DIO É VICINO,
É QUI,
E NON AL DI LÀ DELLE STELLE
Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).
Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.
É QUI,
E NON AL DI LÀ DELLE STELLE
Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea.
Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.
Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.
C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo).
Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.
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C’è tanto di quel pane sulla terra che,
a condividerlo e a distribuirlo,
basterebbe per tutti.
https://youtu.be/77AIEgCQCJc
a condividerlo e a distribuirlo,
basterebbe per tutti.
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La legge della generosità
La moltiplicazione dei pani.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
Per una misteriosa regola divina,
quando il mio pane
diventa il nostro pane,
in quel momento accade il miracolo.
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DI CIÒ CHE HAI
PUOI FARE UN SACRAMENTO DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
PUOI FARE UN SACRAMENTO DI COMUNIONE
Giorno del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste,
che sembra non finire mai.
E mentre lo distribuivano,
non veniva a mancare;
e mentre passava di mano in mano,
restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli.
Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni.
Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane,
più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore,
c’è il monte grande simbolo della casa di Dio.
É vicina la pasqua;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza.
C’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è il primo dei cereali che matura,
primo pane nuovo.
E c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto,
che dona ciò che ha,
senza pensarci,
e così innesca la spirale della condivisione,
il miracolo del dono.
Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.
“Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).
“Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede.
“Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda).
L'uomo può solo ricevere la vita,
il creato,
le persone,
sono il suo pane.
Può solo ringraziare,
benedire,
donare.
E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
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A NAZARETH IL SOGNO DI UN MONDO NUOVO
Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama:
“Parole così antiche e così amate,
così pregate e così agognate,
così vicine e così lontane.
Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità” (R. Virgili).
Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo.
E sono solo parole di speranza per chi è stanco,
o è vittima,
o non ce la fa più:
sono venuto a incoraggiare,
a portare buone notizie,
a liberare,
a ridare vista.
Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato.
Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza.
Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo.
Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo.
Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte.
E guariti,
e con occhi nuovi
che vedono lontano
e nel profondo.
E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri.
Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione.
C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito.
Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera».
Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità».
Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo.
C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me,
io sono lo scopo della sua esistenza.
Il nostro è un Dio che ama per primo,
ama in perdita,
ama senza contare,
di amore unilaterale.
La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo,
che lo mette al centro,
che dimentica se stesso per me,
e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne,
contro tutte le chiusure interne,
perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è.
E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama:
“Parole così antiche e così amate,
così pregate e così agognate,
così vicine e così lontane.
Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità” (R. Virgili).
Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo.
E sono solo parole di speranza per chi è stanco,
o è vittima,
o non ce la fa più:
sono venuto a incoraggiare,
a portare buone notizie,
a liberare,
a ridare vista.
Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato.
Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza.
Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo.
Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo.
Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte.
E guariti,
e con occhi nuovi
che vedono lontano
e nel profondo.
E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri.
Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione.
C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.
Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito.
Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera».
Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità».
Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo.
C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me,
io sono lo scopo della sua esistenza.
Il nostro è un Dio che ama per primo,
ama in perdita,
ama senza contare,
di amore unilaterale.
La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo,
che lo mette al centro,
che dimentica se stesso per me,
e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne,
contro tutte le chiusure interne,
perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è.
E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
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LA NUOVA IMMAGINE DEL PADRE: “LO VOGLIO!”
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
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E IL CIELO FIORÌ
Il popolo era in attesa, sognava il messia liberatore, e si ritrova un uomo ai margini del deserto, prosciugato dal sole e dai digiuni, solo voce nel vento.
Anche noi siamo in attesa, ma il nostro è un tempo in cui i sogni ci sono stati rubati.
Giovanni invece li aveva riaccesi, e la gente sciamava da Gerusalemme al Giordano.
Anche oggi non sono i profeti che mancano, ciò che manca è l’ascolto.
Sei tu il Messia?
E Giovanni scende dall’altare delle attese della gente, per dire:
no, non sono io.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”.
Di quale forza?
