PERLA DELLA CREAZIONE É L’UOMO LIBERO
Gesù é venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali.
É qui con il fuoco
per bruciare ciò che inganna,
per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli bugiardi:
potere,
denaro,
successo,
paure,
depressioni,
egoismi.
È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui!
Tace e se ne va questo mondo illuso,
dal cuore sbagliato.
Va in rovina,
come aveva sognato Isaia.
E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie
ed ecco le perle.
Nel conflitto eterno
tra il mio cuore d’ombra e luce,
Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia,
colpo d’ala,
respiro che dilata,
vento che sospinge,
tarlo o bruco che rode la mia falsa pace,
e fa volare la farfalla sul mondo.
Perla della creazione è l’uomo libero,
uomo dalla vita grande.
Lo sarò anch’io,
se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto,
mio incanto e mia dolcezza.
Gesù é venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali.
É qui con il fuoco
per bruciare ciò che inganna,
per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli bugiardi:
potere,
denaro,
successo,
paure,
depressioni,
egoismi.
È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui!
Tace e se ne va questo mondo illuso,
dal cuore sbagliato.
Va in rovina,
come aveva sognato Isaia.
E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie
ed ecco le perle.
Nel conflitto eterno
tra il mio cuore d’ombra e luce,
Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia,
colpo d’ala,
respiro che dilata,
vento che sospinge,
tarlo o bruco che rode la mia falsa pace,
e fa volare la farfalla sul mondo.
Perla della creazione è l’uomo libero,
uomo dalla vita grande.
Lo sarò anch’io,
se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto,
mio incanto e mia dolcezza.
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UNA MANO CHE TI PRENDE PER MANO
C’è una casa a Cafarnao, dove la morte ha messo il nido.
Una dimora importante, quella del capo della sinagoga, eppure impotente a garantire la vita di una bambina.
Giairo ha preso il mantello ed è uscito, ha camminato in cerca di Gesù, e Gesù interrompe ciò che sta facendo e si mette a camminare con lui. Sulle frontiere tra la vita e la morte.
Stare con il dolore degli altri diventa uno dei gesti cristiani più rivoluzionari.
Perché il dolore,
il dolore innocente?
I figli di tanti Giairo muoiono in un’età in cui invece è d’obbligo fiorire, non soccombere.
Eppure Gesù non dà una risposta, dà altro:
il dolore non domanda spiegazioni, ma condivisione: “e andò con lui”.
“Non temere, soltanto continua ad aver fede”, quella che ti ha fatto uscire di casa in cerca di aiuto e di ascolto.
Ma come è possibile non temere, non essere nella paura quando la morte si è portata via il mio sole?
Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede, atto umanissimo che tende alla vita!
Che dice: ho bisogno, mi fido, mi affido. Sulla tua parola getterò le reti, anzi:
nelle tue mani getto la vita!
Giunsero alla casa e vide gente che piangeva e gridava. disse loro:
“Perché piangete?
Non è morta, ma dorme”.
Coloro che noi chiamiamo ‘morti’ dormono a questa vita nostra, ma in realtà sono stati presi per mano e si sono alzati, come la bimba di Giairo.
Lo deridono.
Con quella derisione con cui dicono anche a noi: ma tu credi alla resurrezione? Ti illudi, non c’è niente dopo la morte.
Ma la fede assicura che Dio è dei vivi e non dei morti, che dire Dio è dire risurrezione.
Gesù cacciò tutti fuori di casa. Caccia via quelli che non credono che Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Gesù prende con sé il padre e la madre.
Li prende con sé perché il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.
La vita finisce ma l’amore no. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Ogni bambino, dice alla mamma: tu non morirai mai!
Ed entrò dove era la bambina.
E non è solo la stanzetta interna della casa, è la stanza più oscura del mondo, quella senza luce:
l’esperienza della morte, dove anche Gesù entrerà, per essere come noi.
Poi la prende per mano. Dio non è un dito puntato, ma una mano che ti prende per mano.
E mostra che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare.
Toccare le loro lacrime.
E le disse: “Talità kum. Bambina alzati”.
Tocca a te farlo:
rimettiti in piedi,
sulle tue gambe,
con le tue risorse.
Qualunque sia il dolore che portiamo dentro, qualunque sia la morte che ci assedia, il Signore ripete: alzati!
E subito la bambina si alzò e camminava.
Restituita all’abbraccio dei suoi,
a una vita incamminata e verticale.
Là dove ci siamo fermati, Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere la benedizione delle antiche parole: Talità kum, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi.
E aggiunge:
datele da mangiare,
nutrite di sogni,
di carezze e di fiducia
il suo rinato cuore bambino.
E ci rialzerà tutti, trascinandoci su,
in alto,
dentro la sua risurrezione.
C’è una casa a Cafarnao, dove la morte ha messo il nido.
Una dimora importante, quella del capo della sinagoga, eppure impotente a garantire la vita di una bambina.
Giairo ha preso il mantello ed è uscito, ha camminato in cerca di Gesù, e Gesù interrompe ciò che sta facendo e si mette a camminare con lui. Sulle frontiere tra la vita e la morte.
Stare con il dolore degli altri diventa uno dei gesti cristiani più rivoluzionari.
Perché il dolore,
il dolore innocente?
I figli di tanti Giairo muoiono in un’età in cui invece è d’obbligo fiorire, non soccombere.
