ERMES RONCHI
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Nomade del Vangelo, scrittore, docente di estetica teologica, antropologo.
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DIO HA VERSO DI ME LA FIDUCIA DI CHI CONTEMPLA LE STELLE PRIMA ANCORA CHE SORGANO

Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l'attesa è finita, il regno di Dio è qui.

Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera,
guarisce,
perdona,
toglie barriere,
ridona pienezza a tutti,
a cominciare dagli ultimi della fila.

Viene come guaritore del disamore del mondo.

La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno.

C'è un'idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole.

Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”.

Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch'io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all'opera con mite e possente energia.

Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti.

E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato.

Camminando lungo il lago, Gesù vide...
L'ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro.

«Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin)
.

Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia.

Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d'amore.

Un giorno, guarderà l'adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo.

Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo.

Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano.

Seguitemi, venite dietro a me.

Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani.
E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”.

Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall'oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo.

Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
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SALVIAMO LO STUPORE

Ed erano stupiti del suo insegnamento
.

Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.

La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.

Gesù insegnava come uno che ha autorità.

Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.

Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.

La sua persona è il messaggio.

L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:

C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.

E Gesù interviene
: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).

Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.

I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?


Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.

A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.

Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.

Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.

Esci dalle costellazioni del suo cielo.

Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.

Perla della creazione è un uomo libero e amante.

Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.

Allora scopriròCristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
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MANO NELLA MANO A CUI AGGRAPPARMI FORTE PER ESSERE TRASFIGURATO E RIALZATO

Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil)
.

Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.

Dopo il tramonto,
finito il sabato con i suoi 1521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone
.

La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore
.

La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.

Miracolo così povero di contorno e di pretese, così poco vistoso,
dove Gesù neppure parla.
Parlano i gesti.


Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.

È il verbo della risurrezione.

Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura
,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.

E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.

Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita!

Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.

E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.

Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo: "Dio, che cosa fai per lui?" E una voce risponde: "io, per lui, ho fatto te!"
Solidarietà è l’inizio della guarigione.

Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.

Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. E la prima delle sorgenti è Dio.

Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: «cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi».

Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: andiamo altrove!

E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.

Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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LA NUOVA IMMAGINE DEL PADRE:LO VOGLIO!”

Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).

Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».

E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.

Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.

Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.

Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta
.

E riafferma così che nulla vale quanto la vita.

A nome di tutti noi il lebbroso domanda:

ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?

Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.

Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?


Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.

Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà
.

E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»

Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me
.

Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero
, funziona così.

Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.

Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.

Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.

Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.

Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.

O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:

avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
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SE LA FEDE DEGLI AMICI CI PRENDE IN BRACCIO

Il paralitico di Cafàrnao.
Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi.

Sono il suo magnifico ascensore, strappano l'ammirazione del Maestro:

Gesù vista la loro fede... la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico.

Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro.

I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani.

Una fede che non prende su di sé i problemi d'altri non è vera fede. Non si è cristiani solo per se stessi; siamo chiamati a portare uomini e speranze.

A credere anche se altri non credono,
a essere leali anche se altri non lo sono,
a sognare anche per chi non sa più farlo.

“Sei perdonato!”

Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico.
Sente parole che non si aspettava.

Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più. Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati.

Perdonare è nel Vangelo un verbo di moto:
si usa per la nave che salpa,
la carovana che si rimette in marcia,
l'uccello che spicca il volo,
la freccia liberata nell'aria.

Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più:
un colpo di remo,
un colpo di vento nelle vele,
per il mare futuro.

É un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella.

Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l'andatura eretta, finiti i sentieri nel sole!

Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere.

“Sei perdonato!”

Senza merito, senza espiazione, senza condizioni.

Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare.

E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa!

E Gesù interviene:
Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina?

Gesù per l'unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l'uomo biblico è un'anima-corpo, un corpo-anima, un tutt'uno, senza separazioni.

E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo.

Tutti si meravigliarono e lodavano Dio.

Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa.
Per sentieri nel sole.
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LA FESTA DEL PECCATORE CHE HA SCOPERTO UN DIO PIÙ GRANDE DEL SUO CUORE

Un uomo, solo, seduto al banco delle imposte.
Uno sguardo che incrocia il suo, una parola sola:

Seguimi.

E Levi è naufragato in quegli occhi; il contabile abbandona, per uno sguardo, per una parola, la logica rassicurante del dare e dell'avere.

Se ne va dietro a quell'uomo, senza calcolare più nulla, senza neppure domandarsi dove sia diretto.

Il centro della scena è tutto di Cristo: Segui Me!
Queste parole senza perché, questa mancanza di ragioni, sono la vera ragione del discepolo.

È la persona di Cristo la causa, il senso, l'orizzonte ultimo.
È Lui il nome della forza che fa partire.

Levi si è «convertito» a Cristo, perché ha visto Cristo «convertirsi» a lui, fermarsi e girarsi dalla sua parte.

La vocazione non inizia con sacrifici o rinunce, essa porta innanzitutto un incremento d'umano.

Infatti la casa di Matteo, la sua vita prima solitaria, si veste di festa, si riempie di volti, di amici, molti si premura di dirmi, e peccatori, chiamati ben prima di essere convertiti.

Convertiti perché chiamati

Non voglio sacrifici!
La religione non è sacrificio: guarisce la vita, fornisce consistenza e profondità; non la mortificazione dà lode a Dio, ma la vita piena, forte, vibrante, appassionata.

Gesù mangia con Levi, mangia con me, e mi assicura che il principio della salvezza non sta nei miei digiuni per lui, bensì nel suo mangiare con me.

