DOV’É AMORE OGNI CREATURA FIORISCE
A sorpresa il vangelo oggi parla più degli apostoli, che di Gesù; più di me e di ogni credente, che non del Signore.
Non ci sono monti nel racconto di Marco, ma una mensa: apparve agli undici mentre erano a tavola. E disse loro: andate.
Lui se ne va e dice ai suoi ‘andate’. Uguale. Messaggio e messaggero coincidono,
Gesù dice ciò che fa, e fa ciò che dice.
E proclamate il vangelo ad ogni creatura.
A tutti, nessuno escluso. Buoni e cattivi,
schiavi o padroni.
Anzi: annunciatelo ad ogni creatura, e quindi non solo agli esseri umani.
Tutta la creazione riceve il bene del vangelo:
il cielo,
la terra,
l’acqua,
la pietra,
l’umile santità del bosco.
“Il Risorto avvolge con il suo affetto e penetra con la sua luce ogni creatura” (Laudato si’ 100) e la riconnette al Dio che fa vivere e santifica l’universo intero.
Il vangelo è infinito, compatibile con ogni creatura, perché ogni essere, anche il più piccolo e insignificante all’occhio umano, vive bene dove non c’è violenza e inganno.
Dov’è amore, ogni creatura trova la sua collocazione, riesce a fiorire, portando il suo misterioso contributo alla crescita del cosmo.
Chi crederà sarà salvato, chi non crederà sarà condannato.
Noi possiamo dire sì oppure no.
Possiamo fallire la vita o farla fiorire, perché Dio accetta anche di essere rifiutabile, come l’amore e l’amicizia.
L’invio di Gesù si chiude con cinque piccole parabole, che sono dono e impegno per tutti i discepoli di ogni tempo.
Scacceranno i demoni.
Il nostro mandato è sdemonizzare la terra, e farlo insieme a Lui, come chiediamo nel Padre Nostro: liberaci dal male, da ciò che fa morire, da ciò cha soffrire, liberaci dal grande nemico.
Parleranno lingue nuove. Con lui sapremo dire parole di rinascita, con frasi fresche di bambino e di scoperte nostre, che sanno di mattino.
Parleranno il linguaggio della tenerezza, la lingua antica e sempre nuova che tutti capiscono, che anche i sordi odono e i ciechi vedono.
Prenderanno in mano i serpenti.
I credenti prendono in mano le cose difficili, non scappano, affrontano i problemi e si sporcano le mani impastate di terra e fango, ma anche di luce.
Imporranno le mani ai malati e questi guariranno.
Letteralmente Gesù non dice ‘guariranno’, ma ‘ne avranno bene’ (in greco: kalòs exousin): questo sarà bello per loro.
Se ti avvicini a chi soffre e tocchi la sua solitudine, forse non guarirà ma certamente sarà bello per lui, come un balsamo, come una carezza sul cuore.
A sorpresa il vangelo oggi parla più degli apostoli, che di Gesù; più di me e di ogni credente, che non del Signore.
Non ci sono monti nel racconto di Marco, ma una mensa: apparve agli undici mentre erano a tavola. E disse loro: andate.
Lui se ne va e dice ai suoi ‘andate’. Uguale. Messaggio e messaggero coincidono,
Gesù dice ciò che fa, e fa ciò che dice.
E proclamate il vangelo ad ogni creatura.
A tutti, nessuno escluso. Buoni e cattivi,
schiavi o padroni.
Anzi: annunciatelo ad ogni creatura, e quindi non solo agli esseri umani.
Tutta la creazione riceve il bene del vangelo:
il cielo,
la terra,
l’acqua,
la pietra,
l’umile santità del bosco.
“Il Risorto avvolge con il suo affetto e penetra con la sua luce ogni creatura” (Laudato si’ 100) e la riconnette al Dio che fa vivere e santifica l’universo intero.
Il vangelo è infinito, compatibile con ogni creatura, perché ogni essere, anche il più piccolo e insignificante all’occhio umano, vive bene dove non c’è violenza e inganno.