Eppure Gesù non dà una risposta, dà altro:
il dolore non domanda spiegazioni, ma condivisione: “e andò con lui”.
“Non temere, soltanto continua ad aver fede”, quella che ti ha fatto uscire di casa in cerca di aiuto e di ascolto.
Ma come è possibile non temere, non essere nella paura quando la morte si è portata via il mio sole?
Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede, atto umanissimo che tende alla vita!
Che dice: ho bisogno, mi fido, mi affido. Sulla tua parola getterò le reti, anzi:
nelle tue mani getto la vita!
Giunsero alla casa e vide gente che piangeva e gridava. disse loro:
“Perché piangete?
Non è morta, ma dorme”.
Coloro che noi chiamiamo ‘morti’ dormono a questa vita nostra, ma in realtà sono stati presi per mano e si sono alzati, come la bimba di Giairo.
Lo deridono.
Con quella derisione con cui dicono anche a noi: ma tu credi alla resurrezione? Ti illudi, non c’è niente dopo la morte.
Ma la fede assicura che Dio è dei vivi e non dei morti, che dire Dio è dire risurrezione.
Gesù cacciò tutti fuori di casa. Caccia via quelli che non credono che Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Gesù prende con sé il padre e la madre.
Li prende con sé perché il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.
La vita finisce ma l’amore no. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Ogni bambino, dice alla mamma: tu non morirai mai!
Ed entrò dove era la bambina.
E non è solo la stanzetta interna della casa, è la stanza più oscura del mondo, quella senza luce:
l’esperienza della morte, dove anche Gesù entrerà, per essere come noi.
Poi la prende per mano. Dio non è un dito puntato, ma una mano che ti prende per mano.
E mostra che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare.
Toccare le loro lacrime.
E le disse: “Talità kum. Bambina alzati”.
Tocca a te farlo:
rimettiti in piedi,
sulle tue gambe,
con le tue risorse.
Qualunque sia il dolore che portiamo dentro, qualunque sia la morte che ci assedia, il Signore ripete: alzati!
E subito la bambina si alzò e camminava.
Restituita all’abbraccio dei suoi,
a una vita incamminata e verticale.
Là dove ci siamo fermati, Dio continua a farci ripartire.
E ripete su ogni essere la benedizione delle antiche parole: Talità kum, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi.
E aggiunge:
datele da mangiare,
nutrite di sogni,
di carezze e di fiducia
il suo rinato cuore bambino.
E ci rialzerà tutti, trascinandoci su,
in alto,
dentro la sua risurrezione.
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NON MANCANO I PROFETI, MANCA L’ASCOLTO
Dio prende da parte il suo profeta Ezechiele e gli parla duro:
tu vai!
Lo so che sono un popolo dal cuore duro,
ma tu profetizza,
ascoltino o non ascoltino.
Introduzione forte e diretta al vangelo del ritorno di Gesù a Nazaret, dove si conoscono tutti.
Nazaret è il nostro paese.
Io sono Nazaret:
ho detto qualche volta “sì” a Dio
e tante volte “no” al vangelo.
“Ma non è il falegname? Ma che cos’ha da mettersi a fare il maestro?
E cosa ha da toccare i malati con quelle mani, che sanno solo riconoscere i nodi del legno?”
E si scandalizzavano di lui.
Di lui, andato a vivere come un senza fissa dimora, un vagabondo che non sa neanche mantenersi.
Gesù, rabbi senza titoli e con i calli alle mani, si è messo a raccontare Dio con parabole nuove, che sanno di casa e di terra, dove un grano di senape diventa rivelazione.
Ma che cosa li scandalizza?
L’umiltà di Dio.
Non può essere questo il nostro Dio.
Dov’è la gloria e lo splendore dell’Altissimo che tuonava sul Sinai?
Questo Dio che viene a tavola con noi.
Anzi di più, siede in mezzo a malati e peccatori, pubblicani e indemoniate.
Lo scandalo della misericordia.
E Gesù lo sa:
un profeta non è disprezzato che in casa sua.
Non disprezziamo mai quelli di casa!
C’è il cromosoma di Dio, in tutte le nostre case. Ascoltiamoci!
Ascoltare non è sentire, che è un fatto sensoriale, ascoltare è un fatto di cuore.
Si ascolta come bambini o come innamorati. E noi troviamo mille scuse, anziché aprirci all’ascolto.
E Dio invece si stupisce: con Ezechiele,
con i paesani,
con me.
Siamo circondati da profeti, magari piccoli.
E come gli abitanti di Nazaret, sprechiamo i nostri profeti quotidiani, senza ascoltare l’inedito di Dio.
Non mancano i profeti, manca l’ascolto!
Siamo tutti sillabe di Dio. Ma chi ascoltare? Da chi imparare?
C’è un criterio: ascoltiamo chi ci aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè nella capacità di stupore infinito.
E non quelli che ci mettono lacci alla vita, ma quelli che ci daranno ulteriori ali e la visione di nuovi cieli e una terra nuova.
I buoni maestri ci sono!
La risposta di Gesù al rifiuto dei suoi paesani è bellissima:
né rancore,
né condanna,
tanto meno si deprime per un insuccesso,
ma apre una meraviglia che rivela il cuore di luce di Dio:
“Solo impose le mani a pochi malati e li guarì”.