Lui è il più forte perché usa parole di vita,
perché ha un fuoco che parla al cuore e così lo seduce, come profetizzava Osea.
Il vangelo di oggi ci incalza: Io sono solo acqua,ma deve arrivare molto di più, un fuoco nel quale saremo immersi.
Giovanni che sogna aie bruciate, vento che spazza la pula, incontra un Dio che non conosceva: Gesù, che non è solo buono.
È esclusivamente buono, che in fila con gli altri scende al fiume.
Luca non racconta il battesimo, ma più precisamente ciò che accade dopo.
“Gesù stava in preghiera, e il cielo si aprì!” Conseguenza meravigliosa, effetto della preghiera:
tu preghi e Dio apre il cielo.
La risposta alla preghiera non sono le grazie che noi chiediamo,
ma lo sfondamento del cielo chiuso,
una feritoia liquida d’azzurro.
E fiorisce un azzurro che ristora,
un azzurro che non mente:
contempli la tua vita dalle stelle,
la interpreti dall’alto.
E comprendi che il battesimo accade sempre, su di te scende continuamente lo Spirito del Signore,
e tu diventi il nido della colomba di Dio,
un nido di parole e di fuoco.
Infatti dal cielo scende un volo di parole:
Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.
FIGLIO, forse la più bella e la più forte tra le parole umane, che illumina un legame per sempre,
la radice,
la cura,
la gioia,
la tenerezza generativa,
l’amore che non cede
e non si volta indietro.
AMATO è la seconda parola. Prima che tu risponda, che tu dica si o no, il tuo nome per Dio è “amato”.
Senza clausole e senza condizioni.
Che io sia amato non dipende da me, per fortuna, dipende da Lui, dal suo un amore asimmetrico e incondizionato.
MIO COMPIACIMENTO è la terza parola. Qui possiamo sbirciare dentro il cuore di Dio:
c’è in lui un brivido di piacere.
Un Dio che dice è bello che tu ci sia!
Tu rendi il mondo più bello, per il solo fatto di esistere.
Figlio mio,
ti guardo e sono felice.
Sono felice di essere tuo padre.
E allora smettiamola di sentirci sempre sotto esame.
Non siamo sotto osservazione, ma sotto abbraccio.
Non siamo sotto indagine, ma sotto un volo di parole bellissime,
sotto un abbraccio infinito.
Il popolo era in attesa, sognava il messia liberatore, e si ritrova un uomo ai margini del deserto, prosciugato dal sole e dai digiuni, solo voce nel vento.
Anche noi siamo in attesa, ma il nostro è un tempo in cui i sogni ci sono stati rubati.
Giovanni invece li aveva riaccesi, e la gente sciamava da Gerusalemme al Giordano.
Anche oggi non sono i profeti che mancano, ciò che manca è l’ascolto.
Sei tu il Messia?
E Giovanni scende dall’altare delle attese della gente, per dire:
no, non sono io.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”.
Di quale forza?
Lui è il più forte perché usa parole di vita,
perché ha un fuoco che parla al cuore e così lo seduce, come profetizzava Osea.
Il vangelo di oggi ci incalza: Io sono solo acqua,ma deve arrivare molto di più, un fuoco nel quale saremo immersi.
Giovanni che sogna aie bruciate, vento che spazza la pula, incontra un Dio che non conosceva: Gesù, che non è solo buono.
È esclusivamente buono, che in fila con gli altri scende al fiume.
Luca non racconta il battesimo, ma più precisamente ciò che accade dopo.
“Gesù stava in preghiera, e il cielo si aprì!” Conseguenza meravigliosa, effetto della preghiera:
tu preghi e Dio apre il cielo.
La risposta alla preghiera non sono le grazie che noi chiediamo,
ma lo sfondamento del cielo chiuso,
una feritoia liquida d’azzurro.
E fiorisce un azzurro che ristora,
un azzurro che non mente:
contempli la tua vita dalle stelle,
la interpreti dall’alto.