Dov’è amore, ogni creatura trova la sua collocazione, riesce a fiorire, portando il suo misterioso contributo alla crescita del cosmo.
Chi crederà sarà salvato, chi non crederà sarà condannato.
Noi possiamo dire sì oppure no.
Possiamo fallire la vita o farla fiorire, perché Dio accetta anche di essere rifiutabile, come l’amore e l’amicizia.
L’invio di Gesù si chiude con cinque piccole parabole, che sono dono e impegno per tutti i discepoli di ogni tempo.
Scacceranno i demoni.
Il nostro mandato è sdemonizzare la terra, e farlo insieme a Lui, come chiediamo nel Padre Nostro: liberaci dal male, da ciò che fa morire, da ciò cha soffrire, liberaci dal grande nemico.
Parleranno lingue nuove. Con lui sapremo dire parole di rinascita, con frasi fresche di bambino e di scoperte nostre, che sanno di mattino.
Parleranno il linguaggio della tenerezza, la lingua antica e sempre nuova che tutti capiscono, che anche i sordi odono e i ciechi vedono.
Prenderanno in mano i serpenti.
I credenti prendono in mano le cose difficili, non scappano, affrontano i problemi e si sporcano le mani impastate di terra e fango, ma anche di luce.
Imporranno le mani ai malati e questi guariranno.
Letteralmente Gesù non dice ‘guariranno’, ma ‘ne avranno bene’ (in greco: kalòs exousin): questo sarà bello per loro.
Se ti avvicini a chi soffre e tocchi la sua solitudine, forse non guarirà ma certamente sarà bello per lui, come un balsamo, come una carezza sul cuore.
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Occhi su Gesù
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete che danzano nel sole.
Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi:
povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Adamo è diventato così, ed è per questo che Dio diventa Adamo.
Allora chiude il libro, apre la vita, vi si immerge:
il suo programma è portare gioia,
libertà,
occhi guariti,
liberazione.
Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.
Luca ci racconta un’icona da stampare nel cuore.
Lo fa quasi alla moviola per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
Nella sinagoga gremita Gesù si alza,
prende,
cerca con cura,
legge.
Poi arrotola il volume,
lo riconsegna,
si siede.
Tutti gli occhi sono fissi su di lui, e nel grande silenzio risuonano le prime parole ufficiali di Gesù:
“oggi la parola di Isaia si realizza”.
Ed è così forte questa affermazione:
il vangelo non è una chiacchiera,
la Parola non è teoria, cambia le cose,
orienta le scelte,
è spada a due tagli.
Gesù nella proclamazione ha censurato il profeta Isaia, non legge il versetto successivo che parla di predicare la vendetta del Signore.
No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette, nemmeno un minuto.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui.
Lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’ e appena ritornato al villaggio, dov’era cresciuto a pane e lavoro, sinagoga e Thorà.
Gesù davanti a loro presenta il suo sogno
di un mondo nuovo,
senza prigionieri
né poveri,
senza occhi malati,
senza vittime.
Adamo è povero più che peccatore;
è fragile prima che colpevole;
è che abbiamo le ali tarpate,
ci vediamo male e ci sbagliamo facilmente,
per questo inciampiamo.
Del vangelo mi sorprende sempre quel parlare di poveri più che di peccatori; di sofferenze più che di colpe.
“Il vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
La sinagoga di Nazaret si riempiva di umanità ferita e fragile, di poveri e di ultimi , diventati i principi del Regno.
E Dio che si mette alla loro destra, alla loro ombra.
A Gesù non importa se il povero o il cieco sono giusti o peccatori,
se il lebbroso meriti o no la guarigione,
se l’adultera avesse o meno buone giustificazioni per il suo gesto.
C’è buio e dolore, sofferenza e bisogno, e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
“Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari alla san Francesco, felici di vivere (M. Delbrêl).
Gesù vuole prigionieri usciti dalle segrete che danzano nel sole.
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DOVE PASSA LUI FIORISCE UN SOGNO DI MATERNITÀ, SORELLANZA E FRATERNITÀ
Sua madre e i suoi fratelli, da fuori mandarono a chiamarlo.
