ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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COME LA LUCE,
voi siete un istinto di bellezza.
che si posa sulla superficie delle cose,
le accarezza,
e non fa violenza mai,
ne rivela invece forme,
colori
,
armonie e legami.

Così il discepolo-luce
è uno che ogni giorno accarezza la vita

e rivela il bello delle persone,

uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.
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L’ECONOMIA DELLA PICCOLEZZA

Quante volte non troviamo le parole adatte per dire Dio!

E Gesù ci risponde con le parabole. Lo fa con parole laiche, di casa, di orto, di lago, di strada, per raccontarci storie di vita.

Il vangelo di Marco riassume il suo insegnamento con immagini di contadini che si affaticano nell'arte di far nascere, fiorire, fruttificare.

Il contadino nel vangelo è l'anello mancante tra l'uomo e Dio, dove le parabole non sono semplici pretesti per insegnare teologia e morale.

Un albero, le foglioline del fico, il granello di senape diventano una continua rivelazione del divino (Laudato si'), una sillaba del suo messaggio.

Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta, ma sono degne di riceverla perché già benedette, santificate, e noi camminiamo in mezzo a loro come dentro un santuario.

Ezechiele aveva parlato della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano.

Gesù va oltre: parla di un semino di senape con una novità tutta sua: sceglie una pianta mai nominata nel Primo Testamento, nonostante fosse di uso comune.

Gesù sceglie l'economia della piccolezza: mette la senape al posto del cedro del Libano;
l'orto al posto del monte; parlerà di Dio con l'immagine di una chioccia con i suoi pulcini:

è il linguaggio teologico portato al registro più umile, a sovvertire le gerarchie.

Gli ascoltatori di Gesù saranno rimasti sconvolti all'idea che il Regno di Dio ha inizi così piccoli, ma Gesù si concentra sulla crescita dal minuscolo al grande, dai più piccoli germogli alla maturazione in pienezza.

Le sue parole contengono anche un appello alla meraviglia: il Regno diventa un mistero davanti al quale stupirsi.

Prendere sul serio l'economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo.

Ci fa cercare i re di domani tra gli scartati di oggi, ci fa prendere sul serio i giovani e i bambini, e trovare meriti là dove l'economia della grandezza vede solo demeriti.

Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, perché le leggi che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita naturale sono in fondo le stesse.

Spirito e realtà si abbracciano.

Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura essere dono e crescita.

È nella natura di Dio essere eccedenza gratuita.
E anche in quella dell'uomo.

Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; e non per sottrazione, ma sempre per addizione, per aggiunta e incremento, con incrollabile fiducia nei germogli.

Dalle sue parabole sboccia una visione profetica del mondo: la nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, maturare: tutto è fiducia incamminata.
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FEDE É PERSEVERARE NELLE BURRASCHE

La nostra vita è come il mare di Galilea, a volte calmo e a volte in tempesta, ma le nostre instabili e piccole barche sono state costruite non per restare ancorate in porto, ma per prendere il largo.

Siamo tutti naviganti, non possiamo fare a meno di attraversare il lago.

“Passiamo all'altra riva” dice Gesù, e i discepoli accolgono il suo invito e si mettono in barca: e lo presero con sé, così com'era.

Gesù è talmente stanco che nella traversata si addormenta.

Improvvisa sul lago si scatena la tempesta.
E Gesù dorme: affidandosi ai suoi ragazzi, loro sì esperti di lago.

Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti “minacciò il vento, parlò al mare, che assicurano a ciascuno:

mi importa di te,
mi importa la tua vita,
tu sei importante!

Mi importano i passeri del cielo
e tu vali più di molti passeri,
mi importano i gigli del campo
e tu sei più bello di loro.

Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore.

E sono qui.
A farmi argine e confine alla tua paura.
Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime.

La fede non è una assicurazione contro le burrasche della vita;
le tempeste non si evitano e non si fuggono,
si attraversano.

Perché avete così tanta paura?

Dio non è altrove e non dorme.
È già qui,
sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi;
sta nella presa sicura del timoniere;
è nelle mani che svuotano l'acqua che allaga la barca;
negli occhi che scrutano la riva,
nell'ansia che anticipa la luce dell'aurora.

Il Signore salva attraverso persone (R. Guardini).

Dio è presente,
ma a modo suo;
vuole salvarmi,
ma lo fa' chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità,
tutta la forza del cuore e dell'intelligenza.

