ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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TUTTI INVITATI,
TUTTI SULLA STRADA,
COME I DODICI


Vangelo che mette con le spalle al muro.
Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui.

E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere!

O di Geremia:
sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche.

Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci).
Allora vado bene anch’io.

Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta?
Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita.

Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”.

Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone.

​Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità.

Ma così arriva il vangelo?
Così è venuto Cristo,
senza denaro,
senza borsa,
nudo sulla croce.

Aveva solo un bastone,
il legno della croce, piantato a sorreggere.

Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri.
Il come si vive, è la vita. Prima si è visti,
poi si è ascoltati.

In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù.
Lui porteranno in giro per le strade.

Riassumo in due linee questo vangelo:
l’economia della piccolezza e quella della strada.

La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda.

Quella di Abele,
delle donne sterili e madri,
di Giuseppe venduto dai fratelli,
di Amos e Geremia,
della stalla di Betlemme,
dei “beati i poveri”,
del granello di senape,
dei 12 che vanno senza niente fra le cose.

L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove
la grandezza vede solo piccoli contadini.

E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova.

Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai.

E i Dodici vanno,
più piccoli dei piccoli;
li ha messi sulla strada che non si ferma,
che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita.

Vanno,
profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito;
ripulito dai demoni
che invecchiano il cuore giovane della vita.
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GIOVANNI É IL MARTIRE DELLA LUCE

Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza alla luce
.

A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce che per ore e ore accarezza le cose,
e non si stanca
.

Non quella infinita,
lontana luce che abita nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.

Giovanni è il martire della luce,
testimone che l'avvicinarsi di Dio trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo
,
non per abbagliare,
ma per risvegliare le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.

Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.

Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista:

annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi
,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
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SULLA SPALLA DI DIO

Da quel pellegrinaggio fatto a due a due, i dodici sono tornati. E il successo è evidente: così tanta gente che non avevano neppure il tempo di mangiare. E Gesù li vede stanchi.

Annunciare stanca. Farlo con cuore e senza mezzi stanca anche di più.

Abbiamo una malattia tutta cattolica che è quella di essere eroici, di non mostrare mai cedimenti, mai crepe, di essere sempre sul pezzo.

Il vangelo di oggi dice altro: c’è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove, ciechi, eppure Gesù, invece di buttare i discepoli dentro il vortice del dolore cosa fa? Li porta via con sè, per insegnar loro qualcosa.

Questo meraviglioso vangelo rivela la prima delle tre cose che Dio vuole per noi: lui vuole persone felici, non cerca eroi.

Andiamo a riposarci un po’.
Non dice ai dodici: andiamo a pregare o a ripassare la lezione. No, andiamo in vacanza!

Andiamo a fare semplicemente le creature, senza uno scopo, e la vita si prenderà cura di noi.

Sbarcano e subito sono circondati da più gente di prima. Addio silenzio, finita la pace, tutti i programmi saltati.

Il progetto era sacrosanto. Andiamo a tirare il fiato, e Dio non glielo lascia fare. C’è di che innervosirsi.

Ed ecco che Gesù anziché dare la priorità al programma dà la priorità alle persone: sappi che tu vali più dei programmi, perfino di quelli di Dio.

Il motivo è detto in queste due parole: Gesù prova compassione.
Il termine indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro, un male allo stomaco.

La prima sua reazione è provare dolore per il dolore del mondo. Tutto quello che segue deriva da questo.

Gesù chiama i dodici e affida loro questo suo sentimento che dovranno preservare, custodire, salvare.

Devono imparare le viscere di Dio, ed è la seconda cosa che Lui vuole per noi.

Se c’è, fra noi, gente che sa ancora provare compassione davanti al dolore dell’uomo e della donna, allora c’è ancora speranza per il mondo.

Terzo atto della sinfonia della vita. Gesù vede, prova compassione e parla: si mise a insegnare molte cose.
Forse abbiamo dimenticato che c’è una vita profonda in noi, e Gesù la raggiunge, e allora è come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via.

La risposta di Gesù alla folla dolente che lo assedia non sono miracoli o guarigioni, sono gli apostoli, inviati a prendersi cura;
sono io,
siamo noi,
se abbiamo imparato il cuore di Dio.

Dio vide ciò che aveva fatto: bello! Lo amò, e poté riposarsi. Amare riposa!