Il vangelo di Marco, concreto e asciutto, ci rimette con i piedi per terra, dopo le ultime grandi feste che ci hanno fatto volare alto.
Si riparte dalla casa, dal basso, dai problemi: il Vangelo non nasconde che durante il suo ministero pubblico le relazioni di Gesù con la madre e la famiglia siano segnate da contrasti e distanza.
E alla loro chiamata Gesù risponde, ma solo a quelli seduti attorno a lui:
Chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?
Quelli là fuori?
Che si vergognano di me
Del matto di casa?
Particolare drammatico, sembra una canzonatura: c’è tua madre!
E io credo che qui Marco riferisca uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria, che si sente dire dal figlio: chi è mia madre?
Un disconoscimento. L’unica volta che Maria appare nel vangelo di Marco è qui (e non ne riporta il nome se non in una menzione indiretta nelle parole dei nazareni: non è costui il figlio di Maria?), ed è l’immagine di una madre e di un figlio distanti, ognuno immerso nel proprio dolore.
Anche Maria, come noi, ha dovuto cercare e faticare, affrontare dubbi e parole dure.
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello.
La volontà del Padre è semplice: vuole che sorga un mondo fatto di coraggio, libertà e amore, di fratelli tutti.
Assediato, Gesù non si arrende, si oppone a ciò che è mediocre!
Non si ferma,
non torna indietro.
Lo immagino: molta folla e molta solitudine.
Ma dove passa lui, fiorisce un sogno di maternità, sorellanza e fraternità nel quale ci invita a entrare.
Un sogno che forse abbiamo spezzato mille volte, ma di cui non ci è concesso stancarci.
Sua madre e i suoi fratelli, da fuori mandarono a chiamarlo.
Il vangelo di Marco, concreto e asciutto, ci rimette con i piedi per terra, dopo le ultime grandi feste che ci hanno fatto volare alto.
Si riparte dalla casa, dal basso, dai problemi: il Vangelo non nasconde che durante il suo ministero pubblico le relazioni di Gesù con la madre e la famiglia siano segnate da contrasti e distanza.
E alla loro chiamata Gesù risponde, ma solo a quelli seduti attorno a lui:
Chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?
Quelli là fuori?
Che si vergognano di me
Del matto di casa?
Particolare drammatico, sembra una canzonatura: c’è tua madre!
E io credo che qui Marco riferisca uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria, che si sente dire dal figlio: chi è mia madre?
Un disconoscimento. L’unica volta che Maria appare nel vangelo di Marco è qui (e non ne riporta il nome se non in una menzione indiretta nelle parole dei nazareni: non è costui il figlio di Maria?), ed è l’immagine di una madre e di un figlio distanti, ognuno immerso nel proprio dolore.
Anche Maria, come noi, ha dovuto cercare e faticare, affrontare dubbi e parole dure.
Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello.
La volontà del Padre è semplice: vuole che sorga un mondo fatto di coraggio, libertà e amore, di fratelli tutti.
Assediato, Gesù non si arrende, si oppone a ciò che è mediocre!
Non si ferma,
non torna indietro.
Lo immagino: molta folla e molta solitudine.
Ma dove passa lui, fiorisce un sogno di maternità, sorellanza e fraternità nel quale ci invita a entrare.
Un sogno che forse abbiamo spezzato mille volte, ma di cui non ci è concesso stancarci.
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NESSUNO ESCLUSO DALLA SEMINA DIVINA
Egli parlò loro di molte cose con parabole.
Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro.
Ascoltarle è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del Vangelo.
Le parabole non sono un ripiego o un’eccezione, ma la punta più alta e geniale, la più rifinita del linguaggio di Gesù.
Egli amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo, il fico. Osservava la vita e nascevano parabole.
Prendeva storie di vita e ne faceva storie di Dio, svelava che «in ogni cosa è seminata una sillaba della Parola di Dio» (Laudato si’).
Il seminatore uscì a seminare.