È rifiutato ma si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.
L’innamorato respinto continua ad amare, anche senza contraccambio.
Di noi Dio non è stanco:
è solo qualche volta meravigliato.
Dio prende da parte il suo profeta Ezechiele e gli parla duro:
tu vai!
Lo so che sono un popolo dal cuore duro,
ma tu profetizza,
ascoltino o non ascoltino.
Introduzione forte e diretta al vangelo del ritorno di Gesù a Nazaret, dove si conoscono tutti.
Nazaret è il nostro paese.
Io sono Nazaret:
ho detto qualche volta “sì” a Dio
e tante volte “no” al vangelo.
“Ma non è il falegname? Ma che cos’ha da mettersi a fare il maestro?
E cosa ha da toccare i malati con quelle mani, che sanno solo riconoscere i nodi del legno?”
E si scandalizzavano di lui.
Di lui, andato a vivere come un senza fissa dimora, un vagabondo che non sa neanche mantenersi.
Gesù, rabbi senza titoli e con i calli alle mani, si è messo a raccontare Dio con parabole nuove, che sanno di casa e di terra, dove un grano di senape diventa rivelazione.
Ma che cosa li scandalizza?
L’umiltà di Dio.
Non può essere questo il nostro Dio.
Dov’è la gloria e lo splendore dell’Altissimo che tuonava sul Sinai?
Questo Dio che viene a tavola con noi.
Anzi di più, siede in mezzo a malati e peccatori, pubblicani e indemoniate.
Lo scandalo della misericordia.
E Gesù lo sa:
un profeta non è disprezzato che in casa sua.
Non disprezziamo mai quelli di casa!
C’è il cromosoma di Dio, in tutte le nostre case. Ascoltiamoci!
Ascoltare non è sentire, che è un fatto sensoriale, ascoltare è un fatto di cuore.
Si ascolta come bambini o come innamorati. E noi troviamo mille scuse, anziché aprirci all’ascolto.
E Dio invece si stupisce: con Ezechiele,
con i paesani,
con me.
Siamo circondati da profeti, magari piccoli.
E come gli abitanti di Nazaret, sprechiamo i nostri profeti quotidiani, senza ascoltare l’inedito di Dio.
Non mancano i profeti, manca l’ascolto!
Siamo tutti sillabe di Dio. Ma chi ascoltare? Da chi imparare?
C’è un criterio: ascoltiamo chi ci aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè nella capacità di stupore infinito.
E non quelli che ci mettono lacci alla vita, ma quelli che ci daranno ulteriori ali e la visione di nuovi cieli e una terra nuova.
I buoni maestri ci sono!
La risposta di Gesù al rifiuto dei suoi paesani è bellissima:
né rancore,
né condanna,
tanto meno si deprime per un insuccesso,
ma apre una meraviglia che rivela il cuore di luce di Dio:
“Solo impose le mani a pochi malati e li guarì”.
È rifiutato ma si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.
L’innamorato respinto continua ad amare, anche senza contraccambio.
Di noi Dio non è stanco:
è solo qualche volta meravigliato.
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Dov'è la gloria e lo splendore dell'Altissimo che tuonava sul Sinai?
https://youtu.be/jWE8ta_0wmo?si=3ziEIGgOKyjKkHMo
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Lo scandalo della misericordia
La risposta di Gesù al rifiuto dei suoi paesani è bellissima:
né rancore, né condanna, tanto meno si deprime per un insuccesso.
É rifiutato ma si fa ancora guarigione,
anche di pochi, anche di uno solo.
né rancore, né condanna, tanto meno si deprime per un insuccesso.
É rifiutato ma si fa ancora guarigione,
anche di pochi, anche di uno solo.
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TUTTI INVITATI,
TUTTI SULLA STRADA,
COME I DODICI
Vangelo che mette con le spalle al muro.
Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui.
E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere!
O di Geremia:
sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche.
Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci).
Allora vado bene anch’io.
Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta?
Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita.
Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”.
Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone.
Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità.
Ma così arriva il vangelo?
Così è venuto Cristo,
senza denaro,
senza borsa,
nudo sulla croce.
Aveva solo un bastone,
il legno della croce, piantato a sorreggere.
Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri.
Il come si vive, è la vita. Prima si è visti,
poi si è ascoltati.
In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù.
Lui porteranno in giro per le strade.
Riassumo in due linee questo vangelo:
l’economia della piccolezza e quella della strada.
La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda.
Quella di Abele,
delle donne sterili e madri,
di Giuseppe venduto dai fratelli,
di Amos e Geremia,
della stalla di Betlemme,
dei “beati i poveri”,
del granello di senape,
dei 12 che vanno senza niente fra le cose.
L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove
la grandezza vede solo piccoli contadini.
E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova.
Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai.
E i Dodici vanno,
più piccoli dei piccoli;
li ha messi sulla strada che non si ferma,
che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita.
Vanno,
profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito;
ripulito dai demoni
che invecchiano il cuore giovane della vita.
TUTTI SULLA STRADA,
COME I DODICI
Vangelo che mette con le spalle al muro.
Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui.
E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere!
O di Geremia:
sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche.
Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci).
Allora vado bene anch’io.
Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta?
Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita.
Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”.
Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone.
Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità.
Ma così arriva il vangelo?
Così è venuto Cristo,
senza denaro,
senza borsa,
nudo sulla croce.
