UN UOMO VALE PER QUANTO VALE IL SUO CUORE
Guai a voi ricchi.
Non una minaccia, ma una lamentazione.
É il compianto di Gesù: il mondo non avanzerà per coloro che accumulano denaro, la terra nuova non fiorirà dalle mani di coloro che sono sazi.
Chi è sazio non crea, si difende.
Dalle sue mani fiorirà solo altra fame. Altra violenza.
È un appello accorato: la vostra vita è senza frutto, non avete capito che i beni non sono per il possesso, ma per il dono:
c'è fame da saziare e lacrime da asciugare, questo è il progetto che fa salire la creazione.
E io?
lo che sono povero con l'ansia di diventare ricco?
lo che non ho ancora capito che un uomo vale non per il suo successo, ma per quanto vale il suo cuore?
“lo che ho commesso un solo peccato serio, quello di non essere felice” (A. Merini)?
lo che ho dentro di me un cuore diviso: uno da padrone e uno, più piccolo, da servitore?
lo so che Qualcuno ha raccolto tutte le mie lacrime, ad una ad una, in un vaso, preziose come fossero il suo tesoro.
lo so che Lui è vicino a chi ha il cuore ferito (Salmo 34, 19).
Guai a voi ricchi.
Non una minaccia, ma una lamentazione.
É il compianto di Gesù: il mondo non avanzerà per coloro che accumulano denaro, la terra nuova non fiorirà dalle mani di coloro che sono sazi.
Chi è sazio non crea, si difende.
Dalle sue mani fiorirà solo altra fame. Altra violenza.
È un appello accorato: la vostra vita è senza frutto, non avete capito che i beni non sono per il possesso, ma per il dono:
c'è fame da saziare e lacrime da asciugare, questo è il progetto che fa salire la creazione.
E io?
lo che sono povero con l'ansia di diventare ricco?
lo che non ho ancora capito che un uomo vale non per il suo successo, ma per quanto vale il suo cuore?
“lo che ho commesso un solo peccato serio, quello di non essere felice” (A. Merini)?
lo che ho dentro di me un cuore diviso: uno da padrone e uno, più piccolo, da servitore?
lo so che Qualcuno ha raccolto tutte le mie lacrime, ad una ad una, in un vaso, preziose come fossero il suo tesoro.
lo so che Lui è vicino a chi ha il cuore ferito (Salmo 34, 19).
🥰1
MANCANO OPERAI DEL BELLO
La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.
Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano.
Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.
Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono.
C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.
Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento:
il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.
Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace.
Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato.
Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.
Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.
A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose.
I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro.
Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti.
Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà.
La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).
La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano.
Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano.
Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.
Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono.
C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.
Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento:
il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.
Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace.
Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato.
Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.
Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.
A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose.
I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro.
Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti.
Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà.
La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).
❤2
NON SI PREGA PER AGGRAPPARCI, MA PER STUPIRCI
Ma chi sono questi uomini che si sono alzati e si sono messi in cammino dietro a Gesù?
Non sono eroi, sono uomini complicati, alcuni perfino imbarazzanti, proprio come me.
Due di loro sono così irruenti e rumorosi che Gesù ha confezionato per loro un soprannome forte e bello “figli del tuono”.
Un complimento.
Gesù era grande nel lodare!
I due fratelli si avvicinano: Cosa volete che io faccia per voi?
Lo chiederà anche al cieco di Gerico, lui non cerca potere, vuole la luce: che io veda!
Siamo tutti un po’ come Bartimeo, mendicanti di luce appesi a qualcuno che ci guardi e ci paghi una piccola moneta.
I due fratelli invece non chiedono luce, ma potere: facci sedere una a destra e uno a sinistra del tuo trono.
In questa richiesta riconosco la più diffusa di tutte le nostre umane preghiere, quando invochiamo di essere esauditi in ciò che paure, fragilità o passioni generano nell’intimo: volontà di prendere, salire, comandare.
Tre verbi che fanno male. Perciò tre verbi maledetti.
Ci sono anche domande benedette, che nascono da fame di luce e di gioia, da amore che manca come il pane, da verbi benedetti, come dare, scendere, servire.
Ma neppure questo basta, perché non si prega per ottenere, ma per essere trasformati.
Come suggerisce David Maria Turoldo:
Io non sono ancora e mai il Cristo, ma sono questa infinita possibilità.