Gesù immagina la storia, il creato, il regno come una grande semina: è tutto un seminare, un volare di grano nel vento, nella terra, nel cuore.
È tutto un germinare, un accestire, un maturare. Ogni vita è raccontata come un albeggiare continuo,
una primavera tenace.
Il seminatore uscì,
ed il mondo è già gravido. Ed ecco che il seminatore, che può sembrare sprovveduto perché parte del seme cade su sassi e rovi e strada, è invece colui che abbraccia l’imperfezione del campo del mondo,
e nessuno è discriminato,
nessuno escluso dalla semina divina.
Siamo tutti duri, spinosi, feriti, opachi, eppure la nostra umanità imperfetta è anche una zolla di terra buona, sempre adatta a dare vita ai semi di Dio.
Ci sono nel campo del mondo, e in quello del mio cuore, forze che contrastano la vita e le nascite. La parabola non spiega perché questo accada.
E non spiega neppure come strappare infestanti, togliere sassi, cacciare uccelli.
Ma ci racconta di un seminatore fiducioso, la cui fiducia alla fine non viene tradita:
nel mondo e nel mio cuore sta crescendo grano,
sta maturando una profezia di pane e di fame saziata.
Lo spiega il verbo più importante della parabola: e diede frutto. Fino al cento per uno.
E non è una pia esagerazione.
Vai in un campo di frumento e vedi che talvolta da un chicco solo possono accestire diversi steli, ognuno con la sua spiga.
L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi.
Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.
E farà di me terra buona, terra madre,
culla accogliente di germi divini.
Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie.
E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.
Egli parlò loro di molte cose con parabole.
Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro.
Ascoltarle è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del Vangelo.
Le parabole non sono un ripiego o un’eccezione, ma la punta più alta e geniale, la più rifinita del linguaggio di Gesù.
Egli amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo, il fico. Osservava la vita e nascevano parabole.
Prendeva storie di vita e ne faceva storie di Dio, svelava che «in ogni cosa è seminata una sillaba della Parola di Dio» (Laudato si’).
Il seminatore uscì a seminare.
Gesù immagina la storia, il creato, il regno come una grande semina: è tutto un seminare, un volare di grano nel vento, nella terra, nel cuore.
È tutto un germinare, un accestire, un maturare. Ogni vita è raccontata come un albeggiare continuo,
una primavera tenace.
Il seminatore uscì,
ed il mondo è già gravido. Ed ecco che il seminatore, che può sembrare sprovveduto perché parte del seme cade su sassi e rovi e strada, è invece colui che abbraccia l’imperfezione del campo del mondo,
e nessuno è discriminato,
nessuno escluso dalla semina divina.
Siamo tutti duri, spinosi, feriti, opachi, eppure la nostra umanità imperfetta è anche una zolla di terra buona, sempre adatta a dare vita ai semi di Dio.
Ci sono nel campo del mondo, e in quello del mio cuore, forze che contrastano la vita e le nascite. La parabola non spiega perché questo accada.
E non spiega neppure come strappare infestanti, togliere sassi, cacciare uccelli.
Ma ci racconta di un seminatore fiducioso, la cui fiducia alla fine non viene tradita:
nel mondo e nel mio cuore sta crescendo grano,
sta maturando una profezia di pane e di fame saziata.
Lo spiega il verbo più importante della parabola: e diede frutto. Fino al cento per uno.
E non è una pia esagerazione.
Vai in un campo di frumento e vedi che talvolta da un chicco solo possono accestire diversi steli, ognuno con la sua spiga.
L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi.
Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.
E farà di me terra buona, terra madre,
culla accogliente di germi divini.
Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie.
E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.
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La vita di p. Ermes è un canto sacro che risuona nel cuore di chi cerca la verità oltre l'ovvio.
https://youtu.be/BKBgFXvwGBc
https://youtu.be/BKBgFXvwGBc
YouTube
Ermes Ronchi ospite di Monica Mondo
Ermes, tessitore di parole e anime.
