sono delle maledizioni: Dio non maledice le sue creature, mai, la sua è la voce della tristezza del padre in pena per i figli che si stanno perdendo.

Guai” non suona come una minaccia, ma come il gemito dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi appare come morto.

Guai”: e vi sento dentro il lamento di Gesù, che piange i ricchi e i sazi come coloro che si sono sbagliati su ciò che è vita e ciò che non lo è; e sono diventatigli idolatri del vuoto, gli amanti del nulla.

E gli idoli sono crudeli, spietati: divorano i loro stessi adoratori.
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DESIDERIO DI PIÙ LUCE CHE ABITA TUTTI

Il cieco fu guarito…

Un racconto di saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l'uomo, ed è anche l'uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte celeste.

Ogni bambino che nasce “viene alla luce” (partorire è un “dare alla luce”), ognuno è una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto» (M. Zambrano).

La nostra vita è un albeggiare continuo. Dio albeggia in noi.

Gesù è il custode delle nostre albe, il custode della pienezza della vita e seguirlo è rinascere;
aver fede è acquisire «una visione nuova delle cose» (G. Vannucci).

Il cieco è dato alla luce, nasce di nuovo con i suoi occhi nuovi, raccontati dal filo rosso di una domanda: come ti si sono aperti gli occhi?

Tutti vogliono sapere “come”, impadronirsi del segreto di occhi invasi dalla luce, tutti con occhi non nati ancora.

La domanda incalzante (come si aprono gli occhi?) indica un desiderio di più luce che abita tutti.
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LA DEBOLEZZA, UN’OCCASIONE PER RICOMINCIARE

Ambiguità, incoerenza.

Gesù preferisce le storie rotte a quelle perfette,
le vite incamminate a quelle stanziali.

Quando sono vero sono debole. Quando siamo veri siamo tutti feriti. Ma quando sono debole è allora che sono forte,
perché entra in meil vasaio che mi rimette sul tornio e
fa dei miei cocci un canale per altre seti.

E per la strada interrogava.

Gesù non è la risposta alle nostre domande, è lui la domanda; ogni sua parola porta scritto: più in là!
La sua dimora è sempre oltre.

Ma la gente, chi dice che io sia?

Gesù non vuole un sondaggio per misurare la sua popolarità, vuole capire cosa del suo messaggio ha raggiunto il cuore.

Infatti la risposta della gente rivela un’idea sbagliata di lui:

per qualcuno è un moralizzatore di costumi, tipo Giovanni il Battista;

per altri è forza che abbatte i falsi profeti, come Elia;

altri ancora colgono solo l’eco di vecchi messaggi già ascoltati, lui è “uno dei profeti”.

Ma Gesù non è niente fra le cose di ieri.
È novità in cammino.

E il domandare si fa più diretto: ma voi chi dite che io sia?

Innanzitutto mette in discussione se stesso. Sottoporsi alla valutazione altrui costa molta umiltà e libertà, e con questa domanda Gesù si comporta da innamorato: Quanto conto io per te?

Non ha bisogno di sapere se lo ritengono più bravo dei profeti di prima, lui vuole sapere se Pietro è innamorato, se l’ha accolto nel cuore, se gli da tempo e passione.

Tu sei il Cristo, Pietro è irruente, sei il senso di Israele e della mia vita.

A questo punto Gesù cominciò a insegnare che il Cristo doveva soffrire e venire ucciso, per poi risorgere il terzo giorno.

Ma come fa Pietro ad accettare un messia perdente? “Tu sei il messia, l’atteso, che senso ha un messia sconfitto?”

Allora Gesù lo prende in disparte. E qui la tensione si alza, fino a che il dialogo culmina in parole durissime: va dietro di me, satana. Il tuo posto è seguirmi.

Pietro è la voce di ogni ambiguità umana, e la soluzione è quella indicatagli: va dietro di me.

Gesù ha accarezzato le mie ferite e contraddizioni, e mi fa camminare proprio lì, lungo la “linea incerta che addividi la luci dallo scuru” (A. Camilleri).

Il miracolo è che la debolezza,
la fatica,
l’ambiguità incolpevole, grano e zizzania intrecciati,
le notti senza frutto,
i rinnegamenti,
non sono un’obiezione, ma un’occasione per essere fatti nuovi,
per stare bene con il Signore,
per rinnovare la nostra passione per lui e per ricominciare,
attraverso inizi sempre nuovi:
Tu seguimi!

Ti seguirò, Signore. Con le parole più belle che ho per te: tu sei per me quello che è la primavera per i fiori, quello che il vento è per l'aquilone.

Sei venuto con il soffio di un bacio sulla fronte, e hai aperto la mia strada.
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MA PERCHÉ SEGUIRLO?

Se qualcuno vuole venire dietro a me...

Vivere una storia con lui, ha un avvio così leggero e liberante: se qualcuno vuole.

Se vuoi.
Tu andrai o non andrai con Lui,
scegli,
nessuna imposizione
;
con lui «maestro degli uomini liberi», «fonte di libere vite» (D.M. Turoldo), se vuoi. Ma le condizioni sono da vertigine.

La prima: rinnegare se stessi.
Un verbo pericoloso se capito male.
Rinnegarsi non significa annullarsi, appiattirsi, mortificare quelle cose che ti fanno unico.

Vuol dire: smettila di pensare sempre solo a te stesso, di girarti attorno.

Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi.
Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te». Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

La seconda condizione: prendere la propria croce, e accompagnarlo fino alla fine.
Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo.