Andiamo in vacanza con Dio! Proviamo a riposare con lui: una preghiera al mattino, un piccolo brano, un silenzio breve ma intensamente cercato. Cerchiamo un luogo in cui posare la testa sulla spalla di Dio.

È il grande insegnamento di quel giorno: impariamo uno sguardo che abbia commozione e tenerezza, e poi le parole di cura nasceranno.
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LUI SULLA MIA BARCA
Luca 5,1-10

Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure chiedersi dove Gesù li avrebbe condotti.

Lo seguono in piena incoscienza.
Perché il motivo di tutto è solo lui, quel Rabbi dalle parole folgoranti.

Allontanati da me, aveva detto Pietro; e alla fine si allontanano ma insieme, verso un altro mare, lasciando sulla riva le barche riempite fino all’orlo dal miracolo.
Sono i ‘futuri di cuore’.

Tutto è cominciato con una notte buttata,
le reti vuote,
la fatica inutile.

E Gesù in piedi vede.
Vede ‘due barche’, dice il vangelo, ma io credo che veda tutta la delusione e la tristezza del mondo sui volti dei pescatori, che in disparte lavano le reti vuote.

Il maestro parla con linguaggio universale e immagini semplicissime, non dal pinnacolo del tempio ma dalla barca di un pescatore di Cafarnao. Non da luoghi sacri,
ma da un angolo umanissimo e laico,
in mezzo alle attività umane, 
non padrone,
ma ospite dello spazio umano
,
delle periferie,
delle attese,
delle delusioni.

Gesù di fronte a uomini in crisi, per un pescatore non pescare è la crisi d’identità, usa tutta la sua sapienza e delicatezza: prega Simone di staccarsi un po’ dalla riva.  

Sale sulla barca di Simone e lo prega: notiamo la finezza del verbo scelto da Luca.

Così il maestro sale sulla barca della mia vita
e mi prega di ripartire
con quel poco che ho, con quel poco che so fare,
per affidarmi un nuovo mare
.

Prendi il largo e getta le tue reti.
Sulla tua parola le getterò
.

Simone si fida e si avvia il miracolo. Una quantità enorme di pesci, una quantità di giorni pieni di pane e di luce per lui e per tutti coloro che sulla sua parola getteranno le reti.

Un prodigio.
Un segno
.  

Simone ha paura: Allontanati da me, perché sono un peccatore.

Gesù sull’acqua del lago ha una reazione bellissima. Lui, il grande pescatore di uomini, alle parole di Simone non risponde
“non sei peggio degli altri”,
non giudica,
non condanna,
ma neppure assolve.

A lui non interessa giudicare neppure in vista di una assoluzione,
a lui interessa il frutto,
la pesca abbondante,
la fecondità della vita
e non la purezza fondamentalista.

Mette oro nelle ferite.
Gesù pronuncia una parola solenne e inattesa:
non temere,
d’ora in avanti tu sarai...

e il futuro conta più del presente,
più del passato,
d’ora in avanti cercherai uomini,
raccoglierai vite per la vita.

E il bene possibile domani vale più del male di ieri e di oggi.

Io non sono che un perdonato,
uno che non ha preso niente,
ma che ora sulla tua parola getterà le reti ancora.

Sono il primo dei paurosi, l’ultimo dei coraggiosi,
ma d’ora in avanti qualcosa sarò, Signore,
se la tua grazia farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
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GESÙ
eri sicuro di trovarlo sui problemi di frontiera dell'uomo,

in ascolto del grido della terra,

all'incontro con gli ultimi, attraversando con loro i territori delle lacrime e della malattia:

dove giungeva,
in villaggi
o città
o campagne,
gli portavano i malati
e lo supplicavano
di poter toccare
almeno il lembo del suo
mantello
.

E quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,56).

Da qui veniva Gesù, portava negli occhi il dolore dei
corpi e delle anime

e l'esultanza incontenibile dei guariti.
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È NECESSARIO MOLTO CUORE PER ASCOLTARE I SILENZI DI DIO

Gesù, dove giungeva,
portava negli occhi
il dolore dei corpi e delle anime e l'esultanza incontenibile dei guariti.

E ora farisei e scribi vorrebbero rinchiuderlo dentro piccolezze come mani lavate o no, questioni di stoviglie e di oggetti!

Si capisce come la replica di Gesù sia dura:

ipocriti!
Voi avete il cuore lontano!


Il rischio del cuore lontano ci porta tutti alla falsa religione:

emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, e non saper pregare;

amare la liturgia dei fiori, l'incenso,
i marmi antichi
e non «soccorrere il dolore di orfani e vedove»;

volere segni esterni del cristianesimo e non viverlo.