Non si prega per aggrapparci, ma per stupirci.
Dopo tre anni di strade, di malati guariti, di pane che traboccava dalle mani e dalle ceste, dopo tre annunci di morte in croce, è come se i discepoli non avessero ancora capito niente.
E Gesù, l’incredibile Gesù, invece di scoraggiarsi, riprende a spiegare ancora una volta il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Va bene, a patto che sappiate fare quello che io farò:
- potete bere il mio stesso calice?
- Come no, certo che possiamo!
E infatti, sotto la croce non c’era né l’uno né l’altro dei due fratelli.
E Gesù li chiama a sé di nuovo, consegna loro la chiave di volta del mondo in pace, in una espressione bellissima, ribadita con forza per tre volte: tra voi non sia così. Non così tra voi.
Nel mondo vincono i più forti, i più furbi, i più ricchi; tra voi non è così;
nel mondo hanno ragione i potenti, gli intelligenti, i più numerosi, tra voi non è così.
Voi siete nel mondo ma non del mondo, non omologatevi al pensiero dominante.
“I grandi del mondo si costruiscono imperi con il dominio e la forza. Non così in Dio”.
Lui non ha troni, si cinge un asciugamano, s’inginocchia davanti a ciascuno, il suo impero è quel poco di spazio che basta a lavare i tuoi piedi.
Da lì, dal basso cerca gli occhi d’ogni figlio, cerca le mie ferite per fasciarle con bende di luce.
Essere sopra l’altro è la massima distanza possibile dall’altro.
Dio invece si pone alla massima vicinanza: ai tuoi piedi.
Ma chi sono questi uomini che si sono alzati e si sono messi in cammino dietro a Gesù?
Non sono eroi, sono uomini complicati, alcuni perfino imbarazzanti, proprio come me.
Due di loro sono così irruenti e rumorosi che Gesù ha confezionato per loro un soprannome forte e bello “figli del tuono”.
Un complimento.
Gesù era grande nel lodare!
I due fratelli si avvicinano: Cosa volete che io faccia per voi?
Lo chiederà anche al cieco di Gerico, lui non cerca potere, vuole la luce: che io veda!
Siamo tutti un po’ come Bartimeo, mendicanti di luce appesi a qualcuno che ci guardi e ci paghi una piccola moneta.
I due fratelli invece non chiedono luce, ma potere: facci sedere una a destra e uno a sinistra del tuo trono.
In questa richiesta riconosco la più diffusa di tutte le nostre umane preghiere, quando invochiamo di essere esauditi in ciò che paure, fragilità o passioni generano nell’intimo: volontà di prendere, salire, comandare.
Tre verbi che fanno male. Perciò tre verbi maledetti.
Ci sono anche domande benedette, che nascono da fame di luce e di gioia, da amore che manca come il pane, da verbi benedetti, come dare, scendere, servire.
Ma neppure questo basta, perché non si prega per ottenere, ma per essere trasformati.
Come suggerisce David Maria Turoldo:
Io non sono ancora e mai il Cristo, ma sono questa infinita possibilità.
Non si prega per aggrapparci, ma per stupirci.
Dopo tre anni di strade, di malati guariti, di pane che traboccava dalle mani e dalle ceste, dopo tre annunci di morte in croce, è come se i discepoli non avessero ancora capito niente.
E Gesù, l’incredibile Gesù, invece di scoraggiarsi, riprende a spiegare ancora una volta il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova.
Va bene, a patto che sappiate fare quello che io farò:
- potete bere il mio stesso calice?
- Come no, certo che possiamo!
E infatti, sotto la croce non c’era né l’uno né l’altro dei due fratelli.
E Gesù li chiama a sé di nuovo, consegna loro la chiave di volta del mondo in pace, in una espressione bellissima, ribadita con forza per tre volte: tra voi non sia così. Non così tra voi.
Nel mondo vincono i più forti, i più furbi, i più ricchi; tra voi non è così;
nel mondo hanno ragione i potenti, gli intelligenti, i più numerosi, tra voi non è così.
Voi siete nel mondo ma non del mondo, non omologatevi al pensiero dominante.
“I grandi del mondo si costruiscono imperi con il dominio e la forza. Non così in Dio”.