Nomade del Vangelo, come un alchimista della fede,
unisce teologia e poesia creando un balsamo per le ferite dell'anima.
Nomade del Vangelo, come un alchimista della fede,
unisce teologia e poesia creando un balsamo per le ferite dell'anima.
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COME LA LUCE,
voi siete un istinto di bellezza.
che si posa sulla superficie delle cose,
le accarezza,
e non fa violenza mai,
ne rivela invece forme,
colori,
armonie e legami.
Così il discepolo-luce
è uno che ogni giorno accarezza la vita
e rivela il bello delle persone,
uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.
voi siete un istinto di bellezza.
che si posa sulla superficie delle cose,
le accarezza,
e non fa violenza mai,
ne rivela invece forme,
colori,
armonie e legami.
Così il discepolo-luce
è uno che ogni giorno accarezza la vita
e rivela il bello delle persone,
uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.
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L’ECONOMIA DELLA PICCOLEZZA
Quante volte non troviamo le parole adatte per dire Dio!
E Gesù ci risponde con le parabole. Lo fa con parole laiche, di casa, di orto, di lago, di strada, per raccontarci storie di vita.
Il vangelo di Marco riassume il suo insegnamento con immagini di contadini che si affaticano nell'arte di far nascere, fiorire, fruttificare.
Il contadino nel vangelo è l'anello mancante tra l'uomo e Dio, dove le parabole non sono semplici pretesti per insegnare teologia e morale.
Un albero, le foglioline del fico, il granello di senape diventano una continua rivelazione del divino (Laudato si'), una sillaba del suo messaggio.
Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta, ma sono degne di riceverla perché già benedette, santificate, e noi camminiamo in mezzo a loro come dentro un santuario.
Ezechiele aveva parlato della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano.
Gesù va oltre: parla di un semino di senape con una novità tutta sua: sceglie una pianta mai nominata nel Primo Testamento, nonostante fosse di uso comune.
Gesù sceglie l'economia della piccolezza: mette la senape al posto del cedro del Libano;
l'orto al posto del monte; parlerà di Dio con l'immagine di una chioccia con i suoi pulcini:
è il linguaggio teologico portato al registro più umile, a sovvertire le gerarchie.
Gli ascoltatori di Gesù saranno rimasti sconvolti all'idea che il Regno di Dio ha inizi così piccoli, ma Gesù si concentra sulla crescita dal minuscolo al grande, dai più piccoli germogli alla maturazione in pienezza.
Le sue parole contengono anche un appello alla meraviglia: il Regno diventa un mistero davanti al quale stupirsi.
Prendere sul serio l'economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo.
Ci fa cercare i re di domani tra gli scartati di oggi, ci fa prendere sul serio i giovani e i bambini, e trovare meriti là dove l'economia della grandezza vede solo demeriti.
Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, perché le leggi che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita naturale sono in fondo le stesse.
Spirito e realtà si abbracciano.
Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura essere dono e crescita.
È nella natura di Dio essere eccedenza gratuita.
E anche in quella dell'uomo.
Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; e non per sottrazione, ma sempre per addizione, per aggiunta e incremento, con incrollabile fiducia nei germogli.
Dalle sue parabole sboccia una visione profetica del mondo: la nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, maturare: tutto è fiducia incamminata.
Quante volte non troviamo le parole adatte per dire Dio!
E Gesù ci risponde con le parabole. Lo fa con parole laiche, di casa, di orto, di lago, di strada, per raccontarci storie di vita.
Il vangelo di Marco riassume il suo insegnamento con immagini di contadini che si affaticano nell'arte di far nascere, fiorire, fruttificare.
Il contadino nel vangelo è l'anello mancante tra l'uomo e Dio, dove le parabole non sono semplici pretesti per insegnare teologia e morale.
Un albero, le foglioline del fico, il granello di senape diventano una continua rivelazione del divino (Laudato si'), una sillaba del suo messaggio.
Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta, ma sono degne di riceverla perché già benedette, santificate, e noi camminiamo in mezzo a loro come dentro un santuario.
Ezechiele aveva parlato della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano.