Per Gesù il Regno inizia con l'analisi del cuore, luogo dove si ama la verità, dove nascono le azioni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove Dio seduce

La polemica è costruita su una coppia di contrari,
fuori e dentro:

Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando possa contaminarlo”.

Lui propone la religione dell'interiorità che scardina ogni pregiudizio riguardo il puro o l'impuro.

Il suo messaggio è che il mondo è buono,
che ogni cosa è illuminata!

Che sei libero da tutto ciò che è apparenza.
Che hai il sacro dovere di custodire con cura il tuo cuore,
perché è la sola fonte della vita.

Via le sovrastrutture,
i formalismi vuoti,
tutto ciò che è cascame culturale.

Apri il Vangelo ed ecco una boccata d'aria fresca dentro l'afa pesante dei soliti, ovvii discorsi:
ogni cosa è pura, sempre.

Io e te,
il cielo,
la terra,
ogni essere,
il corpo dell'uomo
e della donna.

E solo il cuore può rendere pure o impure le cose,
solo lui può sporcarle o illuminarle.

Ma dentro l'uomo c'è di tutto,
radici di veleno e frutti di luce,
campi seminati di buon grano ed erbe malate,
oceani che minacciano la vita e che la generano.

Che cosa, io, ne farò uscire?

Decisivo è rompere le zolle di durezza,
le intolleranze,
le linee oscure,
le maschere vuote
.

Io evangelizzo il mio intimo quando a un pensiero dico: tu sei secondo Cristo,
e ti accolgo,
anzi ti benedico
;

a un altro invece dico:
tu non lo sei e non ti accolgo,
non ti do la mia casa,
non ti lascio sedere sul trono del mio cuore
.

Nell'arte di coltivare se stessi, l'istintività va conosciuta e incanalata.

Se fai uscire segnali di morte non sei «spontaneo e autentico» come ti illude una falsa psicologia, ma avveleni le tue relazioni.

Non far uscire «prostituzioni,
furti,
omicidi,
adulteri,
inganno,
invidia,
calunnia,
superbia,
stupidità».

Non dare loro libertà,
non permettere loro di abitare la terra!


Manda attorno solo segnali di vita, e, nel silenzio, sentirai il tuo cuore vicino.

È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
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LA SORGENTE É PURA, MA HA BISOGNO DELLA TUA CURA

La nostra sorgente è sana
.

L’uomo non è cattivo, solo che si sbaglia facilmente. Ma non esiste vicenda umana senza un grammo di luce:

perché ogni cosa è “tôv”, bella e buona, illuminata
.

L’intero creato è un atto d’amore sussurrato.

Che aria di libertà!
Apri il vangelo e senti che ti riporta a casa.
Senti una boccata d’aria fresca dentro l’afa pesante dei soliti, piccoli discorsi, uno spruzzo d’acqua fresca e buona come l’essenziale.

Qual è la differenza tra superfluo ed essenziale?

Non ho più dimenticato un antico professore che me lo spiegava così:

superfluo è tutto ciò che va dalla pelle in fuori;

essenziale è tutto ciò che va dalla pelle in dentro.

I farisei andavano dalla pelle in fuori: lava, pulisci risciacqua, spolvera.

Gesù va dalla pelle in dentro.
Ritorna al tuo cuore: per quasi mille volte nella Bibbia ricorre il termine cuore, che non indica la sede dei sentimenti o delle emozioni, ma il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte.

Dove si è felici o no.
Dove ci sono campi di grano e anche erbe cattive.

Gesù vuole evangelizzare il cuore, far scendere vangelo sulle nostre zolle di durezza e sui desideri oscuri.

Tu non concederai loro il diritto di sedere alla tua tavola, non permettere loro di galoppare sulle praterie del tuo cuore, perché tracciano strade di morte.

Evangelizzare significa far scendere sul cuore un messaggio felice, e quello di Gesù ribadisce che la sorgente è pura, ma ha bisogno della tua cura.

Custodisci con ogni cura il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Proverbi 4,23)

Bellissimo compito profetico:
chiamati tutti a bypassare tanta polvere,
tanto fumo,
tanta apparenza
.

Liberiamo la Parola di Dio dai sequestri anche ecclesiastici, da regoline, da piccolezze polverose che rubano luce al messaggio, e il vangelo ci darà ali per volare su un mondo bello, su un mondo nato buono.
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VIENE

Giorno per giorno,
continuamente,
adesso
Dio viene.