Lui non ha troni, si cinge un asciugamano, s’inginocchia davanti a ciascuno, il suo impero è quel poco di spazio che basta a lavare i tuoi piedi.
Da lì, dal basso cerca gli occhi d’ogni figlio, cerca le mie ferite per fasciarle con bende di luce.
Essere sopra l’altro è la massima distanza possibile dall’altro.
Dio invece si pone alla massima vicinanza: ai tuoi piedi.
❤2
UN DIO CHE HA FIDUCIA IN NOI
Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi!
Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita.
Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce.
Ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi!
Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita.
Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce.
Ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
❤2
CHIAMATI A CUSTODIRE IL BRUCIORE DEL FUOCO
Fuoco e divisione sono venuto a portare.
Vangelo drammatico, duro e pensoso. E bellissimo.
Testi scritti sotto il fuoco della prima violenta persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall'istituzione giudaica e, come tali, passibili di prigione e morte.
Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie cominciano a spaccarsi attorno al fuoco e alla spada, allo scandalo della croce di Cristo.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
Il fuoco è simbolo altissimo, in cui si riassumono tutti gli altri simboli di Dio, è la prima memoria nel racconto dell'Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a Pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici: le sue vampe sono vampe di fuoco, una scheggia di Dio infuocata è l'amore.
Sono venuto a gettare Dio, il volto vero di Dio sulla terra. Con l'alta temperatura morale in cui avvengono le vere rivoluzioni.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma divisione.
La pace non è neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male.
“Credere è entrare in conflitto” (David Turoldo). Forse il punto più difficile e profondo della promessa messianica di pace: essa non verrà come pienezza improvvisa, ma come lotta e conquista, terreno di conflitto, sarà scritta infatti con l'alfabeto delle ferite inciso su di una carne innocente, un tenero agnello crocifisso.
Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione, “per la caduta e la risurrezione di molti” (Luca 2,34).
Conosceva, come i profeti antichi, la misteriosa beatitudine degli oppositori, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio.
La sua predicazione non metteva in pace la coscienza di nessuno, la scuoteva dalle false paci apparenti, frantumate da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia e la casa, diventa precisamente, inevitabilmente, divisione, guerra, urto con chi pensa a vendicarsi, a salire e dominare, con chi pensa che vita vera sia solo quella di colui che vince.
Come Gesù, così anche noi siamo inviati a usare la nostra intelligenza non per venerare il tepore della cenere, ma per custodire il bruciore del fuoco (G. Mahler), siamo una manciata, un pugno di calore e di luce gettati in faccia alla terra, non per abbagliare, ma per illuminare e riscaldare quella porzione di mondo che è affidata alle nostre cure.
Fuoco e divisione sono venuto a portare.
Vangelo drammatico, duro e pensoso. E bellissimo.
Testi scritti sotto il fuoco della prima violenta persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall'istituzione giudaica e, come tali, passibili di prigione e morte.
Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie cominciano a spaccarsi attorno al fuoco e alla spada, allo scandalo della croce di Cristo.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.
Il fuoco è simbolo altissimo, in cui si riassumono tutti gli altri simboli di Dio, è la prima memoria nel racconto dell'Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a Pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici: le sue vampe sono vampe di fuoco, una scheggia di Dio infuocata è l'amore.
Sono venuto a gettare Dio, il volto vero di Dio sulla terra. Con l'alta temperatura morale in cui avvengono le vere rivoluzioni.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma divisione.
La pace non è neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male.
“Credere è entrare in conflitto” (David Turoldo). Forse il punto più difficile e profondo della promessa messianica di pace: essa non verrà come pienezza improvvisa, ma come lotta e conquista, terreno di conflitto, sarà scritta infatti con l'alfabeto delle ferite inciso su di una carne innocente, un tenero agnello crocifisso.
Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione, “per la caduta e la risurrezione di molti” (Luca 2,34).
Conosceva, come i profeti antichi, la misteriosa beatitudine degli oppositori, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio.
La sua predicazione non metteva in pace la coscienza di nessuno, la scuoteva dalle false paci apparenti, frantumate da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia e la casa, diventa precisamente, inevitabilmente, divisione, guerra, urto con chi pensa a vendicarsi, a salire e dominare, con chi pensa che vita vera sia solo quella di colui che vince.