I discepoli vogliono un Dio che spazzi via le tempeste, e subito!
E invece Dio si fida di loro e li accompagna nel mezzo della burrasca.

Non agisce al posto mio, ma insieme a me;
non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell'oscurità.

Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura.
Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.

Perché avete paura? Non avete ancora fede?

I discepoli hanno fede sì, ma nel Dio che risolve i problemi,
che tappa i buchi della nostra fragilità,
lui invece scava pozzi di coraggio e dignità.

Non avete fede?
Credere nel miracolo non è vera fede; troppo facile, troppo comodo.

Quanta gente ha più fede nei miracoli che in Dio! “No, credere a Pasqua non è vera fede.
Troppo bello sei a Pasqua. Fede vera è al venerdì santo....” (D. M. Turoldo).

Fede è perseverare nella burrasca.
E dopo che ha fatto tutto ciò che poteva
al cristiano si apre lo spazio di un di più,
un qualcosa che Lui solo ha,
una pace sul mare,
il miracolo imprevisto,
il vento che tace,
lo scintillio della fiducia negli altri.

Il di più di Dio,
che non sta in riva al lago ad osservare,
ma è presente nel buio, come granello di luce nella notte,
granello di quiete,
di fiducia,
di bonaccia.
Che inonda di pace perfino le nostre tempeste.
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FESSURA SULL’INFINITO
Lc 2,22-40

Maria e Giuseppe portarono il Bambino al tempio, per presentarlo al Signore.
Una giovane coppia col suo primo bambino porta la povera offerta dei poveri, due tortore, ma anche il più prezioso dono del mondo: un bambino.

Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna: “Che attendevano”, dice Luca, cioè che avevano speranza: perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese (S. Weil).
Quando il discepolo è pronto, il maestro arriva.

Non sono le gerarchie religiose ad accogliere il bambino, ma due laici innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio, il passato che tiene fra le braccia il futuro del mondo.
Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei preti ma dell’umanità.

É Dio che si incarna nelle creature e tracima dovunque, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.

É nostro,
di tutti gli uomini
e di tutte le donne. Appartiene agli assetati,
ai sognatori,
come Simeone
.

A quelli che sanno vedere oltre, come Anna;
a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato.

Dio lo incontri attraverso la tua umanità.

Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che “non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia”. Sono parole che la Bibbia conserva perché le stampiamo nel cuore: anch’io, come Simeone, non morirò senza aver visto il Signore.

Il viaggio non finirà nel nulla, ma in un abbraccio.

Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva della luce,
che è già in atto dovunque
.

L’offensiva del bene che, anche se invisibile,
lievita e fermenta nelle vene del mondo.

Simeone aspettava la consolazione di Israele”. Lui sapeva aspettare, come fa chi ha speranza.

Se attendi, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili. E vedono: “ho visto la luce, da te preparata per tutti!

Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra, un neonato che sa solo piangere e succhiare il latte?

Il sapiente d’Israele ha colto l'essenziale:
la luce di Dio è Gesù,
è carne illuminata,
storia fecondata,
innesto del cielo nella terra
.

La salvezza non è un’opera particolare,
un fatto preciso,
ma è Dio che è venuto,
si è perso nel mondo,
è naufragato negli amori,
si è impigliato nei sorrisi e nelle croci dello sterminato accampamento umano,
si è nutrito anche lui dei nostri nutrimenti umani.
E non se ne andrà più.

Egli è qui per la risurrezione”:
per lui nessuno è perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare da capo e ripartire ad ogni alba.

È qui come una mano che ti prende per mano e ti tira su, sussurrando:
talità kum”,
bambina alzati!
Sorgi, rivivi, risplendi, riprendi la danza della vita.

“Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui”.

Tornarono alla santità,
alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quello del tempio;

alla casa dove arde in appartata fiamma la vita;

alla famiglia che è santa perché l'amore vi celebra la sua festa, e ne fa la più viva fessura sull'infinito.
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PERLA DELLA CREAZIONE É L’UOMO LIBERO

Gesù é venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali.

É qui con il fuoco
per bruciare ciò che inganna,
per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli bugiardi:
potere,
denaro,
successo,
paure,
depressioni,
egoismi.

È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui!
Tace e se ne va questo mondo illuso,
dal cuore sbagliato.

Va in rovina,
come aveva sognato Isaia.

E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie
ed ecco le perle
.