Gesù va oltre: parla di un semino di senape con una novità tutta sua: sceglie una pianta mai nominata nel Primo Testamento, nonostante fosse di uso comune.
Gesù sceglie l'economia della piccolezza: mette la senape al posto del cedro del Libano;
l'orto al posto del monte; parlerà di Dio con l'immagine di una chioccia con i suoi pulcini:
è il linguaggio teologico portato al registro più umile, a sovvertire le gerarchie.
Gli ascoltatori di Gesù saranno rimasti sconvolti all'idea che il Regno di Dio ha inizi così piccoli, ma Gesù si concentra sulla crescita dal minuscolo al grande, dai più piccoli germogli alla maturazione in pienezza.
Le sue parole contengono anche un appello alla meraviglia: il Regno diventa un mistero davanti al quale stupirsi.
Prendere sul serio l'economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo.
Ci fa cercare i re di domani tra gli scartati di oggi, ci fa prendere sul serio i giovani e i bambini, e trovare meriti là dove l'economia della grandezza vede solo demeriti.
Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, perché le leggi che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita naturale sono in fondo le stesse.
Spirito e realtà si abbracciano.
Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura essere dono e crescita.
È nella natura di Dio essere eccedenza gratuita.
E anche in quella dell'uomo.
Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; e non per sottrazione, ma sempre per addizione, per aggiunta e incremento, con incrollabile fiducia nei germogli.
Dalle sue parabole sboccia una visione profetica del mondo: la nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, maturare: tutto è fiducia incamminata.
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FEDE É PERSEVERARE NELLE BURRASCHE
La nostra vita è come il mare di Galilea, a volte calmo e a volte in tempesta, ma le nostre instabili e piccole barche sono state costruite non per restare ancorate in porto, ma per prendere il largo.
Siamo tutti naviganti, non possiamo fare a meno di attraversare il lago.
“Passiamo all'altra riva” dice Gesù, e i discepoli accolgono il suo invito e si mettono in barca: e lo presero con sé, così com'era.
Gesù è talmente stanco che nella traversata si addormenta.
Improvvisa sul lago si scatena la tempesta.
E Gesù dorme: affidandosi ai suoi ragazzi, loro sì esperti di lago.
Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti “minacciò il vento, parlò al mare, che assicurano a ciascuno:
mi importa di te,
mi importa la tua vita,
tu sei importante!
Mi importano i passeri del cielo
e tu vali più di molti passeri,
mi importano i gigli del campo
e tu sei più bello di loro.
Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore.
E sono qui.
A farmi argine e confine alla tua paura.
Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime.
La fede non è una assicurazione contro le burrasche della vita;
le tempeste non si evitano e non si fuggono,
si attraversano.
Perché avete così tanta paura?
Dio non è altrove e non dorme.
È già qui,
sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi;
sta nella presa sicura del timoniere;
è nelle mani che svuotano l'acqua che allaga la barca;
negli occhi che scrutano la riva,
nell'ansia che anticipa la luce dell'aurora.
Il Signore salva attraverso persone (R. Guardini).
Dio è presente,
ma a modo suo;
vuole salvarmi,
ma lo fa' chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità,
tutta la forza del cuore e dell'intelligenza.
I discepoli vogliono un Dio che spazzi via le tempeste, e subito!
E invece Dio si fida di loro e li accompagna nel mezzo della burrasca.
Non agisce al posto mio, ma insieme a me;
non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell'oscurità.
Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura.
Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.
Perché avete paura? Non avete ancora fede?
I discepoli hanno fede sì, ma nel Dio che risolve i problemi,
che tappa i buchi della nostra fragilità,
lui invece scava pozzi di coraggio e dignità.
Non avete fede?
Credere nel miracolo non è vera fede; troppo facile, troppo comodo.
Quanta gente ha più fede nei miracoli che in Dio! “No, credere a Pasqua non è vera fede.
Troppo bello sei a Pasqua. Fede vera è al venerdì santo....” (D. M. Turoldo).
Fede è perseverare nella burrasca.