Come Gesù, così anche noi siamo inviati a usare la nostra intelligenza non per venerare il tepore della cenere, ma per custodire il bruciore del fuoco (G. Mahler), siamo una manciata, un pugno di calore e di luce gettati in faccia alla terra, non per abbagliare, ma per illuminare e riscaldare quella porzione di mondo che è affidata alle nostre cure.
👍2
Possiamo dire che abbiamo fatto molto per questo mondo quando sospendiamo la nostra corsa per dire GRAZIE!
https://youtu.be/3QKC8aEgq10?si=BViNnmuiluA_zqLZ
https://youtu.be/3QKC8aEgq10?si=BViNnmuiluA_zqLZ
YouTube
Dal mondo visibile al mondo invisibile
Cura e custodia della Casa Comune - Contemplare la bellezza della natura
❤3
COME SE TUTTI FOSSERO DEI NOSTRI: FIGLI, O FRATELLI, O MADRI MIE
Cronaca dolente, di disgrazie e di massacri.
Dio dove eri quel giorno?
Quando la mia bambina è stata investita, dov'eri? Quando il mio piccolo è volato via dalla mia casa, da questa terra, come una colomba dall'arca, dove guardavi?
Dio era lì, e moriva nella tua bambina.
Era là in quel giorno dell'eccidio dei Galilei nel tempio; ma non come arma, bensì come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti, sta accanto alle infinite croci del mondo dove il Figlio di Dio è ancora crocifisso in infiniti figli di Dio.
E non ha altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell'alleluja pasquale.
Se non vi convertirete, perirete tutti.
Non è una minaccia,
non è una pistola puntata alla tempia dell'umanità.
È un lamento, una supplica: convertitevi, invertite la direzione di marcia: nella politica amorale, nell'economia che uccide, nell'ecologia irrisa, nella finanza padrona, nel porre fiducia nelle armi, nell'alzare muri.
Cambiate mentalità, onesti tutti anche nelle piccole cose, e liberi e limpidi e generosi: perché questo nostro Titanic sta andando a finire diritto contro un iceberg gigantesco.
Convertitevi, altrimenti perirete tutti.
È la preghiera più forte della Bibbia, dove non è l'uomo che si rivolge a Dio, è Dio che prega l'uomo, che ci implora:
tornate umani!
Cambiate direzione: sta a noi uscire dalle liturgie dell'odio e della violenza, piangere con sulle guance le lacrime di quel bambino di Kiev, gridare un grido che non esce dalla bocca piena d'acqua, come gli annegati nel Mediterraneo.
Farlo come se tutti fossero dei nostri: figli, o fratelli, o madri mie.
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Poi il Vangelo ci porta via dai campi della morte, ci accompagna dentro i campi della vita, dentro una visione di potente fiducia.
Sono tre anni che vengo a cercare, non ho mai trovato un solo frutto in questo fico, mi sono stancato, taglialo.
No, padrone!
Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: «No, padrone, no alla misura breve dell'interesse, proviamo ancora, un altro anno di lavoro e poi vedremo».
Ancora tempo: il tempo è il messaggero di Dio.
Ancora sole, pioggia e cure, e forse quest'albero, che sono io, darà frutto.
Il Dio ortolano ha fiducia in me: l'albero dell'umanità è sano, ha radici buone, abbi pazienza.
La pazienza non è debolezza, ma l'arte di vivere l'incompiuto in noi e negli altri.
Non ha in mano la scure, ma l'umile zappa.
Per aiutarti ad andare oltre la corteccia, oltre il ruvido dell'argilla di cui sei fatto, cercare più in profondità, nella cella segreta del cuore, e vedrai, troverai frutto, Dio ha acceso una lucerna, vi ha seminato una manciata di luce.
Cronaca dolente, di disgrazie e di massacri.
Dio dove eri quel giorno?
Quando la mia bambina è stata investita, dov'eri? Quando il mio piccolo è volato via dalla mia casa, da questa terra, come una colomba dall'arca, dove guardavi?
Dio era lì, e moriva nella tua bambina.
Era là in quel giorno dell'eccidio dei Galilei nel tempio; ma non come arma, bensì come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti, sta accanto alle infinite croci del mondo dove il Figlio di Dio è ancora crocifisso in infiniti figli di Dio.
E non ha altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell'alleluja pasquale.
Se non vi convertirete, perirete tutti.