Aveva solo un bastone,
il legno della croce, piantato a sorreggere.
Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri.
Il come si vive, è la vita. Prima si è visti,
poi si è ascoltati.
In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù.
Lui porteranno in giro per le strade.
Riassumo in due linee questo vangelo:
l’economia della piccolezza e quella della strada.
La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda.
Quella di Abele,
delle donne sterili e madri,
di Giuseppe venduto dai fratelli,
di Amos e Geremia,
della stalla di Betlemme,
dei “beati i poveri”,
del granello di senape,
dei 12 che vanno senza niente fra le cose.
L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove
la grandezza vede solo piccoli contadini.
E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova.
Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai.
E i Dodici vanno,
più piccoli dei piccoli;
li ha messi sulla strada che non si ferma,
che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita.
Vanno,
profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito;
ripulito dai demoni
che invecchiano il cuore giovane della vita.
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Un Dio che mette le sue mani nella ferita della storia, per guarirla.
https://youtu.be/l_t1qoEi7vU?si=5WUhI-c0wC65Bd7l
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YouTube
Il miracolo del seme
"Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di Giovanni il Battista".
Anch'io, così piccolo, con i miei piccoli gesti,
posso avere la grandezza di un profeta.
Anch'io, così piccolo, con i miei piccoli gesti,
posso avere la grandezza di un profeta.
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GIOVANNI É IL MARTIRE DELLA LUCE
Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza alla luce.
A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce che per ore e ore accarezza le cose,
e non si stanca.
Non quella infinita,
lontana luce che abita nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.
Giovanni è il martire della luce,
testimone che l'avvicinarsi di Dio trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo,
non per abbagliare,
ma per risvegliare le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.
Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.
Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista:
annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza alla luce.
A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce che per ore e ore accarezza le cose,
e non si stanca.
Non quella infinita,
lontana luce che abita nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.
Giovanni è il martire della luce,
testimone che l'avvicinarsi di Dio trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo,
non per abbagliare,
ma per risvegliare le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.
Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.
Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista:
annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
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SULLA SPALLA DI DIO
Da quel pellegrinaggio fatto a due a due, i dodici sono tornati. E il successo è evidente: così tanta gente che non avevano neppure il tempo di mangiare. E Gesù li vede stanchi.
Annunciare stanca. Farlo con cuore e senza mezzi stanca anche di più.
Abbiamo una malattia tutta cattolica che è quella di essere eroici, di non mostrare mai cedimenti, mai crepe, di essere sempre sul pezzo.
Il vangelo di oggi dice altro: c’è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove, ciechi, eppure Gesù, invece di buttare i discepoli dentro il vortice del dolore cosa fa? Li porta via con sè, per insegnar loro qualcosa.
Questo meraviglioso vangelo rivela la prima delle tre cose che Dio vuole per noi: lui vuole persone felici, non cerca eroi.
Andiamo a riposarci un po’.
Non dice ai dodici: andiamo a pregare o a ripassare la lezione. No, andiamo in vacanza!
Andiamo a fare semplicemente le creature, senza uno scopo, e la vita si prenderà cura di noi.
Sbarcano e subito sono circondati da più gente di prima. Addio silenzio, finita la pace, tutti i programmi saltati.
Il progetto era sacrosanto. Andiamo a tirare il fiato, e Dio non glielo lascia fare. C’è di che innervosirsi.
Ed ecco che Gesù anziché dare la priorità al programma dà la priorità alle persone: sappi che tu vali più dei programmi, perfino di quelli di Dio.
Il motivo è detto in queste due parole: Gesù prova compassione.
Il termine indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro, un male allo stomaco.
La prima sua reazione è provare dolore per il dolore del mondo. Tutto quello che segue deriva da questo.
Gesù chiama i dodici e affida loro questo suo sentimento che dovranno preservare, custodire, salvare.
Devono imparare le viscere di Dio, ed è la seconda cosa che Lui vuole per noi.
Se c’è, fra noi, gente che sa ancora provare compassione davanti al dolore dell’uomo e della donna, allora c’è ancora speranza per il mondo.
Terzo atto della sinfonia della vita. Gesù vede, prova compassione e parla: si mise a insegnare molte cose.
Forse abbiamo dimenticato che c’è una vita profonda in noi, e Gesù la raggiunge, e allora è come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via.
La risposta di Gesù alla folla dolente che lo assedia non sono miracoli o guarigioni, sono gli apostoli, inviati a prendersi cura;
sono io,
siamo noi,
se abbiamo imparato il cuore di Dio.
Dio vide ciò che aveva fatto: bello! Lo amò, e poté riposarsi. Amare riposa!
Andiamo in vacanza con Dio! Proviamo a riposare con lui: una preghiera al mattino, un piccolo brano, un silenzio breve ma intensamente cercato. Cerchiamo un luogo in cui posare la testa sulla spalla di Dio.
È il grande insegnamento di quel giorno: impariamo uno sguardo che abbia commozione e tenerezza, e poi le parole di cura nasceranno.
Da quel pellegrinaggio fatto a due a due, i dodici sono tornati. E il successo è evidente: così tanta gente che non avevano neppure il tempo di mangiare. E Gesù li vede stanchi.
Annunciare stanca. Farlo con cuore e senza mezzi stanca anche di più.