Ci guarisce fermandosi con noi: la sua vicinanza è la medicina, un flusso di vita che mi consegna, insieme a strade, festa, sogni, comunione.

Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori.

Qual è il merito dei peccatori? Nessuno.

Sono coloro che non ce la fanno, che non sono all'altezza, ma scoprono un Dio che si è fermato a guardarli.
Dio non si merita, si accoglie.

Gesù cerca il peccatore che è in me. Non per assolvere un lungo elenco di peccati, è poca cosa, ma per impadronirsi della mia debolezza profonda.
E lì incarnarsi. Beata debolezza!

E io, felice d'essere debole, dimoro nella misericordia, che mi conduce verso un Regno pieno non di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come me.

Quando sono debole è allora che sono forte.

Nessun lassismo però. Vuoi restare nel peccato perché abbondi la grazia? Assurdo (Rom 6,1).

Ma oggi mi godo la festa del peccatore che ha scoperto un Dio più grande del suo cuore. Solo questo mi converte ancora.
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IL GIOCO DELL’ACQUA INNAMORATA

C’è festa grande, a Cana:
il cortile è pieno di gente in quella notte di fiaccole accese, di canti e di balli.

Ci sono Gesù e sua madre e con loro la variopinta compagnia dei giovani seguaci saliti dai villaggi del lago.

L’intero Israele risuona del grido di morenti, schiavi,
lebbrosi,
e Gesù non interviene,
va ad una festa,
quasi giocando con dell’acqua e con del vino
.

Anziché asciugare lacrime, colma le coppe.
Deve esserci qualcosa di molto importante se questa è la prima pennellata del quadro della salvezza.

Il Vangelo chiama questo il “principe dei segni:
se capiamo Cana,
capiamo gran parte del Vangelo.

Giovanni non parla di miracolo. Forse ha paura che la gente corra dietro ai maghi, e Gesù non lo è:
i suoi sono segni,
frecce che indicano una direzione
,
un senso ulteriore.

Quel giorno Gesù scende nel pozzo profondo, là dove la vita inizia a battere il tempo seguendo il ritmo dell’amore.

A un certo punto della festa finisce il vino,simbolo biblico dell’amore.
L’amore è sempre così poco,
così a rischio,
così raro.

Quante volte ci viene a mancare quel “non so che” di gioia,
di passione,
di sapore per far navigare questa fragile barca che è il nostro cuore.

Mancano forse piccoli perdoni,
piccole tensioni da chiarire,
piccoli gesti di cura.
Manca il buon vino.

Anche la relazione amorosa tra l’umanità e Dio si trascina stancamente, senza più gioia.

Cosa fare?
Lo suggerisce Maria: Qualunque cosa vi dica, fatela!

Sono le sue ultime parole, poi non parlerà più: Fate il suo Vangelo, tutto, e si riempiranno le anfore.
Di un vino migliore, come assicura il maestro di tavola:

Tutti servono il vino buono all’inizio.
Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora.

A noi pare che questa sia la logica delle cose: l’entropia, la diminuzione, il decadimento progressivo, lo spegnersi del calore.

Il vangelo di Cana ci regala una visione controcorrente.

Non importa quali sono stati gli amori che hanno nutrito la tua esistenza, fecondi o sterili, stabili o lacerati, gloriosi o miseri, o forse entrambe queste cose al tempo stesso.

Quali che siano stati, un giorno Gesù se ne farà carico, anzi se ne è già fatto carico, se solo hai deposto le loro anfore di pietra davanti a Lui.

E li trasformerà in una realtà infinitamente migliore.
Con grande sorpresa mia che vedevo le cose finire e l’amore spegnersi; con grande sorpresa di tutti i commensali:
Pensavamo di avere gustato il vino migliore all’inizio,
pensavamo di averlo già finito,
quello bevuto ieri pensavamo fosse il vino migliore
.

E invece no, ancora una volta, per un’ultima volta Gesù ripeterà il miracolo di Cana, trasfigurando ogni nostro amore.

Avrà conservato il vino migliore per dopo, e per i secoli dei secoli.

E questa è la speranza grande che accende ogni volta il segno di Cana, il principe dei segni!
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L’UOMO PRIMA DEL SABATO

Gesù infrange la legge molte volte e non su punti secondari:
mette l'uomo prima del sabato,
mangia coi peccatori,
tocca gli impuri,
salva l'adultera dalla punizione...

Sono venuto a dare pieno compimento alla legge. Compimento, non osservanza.

L'obiettivo della legge antica era più bello di ciò che potevamo immaginare:

Questa legge io oggi ti do perché tu viva a lungo e sia felice.
Non perché sia più buono, più gentile, più devoto.
No: più felice e più vivo, più umano.

Che cosa compie l'umano?

Le mie braccia aperte sono appena l'inizio di un cerchio che un amore più vasto compirà" (M. Guidacci).

Pieno compimento è l'amore.
Non cadrà neppure un jota o un trattino della legge…

L'amore ha una legge piena di jota e trattini, piena di minime attenzioni: non trascurare i dettagli, non dimenticare i piccoli gesti dell'amore,
il bicchiere d'acqua fresca,
il guardarsi negli occhi,
la carezza
.

Il Cantico dei Cantici ce lo ricorda:
da un dettaglio mi sono innamorato, da come cammini...

Il vangelo invita a custodire i piccoli particolari, a godere tutti i piccoli dettagli dell'amore.
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