E comprendi che il battesimo accade sempre, su di te scende continuamente lo Spirito del Signore,
e tu diventi il nido della colomba di Dio,
un nido di parole e di fuoco.
Infatti dal cielo scende un volo di parole:
Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento.
FIGLIO, forse la più bella e la più forte tra le parole umane, che illumina un legame per sempre,
la radice,
la cura,
la gioia,
la tenerezza generativa,
l’amore che non cede
e non si volta indietro.
AMATO è la seconda parola. Prima che tu risponda, che tu dica si o no, il tuo nome per Dio è “amato”.
Senza clausole e senza condizioni.
Che io sia amato non dipende da me, per fortuna, dipende da Lui, dal suo un amore asimmetrico e incondizionato.
MIO COMPIACIMENTO è la terza parola. Qui possiamo sbirciare dentro il cuore di Dio:
c’è in lui un brivido di piacere.
Un Dio che dice è bello che tu ci sia!
Tu rendi il mondo più bello, per il solo fatto di esistere.
Figlio mio,
ti guardo e sono felice.
Sono felice di essere tuo padre.
E allora smettiamola di sentirci sempre sotto esame.
Non siamo sotto osservazione, ma sotto abbraccio.
Non siamo sotto indagine, ma sotto un volo di parole bellissime,
sotto un abbraccio infinito.
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DIO HA VERSO DI ME LA FIDUCIA DI CHI CONTEMPLA LE STELLE PRIMA ANCORA CHE SORGANO
Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l'attesa è finita, il regno di Dio è qui.
Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera,
guarisce,
perdona,
toglie barriere,
ridona pienezza a tutti,
a cominciare dagli ultimi della fila.
Viene come guaritore del disamore del mondo.
La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno.
C'è un'idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole.
Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”.
Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch'io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all'opera con mite e possente energia.
Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti.
E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato.
Camminando lungo il lago, Gesù vide...
L'ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro.
«Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia.
Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d'amore.
Un giorno, guarderà l'adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo.
Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo.
Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano.
Seguitemi, venite dietro a me.
Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani.
E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”.
Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall'oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo.
Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
Marco ci conduce al momento sorgivo e fresco del Vangelo, quando una notizia bella inizia a correre per la Galilea: l'attesa è finita, il regno di Dio è qui.
Gesù non dimostra il Regno, lo mostra, lo fa fiorire dalle sue mani: libera,
guarisce,
perdona,
toglie barriere,
ridona pienezza a tutti,
a cominciare dagli ultimi della fila.
Viene come guaritore del disamore del mondo.
La seconda parola di Gesù: convertitevi, giratevi verso il Regno.
C'è un'idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole.
Allora: “convertitevi” dice: “giratevi verso la luce perché la luce è già qui”.
Ogni mattino, ad ogni risveglio, posso anch'io “convertirmi”, muovere pensieri e sentimenti e scelte verso una stella polare, verso la buona notizia che Dio è più vicino, è entrato di più nel cuore del mondo, nel mio, ed è all'opera con mite e possente energia.
Gesù ha camminato per tre anni, ha percorso tutte le strade di Galilea, innamorato non di recinti ma di orizzonti.
E se ti eri fermato, proprio da là ti fa ripartire, vivrai ancora inizi, perché non sei al mondo per essere immacolato ma incamminato.
Camminando lungo il lago, Gesù vide...
L'ambiente di lavoro è il luogo privilegiato della vocazione, lo è stato per Mosè, per Saul, Davide, Eliseo, Amos, per i pescatori Andrea e Pietro.
«Dio si trova in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone,
del mio pennello,
del mio ago,
del mio cuore,
del mio pensiero» (Teilhard de Chardin).
Gesù ha gli occhi di un profeta, guarda e in Simone intuisce Pietro, la Roccia.
Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d'amore.
Un giorno, guarderà l'adultera trascinata a forza davanti a lui, e in lei vedrà la donna capace di amare bene di nuovo.
Il Maestro guarda anche me, nei miei inverni vede grano che spunta, generosità che non sapevo di avere, capacità che non sospettavo.