La croce, questo segno semplicissimo, due sole linee, lo vedi in un uccello in volo, in un uomo a braccia aperte, nell'aratro che incide il grembo di madre terra.

Immagine che abita gli occhi di tutti, che pende al collo di molti, che segna vette di monti, incroci, campanili, ambulanze, che abita i discorsi come sinonimo di disgrazie e di morte. Ma il suo senso profondo è altrove.

La croce è una follia.
Un «suicidio per amore», sosteneva Alain Resnais. Gesù parla di una croce che ormai si profila all'orizzonte e lui sa che a quell'esito lo conduce la sua passione per Dio e per l'uomo, passioni che non può tradire: sarebbe per lui più mortale della morte stessa.

Prendi la tua croce,
scegli per te qualcosa della mia vita.

Di lui, il coraggioso che osa toccare i lebbrosi e sfidare i boia pronti a uccidere l'adultera;

il forte che caccia dal tempio buoi e mercanti;

il molto tenero che si commuove per due passeri;

il rabbi che ama i banchetti e le albe nel deserto;

il povero che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero;

il libero che non si è fatto comprare da nessuno; senza nessun servo, eppure chiamato Signore;

il mite che non ha vinto nessuna battaglia e ha conquistato il mondo.
Con la croce,
con la passione,
che è appassionarsi e patire insieme.
Perché «dove metti il tuo cuore là troverai anche le tue ferite» (F. Fiorillo).

Se vuoi venire dietro a me...

Ma perché seguirlo?
Perché andargli dietro?

È il dramma di Geremia: basta con Dio, ho chiuso con lui, è troppo.
Chi non l'ha patito?

Beato però chi continua, come il profeta: nel mio cuore c'era come un fuoco, mi sforzavo di contenerlo ma non potevo.

Senza questo fuoco (roveto ardente, lampada, o semplice cerino nella notte), posso anche guadagnare il mondo ma perderei me stesso.
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CHI SONO IO PER TE?

Ogni anno, ritorna questa bellissima domanda di Gesù.
Ogni anno con un evangelista diverso:

ma voi chi dite che io sia?


Siamo nell’estremo Nord, ai piedi dell’Ermon, nel punto più lontano dalla sacralità di Gerusalemme, in zona pagana.

Qui Gesù interroga i suoi, in quello che sembra quasi un sondaggio:

cosa dice di me la gente?

Dicono che sei un rabbi che allarga i cuori,
che sei uno innamorato di Dio.

Che sei un profeta!
Una creatura di fuoco, come Elia o il Battista;
sei bocca di Dio e bocca dei poveri.


Ma questo non è che il preludio di ciò che davvero importa sapere al maestro:

e voi?

Dopo due anni e mezzo passati in giro con Gesù il cerchio si stringe:

voi, ora, adesso,
chi dite che io sia?
Voi dalle barche abbandonate,
voi che camminate con me da anni,
voi amici che ho scelto a uno a uno,
cosa sono io per voi?


Provocazione che mi raggiunge in pieno:

chi sono io per te?


Per rispondere occorre chiudere tutti i libri.
Cosa ti è successo quando mi hai incontrato,
cosa è cambiato in te?


Ma perché io gli vado dietro?
Perché loro gli andavano dietro?


Per essere felici.
Per una vita più piena,
accesa,
vibrante,
lanciata in avanti,
attorno,
in alto.

Una vita dove gli altri problemi vengono dopo.


Gesù non ha bisogno della risposta mia o di Pietro per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se siamo innamorati, se gli abbiamo aperto il cuore.

Tu, Signore,
sei uno che inquieta
e non lascia in pace;
sei gioia e rimorso.

Impossibile per noi amarti senza sentire una mano dentro prenderci le viscere.


Gesù non era l’atteso messia potente,
lui insegnava il perdono
e l’amore ai nemici;
quasi un anti-messia.

E invece Pietro dichiara:
tu sei il messia,
sei mano di Dio,
sei la sua carezza di libertà.
Sei figlio del Dio vivente,
colui che fa viva la vita
e la fa fiorire,
sei fontana da cui sgorga vita inesauribile
.

E poi il contrappasso, bellissimo:

Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei.
Tu sei pietra fondante!


Chi sono io veramente?

Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci faccia da specchio, come Pietro aiutato da Gesù a decifrarsi, ad amarsi:

quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui si vergognava, sarebbe poi servita al messia, per amarla.


Ti darò le chiavi del Regno,
del mondo nuovo come Dio lo sogna,
in questa vita.

Non solo Pietro ha le chiavi,
ma ogni credente,
con fatiche e povertà,
può fare come Dio: perdonare,
trasfigurare il dolore, calarsi nel prossimo,
tutte cose divine che trasformano il mondo.

Sono forse anch’io una piccola roccia?

Sono forse solo un piccolo sasso aguzzo?

Eppure per lui nessuna piccola pietra è inutile.


Qualcosa sarò, Signore,
se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.

E come Pietro ancora e sempre ti dirò:

Signore… ma dove vuoi che io vada, se non da te?
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Anche a me,
con il mio temperamento a caso,
Gesù dice:
ti darò le chiavi.

Sarai tu una presenza trasfigurante,
anche nelle esperienze più dure,
più impure,
più alterate dell’uomo.

Chiavi per aprire cuori.

Chiavi per spalancare finestre di cielo sopra ogni vita.

https://youtu.be/H0LucYCz75U?si=SBPAn9e1fTrEphQM
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