Non è una minaccia,
non è una pistola puntata alla tempia dell'umanità.
È un lamento, una supplica: convertitevi, invertite la direzione di marcia: nella politica amorale, nell'economia che uccide, nell'ecologia irrisa, nella finanza padrona, nel porre fiducia nelle armi, nell'alzare muri.
Cambiate mentalità, onesti tutti anche nelle piccole cose, e liberi e limpidi e generosi: perché questo nostro Titanic sta andando a finire diritto contro un iceberg gigantesco.
Convertitevi, altrimenti perirete tutti.
È la preghiera più forte della Bibbia, dove non è l'uomo che si rivolge a Dio, è Dio che prega l'uomo, che ci implora:
tornate umani!
Cambiate direzione: sta a noi uscire dalle liturgie dell'odio e della violenza, piangere con sulle guance le lacrime di quel bambino di Kiev, gridare un grido che non esce dalla bocca piena d'acqua, come gli annegati nel Mediterraneo.
Farlo come se tutti fossero dei nostri: figli, o fratelli, o madri mie.
Non domandarti per chi suona la campana.
Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Poi il Vangelo ci porta via dai campi della morte, ci accompagna dentro i campi della vita, dentro una visione di potente fiducia.
Sono tre anni che vengo a cercare, non ho mai trovato un solo frutto in questo fico, mi sono stancato, taglialo.
No, padrone!
Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: «No, padrone, no alla misura breve dell'interesse, proviamo ancora, un altro anno di lavoro e poi vedremo».
Ancora tempo: il tempo è il messaggero di Dio.
Ancora sole, pioggia e cure, e forse quest'albero, che sono io, darà frutto.
Il Dio ortolano ha fiducia in me: l'albero dell'umanità è sano, ha radici buone, abbi pazienza.
La pazienza non è debolezza, ma l'arte di vivere l'incompiuto in noi e negli altri.
Non ha in mano la scure, ma l'umile zappa.
Per aiutarti ad andare oltre la corteccia, oltre il ruvido dell'argilla di cui sei fatto, cercare più in profondità, nella cella segreta del cuore, e vedrai, troverai frutto, Dio ha acceso una lucerna, vi ha seminato una manciata di luce.
❤27🔥3🥰2👍1
STRADE DI LUCE SOTTO ALI CHE NON SAPEVAMO DI AVERE
Sulla strada da Gerico a Gerusalemme un uomo a terra, un mantello a coprire gli stracci.
Un mendicante cieco: cosa c’è di più perduto, di più naufrago della vita?
Sfila gente, passa un corteo, c’è animazione nuova nell’aria: “sentendo che era Gesù il Nazareno che passava” Bartimeo è come attraversato da una scossa: alza la testa, si rianima, comincia a gridare il suo dolore.
Non si vergogna di essere il più povero di tutti, anzi è la sua forza.
La mendicanza è la sorgente della preghiera: “Kyrie eleison”, grida.
Tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più antica e la più umana.
Che nelle nostre liturgie abbiamo confinato all’atto penitenziale, mentre è la richiesta di nascere di nuovo.
La ripetono lebbrosi, donne, ciechi e non è richiesta di perdono per i peccati, ma di luce per gli occhi spenti, di una pelle nuova che possa ricevere carezze ancora.
Come un bambino che grida alla madre lontana, chiedono a Dio:
mostrati padre, sentiti madre di questo figlio naufrago, fammi nascere di nuovo, ridammi alla luce!
Bartimeo cerca un Dio che si intrecci con la sua vita, con i suoi stracci.
Ma la folla attorno fa barriera al suo grido:
taci! Disturbi!
Terribile pensare che la sofferenza possa disturbare. Disturbare Dio! Bartimeo allora fa l’unica cosa che si può fare in questi casi: grida più forte.
È il suo combattimento, con il buio degli occhi ciechi e con il muro della folla.
Gesù sente, ascolta il grido e risponde, ma in modo inatteso, coinvolgendo la folla che prima voleva zittire il mendicante: chiamatelo!
E la folla va, portavoce di Cristo, e si rivolge al cieco con parole bellissime, da brivido, dove è custodito il cuore dell’annuncio evangelico.
Parole facili e che vanno diritte al cuore, da imparare, da ripetere, sempre, a tutti: “coraggio, alzati, ti chiama”.