Dio ha verso di me la fiducia di chi contempla le stelle prima ancora che sorgano.
Seguitemi, venite dietro a me.
Gesù non si dilunga sulle motivazioni, perché il motivo è la sua persona, lui che ti mette il Regno appena nato fra le mani.
E lo dice con una frase inedita: Vi farò pescatori di uomini. Come se dicesse: “vi farò cercatori di tesori”.
Mio e vostro tesoro sono gli uomini. Li tirerete fuori dall'oscurità, come pesci da sotto la superficie delle acque, come neonati dalle acque materne, come tesoro dissepolto dal campo.
Li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole. Mostrerete che è possibile vivere meglio, per tutti, e che il Maestro del cuore e delle strade ne possiede la chiave.
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SALVIAMO LO STUPORE
Ed erano stupiti del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
Ed erano stupiti del suo insegnamento.
Lo stupore: esperienza felice che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci saturava: rumori, parole, schemi mentali, abitudini, che ci fa entrare nella dimensione creativa della meraviglia che re-incanta la vita.
La nostra capacità di provare gioia è direttamente proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci.
Salviamo allora lo stupore, la capacità di incantarci ogni volta che incontriamo qualcuno che ha parole che trasmettono la sapienza del vivere, che toccano il nervo delle cose, perché nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco.
Gesù insegnava come uno che ha autorità.
Autorevoli sono soltanto le parole che alimentano la vita e la portano avanti; Gesù ha autorità perché non è mai contro ma sempre in favore dell'umano.
E qualcosa, dentro chi lo ascolta, lo avverte subito: è amico della vita.
Autorevoli e vere sono soltanto le parole diventate carne e sangue, come in Gesù, in cui messaggio e messaggero coincidono.
La sua persona è il messaggio.
L'autorità di Gesù è ribellione e liberazione da tutto ciò che fa male:
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Il primo sguardo di Gesù si posa sempre sulla sofferenza dell'uomo, vede che è un “posseduto”, prigioniero e ostaggio di uno più forte di lui.
E Gesù interviene: non fa discorsi su Dio, non inanella spiegazioni sul male, si immerge nelle ferite di quell'uomo come liberatore, entra nelle strettoie, nelle paludi di quella vita ferita, e mostra che “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci).
Lui è il Dio il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini) e si oppone a tutto ciò che è diminuzione d'umano.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret?
Sei venuto a rovinarci?
Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo,
a spezzare catene;
a portare spada e fuoco, per separare e consumare tutto ciò che amore non è.
A rovinare i desideri sbagliati da cui siamo “posseduti”: denaro, successo, potere, competizione invece di fratellanza.
Ai desideri padroni dell'anima, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.
Taci, non parlare più al cuore dell'uomo, non sedurlo.
Esci dalle costellazioni del suo cielo.
Un mondo sbagliato va in rovina: vanno in rovina le spade e diventano falci (Isaia), si spezza la conchiglia e appare la perla.
Perla della creazione è un uomo libero e amante.
Lo sarò anch'io, se il Vangelo diventerà per me passione e incanto, patimento e parto.
Allora scoprirò “ Cristo, mia dolce rovina” (D.M. Turoldo), felice rovina di tutto ciò che amore non è.
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MANO NELLA MANO A CUI AGGRAPPARMI FORTE PER ESSERE TRASFIGURATO E RIALZATO
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil).
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto,
finito il sabato con i suoi 1521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese, così poco vistoso,
dove Gesù neppure parla.
Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo: "Dio, che cosa fai per lui?" E una voce risponde: "io, per lui, ho fatto te!"
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: «cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi».
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: andiamo altrove!
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
Se non ci fosse il male sulla terra, chi penserebbe a Dio? (Simon Weil).
Una giornata a Cafarnao, Gesù immerso nella folla, assediato da un crescendo turbinoso di malattie e demoni che si acquieta nella preghiera segreta, sul monte.