Nel conflitto eterno
tra il mio cuore d’ombra e luce,
Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia,
colpo d’ala,
respiro che dilata,
vento che sospinge,
tarlo o bruco che rode la mia falsa pace,

e fa volare la farfalla sul mondo.

Perla della creazione è l’uomo libero,
uomo dalla vita grande.

Lo sarò anch’io,
se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto,
mio incanto e mia dolcezza.
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UNA MANO CHE TI PRENDE PER MANO

C’è una casa a Cafarnao, dove la morte ha messo il nido.
Una dimora importante, quella del capo della sinagoga, eppure impotente a garantire la vita di una bambina.

Giairo ha preso il mantello ed è uscito, ha camminato in cerca di Gesù, e Gesù interrompe ciò che sta facendo e si mette a camminare con lui. Sulle frontiere tra la vita e la morte.

Stare con il dolore degli altri diventa uno dei gesti cristiani più rivoluzionari.

Perché il dolore,
il dolore innocente?


I figli di tanti Giairo muoiono in un’età in cui invece è d’obbligo fiorire, non soccombere.
Eppure Gesù non dà una risposta, dà altro:
il dolore non domanda spiegazioni, ma condivisione: “e andò con lui”.

Non temere, soltanto continua ad aver fede”, quella che ti ha fatto uscire di casa in cerca di aiuto e di ascolto.

Ma come è possibile non temere, non essere nella paura quando la morte si è portata via il mio sole?

Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede, atto umanissimo che tende alla vita!

Che dice: ho bisogno, mi fido, mi affido. Sulla tua parola getterò le reti, anzi:

nelle tue mani getto la vita!


Giunsero alla casa e vide gente che piangeva e gridava. disse loro:

Perché piangete?
Non è morta, ma dorme
”.

Coloro che noi chiamiamo ‘mortidormono a questa vita nostra, ma in realtà sono stati presi per mano e si sono alzati, come la bimba di Giairo.

Lo deridono.
Con quella derisione con cui dicono anche a noi: ma tu credi alla resurrezione? Ti illudi, non c’è niente dopo la morte.

Ma la fede assicura che Dio è dei vivi e non dei morti, che dire Dio è dire risurrezione.

Gesù cacciò tutti fuori di casa. Caccia via quelli che non credono che Dio inonda di vita anche le strade della morte.

Gesù prende con sé il padre e la madre.
Li prende con sé perché il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.

La vita finisce ma l’amore no. E ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Ogni bambino, dice alla mamma: tu non morirai mai!

Ed entrò dove era la bambina.
E non è solo la stanzetta interna della casa, è la stanza più oscura del mondo, quella senza luce:

l’esperienza della morte, dove anche Gesù entrerà, per essere come noi.

Poi la prende per mano. Dio non è un dito puntato, ma una mano che ti prende per mano.
E mostra che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare.

Toccare le loro lacrime.

E le disse: “Talità kum. Bambina alzati”.

Tocca a te farlo:
rimettiti in piedi,
sulle tue gambe,
con le tue risorse.

Qualunque sia il dolore che portiamo dentro, qualunque sia la morte che ci assedia, il Signore ripete: alzati!

E subito la bambina si alzò e camminava.
Restituita all’abbraccio dei suoi,
a una vita incamminata e verticale
.

Là dove ci siamo fermati, Dio continua a farci ripartire.

E ripete su ogni essere la benedizione delle antiche parole: Talità kum, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi.

E aggiunge:
datele da mangiare,
nutrite di sogni,
di carezze e di fiducia
il suo rinato cuore bambino
.

E ci rialzerà tutti, trascinandoci su,
in alto,
dentro la sua risurrezione.
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NON MANCANO I PROFETI, MANCA L’ASCOLTO

Dio prende da parte il suo profeta Ezechiele e gli parla duro:

tu vai!

Lo so che sono un popolo dal cuore duro,
ma tu profetizza,
ascoltino o non ascoltino
.

Introduzione forte e diretta al vangelo del ritorno di Gesù a Nazaret, dove si conoscono tutti.

Nazaret è il nostro paese.

Io sono Nazaret:
ho detto qualche volta “sì” a Dio
e tante volte “no” al vangelo.

“Ma non è il falegname? Ma che cos’ha da mettersi a fare il maestro?
E cosa ha da toccare i malati con quelle mani, che sanno solo riconoscere i nodi del legno?”