E dopo che ha fatto tutto ciò che poteva
al cristiano si apre lo spazio di un di più,
un qualcosa che Lui solo ha,
una pace sul mare,
il miracolo imprevisto,
il vento che tace,
lo scintillio della fiducia negli altri.
Il di più di Dio,
che non sta in riva al lago ad osservare,
ma è presente nel buio, come granello di luce nella notte,
granello di quiete,
di fiducia,
di bonaccia.
Che inonda di pace perfino le nostre tempeste.
La nostra vita è come il mare di Galilea, a volte calmo e a volte in tempesta, ma le nostre instabili e piccole barche sono state costruite non per restare ancorate in porto, ma per prendere il largo.
Siamo tutti naviganti, non possiamo fare a meno di attraversare il lago.
“Passiamo all'altra riva” dice Gesù, e i discepoli accolgono il suo invito e si mettono in barca: e lo presero con sé, così com'era.
Gesù è talmente stanco che nella traversata si addormenta.
Improvvisa sul lago si scatena la tempesta.
E Gesù dorme: affidandosi ai suoi ragazzi, loro sì esperti di lago.
Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti “minacciò il vento, parlò al mare, che assicurano a ciascuno:
mi importa di te,
mi importa la tua vita,
tu sei importante!
Mi importano i passeri del cielo
e tu vali più di molti passeri,
mi importano i gigli del campo
e tu sei più bello di loro.
Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore.
E sono qui.
A farmi argine e confine alla tua paura.
Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime.
La fede non è una assicurazione contro le burrasche della vita;
le tempeste non si evitano e non si fuggono,
si attraversano.
Perché avete così tanta paura?
Dio non è altrove e non dorme.
È già qui,
sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi;
sta nella presa sicura del timoniere;
è nelle mani che svuotano l'acqua che allaga la barca;
negli occhi che scrutano la riva,
nell'ansia che anticipa la luce dell'aurora.
Il Signore salva attraverso persone (R. Guardini).
Dio è presente,
ma a modo suo;
vuole salvarmi,
ma lo fa' chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità,
tutta la forza del cuore e dell'intelligenza.
I discepoli vogliono un Dio che spazzi via le tempeste, e subito!
E invece Dio si fida di loro e li accompagna nel mezzo della burrasca.
Non agisce al posto mio, ma insieme a me;
non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell'oscurità.
Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura.
Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.
Perché avete paura? Non avete ancora fede?
I discepoli hanno fede sì, ma nel Dio che risolve i problemi,
che tappa i buchi della nostra fragilità,
lui invece scava pozzi di coraggio e dignità.
Non avete fede?
Credere nel miracolo non è vera fede; troppo facile, troppo comodo.
Quanta gente ha più fede nei miracoli che in Dio! “No, credere a Pasqua non è vera fede.
Troppo bello sei a Pasqua. Fede vera è al venerdì santo....” (D. M. Turoldo).
Fede è perseverare nella burrasca.
E dopo che ha fatto tutto ciò che poteva
al cristiano si apre lo spazio di un di più,
un qualcosa che Lui solo ha,
una pace sul mare,
il miracolo imprevisto,
il vento che tace,
lo scintillio della fiducia negli altri.
Il di più di Dio,
che non sta in riva al lago ad osservare,
ma è presente nel buio, come granello di luce nella notte,
granello di quiete,
di fiducia,
di bonaccia.
Che inonda di pace perfino le nostre tempeste.
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La vita spirituale consiste nel liberare tutta la bellezza sepolta in noi
https://youtu.be/FuY0upOasvk
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Somministrare bellezza
La bellezza è il sorriso di Dio dentro la materia.
Beati i puri di cuore perché vedranno tracce della bellezza seminata ovunque.
Beati i puri di cuore perché vedranno tracce della bellezza seminata ovunque.
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FESSURA SULL’INFINITO
Lc 2,22-40
Maria e Giuseppe portarono il Bambino al tempio, per presentarlo al Signore.