Dopo il tramonto,
finito il sabato con i suoi 1521 divieti, tutto il dolore di Cafarnao si riversa sulla casa di Simone.
La città intera era davanti alla porta,
davanti a Gesù che ama le porte aperte di Dio,
che fa entrare occhi e fiori di stelle,
polline di parole e il rischio della vita,
del dolore e dell'amore.
La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei.
Miracolo così povero di contorno e di pretese, così poco vistoso,
dove Gesù neppure parla.
Parlano i gesti.
Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono,
ma cerchiamo i gesti di Gesù:
che ascolta,
si avvicina,
si accosta,
prende per mano e “rialza”.
È il verbo della risurrezione.
Gesù alza,
eleva,
fa sorgere la donna alla sua andatura eretta,
alla fierezza del fare e del prendersi cura,
e quella casa dalla vita bloccata si rianima.
E l’anziana si mette a servire con la cura e la leggerezza degli angeli nel deserto, quando come madri custodivano Gesù dopo le insidie del male.
Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita!
Questo miracolo dimesso e senza parole ci invita a smetterla con l'ansia contro le nostre febbri interiori.
E quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, raccontano un mondo al ritmo della Genesi:
e fu sera e fu mattino, miracolo della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
Un apologo famoso dice: un uomo vede un bambino che muore di fame, e grida al cielo: "Dio, che cosa fai per lui?" E una voce risponde: "io, per lui, ho fatto te!"
Solidarietà è l’inizio della guarigione.
Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava.
Gesù, pur assediato, sa inventarsi spazi segreti nella notte.
Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. E la prima delle sorgenti è Dio.
Simone lo rincorre, lo cerca, lo trova: «cosa fai qui? Sfruttiamo il successo, Cafarnao è ai tuoi piedi».
Ma Gesù destruttura le attese di Pietro e le nostre illusioni: andiamo altrove!
E se ne va per altri villaggi, in cerca del male di vivere, a sollevare altra vita.
Verso un altrove che non sappiamo, che un po' mi seduce e un po' mi impaurisce, ma al quale affido ogni giorno la speranza accostando la mia mano a quel fiore profumato che è la tua mano, Signore,
a quella mano che non hai mai cessato di tendermi, per sollevami.
Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano a cui aggrapparmi forte per essere trasfigurato e rialzato, icona mite e profumata della buona novella.
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La vera fede sta nell’amare con la stessa intensità cielo e terra
https://youtu.be/P4HfLR0OSUA?si=HT1CHzhGRHovlNq4
https://youtu.be/P4HfLR0OSUA?si=HT1CHzhGRHovlNq4
YouTube
Un ponte tra l'eterno e il nostro presente
In una mano la Bibbia e nell'altra il giornale.
La vera fede sta nell'amare con la stessa intensità il cielo e la terra.
Ermes Ronchi a Rovato nel Comvento della Santissima Annunciata ottobre 2021.
La vera fede sta nell'amare con la stessa intensità il cielo e la terra.
Ermes Ronchi a Rovato nel Comvento della Santissima Annunciata ottobre 2021.
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LA NUOVA IMMAGINE DEL PADRE: “LO VOGLIO!”
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).
Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi».
Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi».
E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa che può far cambiare il corso della storia, esattamente come è successo a Natale, poche settimane fa: tu puoi guarire il disamore del mondo.
Di quell'uomo che si sta decomponendo da vivo non conosciamo né il volto né il nome, perché è ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e distratta del mondo.
Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, e si avvicina al giovane rabbi, andando contro la legge.
Attorno a lui il vuoto, ma Gesù rimane,
non scappa,
non si scansa,
non lo manda via,
gli sta in piedi davanti e lo ascolta.
E riafferma così che nulla vale quanto la vita.
A nome di tutti noi il lebbroso domanda:
ma qual è la volontà di Dio?
Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato
Che cosa vuole dall'immenso pianto del mondo?
Il profeta, bocca di Dio, ha detto: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici.
Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti:
che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime;
che voglia ancora il sacrificio delle sue creature;
che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio?