Abbiamo una malattia tutta cattolica che è quella di essere eroici, di non mostrare mai cedimenti, mai crepe, di essere sempre sul pezzo.
Il vangelo di oggi dice altro: c’è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove, ciechi, eppure Gesù, invece di buttare i discepoli dentro il vortice del dolore cosa fa? Li porta via con sè, per insegnar loro qualcosa.
Questo meraviglioso vangelo rivela la prima delle tre cose che Dio vuole per noi: lui vuole persone felici, non cerca eroi.
Andiamo a riposarci un po’.
Non dice ai dodici: andiamo a pregare o a ripassare la lezione. No, andiamo in vacanza!
Andiamo a fare semplicemente le creature, senza uno scopo, e la vita si prenderà cura di noi.
Sbarcano e subito sono circondati da più gente di prima. Addio silenzio, finita la pace, tutti i programmi saltati.
Il progetto era sacrosanto. Andiamo a tirare il fiato, e Dio non glielo lascia fare. C’è di che innervosirsi.
Ed ecco che Gesù anziché dare la priorità al programma dà la priorità alle persone: sappi che tu vali più dei programmi, perfino di quelli di Dio.
Il motivo è detto in queste due parole: Gesù prova compassione.
Il termine indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro, un male allo stomaco.
La prima sua reazione è provare dolore per il dolore del mondo. Tutto quello che segue deriva da questo.
Gesù chiama i dodici e affida loro questo suo sentimento che dovranno preservare, custodire, salvare.
Devono imparare le viscere di Dio, ed è la seconda cosa che Lui vuole per noi.
Se c’è, fra noi, gente che sa ancora provare compassione davanti al dolore dell’uomo e della donna, allora c’è ancora speranza per il mondo.
Terzo atto della sinfonia della vita. Gesù vede, prova compassione e parla: si mise a insegnare molte cose.
Forse abbiamo dimenticato che c’è una vita profonda in noi, e Gesù la raggiunge, e allora è come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via.
La risposta di Gesù alla folla dolente che lo assedia non sono miracoli o guarigioni, sono gli apostoli, inviati a prendersi cura;
sono io,
siamo noi,
se abbiamo imparato il cuore di Dio.
Dio vide ciò che aveva fatto: bello! Lo amò, e poté riposarsi. Amare riposa!
Andiamo in vacanza con Dio! Proviamo a riposare con lui: una preghiera al mattino, un piccolo brano, un silenzio breve ma intensamente cercato. Cerchiamo un luogo in cui posare la testa sulla spalla di Dio.
È il grande insegnamento di quel giorno: impariamo uno sguardo che abbia commozione e tenerezza, e poi le parole di cura nasceranno.
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LUI SULLA MIA BARCA
Luca 5,1-10
Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure chiedersi dove Gesù li avrebbe condotti.
Lo seguono in piena incoscienza.
Perché il motivo di tutto è solo lui, quel Rabbi dalle parole folgoranti.
Allontanati da me, aveva detto Pietro; e alla fine si allontanano ma insieme, verso un altro mare, lasciando sulla riva le barche riempite fino all’orlo dal miracolo.
Sono i ‘futuri di cuore’.
Tutto è cominciato con una notte buttata,
le reti vuote,
la fatica inutile.
E Gesù in piedi vede.
Vede ‘due barche’, dice il vangelo, ma io credo che veda tutta la delusione e la tristezza del mondo sui volti dei pescatori, che in disparte lavano le reti vuote.
Il maestro parla con linguaggio universale e immagini semplicissime, non dal pinnacolo del tempio ma dalla barca di un pescatore di Cafarnao. Non da luoghi sacri,
ma da un angolo umanissimo e laico,
in mezzo alle attività umane,
non padrone,
ma ospite dello spazio umano,
delle periferie,
delle attese,
delle delusioni.
Gesù di fronte a uomini in crisi, per un pescatore non pescare è la crisi d’identità, usa tutta la sua sapienza e delicatezza: prega Simone di staccarsi un po’ dalla riva.
Sale sulla barca di Simone e lo prega: notiamo la finezza del verbo scelto da Luca.
Così il maestro sale sulla barca della mia vita
e mi prega di ripartire
con quel poco che ho, con quel poco che so fare,
per affidarmi un nuovo mare.
Prendi il largo e getta le tue reti.
Sulla tua parola le getterò.
Simone si fida e si avvia il miracolo. Una quantità enorme di pesci, una quantità di giorni pieni di pane e di luce per lui e per tutti coloro che sulla sua parola getteranno le reti.
Un prodigio.
Un segno.
Simone ha paura: Allontanati da me, perché sono un peccatore.
Gesù sull’acqua del lago ha una reazione bellissima. Lui, il grande pescatore di uomini, alle parole di Simone non risponde
“non sei peggio degli altri”,
non giudica,
non condanna,
ma neppure assolve.
A lui non interessa giudicare neppure in vista di una assoluzione,
a lui interessa il frutto,
la pesca abbondante,
la fecondità della vita
e non la purezza fondamentalista.
Mette oro nelle ferite.
Gesù pronuncia una parola solenne e inattesa:
non temere,
d’ora in avanti tu sarai...
e il futuro conta più del presente,
più del passato,
d’ora in avanti cercherai uomini,
raccoglierai vite per la vita.
E il bene possibile domani vale più del male di ieri e di oggi.