Coraggio, la virtù degli inizi.
Alzati,
dipende da te,
lo puoi fare,
ricomincia,
riprendi in mano la tua vita.
Ti chiama,
è qui per te,
non sei solo,
il cielo non è muto.
E si libera una energia a lungo compressa, che fa fiorire gesti quasi eccessivi:
Bartimeo non parla, grida;
non si toglie il mantello, lo getta;
non si alza da terra, ma balza in piedi.
Guarisce in quella voce che lo accarezza, lo chiama, come un polline di suono che vibra nell’aria, un sentiero su cui può incamminarsi.
E solo a questo punto Gesù gli chiede cosa desidera veramente.
Signore, che io veda!
Vedere?
Certo non i paesaggi di Palestina, forse il volto di sua madre o la luce degli occhi di un amico; non il suo ciglio di strada, piuttosto tutta la strada intera, su fino a Gerusalemme.
E la prima cosa che vede è Gesù, un Dio che si accorge di lui, lo chiama, lo cerca, lo attira, lo libera.
Quando dal ciglio della strada ci siamo alzati, quando anche noi ci siamo buttati in volo verso quella Parola, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
Sulla strada da Gerico a Gerusalemme un uomo a terra, un mantello a coprire gli stracci.
Un mendicante cieco: cosa c’è di più perduto, di più naufrago della vita?
Sfila gente, passa un corteo, c’è animazione nuova nell’aria: “sentendo che era Gesù il Nazareno che passava” Bartimeo è come attraversato da una scossa: alza la testa, si rianima, comincia a gridare il suo dolore.
Non si vergogna di essere il più povero di tutti, anzi è la sua forza.
La mendicanza è la sorgente della preghiera: “Kyrie eleison”, grida.
Tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più antica e la più umana.
Che nelle nostre liturgie abbiamo confinato all’atto penitenziale, mentre è la richiesta di nascere di nuovo.
La ripetono lebbrosi, donne, ciechi e non è richiesta di perdono per i peccati, ma di luce per gli occhi spenti, di una pelle nuova che possa ricevere carezze ancora.
Come un bambino che grida alla madre lontana, chiedono a Dio:
mostrati padre, sentiti madre di questo figlio naufrago, fammi nascere di nuovo, ridammi alla luce!
Bartimeo cerca un Dio che si intrecci con la sua vita, con i suoi stracci.
Ma la folla attorno fa barriera al suo grido:
taci! Disturbi!
Terribile pensare che la sofferenza possa disturbare. Disturbare Dio! Bartimeo allora fa l’unica cosa che si può fare in questi casi: grida più forte.
È il suo combattimento, con il buio degli occhi ciechi e con il muro della folla.
Gesù sente, ascolta il grido e risponde, ma in modo inatteso, coinvolgendo la folla che prima voleva zittire il mendicante: chiamatelo!
E la folla va, portavoce di Cristo, e si rivolge al cieco con parole bellissime, da brivido, dove è custodito il cuore dell’annuncio evangelico.
Parole facili e che vanno diritte al cuore, da imparare, da ripetere, sempre, a tutti: “coraggio, alzati, ti chiama”.
Coraggio, la virtù degli inizi.
Alzati,
dipende da te,
lo puoi fare,
ricomincia,
riprendi in mano la tua vita.
Ti chiama,
è qui per te,
non sei solo,
il cielo non è muto.
E si libera una energia a lungo compressa, che fa fiorire gesti quasi eccessivi:
Bartimeo non parla, grida;
non si toglie il mantello, lo getta;
non si alza da terra, ma balza in piedi.
Guarisce in quella voce che lo accarezza, lo chiama, come un polline di suono che vibra nell’aria, un sentiero su cui può incamminarsi.
E solo a questo punto Gesù gli chiede cosa desidera veramente.
Signore, che io veda!
Vedere?
Certo non i paesaggi di Palestina, forse il volto di sua madre o la luce degli occhi di un amico; non il suo ciglio di strada, piuttosto tutta la strada intera, su fino a Gerusalemme.
E la prima cosa che vede è Gesù, un Dio che si accorge di lui, lo chiama, lo cerca, lo attira, lo libera.
Quando dal ciglio della strada ci siamo alzati, quando anche noi ci siamo buttati in volo verso quella Parola, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
❤32👍8❤🔥3🙏1