Ho un dubbio, perché tanti fatti oggi insinuano, alludono che il corpo di lebbra o di dolore è ancora e sempre volontà di Dio.
Se vuoi...
Il lebbroso si appella al desiderio di Dio, alla sua volontà.
E riceve la risposta bellissima, la pietra d'angolo su cui poggia la nuova immagine di Padre: «LO VOGLIO!»
Un verbo totale, assoluto. Dio vuole,
è coinvolto,
gli importa,
gli sta a cuore,
patisce,
urge in lui un patimento solo per me.
Ciò che è scritto qui non è una fiaba,
funziona davvero, funziona così.
Persone piene di Gesù oggi riescono a fare le stesse cose di Gesù, fanno miracoli.
Vanno dai nostri lebbrosi della porta accanto, barboni, tossici, prostitute, li toccano con un gesto di affetto, un sorriso, con la conseguenza che molti di loro guariscono letteralmente dal loro male, diventando a loro volta guaritori.
Succede ogni giorno, in ogni invisibile parte del mondo. Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia la vita.
Gesù tocca, e l'uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze.
Gesù ci chiede di partecipare al desiderio di Dio, alle carezze restituite e non ai miracoli.
O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un solo miracolo:
avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell'uomo.
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SE LA FEDE DEGLI AMICI CI PRENDE IN BRACCIO
Il paralitico di Cafàrnao.
Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi.
Sono il suo magnifico ascensore, strappano l'ammirazione del Maestro:
Gesù vista la loro fede... la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico.
Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro.
I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani.
Una fede che non prende su di sé i problemi d'altri non è vera fede. Non si è cristiani solo per se stessi; siamo chiamati a portare uomini e speranze.
A credere anche se altri non credono,
a essere leali anche se altri non lo sono,
a sognare anche per chi non sa più farlo.
“Sei perdonato!”
Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico.
Sente parole che non si aspettava.
Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più. Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati.
Perdonare è nel Vangelo un verbo di moto:
si usa per la nave che salpa,
la carovana che si rimette in marcia,
l'uccello che spicca il volo,
la freccia liberata nell'aria.
Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più:
un colpo di remo,
un colpo di vento nelle vele,
per il mare futuro.
É un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella.
Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l'andatura eretta, finiti i sentieri nel sole!
Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere.
“Sei perdonato!”
Senza merito, senza espiazione, senza condizioni.
Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare.
E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa!
E Gesù interviene:
Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina?
Gesù per l'unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l'uomo biblico è un'anima-corpo, un corpo-anima, un tutt'uno, senza separazioni.
E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo.
Tutti si meravigliarono e lodavano Dio.
Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa.
Per sentieri nel sole.
Il paralitico di Cafàrnao.
Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi.
Sono il suo magnifico ascensore, strappano l'ammirazione del Maestro:
Gesù vista la loro fede... la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico.
Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro.
I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani.
Una fede che non prende su di sé i problemi d'altri non è vera fede. Non si è cristiani solo per se stessi; siamo chiamati a portare uomini e speranze.
A credere anche se altri non credono,
a essere leali anche se altri non lo sono,
a sognare anche per chi non sa più farlo.
“Sei perdonato!”
Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico.
Sente parole che non si aspettava.
Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più. Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati.
Perdonare è nel Vangelo un verbo di moto:
si usa per la nave che salpa,
la carovana che si rimette in marcia,
l'uccello che spicca il volo,
la freccia liberata nell'aria.
Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più:
un colpo di remo,
un colpo di vento nelle vele,
per il mare futuro.
É un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella.
Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l'andatura eretta, finiti i sentieri nel sole!
Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere.
“Sei perdonato!”
Senza merito, senza espiazione, senza condizioni.
Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare.
E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa!
E Gesù interviene:
Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina?
Gesù per l'unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l'uomo biblico è un'anima-corpo, un corpo-anima, un tutt'uno, senza separazioni.
E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo.
Tutti si meravigliarono e lodavano Dio.
Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa.
Per sentieri nel sole.
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