Io non sono che un perdonato,
uno che non ha preso niente,
ma che ora sulla tua parola getterà le reti ancora.
Sono il primo dei paurosi, l’ultimo dei coraggiosi,
ma d’ora in avanti qualcosa sarò, Signore,
se la tua grazia farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
Luca 5,1-10
Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure chiedersi dove Gesù li avrebbe condotti.
Lo seguono in piena incoscienza.
Perché il motivo di tutto è solo lui, quel Rabbi dalle parole folgoranti.
Allontanati da me, aveva detto Pietro; e alla fine si allontanano ma insieme, verso un altro mare, lasciando sulla riva le barche riempite fino all’orlo dal miracolo.
Sono i ‘futuri di cuore’.
Tutto è cominciato con una notte buttata,
le reti vuote,
la fatica inutile.
E Gesù in piedi vede.
Vede ‘due barche’, dice il vangelo, ma io credo che veda tutta la delusione e la tristezza del mondo sui volti dei pescatori, che in disparte lavano le reti vuote.
Il maestro parla con linguaggio universale e immagini semplicissime, non dal pinnacolo del tempio ma dalla barca di un pescatore di Cafarnao. Non da luoghi sacri,
ma da un angolo umanissimo e laico,
in mezzo alle attività umane,
non padrone,
ma ospite dello spazio umano,
delle periferie,
delle attese,
delle delusioni.
Gesù di fronte a uomini in crisi, per un pescatore non pescare è la crisi d’identità, usa tutta la sua sapienza e delicatezza: prega Simone di staccarsi un po’ dalla riva.
Sale sulla barca di Simone e lo prega: notiamo la finezza del verbo scelto da Luca.
Così il maestro sale sulla barca della mia vita
e mi prega di ripartire
con quel poco che ho, con quel poco che so fare,
per affidarmi un nuovo mare.
Prendi il largo e getta le tue reti.
Sulla tua parola le getterò.
Simone si fida e si avvia il miracolo. Una quantità enorme di pesci, una quantità di giorni pieni di pane e di luce per lui e per tutti coloro che sulla sua parola getteranno le reti.
Un prodigio.
Un segno.
Simone ha paura: Allontanati da me, perché sono un peccatore.
Gesù sull’acqua del lago ha una reazione bellissima. Lui, il grande pescatore di uomini, alle parole di Simone non risponde
“non sei peggio degli altri”,
non giudica,
non condanna,
ma neppure assolve.
A lui non interessa giudicare neppure in vista di una assoluzione,
a lui interessa il frutto,
la pesca abbondante,
la fecondità della vita
e non la purezza fondamentalista.
Mette oro nelle ferite.
Gesù pronuncia una parola solenne e inattesa:
non temere,
d’ora in avanti tu sarai...
e il futuro conta più del presente,
più del passato,
d’ora in avanti cercherai uomini,
raccoglierai vite per la vita.
E il bene possibile domani vale più del male di ieri e di oggi.
Io non sono che un perdonato,
uno che non ha preso niente,
ma che ora sulla tua parola getterà le reti ancora.
Sono il primo dei paurosi, l’ultimo dei coraggiosi,
ma d’ora in avanti qualcosa sarò, Signore,
se la tua grazia farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
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Non temere!
Anche la tua barca va bene per pescare persone che stanno per affogare.
https://youtu.be/bKj9dmTs2C4
Anche la tua barca va bene per pescare persone che stanno per affogare.
https://youtu.be/bKj9dmTs2C4
YouTube
Lui sulla mia barca
Il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti.
Dai difetti di me, pescatore incartato nelle mie paure.
Seguirò i tuoi passi perché tu sei salito sulla barchetta della mia vita.
Dai difetti di me, pescatore incartato nelle mie paure.
Seguirò i tuoi passi perché tu sei salito sulla barchetta della mia vita.
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GESÙ
eri sicuro di trovarlo sui problemi di frontiera dell'uomo,
in ascolto del grido della terra,
all'incontro con gli ultimi, attraversando con loro i territori delle lacrime e della malattia:
dove giungeva,
in villaggi
o città
o campagne,
gli portavano i malati
e lo supplicavano
di poter toccare
almeno il lembo del suo
mantello.
E quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,56).
Da qui veniva Gesù, portava negli occhi il dolore dei
corpi e delle anime
e l'esultanza incontenibile dei guariti.
eri sicuro di trovarlo sui problemi di frontiera dell'uomo,
in ascolto del grido della terra,
all'incontro con gli ultimi, attraversando con loro i territori delle lacrime e della malattia:
dove giungeva,
in villaggi
o città
o campagne,
gli portavano i malati
e lo supplicavano
di poter toccare
almeno il lembo del suo
mantello.
E quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,56).
Da qui veniva Gesù, portava negli occhi il dolore dei
corpi e delle anime
e l'esultanza incontenibile dei guariti.
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È NECESSARIO MOLTO CUORE PER ASCOLTARE I SILENZI DI DIO
Gesù, dove giungeva,
portava negli occhi
il dolore dei corpi e delle anime e l'esultanza incontenibile dei guariti.
E ora farisei e scribi vorrebbero rinchiuderlo dentro piccolezze come mani lavate o no, questioni di stoviglie e di oggetti!
Si capisce come la replica di Gesù sia dura:
ipocriti!
Voi avete il cuore lontano!