Anche se non lo vedi,
viene.

Anche se non te ne accorgi
é in cammino
su tutte le strade
.

Ed è bello pensare
a un mondo
riempito di orme di
Dio.

https://youtu.be/78KM7ORb3PI?si=Ow1K0YP-XhySjmLm
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MANCANO OPERAI DEL BELLO

La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.

Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano.

Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono.

C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento:

il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.

Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace.

Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato.
Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.

Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.

A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose.

I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti.

Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà.

La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).
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IL MIRACOLO DEL DONO

Giorno del pane
che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai
.

E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.

Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli. Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.

Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.

Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.

Il racconto è pieno di simboli bellissimi:

è ormai primavera;
c’è molta erba che richiama i pascoli
e il Salmo del buon pastore;

c’è il monte grande simbolo della casa di Dio;
è vicina la Pasqua
ci sono i numeri:

cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza;

c’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo;

e c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto, una primizia d’uomo.

Un Vangelo pieno d’inizi
e di gemme che fioriscono, per grazia.

Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha, senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.

Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.

Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito (Miguel de Unamuno).

Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti (D. M. Turoldo
).

Prese i pani,
ringraziò,
diede
.

Ricevimi,
donami,
donandomi
mi otterrai di nuovo” (Rig Veda)
.

L'uomo può solo ricevere
la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare, benedire,
donare
.

E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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BEATI VOI POVERI
 
Un vangelo potente e inarrivabile.
Da oltre cinquant’anni lotto con questo vangelo e mi sfugge sempre.

Le parole che cerco di allineare sono come uccellini che sbattono contro le pareti della gabbia, a dire poco più del nulla che capiamo di queste parole immense.

Sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri”, aveva detto nella sinagoga.

Ed eccolo qui, il miracolo:
beati voi poveri.

Il luogo della felicità è Dio, ma il luogo di Dio sono le infinite croci degli uomini.

E aggiunge alla fine un’antitesi abbagliante: non sono i poveri il problema del mondo, ma i ricchi: guai a voi ricchi.

Sillabe sospese tra sogno e miracolo, osate, prima ancora che da Gesù, da sua madre nel canto del Magnificat: “ha saziato gli affamati di vita, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. (Lc 1,53).

Questi oracoli profetici, anzi più-che-profetici, quel “beati” che contiene pienezza,
felicità,
completezza,
grazia,
incollato a persone affamate e in lacrime,
a poveracci,
a disgraziati,
ai bastonati dalla vita,
ci obbliga a un capovolgimento di prospettiva,

a guardare la storia con gli occhi dei poveri e dei piccoli, non con quelli dei ricchi e dei potenti, altrimenti non cambierà mai niente.

E ci saremmo aspettati: “beati voi poveri perché ci sarà un capovolgimento, un’alternanza, diventerete voi i signori”. No!

Il progetto di Dio è più profondo.
C’è di mezzo il Regno dei cieli, che non è il paradiso o l’al di là, ma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani.

Il mondo non appartiene a chi se ne impossessa o lo compra, ma a chi lo rende migliore. E non sarà reso migliore da coloro che hanno accumulato più denaro.

Beati voi...
Il vangelo più alternativo che si possa pensare,
il manifesto più stravolgente e contromano.

Eppure, al tempo stesso, senti che è amico della vita, vangelo amico.
Perché le beatitudini non sono un comandamento, un ordine da eseguire, ma il cuore dell’annuncio di Gesù: la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore,
Dio regala gioia a chi costruisce pace.

In esse è l’inizio della guarigione del cuore, perché il cuore guarito sia l’inizio della guarigione del mondo.

Guai a voi,
ricchi,
sazi,
gaudenti,
famosi
.

I quattro “guai” ci inquietano un po’, ma non sono delle maledizioni: Dio non maledice le sue creature, mai, la sua è la voce della tristezza del padre in pena per i figli che si stanno perdendo.

Guai” non suona come una minaccia, ma come il gemito dei lamenti funebri, il singhiozzo del pianto su chi appare come morto.

Guai”: e vi sento dentro il lamento di Gesù, che piange i ricchi e i sazi come coloro che si sono sbagliati su ciò che è vita e ciò che non lo è; e sono diventatigli idolatri del vuoto, gli amanti del nulla.

E gli idoli sono crudeli, spietati: divorano i loro stessi adoratori.
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