Una giovane coppia col suo primo bambino porta la povera offerta dei poveri, due tortore, ma anche il più prezioso dono del mondo: un bambino.
Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna: “Che attendevano”, dice Luca, cioè che avevano speranza: perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese (S. Weil).
Quando il discepolo è pronto, il maestro arriva.
Non sono le gerarchie religiose ad accogliere il bambino, ma due laici innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio, il passato che tiene fra le braccia il futuro del mondo.
Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei preti ma dell’umanità.
É Dio che si incarna nelle creature e tracima dovunque, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.
É nostro,
di tutti gli uomini
e di tutte le donne. Appartiene agli assetati,
ai sognatori,
come Simeone.
A quelli che sanno vedere oltre, come Anna;
a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato.
Dio lo incontri attraverso la tua umanità.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che “non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia”. Sono parole che la Bibbia conserva perché le stampiamo nel cuore: anch’io, come Simeone, non morirò senza aver visto il Signore.
Il viaggio non finirà nel nulla, ma in un abbraccio.
Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva della luce,
che è già in atto dovunque.
L’offensiva del bene che, anche se invisibile,
lievita e fermenta nelle vene del mondo.
“Simeone aspettava la consolazione di Israele”. Lui sapeva aspettare, come fa chi ha speranza.
Se attendi, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili. E vedono: “ho visto la luce, da te preparata per tutti!”
Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra, un neonato che sa solo piangere e succhiare il latte?
Il sapiente d’Israele ha colto l'essenziale:
la luce di Dio è Gesù,
è carne illuminata,
storia fecondata,
innesto del cielo nella terra.
La salvezza non è un’opera particolare,
un fatto preciso,
ma è Dio che è venuto,
si è perso nel mondo,
è naufragato negli amori,
si è impigliato nei sorrisi e nelle croci dello sterminato accampamento umano,
si è nutrito anche lui dei nostri nutrimenti umani.
E non se ne andrà più.
“Egli è qui per la risurrezione”:
per lui nessuno è perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare da capo e ripartire ad ogni alba.
È qui come una mano che ti prende per mano e ti tira su, sussurrando:
“talità kum”,
bambina alzati!
Sorgi, rivivi, risplendi, riprendi la danza della vita.
“Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui”.
Tornarono alla santità,
alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quello del tempio;
alla casa dove arde in appartata fiamma la vita;
alla famiglia che è santa perché l'amore vi celebra la sua festa, e ne fa la più viva fessura sull'infinito.
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PERLA DELLA CREAZIONE É L’UOMO LIBERO
Gesù é venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali.
É qui con il fuoco
per bruciare ciò che inganna,
per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli bugiardi:
potere,
denaro,
successo,
paure,
depressioni,
egoismi.
È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui!
Tace e se ne va questo mondo illuso,
dal cuore sbagliato.
Va in rovina,
come aveva sognato Isaia.
E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie
ed ecco le perle.
Nel conflitto eterno
tra il mio cuore d’ombra e luce,
Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia,
colpo d’ala,
respiro che dilata,
vento che sospinge,
tarlo o bruco che rode la mia falsa pace,
e fa volare la farfalla sul mondo.
Perla della creazione è l’uomo libero,
uomo dalla vita grande.
Lo sarò anch’io,
se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto,
mio incanto e mia dolcezza.
Gesù é venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali.
É qui con il fuoco
per bruciare ciò che inganna,
per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli bugiardi:
potere,
denaro,
successo,
paure,
depressioni,
egoismi.
È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui!
Tace e se ne va questo mondo illuso,
dal cuore sbagliato.
Va in rovina,
come aveva sognato Isaia.
E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie
ed ecco le perle.
Nel conflitto eterno
tra il mio cuore d’ombra e luce,
Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia,
colpo d’ala,
respiro che dilata,
vento che sospinge,
tarlo o bruco che rode la mia falsa pace,
e fa volare la farfalla sul mondo.
Perla della creazione è l’uomo libero,
uomo dalla vita grande.
Lo sarò anch’io,
se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto,
mio incanto e mia dolcezza.
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