Il rischio del cuore lontano ci porta tutti alla falsa religione:
emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, e non saper pregare;
amare la liturgia dei fiori, l'incenso,
i marmi antichi
e non «soccorrere il dolore di orfani e vedove»;
volere segni esterni del cristianesimo e non viverlo.
Per Gesù il Regno inizia con l'analisi del cuore, luogo dove si ama la verità, dove nascono le azioni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove Dio seduce.
La polemica è costruita su una coppia di contrari,
fuori e dentro:
“Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando possa contaminarlo”.
Lui propone la religione dell'interiorità che scardina ogni pregiudizio riguardo il puro o l'impuro.
Il suo messaggio è che il mondo è buono,
che ogni cosa è illuminata!
Che sei libero da tutto ciò che è apparenza.
Che hai il sacro dovere di custodire con cura il tuo cuore,
perché è la sola fonte della vita.
Via le sovrastrutture,
i formalismi vuoti,
tutto ciò che è cascame culturale.
Apri il Vangelo ed ecco una boccata d'aria fresca dentro l'afa pesante dei soliti, ovvii discorsi:
ogni cosa è pura, sempre.
Io e te,
il cielo,
la terra,
ogni essere,
il corpo dell'uomo
e della donna.
E solo il cuore può rendere pure o impure le cose,
solo lui può sporcarle o illuminarle.
Ma dentro l'uomo c'è di tutto,
radici di veleno e frutti di luce,
campi seminati di buon grano ed erbe malate,
oceani che minacciano la vita e che la generano.
Che cosa, io, ne farò uscire?
Decisivo è rompere le zolle di durezza,
le intolleranze,
le linee oscure,
le maschere vuote.
Io evangelizzo il mio intimo quando a un pensiero dico: tu sei secondo Cristo,
e ti accolgo,
anzi ti benedico;
a un altro invece dico:
tu non lo sei e non ti accolgo,
non ti do la mia casa,
non ti lascio sedere sul trono del mio cuore.
Nell'arte di coltivare se stessi, l'istintività va conosciuta e incanalata.
Se fai uscire segnali di morte non sei «spontaneo e autentico» come ti illude una falsa psicologia, ma avveleni le tue relazioni.
Non far uscire «prostituzioni,
furti,
omicidi,
adulteri,
inganno,
invidia,
calunnia,
superbia,
stupidità».
Non dare loro libertà,
non permettere loro di abitare la terra!
Manda attorno solo segnali di vita, e, nel silenzio, sentirai il tuo cuore vicino.
È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
Gesù, dove giungeva,
portava negli occhi
il dolore dei corpi e delle anime e l'esultanza incontenibile dei guariti.
E ora farisei e scribi vorrebbero rinchiuderlo dentro piccolezze come mani lavate o no, questioni di stoviglie e di oggetti!
Si capisce come la replica di Gesù sia dura:
ipocriti!
Voi avete il cuore lontano!
Il rischio del cuore lontano ci porta tutti alla falsa religione:
emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, e non saper pregare;
amare la liturgia dei fiori, l'incenso,
i marmi antichi
e non «soccorrere il dolore di orfani e vedove»;
volere segni esterni del cristianesimo e non viverlo.
Per Gesù il Regno inizia con l'analisi del cuore, luogo dove si ama la verità, dove nascono le azioni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove Dio seduce.
La polemica è costruita su una coppia di contrari,
fuori e dentro:
“Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando possa contaminarlo”.
Lui propone la religione dell'interiorità che scardina ogni pregiudizio riguardo il puro o l'impuro.
Il suo messaggio è che il mondo è buono,
che ogni cosa è illuminata!
Che sei libero da tutto ciò che è apparenza.
Che hai il sacro dovere di custodire con cura il tuo cuore,
perché è la sola fonte della vita.
Via le sovrastrutture,
i formalismi vuoti,
tutto ciò che è cascame culturale.
Apri il Vangelo ed ecco una boccata d'aria fresca dentro l'afa pesante dei soliti, ovvii discorsi:
ogni cosa è pura, sempre.
Io e te,
il cielo,
la terra,
ogni essere,
il corpo dell'uomo
e della donna.
E solo il cuore può rendere pure o impure le cose,
solo lui può sporcarle o illuminarle.
Ma dentro l'uomo c'è di tutto,
radici di veleno e frutti di luce,
campi seminati di buon grano ed erbe malate,
oceani che minacciano la vita e che la generano.
Che cosa, io, ne farò uscire?
Decisivo è rompere le zolle di durezza,
le intolleranze,
le linee oscure,
le maschere vuote.
Io evangelizzo il mio intimo quando a un pensiero dico: tu sei secondo Cristo,
e ti accolgo,
anzi ti benedico;
a un altro invece dico:
tu non lo sei e non ti accolgo,
non ti do la mia casa,
non ti lascio sedere sul trono del mio cuore.
Nell'arte di coltivare se stessi, l'istintività va conosciuta e incanalata.
Se fai uscire segnali di morte non sei «spontaneo e autentico» come ti illude una falsa psicologia, ma avveleni le tue relazioni.
Non far uscire «prostituzioni,
furti,
omicidi,
adulteri,
inganno,
invidia,
calunnia,
superbia,
stupidità».
Non dare loro libertà,
non permettere loro di abitare la terra!