E si scandalizzavano di lui.

Di lui, andato a vivere come un senza fissa dimora, un vagabondo che non sa neanche mantenersi.

Gesù, rabbi senza titoli e con i calli alle mani, si è messo a raccontare Dio con parabole nuove, che sanno di casa e di terra, dove un grano di senape diventa rivelazione.

Ma che cosa li scandalizza?
L’umiltà di Dio.

Non può essere questo il nostro Dio.
Dov’è la gloria e lo splendore dell’Altissimo che tuonava sul Sinai?

Questo Dio che viene a tavola con noi.
Anzi di più, siede in mezzo a malati e peccatori, pubblicani e indemoniate.

Lo scandalo della misericordia.

E Gesù lo sa: 
un profeta non è disprezzato che in casa sua.

Non disprezziamo mai quelli di casa!
C’è il cromosoma di Dio, in tutte le nostre case. Ascoltiamoci!

Ascoltare non è sentire, che è un fatto sensoriale, ascoltare è un fatto di cuore.
Si ascolta come bambini o come innamorati. E noi troviamo mille scuse, anziché aprirci all’ascolto.

E Dio invece si stupisce: con Ezechiele,
con i paesani,
con me.

Siamo circondati da profeti, magari piccoli.
E come gli abitanti di Nazaret, sprechiamo i nostri profeti quotidiani, senza ascoltare l’inedito di Dio. 

Non mancano i profeti, manca l’ascolto!

Siamo tutti sillabe di Dio. Ma chi ascoltare? Da chi imparare?

C’è un criterio: ascoltiamo chi ci aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè nella capacità di stupore infinito.
E non quelli che ci mettono lacci alla vita, ma quelli che ci daranno ulteriori ali e la visione di nuovi cieli e una terra nuova.

I buoni maestri ci sono!

La risposta di Gesù al rifiuto dei suoi paesani è bellissima:
né rancore,
né condanna,
tanto meno si deprime per un insuccesso,
ma apre una meraviglia che rivela il cuore di luce di Dio:

Solo impose le mani a pochi malati e li guarì”.

È rifiutato ma si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.

L’innamorato respinto continua ad amare, anche senza contraccambio.

Di noi Dio non è stanco:
è solo qualche volta meravigliato.
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TUTTI INVITATI,
TUTTI SULLA STRADA,
COME I DODICI


Vangelo che mette con le spalle al muro.
Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui.

E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere!

O di Geremia:
sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche.

Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci).
Allora vado bene anch’io.

Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta?
Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita.

Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”.

Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone.

​Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità.

Ma così arriva il vangelo?
Così è venuto Cristo,
senza denaro,
senza borsa,
nudo sulla croce.

Aveva solo un bastone,
il legno della croce, piantato a sorreggere.

Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri.
Il come si vive, è la vita. Prima si è visti,
poi si è ascoltati.

In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù.
Lui porteranno in giro per le strade.

Riassumo in due linee questo vangelo:
l’economia della piccolezza e quella della strada.

La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda.

Quella di Abele,
delle donne sterili e madri,
di Giuseppe venduto dai fratelli,
di Amos e Geremia,
della stalla di Betlemme,
dei “beati i poveri”,
del granello di senape,
dei 12 che vanno senza niente fra le cose.

L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove
la grandezza vede solo piccoli contadini.

E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova.

Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai.

E i Dodici vanno,
più piccoli dei piccoli;
li ha messi sulla strada che non si ferma,
che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita.

Vanno,
profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito;
ripulito dai demoni
che invecchiano il cuore giovane della vita.
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GIOVANNI É IL MARTIRE DELLA LUCE

Venne Giovanni mandato da Dio,
venne come testimone,
per rendere testimonianza alla luce
.

A una cosa sola:
alla luce,
all'amica luce che per ore e ore accarezza le cose,
e non si stanca
.

Non quella infinita,
lontana luce che abita nei cieli dei cieli,
ma quella ordinaria,
luce di terra,
che illumina ogni uomo
e ogni storia.

Giovanni è il martire della luce,
testimone che l'avvicinarsi di Dio trasfigura,
è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo
,
non per abbagliare,
ma per risvegliare le forme, i colori
e la bellezza delle cose,
per allargare l'orizzonte.

Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.

Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista:

annunciare non il degrado,
lo sfascio,
il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi
,
sandali da pellegrino
e cuore di luce.
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