Manda attorno solo segnali di vita, e, nel silenzio, sentirai il tuo cuore vicino.
È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
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LA SORGENTE É PURA, MA HA BISOGNO DELLA TUA CURA
La nostra sorgente è sana.
L’uomo non è cattivo, solo che si sbaglia facilmente. Ma non esiste vicenda umana senza un grammo di luce:
perché ogni cosa è “tôv”, bella e buona, illuminata.
L’intero creato è un atto d’amore sussurrato.
Che aria di libertà!
Apri il vangelo e senti che ti riporta a casa.
Senti una boccata d’aria fresca dentro l’afa pesante dei soliti, piccoli discorsi, uno spruzzo d’acqua fresca e buona come l’essenziale.
Qual è la differenza tra superfluo ed essenziale?
Non ho più dimenticato un antico professore che me lo spiegava così:
superfluo è tutto ciò che va dalla pelle in fuori;
essenziale è tutto ciò che va dalla pelle in dentro.
I farisei andavano dalla pelle in fuori: lava, pulisci risciacqua, spolvera.
Gesù va dalla pelle in dentro.
Ritorna al tuo cuore: per quasi mille volte nella Bibbia ricorre il termine cuore, che non indica la sede dei sentimenti o delle emozioni, ma il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove si è felici o no.
Dove ci sono campi di grano e anche erbe cattive.
Gesù vuole evangelizzare il cuore, far scendere vangelo sulle nostre zolle di durezza e sui desideri oscuri.
Tu non concederai loro il diritto di sedere alla tua tavola, non permettere loro di galoppare sulle praterie del tuo cuore, perché tracciano strade di morte.
Evangelizzare significa far scendere sul cuore un messaggio felice, e quello di Gesù ribadisce che la sorgente è pura, ma ha bisogno della tua cura.
Custodisci con ogni cura il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Proverbi 4,23)
Bellissimo compito profetico:
chiamati tutti a bypassare tanta polvere,
tanto fumo,
tanta apparenza.
Liberiamo la Parola di Dio dai sequestri anche ecclesiastici, da regoline, da piccolezze polverose che rubano luce al messaggio, e il vangelo ci darà ali per volare su un mondo bello, su un mondo nato buono.
La nostra sorgente è sana.
L’uomo non è cattivo, solo che si sbaglia facilmente. Ma non esiste vicenda umana senza un grammo di luce:
perché ogni cosa è “tôv”, bella e buona, illuminata.
L’intero creato è un atto d’amore sussurrato.
Che aria di libertà!
Apri il vangelo e senti che ti riporta a casa.
Senti una boccata d’aria fresca dentro l’afa pesante dei soliti, piccoli discorsi, uno spruzzo d’acqua fresca e buona come l’essenziale.
Qual è la differenza tra superfluo ed essenziale?
Non ho più dimenticato un antico professore che me lo spiegava così:
superfluo è tutto ciò che va dalla pelle in fuori;
essenziale è tutto ciò che va dalla pelle in dentro.
I farisei andavano dalla pelle in fuori: lava, pulisci risciacqua, spolvera.
Gesù va dalla pelle in dentro.
Ritorna al tuo cuore: per quasi mille volte nella Bibbia ricorre il termine cuore, che non indica la sede dei sentimenti o delle emozioni, ma il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte.
Dove si è felici o no.
Dove ci sono campi di grano e anche erbe cattive.
Gesù vuole evangelizzare il cuore, far scendere vangelo sulle nostre zolle di durezza e sui desideri oscuri.
Tu non concederai loro il diritto di sedere alla tua tavola, non permettere loro di galoppare sulle praterie del tuo cuore, perché tracciano strade di morte.
Evangelizzare significa far scendere sul cuore un messaggio felice, e quello di Gesù ribadisce che la sorgente è pura, ma ha bisogno della tua cura.
Custodisci con ogni cura il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Proverbi 4,23)
Bellissimo compito profetico:
chiamati tutti a bypassare tanta polvere,
tanto fumo,
tanta apparenza.
Liberiamo la Parola di Dio dai sequestri anche ecclesiastici, da regoline, da piccolezze polverose che rubano luce al messaggio, e il vangelo ci darà ali per volare su un mondo bello, su un mondo nato buono.
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VIENE
Giorno per giorno,
continuamente,
adesso
Dio viene.
Anche se non lo vedi,
viene.
Anche se non te ne accorgi
é in cammino
su tutte le strade.
Ed è bello pensare
a un mondo
riempito di orme di Dio.
https://youtu.be/78KM7ORb3PI?si=Ow1K0YP-XhySjmLm
Giorno per giorno,
continuamente,
adesso
Dio viene.
Anche se non lo vedi,
viene.
Anche se non te ne accorgi
é in cammino
su tutte le strade.
Ed è bello pensare
a un mondo
riempito di orme di Dio.
https://youtu.be/78KM7ORb3PI?si=Ow1K0YP-XhySjmLm
YouTube
La bella notizia
Dio si avvicina nel tempo e nello spazio.
Alla tua porta, ad ogni risveglio.
Il Regno di Dio è più vicino oggi di ieri.
Vicino come il respiro, come il cuore.
Profumo di vita.
Alla tua porta, ad ogni risveglio.
Il Regno di Dio è più vicino oggi di ieri.
Vicino come il respiro, come il cuore.
Profumo di vita.
❤24👍2🔥2🙏1